l’infanzia del capirsi

Tutto si poteva riassumere nella sensazione di una definitività accessibile. Un assoluto che non aveva bisogno di nome, ma era lì, a disposizione per essere capito, investigato. Fatto proprio. Definitivamente.

E attorno c’erano piccole cose che trascinavano via, urgenze false e fastidiose che volevano rimandare l’entrata in quella soglia di comprensione profonda. Ma a ben guardare, erano loro che acuivano l’urgenza del capire e rendevano netta la sensazione di scelta. Si sarebbe perduto qualcosa di importante, eppure sconosciuto? Oppure lo si sarebbe avuto nonostante quelle forze che volevano posporre, strappar via l’attenzione portando il pensiero nella banalità del necessario. E non era forse più necessario il conquistare l’inutile piuttosto che perseguire la facilità beota dell’utile?

Tra questi pensieri, intanto, il tempo scorreva e si restringeva, anch’esso preso da una scelta e, di fatto, attento a un proprio tornaconto che s’alleava con l’utile.

Nulla meglio della clessidra rappresenta la lotta e l’estraneità della necessità del tempo. L’assottigliarsi della sabbia o dell’acqua nell’ampolla superiore, toglie l’idea malsana degli orologi che sembrano avere una riserva inesauribile di circonferenze da percorrere. Tutte uguali, tutte con le stesse distanze d’arco circolare, e in fondo tutte prevedibili nel dire quanto manca alla prossima, mentre la clessidra mostra un tempo che pur costante, diviene più rarefatto e veloce nello scorrere via. Un tempo in relazione al volume disponibile di sabbia o acqua in quell’ampolla che si vuota ed esso è misura del nostro perenne ritardo rispetto all’assoluto. Così anche il filo di sabbia o le gocce d’acqua che scendono mostrano che c’è un’indifferenza rispetto al ritardo del nostro fluire, che guarda a quel volume disponibile di libero arbitrio.

E il tempo sembra dire: fa ciò che vuoi.

Così ne viene un’influenza cupa di scelte mancate o costrette, che ci rende irrimediabilmente in colpa verso ciò che doveva accadere e non è ancora accaduto. E per questo l’avvicinarsi al limite dell’intuizione profonda e il tempo dell’utile acuiscono le sensibilità e definitive la scelte. Possiamo essere, forse, consapevoli di qualcosa mai intuito prima oppure lasciar perdere, rassegnarci ad una necessità. La scoperta, insomma, fa i conti con quel fluire dell’utile che rende precario il superfluo del nuovo e ci consegna al grigio della prevedibilità. Non avventurarsi nel limite ci rende poveri e puntuali, e toglie la differenza che solo nell’esplorazione dell’eccezione ci rende unici.

In questo confine così affascinante e pertanto pericoloso, tra necessità (presunta) e superfluo (utile a sé), si trova l’amore per quella parte incredibile (ciò che è credibile lo conosciamo e ciò che ci meraviglia è incredibile inizialmente) che ciascuno contiene e mortifica. E insieme ad essa, la libertà del disporre di sé, del non essere prigionieri della necessità, del poter dare consistenza a ciò che nessun altro può capire meglio di noi, perché ci riguarda in senso assoluto. E questa è una geologica interiore forza che può crescere una montagna, eruttare un vulcano, piegare dolcemente un fiume e prosciugare un mare per ricrearlo altrove. È la manifestazione che noi riconosciamo in chi ci ama e ci comprende e vede oltre noi: è l’amore e il sogno che conteniamo, che urge e vuole diventare materia, noi, insomma, che dopo aver compreso profondamente non saremo più uguali.

Ecco perché nel limite ci troviamo amore.

Ecco perché in esso ciò che era ritardo non lo è più e siamo altri da prima. Con altro tempo con cui rapportarci.

Non è forse questo il senso del cambiamento che riapre le vite?

la misura geometrica dell’amore

Un’amica rifletteva sull’amore, e pensando a come andavano le cose, diceva fosse cosa sempre doppia per aver titolo d’esistere. E ancora poneva il fatto che dentro questa parola ci fossero le identità che si trovano, integrano, fondono.

Anche, ho pensato.

Però mi pareva che l’amore fosse pure un segmento che unisce due estremi e che nell’infinita serie di punti che li congiungono, ciascuno si potesse trovare, nella misura e nel senso. E a volte l’uno sorpassava l’altro, altre mancava un pezzo, ma ciò che contava era il fatto dell’andare verso l’altro e che il segmento fosse comune.

E poi la discussione è continuata.

fantasmi in rosa e il rosso

Questa mattina ci si è persi tra la festa (improbabile vista la ricorrenza e la sua genesi) e la giornata celebrativa.

C’erano sempre le donne che seguivano il ricorrere, ma non poche pensavano il rincorrere. Allora oggi era una rincorrenza? Macché, a guardar bene, sotto le discussioni s’agitavano consapevolezza e libertà. E se non dappertutto si discuteva, se i termini del discorso erano diluiti, rivendicati, accettati come processo in azione, se tutto questo era in questo angolino di mondo, però, però… una qualche differenza c’era. Insomma qualcosa accadeva e continuava ad accadere. Ma c’era un altro però e nel fare la prova finestra si notava (tutti, femmine e maschi, chi con dispetto, chi con sollievo, chi semplicemente rendendosene conto) che l’equilibrio dei colori non c’era: il rosa era un colore da lenzuolo, da fantasma, che in questo caso era davvero sostantivo femminile. Insomma poco rosa, serviva il rosso. Il colore che non accetta d’essere meno che se stesso. Voi donne direte: tientelo il rosso, noi abbiamo il rosa e questo è nostro. Anzi è una delle poche cose che voi maschi portate con imbarazzo. Vero, e se mi chiedeste perché direi che c’è una vergogna sottostante ovvero il non voler essere scambiati per qualcosa che abbia molto di femminile. Visto così, il discorso finirebbe. Io resterei con i miei pregiudizi, e prima di considerare il rosa un colore come gli altri, ci impiegherei tempo, convinzione, ma comunque non ne toccherei l’essenza, ovvero il rosa vi appartiene, è vostro. Però questa cosa del colore che ghettizza non mi va molto bene, su di voi stanno bene tutti i colori, persino l’assenza di colore vi dona. Per voi il colore non è mai banale, quindi li possedete tutti e se il rosa è solo vostro, gli altri sono in uso così personale ed esclusivo da fare una differenza incolmabile rispetto ai maschi. Un paio di scarpe rosse, un vestito rosso fuoco, non può esistere senza voi. Anzi ha senso solo con voi. Quindi i colori e ciò che sottendono, sono più vostri che dell’altro genere.

E questo attiene alla consapevolezza della differenza e alla libertà. Non sempre queste due forze dell’animo coincidono, la seconda, sicuramente, dona molta più dinamica fantasia della prima, ma senza di essa cosa sarebbe? Allora oggi potrebbe essere una festa della consapevolezza unità alla libertà?

Ma questi sono pensieri maschili, sempre insufficienti anche quando partecipano o sono imbevuti di stupore.

Questa mattina ho augurato un buon otto marzo a una manager al lavoro, con progetti urgenti da completare e, credo, senza troppa attenzione per mimose, ricorrenze o altro. Mi ha guardato stupita, ha scosso il capo e ha ripreso a lavorare e interrogarmi. Per lei è una giornata come tutte, in cui è donna e al tempo stesso soggiace e impone regole. Le ha accettate e non le mette in discussione da una posizione di potere. Il suo fantasma non è né rosa né rosso, il gessato, il tacco alto la rendono più forte, ma non la colorano.

Oppure sì?

Nel discorso molto tecnico, frammentato di commenti che rivelano le visioni del mondo, emerge da parte sua, un ragionamento sulle rappresentazioni iconiche, cioè sul fatto che ci si veste come ulteriore proiezione di sé. Mi pare strano che parli di questo, tra progetti che riguardano investimenti e sviluppo in paesi lontani, anche se il mio pensiero ritorna all’Africa e all’Oriente, all’uso del colore che fanno le donne, alla loro soggezione, alla fatica del liberarsi dai gioghi sociali e familiari e alle loro libertà che si accompagnano molto spesso al sorriso e allo sguardo. Quando le donne sorridono hanno motivi che gli uomini non capiranno mai davvero, al più possono intuirli da distante, ma non saranno mai loro. Così penso.

Per terra c’è una bellissima, irregolare corsia, azzurro carico, indicibile sfumatura della notte che è quasi giorno. Un tappeto molto folto, di lana grezza e tinta con pigmento naturale, tessuto da mani femminili e nomadi, con piccoli, rari, disegni e una lunghezza anomala. Ne chiedo notizie e lei mi parla di un viaggio, di una scelta in un luogo in cui sembrava non ci fosse nulla da scegliere, era per terra e le era piaciuto. Osservo che forse era un letto, un luogo di riposo con il colore della notte e le tracce dei sogni. Per la seconda volta mi guarda stupita, ma stavolta sorride (ecco il sorriso consapevole). L’ha scelto lei, felicemente, un uomo si sarebbe soffermato sull’irregolarità, sul colore atipico, sulla tessitura grezza e avrebbe chiesto altro. Ci salutiamo, ripeto l’augurio, scuote la testa.

Il pensiero scorre camminando, mi soffermo sul sentire ovvero sui sensi. Il femminile ha sensi differenti, ovvero ha sviluppato modalità e sensibilità d’uso degli stessi, non eguali e più penetranti di quelli del maschile. Il tatto d’una mano femminile, il percepire e attribuire gli odori, la scelta di cosa udire, lo scorrere e il soffermarsi degli occhi, il gusto e le sue connessioni che partono sin dalle labbra sono sensi collegati ad una percezione differente. Morbida e decisa allo stesso tempo, profondamente identitaria, con ascendenze che oltrepassano il ruolo e vanno oltre nella comunicazione. Quindi mi viene da pensare che anche i sentimenti sono differenti, non soggetti a un criterio di giudizio, ma più acuti per abitudine a distillare i segnali che ricevono. 

La giornata dove ci porta se non a guardare con stupore che esiste una buona metà del mondo che comunica, relaziona, pensa ed esercita consapevolezza e libertà, in modo sorprendentemente differente. E se il concetto di genere ultimamente è ben più scosso di un tempo, il femminile continua da essere l’unico luogo dell’identità che prende consapevolezza (noto che ho cercato un sinonimo di polo per evitare la sua opposizione magnetica e questo mi fa stare meglio) mentre il maschile arranca sulla ragione e si aggrappa all’abitudine, ai ruoli. Consapevolezza femminile irregolarmente diffusa, ma costante nella crescita, libertà difficile però rivendicata.

Essendo stato allevato da donne, sono di parte. Credo che l’amore sia presto sconfinato in una percezione della differenza così forte e misteriosa da giustificare una costante curiosità. Così ho anche capito che le donne hanno il dominio del tempo e che solo loro possono alterarlo, ovvero modificarne le modalità di fruizione. E pian piano ne acquistano consapevolezza e libertà nuove, in questo so che ne verrà bene per tutti. Molto bene per tutti e allora ritorno al rosso: sì, il rosso è il colore che le donne a volte possono concedere agli uomini ma appartiene a loro.

Cosa vi posso augurare signore, eterne ragazze, se non di essere solo voi stesse e di continuare ad essere generose nel donare a tutti quell’amore che riconoscendovi, cambia e salva la terra.

E ringraziare, infinitamente ringraziare.

segni di vita

Crepitano i fuochi di marzo. Mucchi di sterpaglie da cui parte la rinascita, bruciano sulle colline. Sono legni incauti di gemme, che ardono assieme ai tagli d’autunno, che si fondono col marcio che s’era scordato, che cantano in un rumore di schiocchi e ansimi, che soffiano sibili d’umori, finché superato il crinale del primo calore, mormorano, col confuso uniforme di piccole voci delle cose che disfano. Legna attonita nel cambiar di stato, forma, intendimento. Si sarebbe sciolta nella terra e s’inerpica in colonne di fumo verso il cielo. La fiamma generata sospinge, sorregge, mostra nel crepuscolo, il fumo bianco di vapore, fino alla notte. Poi regnerà solo lo sfogonare delle fascine gettate per ultime, col fuoco che pian piano s’ acquieta, borbotta, fino al silenzioso letto di braci, rosso come il cuore della terra che cuoce. C’è ancora un piccolo rumore che permane, d’aria che si sposta e irradia, ma è simile a un vento che pur parla e si confonde con la brezza della notte. E nessuno l’ascolta mentre una forca o un badile disperde la brace. 

Distante chi vede i fuochi capisce che la primavera è annunciata. Lei, di sicuro, ha ordito da tempo, s’è gonfiata sotterra, ha risvegliato orologi di radici, ricominciato a bere liquidi e sali, si è stirata nel buio assoluto e ha capito con i suoi strani sensi, il calore che arriva. Ora ha bisogno di luce, allunga un braccio, una mano che scava, poi rizza le spalle ed inizia una spinta possente incurante del peso, della crosta così dura rispetto alla sua tenerezza bambina. Vincerà.

Lontano dai fuochi, qualcuno si chiede dei presagi, pensa disgiunto, che il cibo porterà bene alle vite. Ma cos’è il suo cibo? Smarrita la fame nell’oscenità della rappresentazione continua di cuochi che non vogliono essere tali, ma bensì capi e creatori. Artisti della serialità che si disfa, sollecitatori di succhi interiori, di sintesi mirabili raccontate, profeti di appagamenti dove il con-vincere è spesso superiore al reale. Consci che nell’artificio, della fama cosa resta se non l’apparenza e l’eccitar dei sensi? Così si muove il gusto che fonde e divide, la vista che s’appaga in geometrie sintoniche di colori (ma diciamocelo, ormai senza fantasia, e sempre uguali dopo la prima sorpresa), e l’odorato, pur in sé sufficiente (ahimè spesso vilipeso dopo la prima ondata di profumo e di calore), araldo contraddetto dal gusto nel discernere il buono dal bello. E tutto questo che c’entra col crescere del grano, con l’erba che ingrasserà animali di pascolo? Chi metterà assieme la semplicità d’una sapienza che ha trasformato l’uomo da raccoglitore senza patria in stanziale geloso di fatica e conoscenza? Nel cibo c’è la certezza della vita, il possesso che sottintende la continuità, in fondo le patrie sono manifestazioni di stagioni favorevoli e di abitudini a mietere e pascolare, di necessità di focolari, di lingue per dirsi e dare nomi alle cose prima che confini, ma la storia è fatta di bulimie più che di necessità soddisfatte.

I fuochi annunciano il tempo del curare se si vorrà raccogliere. Parlano oscuramente a chi non decifra i segni, a chi non legge le faville che seguono l’andar verso. Verso cosa se non noi stessi? Verso chi, se non oltre il limite delle vite che vogliono camminare e sono inchiodate su sedie, metafore di poteri immobili.

I fuochi parlano di fortuna, di correnti che la portano, parlano di cibo ancor vivo, di possibilità che si scontreranno nel caso. Segnano le colline e s’accovacciano nella notte, sono segni che possono diventare porte di significato, curiosità momentanea, ricordi di gesti ormai senza ragione, oppure scrollare di teste che corrono verso altri segni. Sono annunci d’immanenza che comunque avverrà, più forte di chi faticosamente l’interpreta e s’affida a ciò che si è ripetuto. Ma il segno è sempre più inquietante dell’apparenza e quell’oscura radice che preme è perifrasi del profondo che ciascuno contiene. Che rinasce comunque, lo si voglia o meno, in sommesso richiamo di cambiamento. Non ascolta nessuno questa forza, icasticamente rappresentata nei fuochi: ciò che si disfa e sale al cielo, feconda la terra. Così pochi si curano del nuovo che arriva e perdono i significati, eppure basterebbe l’acuta semplicità del connettere la vita col tempo e tutto assumerebbe un senso. 

con stima

La scelta di avere interessi lontani e inutili allo scopo delle “carriere” dona un distacco che permette di assorbire l’amarezza generata dai contrasti aspri con le persone obbligate. E a questo soccorre la disistima che sorpassa il valore, che certamente esiste ma è piccola cosa di fronte al comportamento e così si mette argine alla generosità, si separano i mondi. Questo accade nella vita di ciascuno, a partire dal lavoro dove la stima viene spesso violata e contraddetta in favore di un interesse personale oppure per arroganza o piccineria. Ma la stima è una consapevolezza che investe tutti i rapporti : non stimiamo tutti e di certo veniamo ricambiati. Non occorre neppure farsene una ragione, basta capire che la stima è una costruzione che si riferisce alla persona e non è immediata come la simpatia, l’affinità o un altro moto dell’istinto. La stima la si dà e la si perde, è un sentire dinamico dotato di un consistente intervallo di verifica.

Quando alla alla fine di una lettera si scrive con stima si dovrebbe pensare che quell’atteggiamento non è un obbligo e neppure una forma codificata per finire senza la banalità dei saluti. È un atteggiamento dell’animo che può non condividere, ma riconoscei caratteri positivi dell’altro e ne vede una statura eguale. Non è di necessità un amico ma è un eguale nell’agire, un simile. E questo non si riferisce all’umanità e non è neppure un porsi a qualche altezza vedendo chi ci è accanto, questa sarebbe un’aristocratica coscienza della propria condizione più che un’apertura all’altro. La stima è riferita invece alla dimostrazione del valore. Ovvero tu vali per me per quello che fai e non per quello che dici e questo mi fa pensare che il tuo pensiero coincida con l’azione. Non si stima l’intelligente disonesto, ma chi cerca di tirarsi fuori da una condizione difficile con onestà lo si stima. Quindi in quella stima, che si pone alla fine di un discorso, c’è un’ affinità e un’ eguaglianza nella diversità, per questo non la si dovrebbe disperdere inutilmente, proprio perché è qualcosa che si aggiunge a una relazione. La arricchisce, è la condizione per una sua crescita. Senza stima l’edificio che possiamo costruire sul sentire si sgretolerà e ricostruire una stima violata è sommamente difficile.

modesti silenzi

Rende silenti, raccontare la propria tristezza,

subentra un fastidio per la propria voce,

per le parole che si conficcano nell’aria,

così, per determinazione, si potrebbe narrare la gioia inconsulta, 

le piccole percezioni che riempiono il cuore, 

ma ancora servirebbero troppe usurate parole,

solo eco a chi ascolta.

E ancora il silenzio si farebbe strada, allora

e per respirare assieme si direbbe,

non come si sta, ma come si starebbe.

Quando le parole urgono e non bastano, 

quando trabocca la malinconia, già difendere chi ci è caro

è anch’essa cura.

E i modesti silenzi che contengono la noia di sé, 

piccolo argine all’ingiusta furia d’essere incompresi,

dovrebbero essere, se non capiti,

almeno essere modestamente amati.

Brutta cosa aver troppe parole,

meglio modesti silenzi usati con amore.

come again

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 Dalle orme che scendono declivi dolci di neve, attendo il comparire dei cacciatori di Brueghel. Mi metto in disparte e immagino la fila scompostamente ordinata, le facce rubizze di freddo e fatica, le piccole perle di sudore che ghiacciano nelle barbe. Nei sacchi e a penzoloni, ci sono gli abili trofei e il cibo del giorno dopo, nei volti il sorriso ansioso di casa e calore. Mostrano il ritorno; quello che scava negli occhi dei vicini, rallegra la testa e già immagina e gusta lo sfogonar di fascine per rendere calda la sera e la notte. Tutto avverrà prima del sonno, ma intanto c’è un tornare che prefigura i destini iscritti nelle voglie, nei pensieri non detti. Così, mentre la neve scivola il suo bianco verso l’azzurro e si ostina a catturare la luce per sue recondite notti, mentre il cielo rosseggia e i passi affondano in cerca di ghiaccio, mentre uccelli tracciano il cielo e confondono il nero di gridi, mentre tutto questo e molto d’altro avviene, l’attesa nel pensiero arresta il tempo. Lo seduce, lo porta in alcove dove il calore dei corpi rende infinito l’attimo, lo innalza fino a rompere il fiato e si sospende, là dove c’è attesa d’un dopo che dovrebbe essere un oceano di tenerezza. Là attende o precipita nella realtà, mentre tutto ricomincia a scorrere. Sarà il momento del sopore soddisfatto o del ricordo tralasciato che percuote con i pugni la porta. Là, in una capanna calda dove si compiono i riti quieti dell’essere assieme, ci sarà il ritorno che è immagine di ogni tornare. 

 E il nulla. Del nulla che si conosce dell’altro resta il presumere del bene, la gelosia del possesso, la vacuità del tradimento. Restano i passi affondati nella neve e le certezze di un quadro che può racchiudere ogni ritorno e ogni nostra inquieta sera. Resta ciò che si rinnova e par di riconoscere, il tempo dell’andare e quello del tornare sovrapposti di medesime ansie specchiate. Resta, e si fa in ogni attimo che certifica, la coscienza del presente. E si fa con pazienza sospesa dall’indecisione del passo successivo. Si fa perché una traccia è rimasta nella memoria, nella mappa, nella neve, e così resta la conoscenza di un andare che è un saper tornare.

 Dell’altro non si sa nulla o quasi e la sera è il momento in cui tutto sembra più chiaro: basta avere dentro di sé un posto dove tornare che è un luogo in cui sognare, mentre una fascina alza stelle verso il cielo. Basta sapere che ciò che si è cacciato e portiamo con fierezza è parte di noi e che non verrà vilipeso d’indifferenza, che resterà onorato.

 Dell’altro non si sa nulla e di noi poco. Ciò che vogliamo sapere è ciò che misura la voglia di tornare e quella di andare, infinite volte. È ciò che ci tiene prima di volare ed è ogni libertà che sapremo contenere. Dell’altro non si sa nulla e nulla si può dire. Certo non giudicare, ma sentire l’infinita propria pena in lui e ritrarsi impauriti di non poter abbracciare, condividere, assieme lacrimare.

 E di te non so nulla, pensa il cacciatore, ma non saprei che fare con me diviso, eppure mi capisco solo nell’andare. Nell’avere una traccia da seguire e un tempo che permetta di tornare. Questo conosco ed è meno di quanto un altro può sperare.

 Forse per questo siamo propensi a deludere, sia nel dire e dare e sia nel trattenere. Siamo in cerca di noi stessi e ci viene chiesto con insistenza di dare identità. Noi che stiamo tornando con poche certezze e meno verità, stiamo tornando per un poco, e poi la smania ricomincerà nel cercarci altrove, non qua . Come un’abitudine da disfare, un luogo sicuro da vedere con occhi nuovi che non si sapeva di avere. Ecco a che serve tornare: ritrovarsi nuovo nell’amare.

Impronte d’uomini e cani

e discoste, sparse come semina,

zampe di lepri, scoiattoli e fagiani,

e neve che racchiude tracce

e pensieri per tornare: come again,

ogni volta che il gelo scende al cuore

perché senza te non so più stare.

storia potente è il vivere e la vita

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Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,

e finestre chiuse per l’acqua di stravento.

Nei minuscoli giardini s’agitano palme

con il loro secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.

Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,

ma non del tutto, restano i pertugi

per occhi curiosi di nuvole tozze e grigie,

e raggi di luce che radono i profili.

Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,

mescolano le piume infreddoliti, 

mentre la mamma li copre, 

prima l’uno poi l’altro, assieme

e guardo loro

e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,

come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.

Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,

così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa,

si chiude nel bene che l’attornia,

si pensa terra fertile di ricordo,

ricettacolo di semi e fiori di campo,

senza necessità d’un nome,

e dentro la sera cala come lacrima,

per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.

Storia potente è il vivere e la vita.

 

super stizioni

È come un annodarsi d’intestino, qualcosa che deve sbrogliarsi dentro per lasciar liberi. E bisogna convincersi del disannodare con leggerezza e arguzia acuminata: vedi non è così, non accade ciò di cui hai paura perché è solo (solo?) una paura. Gli specchi non si rompono quasi più, eppure resta un senso di franto che investe l’anima. Il corpo, lo stesso corpo ne è scisso in più parti, come le membra fossero tirate da coppie di buoi in direzioni opposte e il ritrovarsi a pezzi fosse ricomposto con chirurgie maldestre.

Perché ricomporre e non comporre? Cioè accettare il nuovo che si è creato per rifletterci meglio prima di assemblare nuovamente. Gran parte del tempo lo passiamo a ricostruire, come se il prima fosse stato un tempo intrinsecamente felice e solo il perfido aggregarsi di contrarietà ne avesse determinato la fine. Silenziosa o esplosiva. Nel rompere del mito, ovvero in ciò che ci ha contenuto, lo specchio, c’è la rottura del sé: l’identità franta. In un prima, dove eravamo interi e poi invece, divenuti tanti, più piccoli, incoerenti, taglienti alle dita, ma soprattutto allo spirito. E se fosse proprio il frangere che permette la composizione di un sé a dimensione propria? Dai pezzi che riflettono, rifiutando la geometria di linee ritte e portati su più luoghi trovare una immagine che assomiglia. Non quella che tira indietro la pancia, mostra la rotondità delle labbra, scruta le pieghe del volto, indaga quello sconosciuto che sta guardando verso di noi, ma qualcosa di più piccolo, spigoloso e irregolare, frutto di una rottura paradigmatica che genera o rottami incoerenti, oppure l’alterità misconosciuta. Anche la ricomposizione dell’immagine attraverso i pezzi avrebbe una verità ulteriore, ovvero la dimostrazione che non è l’unità il punto di arrivo, ma il suo riconoscimento nella molteplicità. Io sono questo e anche altro, mi riconosco in ciò che vedo di me e la mia sintesi è apprezzare le diversità, farne un poligono di forze che genera equilibri dinamici.

Il mondo virtual-reale è fatto di miliardi di immagini, scritte o fotografate che continuamente rappresentano, narrano storie, mostrano identità subito cancellate dalla successiva. È stata creata la più grande discarica di sé mai inventata nella storia dell’umanità. Frammenti. Simboli che sanciscono inizi e conclusioni continue. Si strappa la fotografia dell’ex amato, la lettera (la mail) a lui indirizzata e guardandosi allo specchio si pretenderebbe di essere uguali, oppure di riconoscere la tristezza in ciò che viene riflesso. È una rappresentazione, una approssimazione del sentire ciò che ci si para davanti, mentre la tristezza sarebbe ben riconoscibile in ciò che strappiamo e cancelliamo. Lì, in quell’immagine protesa c’era già il germe della rottura, cioè una falsa unità, un assomigliare a un’ immagine non propria per accontentare (rendere contento chi si ama).

E se l’immagine non ha più un oggetto a cui rivolgersi perché non dovrebbe riflettere sulla molteplicità e sulla solitudine che accompagna l’uomo? Noi cerchiamo l’unitarietà perché pensiamo che in essa ci sia un ordine di natura, un’innocenza perduta, una pace in cui il conflitto esteriore non ci sia e con esso il conflitto interiore. La notizia cattiva è che quell’unitarietà e quell’ordine non c’è mai stato, la notizia buona è che con fatica ci si può liberare dal conformismo che ci vuole ad immagine di qualcosa che non siamo noi. Pensiamoci in quest’era di falsità globalizzate, lo specchio che si frange è ora l’immagine buttata e in questo noi possiamo vedere la ricerca di ciò che siamo davvero oppure la nostra irrilevanza quando ci mostriamo. E siamo irrilevanti quando non siamo noi stessi, quando l’immagine è quella unitaria di uno specchio che distrattamente non ci trattiene per carenza di dialogo. Gli specchi rotti li abbiamo dentro e su questo possiamo decidere se essere o assomigliare ad altri, se comporre o ricomporre. Un insegnamento viene dal mito, ciò che si rompe non è più come prima, comporta un passo avanti, mai indietro. E l’essere differenti è un male se si è in un mondo in cui tutti si conformano oppure diviene la spinta verso il cammino, la solitudine di chi cerca un luogo in cui riconoscersi.

C’è un mito ulteriore su cui vorrei attirare l’attenzione. Qualche giorno fa parlavo di architettura e di un progetto di una casa che a suo tempo mi colpì, E-1027, di Eileen Gray. L’autrice, che di scomposizioni interiori se ne intendeva e le mostrava nel proprio creare, diceva che in quella casa era possibile trovare la solitudine pur restando tra altri. Provate a pensarci quanto questo archetipo dell’essere soli e socievoli, ci accompagni, come bisogno del comporsi a fronte di una scissione esterna, una sorta di non io obbligato. La stanza tutta per sé di Virginia Woolf, le solitudini dell’uomo senza qualità di Musil, il mondo di Orwell, la musica dal ‘600 in poi, la poesia come liason tra il dentro e l’universale, tra l’additare e il sentire. Insomma c’è un bisogno di essere con sé che si esprime attraverso desideri, e questi sono i pezzi di quell’unitarietà che può essere composta solo accettando che ci siano più immagini, che questa sia la condizione per vedersi davvero. Poi come ci vedono gli altri importerà meno, ma almeno non sarà la costrizione a non assomigliarci.

l’inverno del nostro scontento

Le foglie si accumulano sui chiusini, per fortuna piove poco. La città è meno pulita, segno di un’incuria comune che ormai non protesta più ma accetta lo stato di fatto. In questi anni la distanza tra ciò che fa l’amministrare pubblico, la politica, e la risposta ai bisogni si è allargato a dismisura e ciò che sta in mezzo è stato riempito dall’indifferenza reciproca. Tanti piccoli segni fanno una prova enorme di una a-sintonia tra  sentire e risposte. Si è relativizzata così la possibilità del sistema rappresentativo democratico di essere la risposta ai bisogni e alla tutela del bene comune. Lo smottamento è iniziato da molto tempo. La dialettica tra bisogni e risposte è insita nell’amministrare, ma ad un certo punto è cominciata ad affievolirsi la speranza di trovare un accordo, forse perché la verità non solo ha smesso di essere detta ma è stata sostituita dalla narrazione che tratta un po’ tutti da deficienti raccontando di qualcosa che i fatti contraddicono. Posso dire che la città è più pulita di Roma, ad esempio, ma questo non mi consola se vedo che con un po’ di pioggia le pozzanghere diventano laghi, se lo sporco si istituzionalizza, se si sta comunque degradando un modo di procedere che rendeva la città più bella e accogliente, non sto meglio. E sopratutto non mi fa stare meglio pensare che altri stanno peggio. Però si accetta e si cancellano i problemi. Ma questa acquiescenza non è a costo zero, ci sono segnali preoccupanti: se la politica si distacca dal cittadino questo si distacca dalla politica, immagina una sua narrazione dove le cose complesse diventano semplici, dove il bisogno immediato dev’essere soddisfatto perché manca la prospettiva di futuro.

Un tempo i partiti erano portatori di un progetto di futuro, avevano una platea a cui si rivolgevano, attraverso i programmi mettevano in correlazione le vite con ciò che pensavano di fare. Erano cose semplici: il lavoro retribuito equamente, la legalità come regola comune, la tutela della libertà individuale e collettiva, la possibilità reale di una crescita che riguardava tutti e l’individuo. Insomma un futuro che comprendeva le possibilità che già c’erano nel presente. Poi c’è stato uno snaturamento, non solo italiano ma almeno europeo. Le socialdemocrazie hanno scelto il neo liberismo come dottrina economica, la globalizzazione ha via via distrutto posti di lavoro in occidente creando un flusso di tecnologie in cambio di merci, il lavoro è diventato occupazione, la finanza ha preso il posto della generazione del profitto attraverso la produzione di beni, il divario tra la classe media e l’1% della popolazione che è proprietaria di più di metà di tutto ciò che vediamo è cresciuto inverosimilmente. Si sono perduti i regolatori politici nei confronti dell’economia. In tutto questo si è finto di privilegiare l’individuo, raccontandogli che poteva raggiungere qualsiasi obiettivo, purché staccasse i suoi bisogni da quelli degli altri. Si è generata una solitudine progressiva che non solo ha alimentato un disagio personale crescente di fronte al divario tra desideri e soddisfazione, ma li ha scissi da una soluzione collettiva.

Solo che adesso è entrato in discussione anche il neo liberismo e quindi la narrazione non sa più cosa narrare di nuovo e di collettivo, ma torna su se stessa, ricorda il passato e alza muri, mette dazi, impone regole che riguardano un solo paese ma hanno effetti su tutti gli altri. E questo verbo si rivolge al popolo sovrano raccontandogli che la soluzione dei problemi comuni si trova nelle protezioni nazionali, nell’isolamento dal mondo, nella applicazione di regole che valgono solo per loro, i cittadini, che sinora hanno subito la tirannia dei bisogni degli altri. Trump è l’epigono di questo sistema di chiusura nei confini che però ha effetti immediati nel resto del mondo. La sicurezza mondiale si è retta su equilibri difficili che ammettevano guerre indirette, atrocità e rapine nei confronti dei più deboli, ma scongiurava il confronto diretto, toglieva il mondo dalla possibilità della guerra totale. Ora per atti concreti si rimettono in moto confronti che causeranno infinite sofferenze. Un esempio l’abbiamo vicino a casa, in quel bacino mediterraneo dove confrontando la situazione attuale rispetto a quella di 10 anni fa, si vedono instabilità, guerre in atto, paesi scissi, la presenza di un terrorismo endemico che trabocca in Europa e che rappresenta il sintomo, non la natura del male. La parte nord, di cui fa parte l’Italia è sinora moderatamente stabile, ma non esiste una politica comune di pacificazione, una operosità dell’agire che faccia comprendere ai popoli i vantaggi dell’essere assieme in pace piuttosto che combattersi. Cosa significherà portare a Gerusalemme l’ambasciatore USA? Il riconoscimento che questa è la capitale di uno stato e la sede di una religione prevalente, un disastro dal punto di vista della possibile coesistenza di fedi e popoli portatori di diritti almeno equivalenti. E sfugge che anche in occidente, in Italia, che ciò che rendeva possibile una idea di pace comune, ovvero le libertà individuali e collettive, diventano sempre meno importanti per l’esercizio della sovranità collettiva, per stabilire forme opportune di governo. Si baratta cioè la libertà, pensando erroneamente che essa sia comunque data, con l’idea di un governo autoritario che porti alla soluzione dei problemi e risponda ai bisogni dei cittadini. Insomma abbiamo le condizioni perché Trump non sia una risposta stravagante e transitoria ma diventi l’idea che chiudersi nei confini ed esercitare la forza con una visione solo locale e non di equilibrio collettivo, sia la risposta al disagio collettivo delle classi medie del paese.

Proviamo a riassumere il presente offerto dalla politica nazionalistica: lasciare che ci si scanni a livello regionale purché sia fuori del nostro territorio, accettare che ci siano meno libertà purché venga una risposta ai problemi economici, trasformare gli individui in massa di individualità che non hanno un futuro comune ma un presente competitivo in cui qualcuno potrà eccellere e gli altri comunque trasferiranno i loro bisogni su chi ha meno di loro. Comunque limitare le possibilità di essere portatori di cultura tra le culture, di meticciare i saperi, facendo una narrazione di un’identità presunta, immaginata, che corrisponde a un mondo mai esistito.  L’Europa è zoppa e inerme di fronte a questa ondata di nazionalismi perché ha fondato la sua unità solo sull’economia e non sull’unione dei popoli, e quindi è investita dall’idea che le patrie non siano il luogo di partenza, ma quello di arrivo e che bastino trattati di libero scambio per avere una proposta verso il mondo che renda veri i principi su cui si è fondata la tolleranza e la democrazia rappresentativa. Questa è un’Europa non autorevole perché scissa, dove neppure i più avvertiti riescono a trovare una sintesi che permetta processi di speranza collettiva. Resta l’euro, ma senza una comprensione comune che è solo un mezzo per andare verso l’unità politica è una moneta debole, un oggetto in cui c’è più un simbolo che una realtà. E bisogna pur dire che l’Italia, aldilà delle parole altisonanti e vuote, non ha avuto una funzione positiva in tutto questo scivolare verso il basso ventre delle paure. Di fatto la sinistra si è acconciata su teorie che la snaturavano, e lo stesso Renzi, che si è mosso come un elemento di evidente acquiescenza al neo liberismo in cambio di un rinnovato protagonismo della politica, fallisce doppiamente sia nella risposta ai bisogni che nell’essere guida di una reinterpretazione del primato della politica. Con Trump e con la May si supera la globalizzazione e si mette in moto un nuovo ordine mondiale dove conta solo la forza. Quanta forza possa mettere in campo un Paese diviso e incerto, ma soprattutto senza fiducia nella politica, come il nostro, lascio a voi che leggete, giudicare.

Eppure ci sono segnali di un risveglio delle coscienze, non pochi comprendono che se si è chiuso il ‘900, secolo di totalitarismi ed enormi lutti, ciò che si apre è la necessità di reinterpretare il legame tra politica e bisogni, di passare dalla narrazione alla verità che include soluzioni, magari difficili, ma perseguibili. Sanders negli USA, aveva indicato una strada che i giovani avevano compreso, in Francia accade qualcosa di analogo, anche in Grecia e Spagna comunque ci sono segni forti di una necessità di percorrere strade nuove che mettano assieme anziché dividere, e che riscoprono i bisogni comuni come somma di necessità individuali. Sono segni e idee affidate sopratutto ai giovani, a quelli che non hanno le tare di una stagione ricca di ideologismi, ma che sono in grado di esercitare la critica a partire dalla loro condizione. Per questo quel 40% di disoccupazione giovanile è un bisogno di lavoro che solo in chi lo prova può generare una idea nuova di società e di presenza delle persone e dei diritti in essa. Confido nei giovani perché essi hanno un bisogno di libertà ben differente da quello di chi ha avuto potere sinora, penso che ancora una volta le rivoluzioni sono un atteggiamento di cambiamento che nasce in chi non ha più nulla da perdere in un presente che lo conculca, ma ha ancora la forza di immaginare un futuro diverso che lo riguarda.  

In fondo è ancora la lotta tra chi vuol tenersi tutto e chi ha poco o nulla, tra il conservatorismo che torna sempre indietro e il cambiamento che per essere positivo non può che andare avanti.

Le foglie ostruiscono i chiusini, ci sono larghe pozzanghere e il cielo è grigio, ma un’idea di bene comune sposta le foglie quando sa che non può evitare la pioggia, si prende cura di ciò che accadrà perché il presente non gli piace.