e tu come stai?

Accade, anche troppo spesso, e forse non può essere altrimenti, che i nostri bisogni, le piccole contrarietà offuschino tutto ciò con cui ci rapportiamo. Non siamo oche giulive. E tu sorridevi di questo dire, nella stagione in cui tutto dura poco e sembra eterno. Sorridevi e già proponevi un’attesa maliziosa e felice. La leggerezza con cui si tratta l’alba o il primo canto dell’allodola è conseguenza d’una curiosità appagata, delle lenzuola spiegazzate, della patina di profumato sudore di cui la pelle s’è cosparsa. Ma anche dell’età, se questa parola ha senso per chi la pronuncia e sempre si riferisce a qualcosa che non c’è, ma si osserva in altri. Eppure una costante serpeggia nelle nostre vite ed è il non aver misura della gioia, oggi in special modo che rarefa il noi ed è lancinante l’io. Colgo e partecipo la tua pena, amica mia, e la diluisco nella mia. Che di certo non è più importante. La sento in te, che rende pesanti le parole, afoni i silenzi, eppure ancora penso che altro ci potrebbe essere e che ti ho conosciuta triste o felice ma sempre leggera. C’è una frase che si pronuncia distrattamente, spesso in fondo a un discorso in cui uno solo ha parlato e l’altro ha consolato come ha potuto: e tu come stai? E in quello stare s’aprirebbe un mondo che fino a quel momento è rimasto serrato, e sarebbe un insieme di desideri sconclusionati, piccoli fallimenti, racconti dell’oscurità più che della luce. Spesso si tace e si dice: bene, sto bene, perché non si confrontano i malesseri, ma nel silenzio, amica mia, le cose ingigantiscono e la solitudine, quella dell’assenza del poter dire e poi del mutarsi assieme, diventa un cerchio di gesso da cui sembra impossibile uscire. Se qualcuno non gioca con noi e ci libera, com’è nel tempo delle corse e dei baci cercati, si resta prigionieri della disattenzione.
Di questo sapere di te e di me che vola leggero ed è consapevole della presenza reciproca spesso c’è bisogno e però ce ne dimentichiamo, immemori che le felicità condivise si ricordano ma soprattutto si creano. Abbiamo bisogno di tracce che ci facciano camminare assieme, di un sentire che contenga la pazienza amorosa che dia il senso a quella frase: e tu come stai?

rta ovvero una mattina del mondo

La mattina si era svolta, come lo spiegare d’un lenzuolo antico. Un prenderne i capi ed aprire ciò che è molto più grande dell’apparenza, poi il distendere con quel movimento che imprigiona l’aria per scherzo e poi la lascia andare finché si forma una superficie liscia e tesa, grande per accogliere e sovrabbondare. C’erano lenzuola per tutte le stagioni in casa: quelle di canapa per l’estate che mia nonna conservava nel suo piccolo armadio e odoravano sempre di lavanda ed erano morbide d’uso e d’anni, e fresche e lisce con dei piccoli ingrossamenti del filato su cui si attardavano le unghie e i polpastrelli prima del sonno. C’erano le lenzuola di lino che uscivano dai calti dell’armadio di mia mamma, con qualche ricamo colorato e le iniziali, anch’essi riservati all’estate e alle occasioni d’una festa che s’accompagnava dalla vigilia alla settimana successiva. C’erano le lenzuola di flanella per le notti più fredde e per avvolgere i sogni rimboccati dal desiderio d’abbraccio. C’erano lenzuola di cotone, di vari colori che accompagnavano l’anno e l’umore intermedio. Insomma le lenzuola s’aprivano e si svolgevano per avvolgere. Così era stata la mattina, stesa e piena d’incontri, di sorrisi, di abbracci e di portici luminosi come parole piane. Era stata una mattina in cui il senso, una piccola sfera densa che dà ordine alle cose, fissandone una precedenza e conseguenza, era rimbalzato nella piazza, aveva convinto anche i riottosi (che tanto riottosi non erano visto che erano venuti per ascoltare, incontrare, celebrare), e si era poi sciolto nei piccoli capannelli, nelle discussioni, nello sciamare che metteva assieme luoghi differenti per un aperitivo, uno sguardo ulteriore, un pranzo. Insomma il rito era stato caro agli dei e l’ordine si era mantenuto con i singoli universi di ciascuno.

Ṛta è il termine sanscrito che descrive l’ ordine dell’universo, quella cosa grande che contiene e uniforma la realtà, ma è anche ciò che rappresenta l’universo attraverso il rito. Ṛta deriva da Ṛ (radice sanscrita di “muoversi”) e *ar (radice indoeuropea di “modo appropriato”), quindi significa “muoversi, comportarsi, in modo corretto”. Fare le cose per bene. Ed è riferito sia agli uomini che alle leggi che regolano l’universo. A ciascuno il suo compito in modo che ci sia l’armonia, il corrispondere tra realtà e il fare e a ciascuno l’universo dia secondo la sua necessità d’armonia.

Pensandoci, mi veniva in mente la meccanica della serenità, che non di rado contiene la felicità, ovvero fare ciò che si dice e dire ciò che si pensa. Che poi è anche il riproporsi dell’innocenza senza età, dell’etica del giusto che non include la costrizione ma si nutre di equilibrio e necessità.

C’era un legame tra tutto questo e il rimpiangere le scelte sbagliate, l’ozioso e cupo enumerare i fallimenti, l’incapacità di vedere il futuro come conseguenza di un pensiero attuale e felice? 

Quando gli anni si accumulano con pennellate successive o viene fuori una lacca lucida e riflettente, che ha un colore così intenso che sembra risucchiare la luce al suo interno oppure si creano una serie di strati che si sfaldano nel presente e mostrano tracce di antica bellezza, ma anche crepe e disfacimento dei tentativi che non furono felici. Esiste una terza via che mette assieme il fare e il suo consolidarsi nel ricordo e nel presente ed è la sensazione di essere vissuto e voler vivere approssimando le regole che ci riguardano. In questo si è pietra porosa che assorbe il colore, lo mostra e al tempo stesso è se stessa. È il senso del limite che ci dice del corrispondere tra noi e quello che è fuori di noi, è quel sentire lo sguardo che ha il ricordo e vede il futuro nell’ordine che percepisce. In fondo un letto con le lenzuola ben stese e appropriate alla stagione era un atto d’amore, d’innocenza e d’ordine e già lo stendere era gustare ciò che sarebbe venuto come appropriato al sonno e a i sogni. 

E noi dobbiamo curare i sogni e le passioni, farli grandi e simili a noi, contenerli nell’universo e nel sole di una mattina d’inizio maggio, dove l’innocenza è ciò che si mostra ed è grande di semplicità. Come una bandiera, un sorriso, un colore, una voglia di essere ancora vivi nel fare il proprio compito. Incuranti di ciò che è stato e felici di ciò che potrà essere.

sulla porta

Sulla porta avvengono cose intense. Cose che hanno a che fare con i sentimenti. Non mancano le banalità, i simbolismi: porte accostate e sbattute sono quasi icone di un prima e un dopo interiore che rappresenta ben altro. Sulla porta vengono dette parole spesso usate, banali, ma qualche volta, definitive. E gli addii consumati sulla porta di una casa, di un treno, di un aeroporto sono crudeli e senza replica apparente.  Lasciano interdetti, come accade in ogni omicidio premeditato. Oppure raccontano il banale che sconfina sempre nell’irrevocabile. Quanta indifferenza può esserci nel ripetere, o quanta insicurezza si trova nell’abitudine, non ce ne accorgiamo, fino a un momento di rottura. Ma l’eccezionale in fondo si prepara un po’ per volta nel suo agente. E chi è l’agente dell’eccezionale se non colui che dice che qualcosa è accaduto. Qualcosa che era percepito e rifiutato, oppure intuito e atteso, perché a volte, nell’entrare c’è la felicità che si palesa confermandosi.

Sulle porte avvengono cose che voi umani sapete e che non è necessario cercare nei bastioni della galassia, ma dentro, perché un saluto è un arrivederci, un addio è una rottura di un equilibrio, di un viaggio, di un possibile che poi giace infranto. Ai propri piedi perché chi l’ha pronunciato già non teneva più a quel possibile, l’aveva scartato. Sulla porta, sotto lo stipite, ci si rifugia quando c’è un terremoto. I credenti, non importa di quale religione, mettono sopra di essa immagini ben auguranti, tracce di sapienze definitive e chi passa sotto dovrebbe essere investito dall’aura che benedice.

Sulla porta il cuore non è mai indifferente perché vede fuori e accoglie oppure chiude e sbarra, paura e speranza si intrecciano, un modo sostanziale di vedere coincide con le vite che si sono scelte. Il tempo è breve sulle porte e di questo tutti dovremmo essere consci, una comunicazione, un accadere ha bisogno di tempo e invece le porte sono un imbuto dello scorrere, come in una clessidra sono un cappio che velocizza l’accadere. Credo che l’addio che si perpetra su una porta che poi si chiuderà è il crudele finire e nessun finire dovrebbe essere tale.

Usare la porta per accogliere, e dire, è già molto, moltissimo. Ripercorre la sorpresa di quando si era felici, ora al contrario, ma con creanza. Non è un comunicato, è una con-divisione, un dolere comune, come c’è stata una felicità comune. Almeno questo nell’educazione ai sentimenti: non sulla porta.

sette anni fa

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Il vento si era alzato nel pomeriggio dopo il solito pranzo fatto di cous cous, di hummus, baba ghanoush (una salsa di melanzane) e piccoli pezzi di carne. Il cielo era percorso da nuvole scure, squarciate d’azzurro, e attorno si sollevava una polvere gialla e sottile che veniva dal deserto. La cittadina era piccola, un paese ormai, fatto di case a uno o due piani intonacate di bianco, che delimitavano strade tortuose. Un tempo era stato una città importante, presente nelle carte romane e bizantine, poi la decadenza e infine la scomparsa di quasi tutto quello che ricordava l’antica ricchezza. Appena fuori le case, avevo notato un filo di ferro tra pali di legno, una specie di recinzione che delimitava un ovile vuoto. Il fil di ferro era giuntato con la forza delle dita e in uno dei capi era rimasto un ciuffo di lana che ora si muoveva col vento, resisteva e non si staccava, abbarbicato al filo, come non avesse altro, come se lasciarsi andare fosse perdersi definitivamente. Lo guardai a lungo, curioso su cosa sarebbe accaduto, oscillava, si allungava, ma non si staccava. Attorno, oltre quella costruzione precaria c’erano muri a secco che delimitavano proprietà poco coltivate. Gli abitanti erano spariti nelle case, presagendo il temporale, solo alcuni lavoravano all’esterno e avevano coperto la bocca e il naso con le kefiath per ripararsi dalla polvere: toglievano sassi e pietre dalla terra e li ammucchiavano vicino ai muretti.

Volevamo visitare una città morta, una delle oltre cento che si disseminavano tra le colline prima di giungere al deserto. Sembrava che in questa ci fossero mosaici, sfuggiti alla furia iconoclasta che aveva scalpellato ovunque i visi e spesso l’intera figura. Camminavamo lungo una stradina verso le rovine, che erano oltre la collina, con una voglia di riparo che cresceva ad ogni passo. Arrivavano suoni di lamiere, di voci distanti e belati, di imposte abbandonate e sbattute, poi in cima il vento calò all’improvviso e tra i muri d’una casa senza tetto c’era un pastore con poche pecore e un asino. Ci guardava senza parlare, e la guida scambiando qualche parola in arabo, gli spiegava chi eravamo e da dove venivamo. Sorrise, accettò una bottiglia d’acqua e alzando il braccio disse qualcosa, forse il nome, della città abbandonata che ora si vedeva ai piedi della collina. Cominciava a piovere, noi aprimmo gli ombrelli e lui, il pastore, si accucciò appoggiandosi al muro, sotto la pietra che era stata un davanzale, le pecore si ammucchiarono più strette. Li guardai mentre mi allontanavo, sembravano un mucchio di lana che attendesse qualcuno che lo portasse via, ma senza fretta, per ora era importante superare il temporale.

Pensai in quel pomeriggio che su quella terra erano passati in molti, avevano devastato col fuoco e con la spada, gli antenati del pastore avevano atteso che se ne andassero o rimanessero. Erano cambiate lingue, bandiere, leggi, e loro avevano sempre atteso che tutto tornasse ad essere abitudine. 

La città morta si rivelò bella più per quello che evocava che per ciò che era rimasto. Tombaroli offrivano monete, vasi di vetro e alabastro, pezzi di mosaico staccati e messi su legno, statuette antiche. Erano appena nascosti nelle mura senza tetto. Fuori c’erano guardie che fumavano e facevano finta di non vedere, se ci fossero stati acquisti avrebbero avuto la percentuale. La visita continuò a lungo, immaginavo storie che non mi venivano raccontate, ma c’erano botteghe, case, lastricati di strade segnati dalle ruote dei carri, resti di teatri, chiese e colonne di templi. Questa città aveva brulicato di storie, amori, fatti eccezionali e consuetudini. C’era stato potere e chi l’aveva subito, gloria e condanne esemplari, soldati e mercanti, artigiani, donne e bambini, ma soprattutto molta vita quotidiana per quasi 500 anni, poi gli abitanti erano fuggiti in massa. Di luoghi simili ce n’erano diversi, messi a segnare vie di commerci oppure  nati attorno a un culto, a santi particolari e strani nei comportamenti, diventati oggetto di esempio, di alternativa al vivere, oltre che speranza di miracolo. Poi le scorrerie, le guerre, le invasioni avevano deviato i commerci e seppelliti i culti. Non c’era più ragione di stare in quei luoghi. Come già cominciava ad accadere in quel momento.

Però m’illudevo, avevano viste così tante invasioni, gli abitanti, che avevano resistito all’inimmaginabile, e si erano spostati solo un po’ oltre la collina: erano sempre rimasti. Magari facendo largo a chi invadeva e voleva restare, ma erano stati fedeli ad una patria. Non so cosa sia la patria per un invasore, di sicuro non è un concetto praticato dalla geopolitica, però è qualcosa di radicato negli uomini che hanno bisogno di terra, di odori, di alberi e di punti di riferimento, di colori, di cibo cotto in un certo modo e di rumori diurni e notturni che sono suoni per chi ascolta. Questo sentire andrebbe rispettato perché è parte di quelle persone e senza esse sono molto meno. Il concetto di buono, di relazione, diventa labile quando manca la libertà di essere in un luogo. Il buono diventa impotenza e rabbia che cresce e vuole che cessi la sopraffazione, la sottrazione di identità.

Lo penso in questi giorni in cui il vento non è più quello del deserto, sono in una casa calda, se fuori piove la mia città riluce ed è più antica di quelle città e anche se è stata distrutta è poi risorta più bella. Lo penso perché venti di guerra si gonfiano e non vedo preoccupazione sufficiente, non sento umanità per chi è stato privato di tutto e ora è ostaggio della carità dell’occidente. Lo penso perché ci sono indifferenza e inanità mescolate, perché le elezioni si vincono indicando un nemico e allora la guerra diventa plausibile. Ma ora questa guerra si avvicina e fosse pure per egoismo, servirebbe la pace, per chi muore e per chi ha timore che tutto questo non abbia una ragione sufficiente a evitare una catastrofe planetaria. 

Sette anni fa, in aprile, ero in Syria, iniziava una guerra, ne vedevamo i primi segni e ci dicevano sarebbe finita subito.

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…

Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.

La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.

Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione. 

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia. 

 

 

dov’ero?

Ricordo i particolari di quella mattina. Ero distaccato in sindacato dal lavoro. Le notizie le avevo sentite per strada. La scorta di Aldo Moro era stata uccisa. 5 agenti, uno era al suo primo giorno di servizio. Pasolini aveva già detto chi erano i figli del popolo tra polizia e manifestanti con i padri importanti e nel sindacato si parlava di come rappresentare questi lavoratori che erano stati spesso contrapposti a noi. Pensavo a quei morti e a cosa si sarebbe fatto. Era un colpo di stato? Bisognava bloccare la città, il Paese con lo sciopero? Moro era quello che aveva parlato con Berlinguer, l’artefice del governo in cui forze distanti avevano convenuto che era il Paese a venire prima. Pensavo tutte queste cose confusamente, mentre salivo le scale. Ci fu una riunione e subito fuori a fare assemblee sui luoghi di lavoro. Mi colpiva il fatto che la città fosse indifferente, non c’erano assembramenti, le persone facevano la spesa nelle piazze, si coglieva qualche commento distratto. Durante la prima assemblea cercai di illustrare la pesantezza politica del momento, il pericolo per la democrazia. Ci furono interventi che assentivano, ma senza forza particolare. Alcuni rifiutarono lo sciopero immediato. L’assemblea successiva era più distante, ebbi tempo per pensare nel tragitto che forse la mia enfasi non era il modo giusto per dire la preoccupazione e la gravità dei fatti. Usai parole come difesa della democrazia e momento oscuro dopo la liberazione, dopo il fascismo. Alcuni lavoratori, che sapevo democristiani espressero dolore, ma anche parlarono di clima che si era giustificato. Che i rossi avevano giustificato o lasciato scorrere la violenza. Mi sentii attaccato, parlai delle difficoltà che c’erano, delle minacce ricevute anche personalmente. Poi mi fermai e chiesi quanti erano disposti da subito a fermare il lavoro, a far capire che le br non avevano un retroterra operaio. Contai le mani, erano una minoranza. Uno dei lavoratori democristiano mi disse che si affidava allo Stato, che gli scioperi non servivano a nulla, altri suoi colleghi assentivano. Era l’ora di mensa, l’assemblea si sciolse. Nel pomeriggio ci fu una manifestazione partecipata, ma mi parve insufficiente. Delle mie assemblee erano venuti in pochi, i soliti. Più forti e decisi i metalmeccanici riempievano le prime file del corteo. Dopo ci furono i giorni infiniti della prigionia. La notizia che rimbalzava tra la prima e le pagine interne dei giornali. Gli scontri politici tra fermezza e trattativa, fino all’epilogo tragico della morte. Non credevo l’avrebbero ammazzato, Moro, le br avevano avuto tutto: notorietà, impatto, divisioni tra lavoratori e nella politica, fatti segreti che erano stati loro rivelati. Pensavo che una mattina mi sarei svegliato con la notizia che avevano trovato un uomo, male in arnese, che avrebbe detto: sono Aldo Moro. Non fu così e al solito, il Paese non fece i conti con i misteri di quella morte, non fece i conti con la tenebra che sta sotto l’apparenza. Ho sempre vissuto questa data con un doppio senso di fallimento: l’Italia, quella in cui credevo, era impotente a dissipare trame, non colpiva l’antistato che si annidava nei poteri e non riuscì a salvare Aldo Moro con la legalità. Ma neppure gli Italiani lo salvarono, e avrebbero potuto farlo isolando con manifestazioni imponenti le br, ma già allora avevano in odio le icone del potere e le pensavano portatrici di colpe irredimibili. Questa sensazione di errore, di sfiducia in ciò che la parola, i principi, potevano generare come reazione collettiva a ciò che era profondamente sbagliato, in me toglieva la speranza e da quel giorno è sempre stata una maggiore fatica ricostruirla questa speranza. E ancor oggi la sento come un non capire appieno, un’insufficienza, una colpa.