Il viso è forte, segnato d’espressione, con quella barba, che pur rasata, a sera dà un alone scuro. Una faccia da scrutare per portarne a sé i punti deboli, trarre un giudizio, ma l’anellino d’oro all’orecchio devia lo sguardo, fa nascere un commento silente, lo spegne in una perplessità. Che storia c’è dietro quel viso? Perché dovrei avere un giudizio? Forse è una calcolata furbizia che distoglie dalle parole decise, distrae e mette in condizioni di accettare.
Brutta cosa non avere pregiudizi, sono così comodi…
Con le mani taglia gli argomenti. Ha poco tempo, lo fa sentire con il dominio. La stretta della mano è solida. Le dita sono grosse, da persona che ha conosciuto gli attrezzi che ghiacciano la mano, le unghie corte per necessità. Ora sono pulite. Se non ci sono più le callosità d’un tempo, è rimasta la consistenza e l’attenzione all’uso antico. Chi sa tenere con perizia una vite, ha difficoltà con una penna. Si vede, ma adesso questo è il suo mestiere, anche se usa di più la bocca che lo scrivere. Gli appunti sono scarabocchi, quasi numeri, tempo limitato anche quelli. Guarda negli occhi, aspetta l’umore, il tuo, lo valuta e agisce di conseguenza. È pronto al balzo, all’azzanno, ma anche all’inermità apparente che accompagna con il sorriso.
Dipende.
È un gioco che può essere cruento o ilare. Niente debolezze. Alla pari per avere rispetto. Quell’anellino d’oro all’orecchio sinistro è un segnale: dalla parte del cuore. Qualcosa avrà voluto essere prima che dire. Se fosse stato a destra, magari avrei pensato altro.
Va bene, è passato il tempo, si ripete la stretta. Ci si rivedrà con più calma. Un buon segnale.
Fuori c’è la notte di periferia, oscurità, erba bagnata, il freddo strano di questo inverno che prende la gola per angoscia. Le stelle. Tante stelle. Bisognerebbe guardare di più il cielo, lasciare che entri e s’accomodi, farlo dialogare con la sua speculare immagine di mistero, ansia e tranquillità che portiamo in noi. Trarne ispirazione e calma per il fare.
Prendo tempo. Ho la sensazione che guardiamo sempre in orizzontale o in basso e che consideriamo sia questa sia la realtà in cui essere. Appena oltre il buio e l’auto parcheggiata, un semaforo alterna i colori e il rivolo di macchine: ferme, in moto. Tutto semplice e banale.
Guardo troppo poco verso l’alto e al più vedo i semafori.
La città tonante s’è acquattata, tra vene di luce, dorme avvolta nel suo pelo, percorre di brividi e di sogni le periferie, Apre appena gli occhi per accogliere il primo albore della notte, si muove, s’acquieta e si ritrae in spirali di tepore, pensa e sogna, indifferente. Piccoli fremiti la disturbano: caduta di nani, altisonanti d’effimero e suoni gracidanti, allora ascolta distratta, fantasie e l’ uso degli umani. immagina che nei formicai spezzati restino memorie d’artificiali cunicoli. Sorride al pensiero che fornicare è luce in un buio che vuol sentire, e si chiede perche l’uomo, al pari degli insetti senza il dono del volo, costruisca cunicoli e li chiami palazzi.
Avevo scritto un testo di getto. Parole che erano uscite a fiotti, dove era solo la meccanicità dello scrivere a far da argine, poi mi sono fermato e ho messo da parte. L’ho riletto stanotte, e l’ho trovato troppo proteso verso qualcosa. L’immagine era quella di uno sporgersi da un balcone cercando di toccare una mano. Nessuna pretesa di afferrare, di usare il verbo avere, ma la voglia di far sentire calore, come si usa nel silenzio e nel linguaggio delle mani che si cercano.
Però mi è sembrato eccessivo, troppo scoperto e nudo e allora ho tolto aggettivi, retrocesso pronomi, impastato i verbi di realtà, sfumati gli assoluti. ( Che poi così assoluti non erano, sembravano, al più, bricole di laguna a cui attaccare una barca, e mentre si riposa mangiando in compagnia, si guarda l’acqua che traccia linee nette, si ascolta il rumore che sciacqua e parla e muove per suo conto conchiglie e piccoli sassi e noi )
A furia di limare ne è venuta una forma tondeggiante. Poteva essere un sasso di fiume che si era rotolato così a lungo da bearsi della sua condizione, ma era pur sempre sasso. E se arriva in testa fa male, e se ci si cammina sopra fa un po’ barcollare, ma almeno non lacera la pelle pur facendo ben sentire la sua presenza. Non mi piaceva la compattezza del sasso e se guardavo il tutto da altra angolazione, il risultato poteva essere una bolla di sapone. Una grossa bolla come quelle che fanno gli artisti di strada, facendola uscire da un telaio e mandandola nell’aria. Piena di fascino e translucida di arcobaleni, precaria di futuro, però felice di un fallibile presente. Mi piaceva questa analogia e avrei voluto che le parole fossero così eteree da sollevarsi dal peso del dire, avere la libertà di scoppiare di significato, lasciando un ricordo fugace, qualche goccia controluce e una sensazione di inafferrabile bellezza.
Allora ho capito che non era rimasto nulla e mi sono sentito più leggero.
Solo le donne e i giovani potranno far fare un balzo in avanti alle libertà e ai diritti. Solo loro potranno, magari con l’aiuto di molti uomini di buona volontà, bloccare la deriva di destra e di conservazione che ha fermato l’unica speranza che possa essere giocata nella globalizzazione: un’ Europa unita, politicamente ed economicamente, dove ci siano diritti spendibili, crescita compatibile, mobilità sociale, tutela dei beni comuni ed equità.
Sono loro, le donne e i giovani che più hanno da perdere in un mondo in cui la libertà di muoversi viene limitata, dove viene impedito l’esercizio libero dei sentimenti, dove alla religione laica della libertà si sostituiscono le religioni che discriminano, convertono obbligatoriamente, impongono una morale e un dogma.
In 50 anni nell’800, dal 1820 al 1870, un movimento di idee, trasversale alla società di allora, controcorrente, fece emergere gli Stati nazione, unificò ciò che pareva impossibile mettere assieme, prese la libertà e l’applicò alla costruzione di una economia e di una crescita scientifica senza precedenti. Come fu acquistata, la libertà in Europa venne perduta, solo dopo il 1945 ricominciò una crescita basata su nuovi principi. Ma l’economia e la finanza in particolare, hanno affievolito, assieme al benessere, la percezione che la crescita non è automaticamente il progresso sociale e civile di uno stato, di un continente. Dopo l’ultima fiammata del ’68, che ha costretto la politica ad occuparsi delle aspirazioni di una generazione, del genere femminile e della libertà, come elemento che cambia i rapporti, non c’è stato più nulla che spingesse governi, opinione pubblica, cultura a misurarsi con il tema delle libertà reali, dal bisogno, dall’ineguaglianza, dalla subordinazione, dai pregiudizi di genere, dalla sessualità consultata, dalle culture che negano la libertà.
Ciò che oggi viene descritta come una deriva populista di destra è certamente il timore di perdere privilegi e condizioni che appartengono a pochi e sono negate a molti, ma questo non vale solo nei confronti di chi viene da paesi extra europei, bensì vale per i cittadini della stessa Europa. La speranza di avere un posto di lavoro che corrisponda a ciò per cui ha studiato per un giovane, è talmente bassa che viene considerato un valore la flessibilità intesa come modalità di fare qualsiasi cosa. La speranza che queste generazioni hanno di avere una tutela, almeno equiparabile a quella goduta dai propri padri, è inesistente. Le donne, hanno una difficoltà crescente a veder riconosciuti diritti che appartengono alla persona e che sono tutelati in modo differente nei vari stati e i processi di equiparazione delle normative che riguardano i generi sono solo sulla carta e spesso neppure su questa. I movimenti anti europeisti non hanno nei loro programmi l’estensione dei diritti, non hanno la formazione di una Europa unita e libera dai confini, non hanno sistemi economici coordinati ed interscambiabili. Anzi hanno al loro interno, chiusure, protezionismi, limitazioni, sessismo di genere, enfatizzazione della cultura nazionale o religiosa basate su presupposti che non sono verificabili se non proprio attraverso quella libertà di capire e contaminarsi che è sempre stata propria della cultura europea.
Quindi quello che si prospetta è un mondo chiuso, dove ci si difende con i muri, dove la libertà è limitata da leggi eccezionali che diventano normali, dove la libera circolazione delle idee, delle persone, delle merci viene regolata, contingentata, impedita.
Chi ha da perdere in questo processo sono le parti sociali più deboli, i giovani, le donne, a cui viene – e verrà preclusa – la possibilità che i diritti siano estesi, che ci sia una normalizzazione delle libertà di essere con l’unico limite posto dalla violenza sull’altro. Per questo mi aspetto che ci sia una coscienza della realtà e un risveglio, dei giovani e delle donne, che essi dicano la loro sul mondo che vorrebbero, che lo sostengano, che impongano la discussione delle loro esigenze, che non aspettino da altri quello che da questi non potrà mai venire.
Ho cotto il pane, impastato 24 ore fa. La casa ha un profumo di buono che si aggiunge a quello del legno e della carta. Annuso. Chiudo gli occhi e annuso. La radio trasmette notizie e riflessioni. Si può annusare il silenzio? Spengo. E leggo. La poltrona è accogliente, la luce dietro, mi scalda un po’ il collo, sembra una carezza inaspettata e desiderata, che si fonde con il testo.
Viviamo di ossimori e l’attesa è l’ossimoro più grande. Il possibile e l’avverarsi contenute nella stessa parola. Quasi un fenomeno quantistico: ci sarà un gatto nella scatola oppure no? e soprattutto verrà a cambiarci la vita?
La notte viene incontro tranquilla, pensieri, qualche ricordo e i conti in sospeso che s’allontanano in punta di piedi.
Oggi avevo voglia di tornare a casa.
Accade dopo molte giornate di ripetute, banali e intense cose diverse. Quando hai ascoltato per troppo tempo persone che parlano solo di sé. Quando serviva un confine e invece l’hai superato. Quando i giorni si sono ammonticchiati gli uni sugli altri. E hai lasciato fare. È allora che al posto della stanchezza ti fermeresti e basta, senza un che fare alternativo. Nel lavoro, gli impegni gestiscono il tempo, ed esso gestisce le cose, fissa priorità. Quando invece, come oggi, di urgente non c’è nulla, la giornata presenta il conto e il tempo sembra infinito, diventa evidente la composta pochezza delle priorità fittizie.
E’ una sensazione che conosco bene e me ne sono andato.
In ottobre, tornando per la pedemontana, trovavo le prealpi che facevano da sfondo e dietro c’erano le dolomiti friulane già innevate. I colori mi prendevano e quasi commuovevano. Pensavo alle cose che avevo attorno, desiderando soste per guardare meglio. Avevo voglia di tinte forti e dense.
Poi, con novembre, lunghi giorni di nebbia e di grigio. Ma non stasera, così i pensieri potevano correvano con l’auto.
Sono partito che c’era luce, poi è sceso lo scuro di colpo. L’autostrada si è riempita di luci rosse, gialle, lampeggianti e fari bianchi. C’erano i frettolosi, i riflessivi e i lenti, ma non si vedevano le persone. C’erano macchine piene di ombre e luci forti che passavano.
La strada è lunga, e silenziosa, la fatica leggera del guidare si interrompe ai caselli, poi riprende. Fino alla città. Poi le solite lunghe file di auto che escono da qualcosa ed entrano in qualcos’altro. Telefonini accesi che illuminano i visi in attesa. Le ombre che si definiscono: si vede che parlano a persone invisibili, ma intanto acquistano il genere, la presenza. C’è un brusio di messaggi nell’aria che si mescola agli scarichi, immaginavo i piccoli suoni dell’elettronica ormai familiari che generano pensieri immediati: qualcuno mi ha pensato, ha scritto. Siamo sempre connessi dalla dimostrazione di esserci, tra insicurezze che crescono, bisogno di calore, storie che s’ intrecciavano.
Mi veniva in mente, stasera, a come le vite s’assomiglino differenziandosi nell’esperienza, mentre l’attesa resta la stessa, ovvero quella dell’essere amati. Pensavo a me e a loro, che erano specchio di qualcosa che accade a tutti. Guardavo e al tempo stesso avevo un bisogno di calma per assaporare le cose, per il senso che solo gli amori lunghi e le passioni intense, hanno. Posare, fermarsi, essere avvolti e avvolgere.
Il cielo scuro aveva i toni gialli del riflesso della città. Alberi neri e quasi spogli lungo la strada, un tappeto di foglie attendevano la gioia degli spazzini. Facendo le solite strade mi accorgevo che attorno sparivano nuovamente le persone. La mia mente fotografava ma non vedeva visi, storie nascoste, sapevo che in realtà c’erano, ma non mi veniva di metterle nel contesto dei pensieri. Così ascoltavo musica e parole dalla radio, aggiungevo le mie parole, il cantare a bassa voce.
Pensavo che di tutto conosco poco, ma ascoltavo e l’ascoltare era una piccola qualità che possedevo. Pensavo anche che questa sera era molto simile ad altre vissute in certe città dell’est, della Moravia, che era un bel pezzo che non andavo in Cecoslovacchia. Che quello era un vecchio nome, per un paese che si era diviso in due e che Moravia mi piaceva di più.
Così sono arrivato al mio piazzale, agli alberi gialli di luce e di poche foglie, ai grandi cedri. Le scale, la porta, i gesti usuali. Come ci fosse un codice personale e rassicurante di azioni. La cena, i gesti della cura, infornare il pane. C’era un bel silenzio. Sono innamorato del silenzio che ho attorno, ho la possibilità di lasciarlo tale o riempirlo con ciò che mi piace. Ho anche pensato che le cose che penso e leggo, riguardano me, che io mi specchio in esse e che se non si riesce a raccontare per bene è perché noi siamo complessi ed essenziali allo stesso tempo e usiamo l’essenzialità per comunicare. Dobbiamo semplificare perché nessuno ascolterebbe tutte le finezze che abbiamo, e allora bisogna lasciare spazio all’intuizione, al sentire, all’avvertire in silenzio, se qualcuno ha voglia di ascoltare.
Siccome tutto questo era nella mia testa e si mescolava, ho pensato che forse l’avrei raccontato, come sto facendo, ma che nulla avrebbe reso la sensazione che danno certe ore del giorno e che questa era una di queste. Quieta e riempita di tutto quello che c’è e di quello che non c’è. Ma per dirlo avrei dovuto esemplificare e raccontare un’insegna di farmacia vista in piena notte. Non c’era nessuno e la farmacia era chiusa, ma lei imperterrita, accendeva i led che correvano dall’ interno verso l’esterno e poi viceversa, formava figure, mostrava l’ora a nessuno, e le indicava in una sua malinconia inutile. Così prima pensavo che viene di amare la malinconia lieve dei propri limiti, quella incapace di reagire alla propria diversità, all’ignoranza di ciò che non si sa, mentre combina misteriosamente quello che si conosce e che sembra generare sensazioni e pensieri unici.
In quella insegna che pulsava, fatta in Cina, dove neppure sanno cosa significhi farmacia, eppure collocata qui, nella notte che non pensava al giorno, c’era l’inutile del non poter comunicare.
Pensavo anche che queste cose sono i motivi per cui si torna a casa, per cui si desidera un abbraccio silenzioso, la certezza di un amore, di farlo bene quando è il momento, il pensiero che la vita è molte cose assieme.
A volte mi chiedi cosa cerco. Credo non avrò mai una risposta, perché quello che cerco è mettere in relazione il dentro e il fuori e spesso il fuori è insufficiente o eccessivo e allora respinge. E’ come capire la propria diversità e pensare che questa sarà una ricchezza che si potrà condividere con pochi altri, mentre la vita porta a occultare, tacere, muoversi secondo canoni prefissati. Forse per questo mi lascio prendere dalle cose che vedo, le trasformo e le rendo mie. E spesso mi basta, ma non mi esaurisce. C’è sempre molto che potrà arrivare ancora.
Tutto questo, nella notte e nel profumo di pane si mescola e confluisce in pensieri quieti. Non c’è ansia, neppure certezze, ma la pace non si nutre di certezze bensì di equilibri e di possibilità. Come il gatto nella scatola quantistica che non si sa se sia vivo o morto, ma c’è e noi vogliamo sia vivo. E vogliamo che questo continui ad accadere perché vivere è meglio di qualsiasi alternativa, magari volendo bene ed essendo amati.
Così superando il confine dell’utile in ciò che faccio, penso che vorrei dormissi bene e facessi bei sogni.
Non è facile pensare. Neppure dopo due giorni. Aleggia un senso di scoramento, assieme all’intelligenza di non avere riferimenti. Neppure le parole sono più certe. Che significa terrorista se non è evidente il fine del terrore? Oppure il terrore ha un significato in sé e si ferma ad esso? Pensando al passato il significato traballa, si disgrega. Che mondo abbiamo contribuito a creare? È certo che siamo tutti coinvolti, ma non abbiamo la stessa percezione, la stessa cultura che indichi soluzioni comuni. Vicino e lontano diventano categorie della solidarietà, dell’amore. Ma così vincerà l’improvvisazione e l’approssimazione di chi ci comanda, trionferà il relativo, la vita perderà valore mentre si useranno le parole di prima. Si parlerà di certezze e di esattezza mentre esse sono in elaborazione, anche il fine, o i fini, si costruiranno in corso d’opera. Insomma non ci sarà verità e neppure la sua ricerca, e così saremo tutti più insicuri. È la precarietà che ritorna dopo che si pensava di averla sconfitta negli animi ed ora ci investe ed assume i connotati della modalità del vivere.
Allontano, non ci penso, rimuovo.
Così ad uno ad uno, ci separiamo sperando tocchi ad altri, sperando sia lontano. Emerge ancora il lontano come misura del vivere tranquillo, ma così nessuna causa, sarà degna d’essere combattuta, l’importante perderà significato mentre ci si allontana. Perché accade? Avevamo a disposizione 25 secoli di pensiero, 70 di storia. Avevamo a disposizione il mito e la sua buja ripetitività nelle menti. Avevamo i testi scritti, si sapevano le implicazioni. Due secoli di sociologia inutile. Psicologia da gettare. Ci siamo fidati della potenza e del potere, del denaro e della tecnologia invece che indagare nella poesia e nel disagio. Chi è sicuro nel suo letto, ora che il bujo non resta oltre gli scuri ben serrati?
Ho fatto i gesti pieni di simbolo, ho acceso una candela sul davanzale. Anche stasera. Ma so che chi dovrebbe vedere non vedrà, che molti passeranno indifferenti, che dirsi francesi non serve a nulla.
Chi capisce ha paura. Come cuccioli ci stringiamo per sentire il calore dell’altro, cerchiamo il corpo vivo che significa sentimenti e amore disponibile per noi. Vicini, vicino.
Le foto sui giornali (i nostri giornali perché per altri sarà tutto distante), le immagini televisive mostrano corpi nel freddo delle vie, luci che lampeggiano, uomini che si muovono in fretta, fatalità che colpiscono. È questa insicurezza che sgretola il mondo. Quello vicino. Non nobis domine. L’invocazione funziona a senso unico, è l’impotenza. Viene distanziata anche la fortuna, anche la possibilità cessa d’essere intera: basta non tocchi a noi.
Dimenticheremo presto, perché vogliamo dimenticare. Resteranno numeri, date, e le vite perderanno consistenza. Penseremo che il caso, solo esso, le ha messe nel posto sbagliato, nell’ora sbagliata. Resterà l’inquietudine.
È così enorme l’inconosciuto che deriva da ciò che non si è fatto, da ciò che si farà, che solo la speranza ci potrà dare l’illusione che il mondo muti. Che il mondo si metta in ordine, il nostro ordine, senza che noi facciamo nulla.
Questa fotografia è stata scattata nel 1968, durante la festa delle matricole, poi di fatto abolita dalla contestazione. Non conoscevo gli studenti fotografati. L’ho conservata pur essendo priva di riferimenti personali. E di fatto non contiene nulla. Nulla di conosciuto.
Già allora mi piaceva fotografare volti, figure, corpi, mi sembrava che le storie contenute si potessero intuire da una espressione del volto, da una posa, dagli occhi. Mi sono chiesto, e lo faccio ancora, come si sono svolte le loro vite. Dove sono adesso. Ho la sensazione che nei volti ci sia una continuità che resta, come un’eco di qualcosa di accaduto.
Non sono mai stato un gran fotografo, ma mi piaceva, già allora, fissare ciò che percepivo, intuivo. Stranamente il vedere veniva dopo, magari leggendo la fotografia in camera oscura. Associavo le fotografie a un pensiero, a un suono, un odore. Di allora restano parecchi negativi, spesso non stampati. Mancavano i soldi.
Mi accorgo che documentavo qualcosa a me stesso.
Fotografavo spesso sconosciuti e privi di particolarità forti. Oggi si guarda una foto per riconoscersi (teologia del selfie) oppure per riconoscere o per meraviglia. Il resto fa parte di quel mondo poco interessante che è la realtà. E pur fotografando la realtà mi pareva di distorcerla con le persone, con i loro pensieri, le attese, la normalità unica d’ogni vita. Per questo volevo aggiungere i volti alle cose, perché loro avevano un’altra percezione rispetto alla mia. Ed io non l’avrei mai conosciuta, ma ritenevo possibile che essa in qualche modo mi arrivasse.
Devo dire che anche adesso ho la stessa illusione e che nel fotografare spesso cerco qualcosa d’altro rispetto a ciò che apparentemente vedo. Non sarò mai un buon fotografo, ma in fondo la fotografia è una scrittura e l’adopero come mi viene. Proprio come le parole.
Esprimere un’ opinione, sostenerla con convinzione e ascolto. Far la critica a un film, a un libro, a una fotografia, a un’opera d’arte, con gli strumenti della propria conoscenza. Sempre poca e parziale. Dare una visione parziale, ma sincera avendo il coraggio di mostrarsi.
Non l’espansione di un mi piace, che non sopporto a pelle, ma le ragioni.
Quelle ragioni espresse sono un’ immagine di ciò che vogliamo e di ciò che ci infastidisce. Persino una misura della meraviglia, del cinismo, della capacità di vedere la semplicità, della volontà di cambiare. Emergono inamovibili pregiudizi come forza primordiale, assieme a sciatterie e ignoranza. Verranno ricacciati o ci sarà il coraggio di mostrarsi? Ci si nasconderà dietro l’altrui giudizio per non prendersi la responsabilità del proprio limite?
Non c’è orrore dell’ignoranza ma della brutta figura, del perdere l’immagine, la considerazione ottenuta. Paura del giudizio e della perdita d’amore connessa.
Se qualcuno ci prendesse per mano potremmo capire e l’importante non sarebbe davvero il capire, ma quell’esser presi presi per mano: un gesto d’amore e di fiducia che supera ogni successiva comprensione.