Vedere il mondo attraverso un buco, vedere immagini rovesciate, colori meravigliosi, ma sfuocati, infedeli, senza densità. Occorrerebbe il pennello creatore di un pittore olandese del ‘600 per dare espressione e senso a ciò che ora non si comprende.
Eppure lo sapevamo che il mondo, da troppo tempo, è un foro stenopeico che ce lo mostra sulla parete bianca: figure piatte che si muovono senza sentimenti. Ora si fa pressante una domanda: prima cosa c’era che davvero abbiamo saputo apprezzare, custodire, mettere assieme?
Si fanno i conti con ciò che manca eppure c’è sempre moltissimo che attende. In silenzio, senza crucciarsi della scarsa attenzione. E la libertà è solo apparenza sinché non manca.
Ci sono almeno due modi di sentire la mancanza delle cedute libertà alla pandemia. E quello che fa più male è il costante non capire la fragilità del mondo in cui si vive: ci si inebria di presente e non si cura il risveglio che comunque ci attende.
Effettivamente le parole seguivano gli occhi e così nascevano i pensieri, guardando le linee che il sole tracciava in purezza, o attraverso le cose, nelle ombre sui muri, sulla pietra, sull’asfalto, sulle cose che diventavano altro da sé. Ancora altro.
La bellezza confonde, rende invisibili, mentre rimescola ciò che sembra certezza, nasconde ciò che è solo ripetizione. Così la città diventa contenitore, di troppe storie uguali, irritanti nel loro non vedersi; è una scatola di apparenze che il sole scopre, e rende vere e così povere nel loro gridare silenzi d’aiuto, che è incoercibile la voglia di fuggire e dire, steso, al cielo, senza guardare, la misura di tutti gli slanci finiti in cadute, l’inanità che prende e ha bisogno solo di cura. Di andare via, di dare, di ricevere, denudati sino alla giusta carezza. per vivere, ancora un poco d’eterno, vivere, con speranza.
La vita semplice è un desiderio che segue il flusso, che si lascia cullare dall’acqua del tempo, sa che esso circonda le pietre e a volte le rotola con piccole spinte gentili. Senza parere, le fa scivolare nella sua direzione e sempre le consuma.
La vita semplice ha risposte semplici per domande in altri complicate, trova nel giorno che si ripete, un senso. Gli aromi seguono le ore, le abitudini sono appigli solidi come i passi, i saluti, le necessità che si succedono.
C’è un senso di giusta misura nei gesti, le parole non debordano dai confini e non provocano guai. Il nuovo si affianca e deve aver tempo per convincere mentre la corrente accompagna con dolcezza. Così le cose si succedono, cosa molto più grata al pensiero, sembra, di quando esse per loro conto accadono.
Oggi c’è il sole, come da mesi ormai. La temperatura non è mai scesa troppo e nella terra il sonno non è arrivato.L’inverno che non si è di fatto veduto, ha messo tutti in attesa e in dormiveglia, i sogni sono stati leggeri, come particelle disciolte nell’aria. E così le rose e il mandorlo hanno pensato bene di mettere boccioli sull’avviso. Ma non siamo quieti quando si alza la nebbia e il mattino mostra l’azzurro e il sole. L’inquietudine è una serpe che si occulta, non avvelena e non si palesa per davvero mostrando la lingua e i denti, resta e fa sapere che c’è lasciando lunghe tracce tra l’erba che non è mai diventata scura, non è gelata e da tempo ha le prime prataiole che la costellano. Anche gli insetti sono indecisi, non sanno bene che fare e sono facile preda di uccelli rimasti senza emigrare. Sembra che tutti si chiedano se questo sia ora il flusso del tempo e se ciò che era semplice abbia nuove regole ignote.
La vita semplice segue la corrente e non ama le forti passioni, conta sulle dita di una mano ciò che le serve, si misura con sentimenti forti che poi chiama istinti. Lo fa per essere assolta degli errori commessi ma li dimentica presto. Considera poco necessaria la memoria che cambia il futuro e si attende che tutto sia come l’ha lasciato il giorno precedente. Forse per questo i sogni della notte non diventano mai spinta per il giorno. È un punto d’arrivo la vita semplice, che rende poco sensibile il cuore a ciò che si muove velocemente, che ascolta e confronta l’utile con l’azzardo, la necessità con l’abitudine. Ma poi decide, lasciandosi andare.
Il mondo muta in fretta, per suo conto, sembra, eppure ha ricevuto spinte immani. Scompaiono specie, le stagioni rovesciano le attese. Come accade in altre parti del mondo quando non è mai freddo e la notte diventa rigida per mancanza di sole. Allora si accendono fuochi, finché c’è legna, si beve l’acqua raccolta nei pozzi lontani. Le donne arrostiscono i frutti del caffè cresciuto sugli altipiani e lo macinano piano prima di metterlo a bollire a lungo in pentolini dal lungo manico e dal collo stretto. Una schiuma si raccoglie in superficie, ma non è quella che conta e il dorso della mano la spazza sul fuoco. Così il profumo si diffonde attorno, in attesa di bere il caffè che sobbolle. Poi sul fondo della tazza, qualcuna leggerà il futuro e com’esso s’ addensi sul capo degli uomini. E una paura sottile prenderà le palpebre che già scivolano nel sonno, mentre attorno al fuoco si scaldano i corpi e le anime ignare.
Chi legge il futuro, ascolta il rumore tra l’erba e la terra, sente il fruscio che porta il muoversi degli animali, ode il richiamo e il sibilo che lo spegne. E non pensa che la vita sia semplice se non ha una mano che la conduce, un pensiero che la rispetti, un ordine che definisca ciò che è giusto e non fa male ad altri.
Ci si confronta con la densità dei sogni, li si chiama passioni. Si trascura ciò che suggerisce la logica del relativo e si fornisce loro credito. Non sono forse i sogni, e quindi le passioni, che ci liberano da una realtà ripetitiva, che mettono a posto l’oppressione delle consuetudini, che prefigurano una vita differente da quella che ci raccontiamo come interessante ma non è priva di noia?. Quante volte nel ricordo o nel ripetere stanco emerge quel totalmente differente riferito all’occasione perduta, al dovere eccessivo o solo all’ignavia e all’infingardaggine che accompagnano i codici dell’essere sociale . A volte, colti dall’entusiasmo per qualcosa di nuovo che ci prende, in uno slancio di bonomia verso noi stessi, chiamiamo amore ciò che nel gradiente degli amori avrebbe un colore rosa, magari acceso, ma non quel rosso semaforico che ci riporta alla decisione di fermarci e ripartire differenti. Sorridendo, allora, ci raccontiamo storie. Con gentilezza e con la credibilità che riserviamo ai bambini quando la logica non ha solidità mentre incombe la necessità. Di dormire, di mangiare, di fare e soprattutto di non fare. Del resto il bimbo che è in noi attende paziente ma esigente, che gli raccontiamo non solo come va, bensì come andrà a finire e ci tira per la giacchetta, dicendoci: ancora, racconta, dimmi. Di questo muoversi nel confine di ogni attesa, la passione ha un ruolo formidabile, trasforma le cose e il possibile, rende il tempo e la vita paralleli alla realtà che si ripete. Abbiamo bisogno di passioni, per crescere, illuderci, fallire e riprovare con le gote rosse d’eccitazione e paura. Ne abbiamo bisogno come delle corse mute a perdifiato, del verde inatteso e solitario, del suono d’una voce amata quando la notte diventa buio d’anima. Abbiamo bisogno di passioni e di follia, per volare e per guardare stesi nell’erba, il cielo. Ne abbiamo bisogno per pensare che tutto muta in noi mentre il corpo funziona come un orologio. In ritardo o in anticipo non conta, ma oltre il tempo banale di una cosa costretta, di un fare non voluto, di una noia da sconfitta preannunciata. Vogliamo essere attori dei nostri gloriosi fallimenti, a questo e a molto altro servono le passioni.
Ho meno risposte e più silenzi, ora la notte è schermo di contenuti, si ripete senza chiedere permesso, e all’alba ci sorride un po’ beffarda chiedendo cosa mai sapremo fare del tempo che viene donato. Leggere dentro al buio, e fare spazio al nuovo tra le usate abitudini, è mestiere arduo e faticoso che solo tu, forse capirai. Condividere è arte come disporre colori, o steli di fiori, o lettere in file di senso, ma solo mettere assieme il sentire non ci lascia soli nella notte.
La terra s’accucciava sotto il cielo nella sera, fedele e quieta, alzava un occhio, pozza fresca d’acqua e verde, per cogliere l’umore della luce e i’aria, poi, per ischerzo, sorrideva alle case, alle fabbriche accostate, con lunghe file di riflessi luminosi. Piccoli denti dove s’affacciavano sguardi distratti dall’ora, dal lavoro ormai alla fine, per un attimo stupiti di quel cielo, col giallo che sfumava inatteso nel grigio e nero. Guardavano la pioggia, gli sguardi, non la terra che grata s’imbeveva e sembrava scuotere piano code di pioppi per ringraziare amorevolmente il cielo.
Il mio udito l’ho dissipato senza pensarci molto negli ambienti di lavoro. Non tutto l’udito, ma le frequenze medie ossia quelle tra i 4000 e i 5000 hz hanno un discreto baratro che si allarga. Si sarebbe potuta ottenere una pensione, forse, ma avrebbero dovuto pensionarci tutti perché tutti vivevamo 8 ore al giorno in piccoli ambienti con 80 db di rumore. Eppure da noi si frequentava il nuovo, le tecnologie di punta, però erano gli albori di un’informatica, meccanica e rumorosa, dalle perforatrici alle stampanti che allora era meraviglia oggi preistoria.
Ci si riusciva a concentrare, incuranti dei rumori, cercando un baco del programma nei tabulati, poggiati su una memoria di massa che vibrava. Una pignatta di 7 o 9 dischi sovrapposti che ruotava ad alta velocità e si faceva accarezzare dalle testine che leggevano tracce magnetiche e forse si facevano il solletico con il loro muoversi preciso. Come una mano che sfiorava la pelle, ne uscivano brividi e dati che si sarebbero riconbinati dentro una macchina grande come un armadio 4 stagioni. Ma intanto noi leggevamo immersi in vibrazioni e rumore, a volte distratti e presi dal fascino in quelle luci colorate che lampeggiavano testimoniando flussi. Una circolazione senza sangue avveniva intorno a noi, ricca di vita strana, di azioni, di prodotti finali puntuali e preziosi. Dalle perforatrici alle stampanti ad aghi o a tamburo c’era una filiera in cui l’uomo contava e al tempo stesso era a servizio. Sacerdoti con riti e dogmi e forse questo essere parte di qualcosa che nasceva non faceva badare troppo al rumore. L’ esame audiometrico e il tendere l’orecchio confermava quelle piccole carenze, poi c’era il ripetere le parole, l’influenza crescente del rumore di fondo sull’intelleggibilità di una conversazione, di una jam session in ambienti piccoli e rumorosi. I concerti li sentivo bene, anche adesso li sento senza problemi, ma era il sovrapporsi dei piani sonori che diventava più arduo separare. Passavano gli anni e alle dissipazioni venivano aggiunti insulti. Uno, ma non fu l’unico, lo portò una compagnia aerea che pressurizzava malamente la cabina: sbarcai con un dolore che non passava, era notte, un antidolorifico, c’era un filo di sangue sul cuscino al risveglio e un timpano se n’era andato. L’altro timpano decise di seguirlo in un viaggio successivo. Viaggiavo molto a quel tempo, tanti aerei e non sempre al massimo dell’efficienza. Fare causa, chiedere il danno? Troppo complicato e non c’era tempo.
Il medico mi ha detto che devo accertare cosa se n’è andato, che la sordità isola rende più soli. Non so se sia vero, in fondo un po’ di solitudine per esercitare meglio i sensi, l’ho sempre cercata. È la complessità che isola, l’incapacità di avere una relazione col mondo perché non lo si capisce più, ma a me interessa ancora molto chi mi è prossimo. E anche chi mi è lontano. A volte vorrei capire le ragioni profonde di ciò che mi appare irrazionale, crudele, inumano, oppure vorrei penetrare negli sguardi, nei pensieri che sento attorno e che si caricano di emozioni frustrate. La gioia è semplice da capire, anche il dolore lo è, molto più difficile capire l’indifferenza. Credo che questa si sia insinuata nei meccanismi, nella tecnologia, nei rapporti e che renda tutto più complesso, inafferrabile. È un rumore di fondo che rende sordo il cuore e l’intelligenza e viviamo immersi in esso.
La sordità deil’udito si cura, così la miopia o altro ma la sordità dell’intelligenza o la miopia di essa sembra non abbiano ausili, dipendono da noi e questo noi che diventa difficile rende davvero solo. Lo devo dire al dottore, che è questa la disfunzione su cui riflettere e agire.