fuor di retorica

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La retorica è una cosa buona e seria, ha un suo luogo e una sua dignità. Ma non gioca con i sentimenti. E quella farlocca stanca. Per cui sono stanco di magie del natale, di marsigliesi, di rivalutazione della cultura che c’era pure prima dei morti di Parigi, di crociate che sconfiggeranno l’isis, ma non mi dicono cosa ci sarà dopo in medio oriente. Sono stanco e proprio per rispetto non parlo dei morti, dedico loro il mio silenzio, la mia riflessione e ciò che posso fare. Cerco di capire il mondo che mi sta attorno, di vederne le connessioni e non ho le conclusioni, ho opinioni. Questo non basta a me, agli altri non so, ma sento l’insufficienza dell’analisi e l’incapacità di superare i limiti del momento. Un progetto del mondo include la necessità di enunciare ciò che accadrà dopo, a obbiettivi raggiunti. Ma siccome i fini non dicibili, giustamente non si dicono, le questioni che attengono alle opzioni individuali sulla libertà propria e altrui vengono sottaciute, poiché si esclude un ruolo attivo dell’economia nel ridurre la diseguaglianza e far crescere la spendibilità dei diritti, allora anche le parole sono sempre parziali e diventano incomplete e non vere. Ciò che si dice ai funerali riguarda i morti e i vivi e se si vuole dare una speranza ai secondi si dovrebbe uscire di retorica, testimoniare la propria insufficienza, scegliere delle opzioni che definiscano l’identità e la cultura di chi vive. Questo sarebbe un passo avanti, una dimostrazione di forza interiore, ben più complicata di quella esteriore, che infine potrebbe includere e far sentire che non c’è uno scarto immane tra chi decide e chi è deciso, che la civiltà include e accoglie, vive e si perpetua, e soprattutto indica i suoi obbiettivi con chiarezza, affrontando le contraddizioni, e che quando esercita la forza ne specifica bene le ragioni e il fine.

In Syria, qualche anno fa, all’inizio della guerra civile, ero in un villaggio di poche case vicino a una delle oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Guardando quelle persone, che vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo, pensai che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’una o dell’altra parte, subendo e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. E in quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città: amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare, era perché sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Ma le cose buone duravano e loro attendevano quelle per lasciare la paura. Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obbiettivi, uniscono rispettando i vivi e morti. Ma forse anche questa è brutta retorica. 

sono grato

Del grande e glorioso cuneo di terra tra veloci strade ,

del campo dissodato a grosse zolle brune,

della vista che finalmente corre

fino alla lontana fila di casette,

e oltre,

sono grato.

Anche delle distanti linee nette,

degli sbilenchi ricoveri d’attrezzi,

del necessario costruir di bimbi corrucciati di fatica,

sono grato.

Del riposo da una civiltà violenta,

dal profitto esagerato, 

nel bruno di quelle zolle sento la rivolta ,

e nel loro spaccarsi nell’imminente freddo

il ribollir d’attesa di paziente vita,

di questo sono loro grato.

A chi non ho modo di sapere, 

al resistente che difese la terra violata dall’asfalto,

ad un fienile, ad una stalla, ad un silos da riempire di grano,

sono grato.

Di questa vista che finalmente corre più dell’auto,

in un mattino limpido e chiaro,

in un silenzio che respinge il rumore dei motori, 

della gioia immotivata,

della diversità che essa muove e spera, 

sono grato.

piume e foglie

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Nell’aria cadono piume,

uccelli d’autunno e questioni di posto

in piccole baruffe, subito spente. 

Oltre, le foglie,

posano anch’esse. 

e lo stesso albero,

in cui s’aggrappano ora smemorati contrasti,

si scioglie al suolo,

in fulgori di colore,

inutili e cangianti alla vita.

Alto, il sole, allieta ed illude,

noi, 

che il tempo abbiamo scordato.

monte corno

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Dove ora fiorisce  la camomilla, il timo selvatico, e il cardo piumoso,
bacche rosse sfolgorano dalle pietre,
C’è profumo d’erbe d’autunno dov’era la trincea,
e più avanti, sul ciglio d’infinito, l’avamposto diruto ancora guarda la piana.
Attorno,                                                                                                                                                         tra schegge di bianco puro calcare,
fosse d’antiche granate                                                                                                                               non conta di chi fosse in quella ruga,                                                                                                           che il declivo conquista ricoprendo di fiori e rami spinosi,
ma lontano gli azzurri monti
e la pianura avvolta di bruma,                                                                                                                         hanno accolto allora gli sguardi.
Nei giorni di limpido freddo,
luccicava d’acque e riflessi, l’orizzonte,
ed era la bellezza inconsapevole e cruda,
a stringere nel pugno il cuore e la vita.

volti

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Questa fotografia è stata scattata nel 1968, durante la festa delle matricole, poi di fatto abolita dalla contestazione. Non conoscevo gli studenti fotografati. L’ho conservata pur essendo priva di riferimenti personali. E di fatto non contiene nulla. Nulla di conosciuto.

Già allora mi piaceva fotografare volti, figure, corpi, mi sembrava che le storie contenute si potessero intuire da una espressione del volto, da una posa, dagli occhi. Mi sono chiesto, e lo faccio ancora, come si sono svolte le loro vite. Dove sono adesso. Ho la sensazione che nei volti ci sia una continuità che resta, come un’eco di qualcosa di accaduto.

Non sono mai stato un gran fotografo, ma mi piaceva, già allora, fissare ciò che percepivo, intuivo. Stranamente il vedere veniva dopo, magari leggendo la fotografia in camera oscura. Associavo le fotografie a un pensiero, a un suono, un odore. Di allora restano parecchi negativi, spesso non stampati. Mancavano i soldi.

Mi accorgo che documentavo qualcosa a me stesso.

Fotografavo spesso sconosciuti e privi di particolarità forti. Oggi si guarda una foto per riconoscersi (teologia del selfie) oppure per riconoscere o per meraviglia. Il resto fa parte di quel mondo poco interessante che è la realtà. E pur fotografando la realtà mi pareva di distorcerla con le persone, con i loro pensieri, le attese, la normalità unica d’ogni vita. Per questo volevo aggiungere i volti alle cose, perché loro avevano un’altra percezione rispetto alla mia. Ed io non l’avrei mai conosciuta, ma ritenevo possibile che essa in qualche modo mi arrivasse.

Devo dire che anche adesso ho la stessa illusione e che nel fotografare spesso cerco qualcosa d’altro rispetto a ciò che apparentemente vedo. Non sarò mai un buon fotografo, ma in fondo la fotografia è una scrittura e l’adopero come mi viene. Proprio come le parole.

18.03



Sono le 18.03, l’ora del rosso degli stop. Delle code col verde dei semafori. Lampeggiano insegne di farmacie, bar, supermercati e offellerie. Immersi nei gas di software taroccati, c’è chi guarda il nulla, chi il telefono, e pochi il tramonto che gonfia nubi di luce gialla e rosa.

È l’ora dei ritorni e dell’andar via. Schizzi di buio nei vicoli, prime luci, rossi melograni e cachi gialli tra le foglie dei giardini.

Auto, musica, parole, pensieri, Janacek e Kafka. Chissà come sono i moravi adesso.

Non pensarci e guida, è la modernità, bellezza.

ascolta

Piccoli rumori oltre la porta,

lo scalpiccio discreto,

una maniglia che apre,

il soffio d’ un passaggio,

la tenda che si muove,

un cuscino si sgonfia sotto il peso.

L’orologio ha la fatica di portare avanti il tempo,

ma le ore battono distratte,

e il corpo ha suoni quasi impercettibili:

tra un raschiar di gola imbarazzato,

il fruscio d’un gesto,

non c’è nulla da dire.

Il silenzio,

o quel che ne resta,

avvolge, anch’esso discreto,

quasi temesse di far rumore.

sole dopo una notte di pioggia

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Le cupole si mostrano con la perfezione sensuale della mezza sfera. S’arrende la sottostante violenza dell’arancio nel bianco grigio che riflette il sole.

E stagliano contro il cielo come un assolo di clarino, dilagano di presenza, attorno.

Si rispecchiano, vanitose, in ogni pozzanghera dimenticata dalla pioggia della notte.

Nella curva dell’Alicorno tra le statue del Prato.

Tra le ninfee delle grandi vasche dell’Orto, vicino.

Bellezza.

Eppure penso che tutto questo accogliere, voglia cacciar via un pensiero.

Distogliere.

Tornare a sé perché manca la forza d’un pensiero condiviso che ci riguardi assieme, una passion comune senza pretesa d’assoluto.

Un acuto che porti via dalla tirannide del quotidiano, dalla miseria dell’ accontentarsi senza attesa.

calura

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Questo sole, di noi indifferente,

mentre dìsseca piante e arroventa aria,

si mostra alla sua estate.

Come da bambini cerchiamo pozze d’ombra,

portici, bocche di cantine, 

aria antica e fresca che solletica la pelle.

Non abbiamo più la freschezza delle giovani estati,

l’acqua guasta del fiume,

il pavoneggiar di spruzzi il nuoto,

mostrar l’ardire nell’attraversare.

Ci muoviamo poco,

confinati nel fresco di condizionati luoghi,

usciamo il necessario, 

e anche l’anima ne risente

perché il coraggio di mostrarsi ormai s’è sciolto.

È questa, in fondo, la nostra calura

che sbiadisce i colori del presente,

e fa ondeggiare, in indistinta nebbia,

il pensiero di futuro.

 

dopo la mietitura

I mucchi di paglia s’allineano in file parallele. La macchina sferragliante ha tagliato, separato le spighe ed è sparita assieme ai trattori carichi di grano. Non tutto però, non tutti i grani che ora luccicano nella terra e satollano gli uccelli e i loro piccoli che appena volano.

Il sole cocente e torrido delle ultime settimane ha caricato l’oro degli steli. L’ha persino stancato nella lucentezza, prosciugandolo d’ogni residua umidità. E’ oro antico, quello che giace tra i solchi, ed emerge da un’arcaica classicità. Com’è antico lasciare l’accesso agli uccelli e ai topolini di campagna. Un tempo avevano la concorrenza dei bambini, che raccoglievano i grani uno ad uno, ma comunque lasciavano quello che manteneva uno stato, un ambiente, un equilibrio d’assieme.