un lento ritorno

I gesti inutili hanno un senso come i giardini delle case in cui non abita più nessuno.

Dietro al cancello, stretto da una catena di ruggine, crescono erbe, alberi, fiori. Seminascosti stanno oggetti abbandonati che ricordano qualcosa; quieti aspettano d’essere anch’essi piante e rifugi d’animali. Davanti al cancello infiniti ritorni, passi che rallentano, visi ricchi di ricordo che guardano e si soffermano. Una mano stringe l’inferriata, ne prova la mobilità, ma è un posizionare il corpo verso una visione più attenta, gli occhi scorrono e cercano ciò che in realtà un tempo era condiviso. Una mano nella tasca a scaldarsi, parole inesauribili e la sera che calava nelle strade mentre luci e nebbia preparavano la notte. Ci sono luoghi che portano dentro a un vortice in cui si sovrappongono i sensi e l’accaduto. Un profumo particolare, l’aria sul viso, un saluto inatteso, la voglia di essere ovunque e insieme sapere che quello è un luogo di magia.

Chi si ferma toglie la mano dal ferro e si guarda attorno, intimorito da ciò che sente e che pare essere voce che narra attorno, d’altro tempo e speranza e vita, poi tutto si è costruito come doveva, ma quel luogo è rimasto dentro.

Nell’attesa che qualcuno si soffermi, il giardino respira, pensa, accoglie gatti e uccelli, tiene da conto lo sbattere d’una imposta mal chiusa, ricorda parole che sono state dette, quelle sussurrate, le piccole falsità, le certezze maturate sulla pietra d’una panca poco distante. Attende, il giardino, ciò che non ritorna, che forse è stato, ricorda il bello che è sembrato, gli pare ci sia stata una porta sbattuta, il silenzio, le risposte vaghe, ma questo era d’altri e i volti si sovrappongono. Ora non riconosce nessuno e tutti, pensa alle scie che lasciano i gatti, al cibo che viene loro dato attraverso l’inferriata, togliessero almeno la plastica dei contenitori. Toccherà a lui, assieme al sole e all’acqua, decomporre, togliere il colore dai cartocci, far crescere erba che nasconda e s’alimenti.

Più distante dal cancello, davanti alla porta della casa, c’è la pietra tenera che era sedile e gioco, ora il giallo è diventato grigio ma le impronte di infinite sedute di bimbi e adulti si vedono nel muschio. Attorno l’erba è alta, il vento la muove con dolcezza attenta e indaga, chiede delle crepe nel vialetto, nella tazza della fontana dove ristagna l’acqua ormai verde di tempo.

Nulla è stato invano ed è nulla che diventa aria e verde e guarda la mano che s’allunga, strappa uno stelo per farne suono d’erba tra le labbra. E’ un gesto che conosce, d’allora antico, che canta una canzone. E’ più un pensiero che melodia di suono, ma è il senso che ciò che trascorre è nuovo.

entrocrazia

Trionfa il prevalere dell’entropia come orizzonte dell’uomo, luogo del massimo disordine e per questo perdonabile a prezzo di soggezione assoluta, Sempre più difficile e rara è la fatica eroica del togliersi la colpa di non rispondere a qualcuno o qualcosa che ha semplicemente usato il potere come autorità e la parola come verità. Tra questi estremi siamo noi, immagine di un tempo e di una società che pure qualche valore doveva averlo in sé, avendo come soggetto l’uomo. Le ideologie, le guerre, i regimi, tutto ciò che è fallito, è scomparso con il dio che si era imposto un noi senza compromessi. Alle idee di eguaglianza e solidarietà è stato negato il perdono e con esso si è negata la speranza perché ciò che le ha sostituite non è stato meno terribile ma era vuoto e ha lasciato l’uomo solo e in balia di forze che mai potrà controllare.

Il passato conteneva sogni e convinzioni che giravano per l’umanità da qualche migliaio d’anni, possibile che tutti si siano sbagliati, che non ci sia stato modo di ridurre l’ansia del possesso a qualcosa di compatibile con la vita?

Oggi, anche nelle contraddizioni assolute, tutto ciò che cambia è buono, o almeno preferibile all’ordine che fissava diritti inalienabili, che riportava all’equilibrio del mondo, la presenza umana. Cose private del loro senso intaccano le libertà, vengono scambiate con privilegi da scartare subito. Il merito è il sollevarsi dell’uno, non della specie mentre dovrebbe essere il contrario e l’insieme è sostituito dall’alta opinione personale che dice che io sono al centro del mio destino e il resto viene di conseguenza, quindi eticamente e moralmente oltre il bene e il male che sono concetti collettivi.

Così anche le cose impalpabili, però assai concrete come l’amore, la serenità e il giusto rispetto dell’altro vengono piegate dal pensiero entropico, dove tutto passa e si trasforma. Diventa disordine incanalato entro rigide pareti d’ordine dove la libertà e il diritto di ciascuno sono moneta di scambio e come in un’arena i gladiatori si affrontano per chi li guarda indifferente dagli spalti. Apparentemente tutto è eguale, tutto si svolge secondo le regole che sono scritte nelle leggi, nelle costituzioni, ma perché allora, cresce la fatica di vivere, perché la diseguaglianza dilaga e toglie speranza consumando gli anni, perché non si vede il vicino che ha la stessa sofferenza e bisogno? 

Nel migliore dei mondi possibili la punta del rifiuto fa un male nuovo e l’abbandono è un lago nero in cui vengono lasciate naufragare le vite. 

indeterminato bisogno d’amore

Si desidera, a volte, un’attenzione che non viene. La si copre d’altro. Motti di spirito, qualche gesto nervoso, ricerca di cibo, un parlare per immagini vaniloquenti ossia col parlar d’altro. Ma quel bisogno d’attenzione resta insoddisfatto e vissuto come un’ingiustizia senza ragione. Cercare cosa manca veramente porterebbe a un mondo colorato dove lo star bene si coniuga con i desideri, e più a fondo, con i bisogni che sono sempre un interpello di vita e benessere. Per noi resta ancora misterioso il perché dopo quattro miliardi di anni di evoluzione, ciascuna cellula parli a sé stessa e all’altra vicina, e tutte assieme esprimano un bisogno d’essere accudite. L’amore, insomma.

sintesi

Le parole sono semplici e vive, spesso gonfie per troppo cammino, ma se ridotte a puro significato, si innalzano e divengono essenza. Diventano lance acuminate di significato, pregne di quella forza che contiene l’emozione. Non serve l’antecedente e il susseguente, si mettono sulla carta, possibilmente con penna e inchiostro perché anche il segno, la sua forza e larghezza, è parte del significato. Sono fonte di meditazione, sino alla sintesi, all’emozione pura. Così si realizza la sintonia tra chi ha tracciato un segno e chi lo legge, ed è una cosa che attraversa la bellezza e va oltre.

La parola si poggia sulla bellezza ma è trasferimento di pensiero, quanto più semplice essa è, ridotta a sequenza minuta, scollegata apparentemente dal tempo e dal contesto, tanto più aumenta il suo potere evocativo. Un dialogo tra menti che non dimostra ma mostra, che non può offendere, che si curva sino a diventare un oggetto intangibile e posseduto definitivamente. Ecco, tutto questo è avventura e influenza la vita, fa essere tra gli altri ma con una dolcezza in più: quella di aver compreso.

il tempo, le mattonelle, un tubo e molto d’altro

scena prima

Un tubo dell’acqua, quello principale che collega il contatore alla casa, decide che la resilienza non è una virtù e si fessura. Un ruscello invisibile si fa strada sotto al pavimento del garage, trova la sua via verso un chiusino e lì scroscia allegramente. Chissà che avranno detto gli animali del sottosuolo di fronte a questa nuova meraviglia. Una cascata, finalmente ci hanno portato l’acqua corrente, è da molto che avevo fatto domanda ma nessuno mi dava ascolto. Un brulicare di certo si è spostato mentre, vorticosa, la rotellina del contatore girava giorno e notte. Se l’acqua va altrove, la casa ne è priva, o quasi, la logica porta all’ascolto, al pensiero che qualcosa sta accadendo nel sottosuolo. Che fare? Non è una domanda politica, anche se in parte potrebbe portare a considerazioni sull’economia e sulla rispondenza alle urgenze: si cerca un idraulico. Possibilmente un musicista dotato dell’orecchio assoluto, in grado di trovare dove la perdita si è originata. Tralascio le telefonate e le segreterie telefoniche, alla fine un amico mosso a pietà accetta di venire. E qui nasce la prima domanda filosofica a cui bisogna rispondere: dove si trova il punto di attacco della condotta principale con l’impianto della casa ed esiste una chiave d’arresto che possa isolarla dal flusso che sta deliziando gli animaletti del sottosuolo?

Il tempo passa e l’acqua scorre, le indagini diventano convulse, disperate, sconsolate. Infine la pratica prevale sull’idea platonica di attacco generale. Con il mio desolato consenso, viene autorizzata la ricerca seguendo i tubi. Voi non sapete quante mattonelle si possono rompere per seguire un tubo, come si può scarnificare una parete, cosa sia l’autopsia di un impianto che di certo ha i suoi anni ma poteva vivere allegramente ancora per molto. Esistono degli attrezzi che facilitano il lavoro e pur nella responsabilità etica dell’esecutore sono efficacissimi nel seguire le tracce. Veri segugi i martelli demolitori, non hanno questo nome a caso. Incapace di sostenere questa nuova forma di scultura in negativo, il proprietario si allontana e si raccomanda al buon cuore dell’idraulico.

Dopo un giorno di ricerche l’araba fenice viene trovata e naturalmente era nel posto più impensabile che potesse essere immaginato: a mezza parete sopra un termosifone. Nel frattempo due carriole di mattonelle e detriti assortiti sono stati portati fuori casa. Il loro trattamento meriterà un discorso a parte. Trovata l’origine della vita, il resto prosegue in fretta e in meno di una giornata l’impianto è ripristinato, l’idraulico e il suo assistente, salutano, il proprietario ringrazia, immagina che si portino via i detriti accumulati nel giardinetto, ma ciò non è possibile perché bisogna consegnarli in una discarica particolare e lo farà il muratore che metterà a posto.

Scena seconda

Abbiamo l’acqua, le cascate sotterranee sono arrestate, gli animali ctoni saranno insoddisfatti ma protesteranno per loro conto al loro acquedotto oppure, indignati, cambieranno di casa. Oltre all’acqua, abbiamo due cumoli di detriti vari, Scilla e Cariddi, alcuni tubi a pezzi, manicotti vari, stoppa in notevole quantità, potrebbe uscirne una parrucca bionda, una verga di tubo da 3/4 di pollice di circa quattro metri, mezzo sacco di cemento idraulico e coperture varie per tubi in poliuretano (sulla natura del polimero mi affido alla mia vecchia scienza). Tutto questo se non assomigliasse a un deposito di detriti in una strada secondaria potrebbe essere un magnifico esempio di arte povera che ingloba parte del tronco del ciliegio. Un pezzo da collezione difficilmente riproducibile che se portato in Biennale potrebbe facilmente occupare un angolo di un padiglione come opera prima.

Questa è la mia visione, ma non quella dei coabitanti che premono perché dentro e fuori si passi dall’arte povera alla normalità delle pareti senza sculture alla Giacometti, alle mattonelle nei pavimenti e nella doccia, alla otturazione di alcuni artistici fori frastagliati che attraversano le pareti. Inizia la ricerca del muratore piastrellista. Questa specializzazione, ovvero quella del manutentore di muri, pavimenti, tetti, è diventata rara come quella dei filatelici o dei numismatici. Ognuna di queste persone, spesso non giovani, hanno una lista lunghissima di appuntamenti, minuti contati e devono trovare ciò che necessita al loro lavoro a disposizione. L’arte di chi ricostruisce è una rarità e ho avuto la fortuna di cercare la persona giusta solo per un paio di mesi. Ha fatto il sopralluogo, ha esaminato con occhio critico la vivisezione dei muri e dei pavimenti, mi ha fatto alcune domande a cui ho risposto con parole vaghe e comunque non soddisfacenti. C’erano mattonelle avanzate 20 anni prima del pavimento, e quelle per la doccia esistevano ancora? Poi altre piccole notizie su cui ero assolutamente impreparato, ovvero se e dove erano le prese d’aria del locale caldaia, anch’esso toccato dal martello demolitore, se esistevano altre linee acqua, ecc.ecc. Ha scosso la testa, chiesto una matita e su un pezzo di cartone mi ha scritto cosa dovevo procurare, la quantità e la pezzatura. Ha osservato qualcosa sulla possibilità di realizzare un mosaico con i pezzi di mattonella e sul fatto che gli idraulici dovrebbero fare gli idraulici e lasciare ai muratori il compito di demolire con il minor danno possibile. Insomma mi ha fatto capire che dovevano intervenire contestualmente e alle mie deboli considerazioni sull’urgenza, ha nuovamente scosso la testa dicendo quello che avrei risentito. Quando si fa così si può anche demolire la casa. Andandosene si è portata via l’opera di arte povera e questo mi è sembrato di buon auspicio.

Scena terza

Con il mio pezzo di cartone e alcuni campioni di mattonelle mi sono messo alla ricerca di qualcosa che assomigliasse ai desiderata del muratore piastrellista. Qui la vicenda prende un verso, nel senso di strada, imprevisto. Primo. Non sapevo che la vista di mattonelle datate e del racconto dei fatti accaduti nonché del probabile futuro, potessero suscitare sentimenti ed emozioni così diverse nei miei interlocutori. Secondo. Non avevo nozione che la logistica delle mattonelle fosse una branca della topologia e avesse a che fare con la teoria delle probabilità. Andiamo per ordine.

Il primo magazzino di mattonelle era sfavillante di luci e colori, affollato da giovani coppie che volevano cambiare bagni e pavimenti o addirittura pareti con il meglio della produzione di Sassuolo e dintorni. Naturalmente la commessa e il proprietario del negozio seguivano questi clienti avvolti dal dubbio e proponevano soluzioni diverse su campionari pesantissimi. Sistemati tutti in circa un’ora, ovvero lasciati alle difficili scelte per la vita, il proprietario è venuto da me e alla vista delle mattonelle e alle mia domanda se era possibile trovare qualcosa di simile, ha dapprima scosso la testa, poi ha chiamato dal magazzino, un paio di persone che potevano avere la mia età e ha cominciato a discutere con loro sull’età delle mattonelle, sul produttore (fallito), sullo spessore e qualità ottica del rivestimento. Mi sono sentito come un archeologo che porta un frammento del mosaico di epoca imperiale scoperto e che vorrebbe ricostruirne un pezzo. La discussione proseguiva tra loro, e sembrava interessante perché ogni tanto uno dei tre mi prendeva la mattonella dalle mani e disquisiva con gli altri. Alla fine mi hanno dato una serie di conclusioni interessanti, ovvero che almeno due delle mattonelle erano già introvabili all’epoca in cui erano state posate: un residuo di magazzino. La terza mattonella semplicemente non esisteva più nel formato, nel senso che quella misura era stata dichiarata fuori da ogni mercato possibile e nessuno, sottolineo nessuno, neppure in Cina, la faceva più. Il proprietario mi ha poi detto che il loro lotto minimo era di dieci scatole, mentre a me ne serviva meno di mezza. Sono stati gentili, i due più anziani continuavano il discorso rammentando la gioventù, il proprietario mi ha sorriso e mi ha dato la mano, come si fa adesso mettendo le nocche e non i palmi. Sono uscito contento, era ormai notte e attorno la zona industriale era piena delle luci rosse degli stop, aleggiava un vento fresco che mischiava l’odore del luppolo fermentato della birreria, con gli scarichi dei camion dell’est. Il camino dell’inceneritore fumava allegramente in fondo al viale. Però avevo un altro indirizzo, dall’altra parte della città e mi sono avviato.

Scena quarta

Trovare un magazzino in quella che era stata una zona industriale abusiva, sorta dopo un bombardamento lungo una ferrovia e ormai semi abbandonata, era un’impresa, ma alla fine il navigatore ha vinto. La porta del magazzino era semichiusa e il tutto era avvolto in un flebile chiarore che veniva da un ufficio a lato dell’ingresso. Sono entrato con le mie mattonelle e il pezzo di cartone. Forse ero al buio e non mi vedevano ma per un tempo non breve nessuno mi ha badato e un signore con il cappotto e il cappello, discuteva ad alta voce con una signora, forse l’impiegata, seduta vicino a una stufa elettrica e che ogni tanto batteva qualcosa su una bellissima Divisumma Olivetti, strappava il pezzo di carta e lo mostrava indicando le sue ragioni. La scena era appassionante, mi sembrava di essere finito in un film neorealista. Alla fine, battendo sui vetri, mi hanno visto e il signore con il cappello mi ha fatto segno di attendere. La discussione è proseguita fino a un momento in cui è sembrato che avessero trovato un accordo e mentre l’impiegata ha iniziato una lunga serie di operazioni, il signore con il cappello è uscito. L’esperienza precedente nel negozio sfavillante, mi ha fatto cambiare approccio e ho cominciato raccontando la storia del tubo.

Qui forse è meglio che riferisca il dialogo.

io. Si è rotto il tubo principale dell’acqua in casa e per trovare l’attacco hanno rotto quattro pavimenti diversi, sto cercando le mattonelle per riparare al danno.

Signore con il cappello (Scc). E non ha venduto la casa? Doveva vendere la casa, sua moglie adesso avrà il terrore che si rompano tubi da altre parti. Venda la casa.

io. Non posso vendere la casa, anche se volessi adesso assomiglia a un campo di battaglia.

Scc. Faccia uno sconto al compratore, ma venda ne guadagnerà in salute. Non dica che non l’ho avvisata. Meglio vendere.

io. Ma queste mattonelle (mostro quelle che ormai mi sembrano lacerti di una miseria antica) proprio non si trovano o almeno qualcosa che assomigli.

Scc. (prende le mattonelle) Queste hanno almeno 35 anni e almeno da 30 anni non le fabbrica più nessuno. Se io le do qualcosa che non assomiglierà mai a questi colori, sua moglie ogni volta che le vedrà si lamenterà. Venda la casa, ascolti me, la venda ed eviterà il divorzio. Il divorzio costa, sa…

io. Non posso vendere la casa (mi viene da ridere, la situazione è diventata allegra, mi sembra di vivere dentro una commedia dell’arte), non può proprio aiutarmi con qualcosa che assomigli a queste mattonelle?

Scc. (guarda con sguardo critico le mie mattonelle, ne estrae alcune dalle scatole che si sovrappongono ovunque, me le mostra) Lei di quante mattonelle ha bisogno? (sente le misure scritte sul cartone, sorride) Cerchi di seguirmi nel ragionamento, io devo ordinare a Sassuolo, quattro scatole di mattonelle diverse che assomiglino alle sue. L’ordine viene evaso in un mese. Le sue mattonelle vengono caricate su un pancale, insieme ad altre che ho ordinato io, o altri di questa città. Il pancale viene caricato su un bilico da 16 metri perché le mattonelle pesano e si deve riempire un camion per diminuire i costi. Il camion viene guidato da un camionista dell’est, perché non si trovano più autisti in Italia. Questo autista che conosce un po’ di strade, fa sempre lo stesso giro. Parte, si ferma, scarica, riparte, va nella città successiva e ricomincia. Tutto di corsa perché deve finire in giornata, non gli pagano la notte fuori. Gli ordini piccoli come il suo, una volta su due vanno a finire nel posto sbagliato. E secondo lei, io dovrei cercare dove sono finite le sue mattonelle? Ma non ci penso neppure e così le ordino di nuovo e spero arrivino dopo un altro mese. Lei le pagherà il doppio, sua moglie non sarà contenta. Venda la casa.

io. Non posso vendere la casa, non posso tornare senza mattonelle, mi aiuti con qualcosa che ha in magazzino.

Scc. Va bene (estrae alcune mattonelle che assomigliano alle mie, cinque hanno una misura enorme che giustifica dicendo che più grande è la macchia meno si vede. Il tutto lo mette in una scatola e me la infila sotto braccio) gliele regalo, mi pagherà un caffè quando vende la casa. Perché, vedrà, prima o poi la vende.

Sorrido, saluto il signore con il cappello, lo ringrazio ripetutamente. Torno a casa felice e allegro.

Conclusione.

Il muratore dopo un paio di settimane, ha rimesso a posto muri e pavimenti, ha brontolato in silenzio e la casa ora ha un fascino nuovo che mia moglie non condivide appieno. Forse ha ragione il signore con il cappello, meglio vendere la casa che aggiustare un altro tubo.

.

Tre pezzi facili 2.

La vita era molto piena, non ci si annoiava mai. Era diretta e allusiva, furba per galleggiare tra gli sfottò dei saputi o degli appena grandi, era fragile dei rimproveri sconosciuti, delle inabilità a fronte dei talenti degli amici, era competitiva e tenera, dura e molle a un complimento. Resisteva alle lacrime ma non all’indifferenza. Era una vita di maschi e femmine che stavano insieme solo in alcune occasioni, che divergevano e si congiungevano nei desideri, nei pensieri, nelle canzoni.
L’innamoramento era alle porte, anzi era dentro casa, urgeva tra il timore e lo sfrontato. Sceglieva percorsi arzigogolati per un incontro che di fortuito non aveva nulla, solo scuse sciolte in sorrisi. Passare da Vivaldi a Messiaen, ascoltare rapiti dal calore della mano nella mano il Quatour pour la fin du temps. E poteva finire il tempo in quel calore, purché fosse eterno. Tutto era eterno, scivoloso e fulgido, si stampava nel pensiero mentre il resto regrediva. Non c’era altro, tutto al servizio, passioni, tempi, esami, giustificazioni, una gloria fatta di assenza e incontro, sino alle parole che segnavano il prima e il dopo.
Era facile percorrere le notti, essere vigili e sovra pensiero, non tornare a casa, non dormire, mangiare il necessario per non provocare domande e lavarsi per tenere il proprio odore puro, sapendo che poi si sarebbe mescolato con il suo e non se ne sarebbe andato dalla testa.
Quante parole possediamo per definire uno stato di grazia? Parole convincenti e piene di significato che si riducono a nuovo sentire, parole insufficienti, eppure colme. Poche e assolute, racchiuse in geodi di tiamo, da maneggiare con cura, da assaporare in assenza e da pronunciare piano in presenza, mentre tutto è tumulto e rossore.
A casa dicevano poco, capivano molto, chiedevano il necessario con una tranquillità che esasperava e che accettava tutto, i silenzi e le mezze ammissioni. Si arriva a capire quando si vuol bene e non si chiede, ma si osserva tra l’apprensivo e il divertito, riandando indietro e ricordando altri propri innamoramenti, difficoltà, timore di perdere e di ottenere rifiuti e gloria di cieli azzurri. Tiepolo e i suoi trionfi racchiusi negli occhi con quelle nuvole così bianche, così, gonfie di benevolenza del cielo, una gita, un palazzo, un pranzo in osteria, sotto una pergola, raccontato come un’avventura piena di sorrisi. Mai sentita, mai più udita, un dono di un passato felice, immemore di ciò che sarebbe venuto poi. Vita, solo vita.
E tutto continuava tra assemblee e comunicati, occupazioni, cortei, bandiere, braccia strette, lacrimogeni da schivare e, per fortuna, bombe distanti nel tempo se non nello spazio. Bastava poco, bisognava preservare se stessi e chi si amava con la sublime incoscienza di chi non conosce il nero ovvero di quello che è assenza di tutto, che tutto sottrae e fa diventare scura la notte. Scegliere se andare soli o in compagnia, viaggiare attendendo il ritorno. O in compagnia oppure giorni sovrapposti a giorni che si frantumano tra le dita e scivolano via. Attese, nuove attese in un percorso circolare che non si esaurisce.
Com’era la città per un cuore nuovo e felice? Immensa e accogliente, ristretta in nuovi particolari che dilatavano ciò che prima era conosciuto e distratto. Bisogna scegliere un amico o un’amica quando si è innamorati per raccontare quello che trabocca, quello che deve uscire perché non siamo fatti per tenere dentro l’universo. Con parole che appena dette sono già insufficienti, si spiega e al sorriso si racconta l’incontro, il sentire l’altro come assoluto, ci si abbraccia e ci si sente parte di qualcosa che riguarda la vita. Può bastare così per un bel po’ perché poi tutto deve rimanere dentro, essere il silenzio più allegro e felice mai conosciuto e alimentarsi di trepidazione e assoluto che assorbe la realtà. Che fine aveva fatto la vita da maschi che giocavano a carte fino a tardissimo, le bevute, il cantare nel coro, la gioia di correre senza motivo, ebbene c’era tutto ma diverso e altrettanto preparatorio e pieno di vita. Prevaleva la voglia di essere tutto e insieme sciolto in quella sensazione di pienezza mai provata.
Se tutto fosse stato riassumibile in una sensazione, mi rendevo conto che ero a uno spartiacque del vivere e che ora il futuro non era atteso, ma era nelle mani di una ragazza e nelle mie, unito da quel desiderio di viverlo assieme.

Così finiva quella che era un’età verticale che già allora non esisteva più e coincideva con un’idea della giovinezza che apparteneva alle generazioni precedenti. Noi saremmo stati, ricchi di amore, passioni, di fare e di essere, immersi in problemi nuovi e in cambiamenti inusitati, come mai prima. La vita si attraversava assieme e in quell’assieme c’erano contenuti nuovi, poco discutibili con chi ci aveva preceduto. Ciò che era divisione verticale nelle stagioni della vita, diventava orizzontale, sedimentava e si sovrapponeva entro ciascuno, con un accento nuovo, accelerando e mescolando la percezione dell’età, il mondo, la tecnologia, i sentimenti e le vite che non avevano nulla di comune e non erano spiegabili se non attraverso un primato dell’esperienza che era insieme libertà, vita, amore. Si entrava così nelle età divenute numeri e non condizione, con la stessa forza con cui il primo rompighiaccio libera la rotta alle navi imprigionare dai ghiacci nel porto di San Pietroburgo e con questa scia dà ufficialmente inizio alla primavera.

fratture

Bisogna rendersi conto che esiste la frattura. Nelle cose è facile ammetterla, persino porvi rimedio, più complessa è la sua gestione nei rapporti tra persone perché dolorosa nel sentire e perché traccia un prima e un dopo, senza ponti. Resta il ricordo. Dovrebbe essere ripulito dalle nostre scorie, riportato a fatto, essenza pura. È più facile ricoprirlo di indifferenza, di rancore, togliere lo smalto a ciò che è stato perché ora non è più. Questa mancata persistenza, ferisce, questo genera il rancore. Sapere di essere sbiaditi, non più importanti, cancellati, tocca nella considerazione di sé, ma c’è altro su cui si fonda la ferita. Nella rottura, qualunque essa sia, l’uno scriveva ancora una pagina e immaginava ce ne fossero altre, l’altro, sia esso umano o oggetto, ha già chiuso il rapporto. È una tazza che cade e si frantuma, un libro perduto, un treno di cui si vede l’ultimo vagone, comunque sia accaduto: è finita una storia. E chi usa lo scrivere dovrebbe sapere quando è tempo di concludere perché ogni ulteriore passo è nel nulla.

Chiudere porta con sé un silenzio, differente per ogni caso. È quello della scopa che raccoglie i cocci, rumoroso e costernato. È quello della banchina svuotata della stazione ricca di voci estranee, o, nella consuetudine, quello della mano che si ferma e non cerca più il contatto. La mente è divenuta consapevole, ha capito che è finita la storia e ora c’è il momentaneo vuoto che porta ad altro. Questo altro non esiste ancora, ma esisterà e non sarà uguale, non rimpiazzerà nulla di ciò che si è frantumato, sarà altro e nuovo.
Per questo, forse, neppure un saluto è necessario, per sancire dentro che quanto ha avuto una sua bellezza non è recuperabile. Deve restare solo il bello nel ricordo.

viene il nuovo

Viene il nuovo,
che matura nel cuore dell’inverno,
come frutto acerbo della passata stagione.
Viene senza chiedere,
segue occulti sentieri,
e abbiamo bisogno d’auguri,
di frecce nel cielo,
di vividi fuochi per piegare presagi.
Ciò che ancora non è
si fonde con ciò che è già stato,
ma è solo timore del cuore.

Per questo vi auguro amici difficili e sinceri,
hanno anime a cui parlare,
e il loro affetto non ha dubbi.
Vi auguro passioni
che travolgono abitudini,
nel mostrare realtà ardue
ed esaltanti.
Vi auguro passi misurati ed infiniti,
direzioni prese con il cuore,
ritorni senza rimpianti.
Vi auguro simmetrici amori,
dolcezze silenti,
fortuna d’occhi che parlano
e le carezze che sentono.
Vi auguro serenità nel giorno che si farà,
libri che scandaglino il profondo,
pensieri nuovi, mai prima usati,
e inusitato sentire.
Nuove abitudini, vi auguro,
che diano piaceri quieti,
preparino imprese inattese
e diano piacere al vivere.
Per noi vorrei il cuore che vede il mondo,
l’intelligenza che si dona, senza risparmio,
la pace che si conquista assieme.
Che sia un anno possibile,
dove il buono ci faccia bene,
il bene e la giustizia siano di tutti,
senza tema d’essere eque, forti
e nate da buone volontà.
Che ci sia pace, senza sofferenza,
abbracci che cancellano vicendevoli mali e un vento nuovo che percorra il mondo,
a scuotere le bandiere
che sembravano perdute,
ma sono l’anima dell’umanità.

lo scialo d’amore

Altrove gli occhi,

nubi ed erba bruciata d’autunno,

distratta la mano nell’acqua,

raccoglie,

spartisce,

ascolta il pensiero che rattiene lo sciogliersi,

per furia il vestito, i capelli 

e poi tutta,

seguendo lo scialo d’amore che preme.

Dispera il sentire,

ma la mente ribelle ricuce,

rammenda il racconto di sé

e ora l’acqua stringe nel freddo

e rilascia la mano,

come se il cuore,

nel battere vivido e netto,

fosse mordere di nuovo la vita.

.

limes a oriente

IMG_0846

Il sommaco non lo sa che c’è un confine tra un prato e una dolina. È un residuo della vecchia cortina di ferro, sia pure di seconda categoria, dove si passava a piedi. Ora nessuno ti controlla perché la casa dei doganieri è vuota e neppure la sbarra c’è più. Il sommaco non lo sapeva neanche prima e macchiava di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente libero. I fiori, l’erba, si distribuiscono e radicano con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. Un tempo la commistione era facile, parlava più lingue, condivideva il letto, la tavola, la culla e il camposanto, adesso è più difficile. Questa è una rotta di terra per chi emigra e l’ospitalità che metteva assieme le umanità, tace. Così questo cammino ci pensano gli stati a renderlo difficile. Per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio, tutte cose che un emigrante è disponibile a fare, ma non chi ha convinto i poveri ad essere nemici di chi è più povero, non chi si abbarbica al molto che ha e che non vuole accogliere. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, come fa questa terra difficile e generosa per chi la coltiva. Si sono generate da oltre un secolo, distinzioni, identità e sospetti: paure immotivate e cieche. Mentre l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Lo faceva la Repubblica Veneta, l’impero Austro-Ungarico, il Turco, poi è cambiato tutto e fascisti e nazisti hanno scavato solchi ben più profondi delle foibe.

Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada, la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono disposti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, ci sono grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci di ferro, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. È come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto, la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli, mentre i grovigli di fili vengano nascosti in case senza finestre che hanno in cortile trasformatori possenti che friggono l’aria. Ci sono cabine e case per l’elettricità perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, sembra non ci sia nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. Così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado, fuorché la pietra e la selva che esplode dove si è fermata la fatica del coltivare e li anche gli uomini sono rari. E allora per chi è tutta questa bellezza?

Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi scendo a Trieste. La città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Solo nella piazza vicina alla stazione, si raduna chi non sa dove andare, chi giunge lacero come Lazzaro, ferito, da innumerevoli tentativi di passare frontiere e Lorena Fornasir con il marito, con i volontari della sua e di altre fondazioni, cura ferite, fascia piedi, sfama e dà abiti integri, senza chiedere nomi né religioni a uomini trattati come tali. Sono persone che andranno via subito, diretti in centro Europa, con storie terribili da portare con sé, con anni di cammino, di angherie, truffe, tormenti, morti di compagni e incrollabili speranze. Quella piazza Libertà, dove tutto questo accade, è un molo d’approdo e di partenza, ma anche un luogo di retate per chi non ha documenti validi per restare. Per questo oltre al dolore e alla necessità c’è la paura di essere ricacciati indietro nel gioco dell’oca dell’inumanità. È un limes, piazza Libertà, dovrebbe essere una terra di nessuno in cui vale il discorso della Montagna, un luogo da dedicare all’umanità che si fa concreta. Non lo è perché l’opulenza non tollera la povertà di chi va in cerca della propria vita altrove.

Trieste era una capitale senza regno, un coacervo di genti, sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge la bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un passeggio stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.

Sarà lo stesso vento che nella notte spingerà i profughi di decine di paesi verso la frontiera per tentare di passare oltre, per andare verso parenti e amici che attendono nel cuore d’Europa, quell’Europa matrigna che con il loro lavoro resterà pulita, costruirà case e coltiverà cibo per tutti, ma che non vuole essere come il sommaco che si stende libero tra boschi e altri fiori, fiero di vivere in armonia con essi.