la lieta fatica del leggere e dello scrivere

Non è sempre semplice leggere. Manca il tempo, gli spazi e gli orari non sono quelli della iconografia della quiete: la luce vicino alla finestra, il volto preso, la posa composta il libro davanti al viso o sulle ginocchia. Spesso leggere è piacere rubato al sonno, all’intento d’altro e alla distrazione. Avviene nei luoghi più svariati, dall’intimo al pubblico.

La casa è uno dei luoghi del leggere, ma confesso che ho letto molti libri in libreria e con l’attenzione acuita dal tempo ridotto e dalla necessità di capire che mi avrebbe portato alla decisione se acquistare o meno, un ulteriore ospite per la casa. Del molto che avrei voluto, ma poi rimase in scaffale, mi restano tracce, lacerti e impressioni forti, come se il cervello conoscendo l’esiguità del tempo a disposizione si acuisse per “rubare” un senso, suscitare un’emozione, mettere insieme i pezzi di una trama che poi sarebbe stata ripresa. Alcuni di quei libri li ho poi comperati, altri sono rimasti nella mia testa e ancora mi fanno compagnia, per cui mi chiedo se l’impressione sarebbe stata la stessa se ne avessi letto l’intero contenuto. In un libro forte è il piacere della scoperta che le parole sollevano, lo stile, la composizione della frase tolta dal contesto, così nasce il primo giudizio. E la curiosità che nasce da una vicenda accennata porta con sé una concentrazione inusuale che prescinde dal luogo. E’ il piacere sottostante a far diventare la stanza della mente prevalente sul luogo in un suo estraniarsi, perché c’è un’urgenza che coincide con la necessità. Per questo subentra il disappunto se si viene interrotti: iniziare, proseguire a sazietà, interrompere per un successivo appuntamento. In questa sequenza si trova il gusto di un rubare le parole che poi verrà disteso nella successiva, casalinga lettura.

Lo scrivere dovrebbe essere speculare, distendersi come un gatto, dormire ed essere pronto ad azzannare. Così vale per l’ispirazione, ma scrivere è anche bisogno, lavoro che deve cercare motivazione. Procedere, come faccio per frammenti, in fondo è nulla e per me tutto. Fabbricante di coriandoli per mancanza di costanza o di sufficiente ingegno, comunque considero lo scrivere un’attività di rapina e di equilibrio tra ciò che sento, vedo, penso. E’ un saltabeccare che lascia tracce dentro, traccia vie, apre porte e vede il contenuto di stanze che attendevano d’essere amate. Come per l’ascoltare, lo scrivere è interpretazione, decrittazione dei pensieri che spingono la parola ad uscire, fascino del palese mischiato al nascosto. Non è mai passivo, spesso è inadeguato, crudele con sé stesso se non trova il filo che lo porti fuori dal labirinto trionfante delle parole sull’orlo del vuoto e del bianco di un foglio, ma lo scrivere, nelle sue forme, è estetica del contenuto e insieme contenitore. La sintassi può essere violata, le parole non dovrebbero mai esserlo, perché contengono, nascondono e mostrano, si allineano sulla pagina, sopportano, ci parlano. Di questo bisognerebbe essere consci che lo scrivere anzitutto parla a noi e ci cambia, ci fa capire quello che ancora non era chiaro e per questo andrebbe rispettato sin dalla grafia. Ma oggi non si scrive più a mano e pur avendo tanti caratteri a disposizione spesso può mancare il nostro.

Nello stropicciar di carte,

i pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.

L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,

quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:

così si vanta l’intuito, senza dire,

del suo cervello tattile proteso

e della mia passione di sentircapire il presente tra le dita.

Tutto vero,

anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,

del distendermi che divora sensi trasversali,

di questo ha intuito,

ancora.

Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,

in attesa,

non del caso e della sua arroganza,

ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,

e se al finir della luce ritrovo serenità

nel frusciar di fogli, senza lettura,

sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.

la realtà non mente

La situazione è quella che è, la realtà viene interpretata, attutita, giustificata ma resta e pesa sulle persone. Lo spettacolo offerto dal Parlamento in questa settimana di sedute congiunte, quando si doveva eleggere il Presidente della Repubblica e il trovare un nome comune doveva essere parte di un unico afflato che affronti i problemi comuni del Paese, ha dimostrato l’incapacità di affrontare il problema con chiarezza e verità comune di intenti. Tornare sul nome del Presidente uscente, persona di grande equilibrio, ma che aveva dichiarata ripetutamente la propria indisponibilità, rende anche evidente che la politica gridata diventa inane e non solo non è in grado di risolvere i problemi ma si avvita su se stessa. Questo “gioco” in cui gli attori hanno fini che mescolano il potere, con la crescita del consenso relativo che esso ottiene e con la difesa di interessi che riguardano solo una parte totalmente disgiunta da un’idea di futuro comune, è responsabile di non poco del degrado che investe la società e il Paese.

La realtà viene interpretata attraverso il parlar d’altro dei leader politici, snaturata della sua effettività, trasformata in una competizione che non propone soluzioni e che punta sulla divisione non sull’adeguatezza delle risposte. Eppure i fatti indicano che la deriva verso un impoverimento economico, sociale, collettivo e individuale è innegabile. E la pandemia ha agito, enfatizzando la divisione tra chi è garantito e chi non lo è. La nuova stratificazione in classi si attua sia nel fermare l’ascensore sociale e sia aumentando il controllo sulle persone. Se pur lavorando, una parte non trascurabile di famiglie si impoveriscono, significa che si è rotta la società basata sul lavoro. E si è formato uno strato che è intrinsecamente precario e quindi massa manovra per qualsiasi dipendenza. Clientes con diritti decrementanti. Osservare questa realtà che muta anche la politica fatta più di favori, di attenzioni interessate e non di diritti, ci dice che indignarsi non basta più, è sterile e non muta nulla. Nessuno di chi si interessa di ciò che accade non può non vedere sia l’assenza dal voto considerato privo di effetto e lo smottare di non poca parte del “popolo” privo di una proposta verificabile di futuro della sinistra, verso una destra basata sull’io, sulla cessione di libertà individuali, di diritti. E questo avviene sostanzialmente in cambio di piccoli privilegi che non mutano la condizione reale delle persone ed è così che il disagio diventa fisiologico. Si assottiglia l’idea che le cose possano essere mutate assieme, lo stesso sé non è percepito come importante e come parte di un comune sentire con altre persone. Insomma si è più soli, indifesi, resi anonimi e defraudati di diritti che fanno parte del patto sociale. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso di Pandora è stato rotto da qualche parte e la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo, che non sono attendisti. Ma effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Mi chiedo se c’è una chimica sociale del tenere assieme ciò che è giusto e necessario. Ci penso perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. E capisco che questo interferisce ancora più pesantemente con le vite, con i sentimenti e che l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali, si incattiviscono. 

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. La pandemia mostra anche i nostri errori e non parlo delle misure sanitarie ma del limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: siamo a questo punto perché lo si è permesso e ci siamo resi ciechi a ciò che già accadeva. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze. E questi non sono gli amici senza amicizia, neppure il cicaleccio inane, mi chiedo se ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende.

Una torcia lanciata nella notte, mostra la realtà immota della paura delle cose, ma anche la direzione per uscire insieme dal disagio di un vivere che peggiora. Capire che solo guardando la realtà, chiedendo verità e trasparenza, non sopportando illegalità e politiche ad personam, affrontando il problema dell’equità e della dignità del lavoro, dovrebbe mettere insieme il noi condiviso, come unica via per tenere assieme la società e non farne un campo di battaglia per la sopravvivenza.

minimi pensieri 8

La tentazione del bello non diventa ossessione di perfezione ma è il modo per uscire dall’immobilità e dal pantano in cui si scivola in questa società ineguale. C’è una tentazione costante del non decidere, del mantenere la posizione nel timore di perdere qualcosa, o tutto quel poco che si possiede. Solo i giovani fuggono da questa immobile assenza di futuro, non tutti ma quelli che prendono in mano la loro vita capiscono che la coscienza di percorrere almeno una strada, andare verso un dove, è già avere la possibilità di essere se stessi.  Essere prigionieri, a partire dal linguaggio, delle cose seriali, dei modi convenzionali e stereotipati di dire, nel definire e vedere la realtà, ci rende ciechi. E in questo il luogo comune che è la realtà virtuale, dove regole e modi sono apparentemente liberi, precipita l’immobilità della mente. Qui il bello diventa transeunte. Non vivifica, non spinge a sperimentare se stessi, non fa crescere le persone e non le mette assieme. Nasce un sogno di innocenza originaria che appartiene a ciascuno, ma è qualcosa che non esiste se non si verifica nella realtà e nel suo svolgersi. Il conformismo, anche virtuale, uccide i sogni e rende immobili le persone, fino alla rinuncia della libertà. La lingua ci insegna che le cose possono cambiare nome perché non sono ferme, perché hanno più dimensioni, perché mutano nel guardarle, toccarle, sentirle. E così nei miliardi di modi di chiamare i sentimenti e l’amore, nel renderlo vero nei gesti e negli infiniti modi per farlo non c’è forse il prefigurare della vita nella sua molteplicità che ognuno di noi contiene? E non è questa molteplicità la radice dell’innocenza, del bello e del rapporto profondo tra chi cerca, trova, mette in comune ciò che sente ed è?

In questo c’è la tentazione del bello come processo che muove, che induce a vedere ciò che gli altri si rifiutano di cogliere, ed è l’imperfezione perfetta di chi ama profondamente.

corri ragazzo corri

Luce a fior di pelle,
percorrendo curve assassine,
traiettorie
da perderci la testa.
dove il mercurio è misto a sudore,
e gocciola forte, piano
ancora più piano:
non a caso le unghie
sono state affilate.
Rabbie di seta,
tenerezza che avvolge
il giorno che muore
rinasce,
non fa rumore.

minimi pensieri 5

Ci sono pomeriggi che sarebbe meglio dedicare al sonno o alla contemplazione. Per la seconda basterebbe una fotografia e porre nella testa di ciascuno dei raffigurati, i pensieri che li animano nella nostra rappresentazione. Commedie in un solo atto per interpreti che hanno bisogno di avere se stessi come pubblico. Succedanei della meditazione, dove essa fa il vuoto, la finzione (neanche tanto visto che è ciò che si sente) fa il pieno. Antidoti all’umore un po’ così. Affermazioni apodittiche come : ho troppi ricordi e poca capacità di tagliare pezzi di passato e non dolermene. Non sono utili. E neppure emerge lo Scontento di me. Lo tratto come esso fosse un alter ego che ti accompagna silente e paziente, mai infastidito dall’altro ego, chiassoso e ilare di sé. Buona è invece la voglia di isolata quiete che aiuta a ricomporre i cocci. Punto d’arrivo: c’è moltissimo di bello, emozioni, sentimenti profondi, cose di cui ringraziare per averle vissute. Percorso accidentato, pieno di distrazioni fastidiose, ricordi modesti e molesti, fallimenti grandi e piccoli. Che poi i fallimenti bisognerebbe rivalutarli, sono il successo meno un quid, non sono come i naufragi che ti tolgono tutto e che se arrivi in un’isola nuova ci sono pure le formiche cannibali, per cui devi davvero ripartire da zero. Con un fallimento parti da tre o anche da dieci, basta che tu li veda questi numeri tramutati in amori solidi e cose tangibili, senza considerarli meriti o fortune acquisite. Riassunto: pomeriggio sulle montagne russe, (le dolomiti sono meglio) e pensieri sparsi come le trecce morbide, ma senza affannoso petto. Insomma se non si è fatti bene sul lato del perdonarsi è possibile migliorare. E domani si può fare di più.

la piccola torre

La piccola torre di guardia era di legno, alta sulle mura, con due soldati di giorno, uno di notte. Sotto era il corpo di guardia con qualche uomo in più. Stava, la torretta, addossata alle vecchie mura e regolava l’accesso a una delle porte della città. Sotto di essa, si pagava il dazio, si veniva esaminati, a volte riconosciuti e, in qualche caso non erano sguardi piacevoli. Il tempo passava lento e i soldati oltre a scrutare l’orizzonte, giocavano a carte, attendevano il cambio, scrivevano sui muri con la punta dei coltelli. Chi non sapeva scrivere, disegnava. Così nacque l’idea a qualcuno di essi di fare un’immagine sacra che proteggesse chi era di vedetta. Mestiere ingrato ed esposto che necessitava di una protezione in più rispetto al normale. Questa immagine tracciata su tavola, si arricchì di colore, e posta alle spalle della vedetta, pareva lo proteggesse o almeno lo ascoltasse nelle lunghe ore di solitudine in cui parlare da soli era naturale.

Gli abitanti del borgo, erano povera gente. Le viuzze dentro le mura avevano case basse abitate da legnaioli, falegnami e venditori di paglia per i sacconi, sopra i quali dormiva la città. Anche loro avevano bisogno di protezione, per gli incendi soprattutto, perché tra case di legno e fienili il pericolo di perdere tutto era sempre in attesa d’una disattenzione. Così, si era saputo dell’immagine nella torre di guardia, e anche gli abitanti chiedevano alla Madonna protezione, per gli incendi ma anche per i guai piccoli e grandi della vita.

Passò molto tempo, cambiarono gli usi, le mura furono in parte abbattute per far posto a palazzi e case, la torretta di legno restava in piedi vuota, con l’immagine ancora al suo posto, spesso invocata dagli abitanti che ora la consideravano loro protettrice. Vicino c’era il convento di san Michele Arcangelo, ricco di immagini e di bei dipinti che illustravano i fatti miracolosi dell’Angelo. Gli abitanti andavano alle funzioni, ascoltavano le prediche, ma la Madonna del rione era quella della torretta e a Lei chiedevano le grazie. Poi la torre di guardia dovette essere demolita perché instabile e pericolosa, allora emerse il problema di trasferire l’immagine altrove.

La faccenda non era una semplice decisione politica da concordare con il Vescovo o con l’abate del vicino convento, perché in mezzo c’erano miracoli, c’era una devozione che includeva l’appartenenza. Quell’immagine era parte del borgo e la Madonna era uno dei suoi abitanti. Soccorse a risolvere quella che poteva diventare una questione grave, una donazione per edificare al posto della torretta una cappellina che poteva ospitare l’immagine staccata. Fu tirato un sospiro di sollievo da parte dell’autorità, ma per i strani motivi di cui poco si conosce, ad una donazione altre s’aggiunsero, magari piccole degli abitanti del borgo e ciò che doveva essere poco più che un sacello assunse misure e posizione ben più grandi, per cui furono necessarie altre pubbliche decisioni e il sacello divenne chiesa e neppure piccola, tanto che per trovarle posto, essa fu messa dov’era la porta, al centro della nuova grande via aperta verso il mare. L’immagine della Madonna, staccata e restaurata, fu posta al centro della chiesa che stranamente, unica in città, era a pianta circolare, senza navate ma convergente verso quella immagine. Dopo i nomi importanti di rito, la chiesa riprese il suo toponimo antico, ovvero quello di una piccola torre, un torresino.

Fin qui la fantasia della storia che legge i pensieri e i fatti insieme e chi ha voglia di approfondire o visitare la chiesa può farlo anche oggi, ma questa storia trascura chi lavorò, costruì, percorse le fondamenta, mise i suoi pensieri, le sue parole tra quelle nuove mura. Quelli che fecero l’edificio, gli architetti e gli esperti muratori, capirono che non era solo un edificio come gli altri, ciascuno (ovvero alcuni con diversa fantasia), volle manifestare la sua presenza e fece parlare i fregi, le combinazioni dei marmi, le decorazioni dei contrafforti della cupola. MIse a disposizione il sapere che si era accumulato nelle sue mani provenendo da generazioni di lavoro e lo porse come anch’esso fosse omaggio a quell’antica devozione. Per cui ricci di pietra scanalati, in bella vista, si univano alle travi di legno occultate che con diverso spessore, sotto gli intonaci, sostenevano la cupola. E così i disegni dei pavimenti riprendevano geometrie tali da mutare secondo l’angolo con cui erano guardate per cui si poteva pensare di camminare nel vuoto o tra infinite losanghe.

Questo per dire che quando l’opera dell’uomo rende omaggio, lo fa sia all’Essere superiore in cui crede, ma anche a se stesso perché dà il meglio di sé. Ed instaura un dialogo dove il non finito apparente è invece attesa che ci sia una risposta e che a questa si aggiungono le proprie parole in un conversare senza tempo, né limite che continua e si trasmette per chi sa ascoltare e sa leggere. Di questo certamente furono colpiti i fedeli, e lo sono ancora mentre mettono candele, bisbigliano preghiere, chiedono grazie raccontando come va la loro vita e quella di chi è loro caro. Un parlare che a fior di labbra, appena si sente e che altrove non trova orecchi per ascoltare O forse solo il desiderio di una quiete, di un fidare e d’ un affidarsi che non trova riscontro nella troppa sicurezza che appena fuori le porte li aspetta e non non capiscono se essa riguardi loro o un numero statisticamente importante che può non ricomprenderli. Anche queste persone hanno una loro cifra che attinge al profondo del loro animo e insieme all’inconosciuto, mettono ciò che è in loro forte e necessario, offrono la loro umanità in un dialogo che riguarda loro e loro soltanto. e si sentono compresi. Come gli antiche armigeri che nelle notti raccontavano la loro vita e osservavano il buio che li avvolgeva chiedendo che esso non entrasse il loro.

Naturalmente gran parte delle persone non percepiscono questo bisbiglio che continua e usano le cose, i luoghi come essi fossero realmente ciò che a loro appare, ovvero limitati alla funzione, mentre qualcosa di più grande si snoda negli anni e nei secoli, e non è solo storia, ma il racconto di ciò che ciascuno trova di se stesso in un edificio, in una immagine, in un lavoro non compiuto e che attende non la materialità del gesto ma l’attenzione della mente per parlare.

pensieri dell’attesa 1.

Lui soffriva di malesseri speciali, non riuscendo ad essere felice come pensava fosse possibile. A lui dispiaceva di far del male con il proprio malessere e allora si chiudeva in silenzi lunghissimi, leggeva cose che prima erano curiosità e poi un dovere di conoscenza. Questo sapere nuovo dimostrava la sua ignoranza di fronte a ciò che aveva tralasciato e che anche ciò che gli sembrava di conoscere era impreciso e nel frattempo era evoluto. Era una questione di tempo e di età, cose che messe assieme sembrano riprodurre, determinandole, le vite e come esse si evolvono. Come fosse tutto già accaduto, previsto e scritto. Quindi la volontà non bastava e ciò era una fonte di malessere, perché rendeva bisognosi, la peggiore condizione interiore che ci si possa fabbricare. Quei libri che all’inizio sembravano aprire porte nuove e nuove prospettive senza vincoli di misura esaurivano l’interesse in poco tempo, lasciando la fatica del continuare.
Se richiesto sullo stare, rispondeva.


C’è qualcosa che mi spinge a fare ma non so cosa.
Ho sonno e un malessere che un tempo affrontavo andando via, ma forse è solo un timore che sente il tempo fuggire, il non essere come vorrei che rende ora le cose desiderate, difficili. Persino l’immagine di sé diventa meno definita e anch’essa dev’ essere precisata, fatta scendere dalla giostra che mostrando il mondo in una intera circonferenza lo rende privo di scelta.
L’introspezione non basta, diceva, nemmeno l’analisi funziona perché aumenta la consapevolezza del tempo che si è perduto e di quello che ora scivola via, non risolvendo a tempo la vita.
Ti sei mai accorto, diceva a chi lo interrogava, che ciò che si capisce rende il passato un succedersi di cose non avvenute perché ad esse è stato impedito di avvenire dalle proprie fobie, dalle deviazioni che la natura aveva subito per educazione, costrizione o mancanza di fiducia e che ora era tardi per quello che non era accaduto mentre diventava più difficile trovare la forza dell’intraprendere un nuovo che fosse duraturo.


Vedeva e sentiva che ci sarebbero state tante cose da fare, da capire, mentre tutto ciò che era abitudine e ripetizione diventava urgenza e peso.


Quando non riesco a reggere questo peso mi viene sonno. Diceva. Ma sono sonni brevi, che portano in un altrove in cui ci si riposa, mentre la realtà è paziente e ci attende al risveglio.


Gli sembrava che se fosse uscito da quell’umore, la leggerezza, l’auto ironia, la voglia di raccontare e quella di scrivere lettere a persone che non le avrebbero mai lette, gli sarebbe tornata, e sarebbero scomparsi i pensieri più grevi, il malessere che lo faceva sembrare triste. No, non era triste, non era più disposto a farsi carico della tristezza altrui, di essere adeguato alle richieste che gli venivano poste. Voleva che, essendosi ritrovato, questo servisse a qualcosa e gli desse l’energia necessaria per costruire una vita differente, forte, tranquilla.
Trasmettere tutto questo senza provocare domande o troppa sollecitudine era complicato e solo il silenzio lasciava credere altro, ma questo non dire gli sembrava ingiusto. Un negare che dagli altri che ci amano si possa ricevere qualcosa che eccede già il molto che ci danno e che ci permette di vivere. Così ogni preoccupazione creata, ogni richiesta che lo riguardava era parte di quel l’ingiustizia che perpetrava pensando a sé, ma che doveva compiere perché senza trovare chi era ora, con la dovuta calma e comprensione non l’avrebbe portato fuori dai malesseri e dall’attesa. Così pensava e sommava il dispiacere di non dare tutta quella parte di bel vivere a chi gli era caro con la necessità di creare qualcosa che fosse una passione e lo portasse verso un nuovo modo di vivere se stesso.

https://youtu.be/vu1BcNeebMI

pensieri oziosi di un insonne

Stamattina, ma era ancora notte, il sogno era troppo impegnativo. Ne sono uscito e mi sono alzato. Le case sono piene di luci piccole che tracciano i possibili cammini fino all’acqua o al dubbio di un pensiero scacciato prima di dormire. Una finestra era molto illuminata dall’esterno, scostata la tenda è apparsa la fonte: una lampada sopra la porta della terrazza di una casa vicina. Le case attorno ne erano illuminate con una ricchezza di particolari che di giorno non si nota. Le ombre giocavano con le piante e con il vento, le foglie rimaste e i rami tracciavano sui muri e sulle imposte. L’intorno ne veniva ingentilito con un’ inquietudine leggera, come se il mondo delle cose si muovesse per suo conto e senza gli uomini avesse vita propria. Un mescolarsi d’ombre e colori privi di lucentezza toccava ora l’una, ora l’altra casa, finestra, terrazza, albero, siepe. Si vedevano le cose della vita domestica abbandonate: una scopa, uno stendino vuoto, una tenda estiva dimenticata, degli scatoloni di cartone messi in un angolo. Tutto si trasfigurava da oggetti con una funzione a cose e diventavano parte di un insieme di esistenze con le loro scelte e dimenticanze. Altre luci dialogavano con quella più forte che faceva da proiettore. Sembravano avere vita propria luci gialle o rosse di interruttori, luci più distanti che non si vedevano e illuminavano dal basso la bruma della notte, luci che filtravano da imposte malchiuse, tracce e insiemi da cui veniva un chiarore diffuso che si spandeva e non arrivava ai tetti.

Ognuna di queste case conteneva storie, stanze dedicate al sonno, sogni che si dipanavano e narravano storie che avevano a che fare con il giorno non con la notte. Il mio sogno era una di queste storie e ora sembrava così semplice e poco enigmatico nel suo rappresentare timori e desideri che ne comprendevo il senso di un discorso interrotto con me stesso fatto di cose e possibilità lasciate in disparte. Il tempo per i sogni non esiste, hanno una vita che esigerebbe la riapertura della nostra e un nuovo svolgersi, non un passato ma solo un futuro.

Con uno sguardo ho ricompreso il cielo e le luci della notte e riaccostata la tenda il mondo si è fatto piccolo, caldo, domestico, con le sue piccole luci che ora ricevevano forza dall’oscurità. Un guscio in cui si svolgeva non poca parte della mia vita e ciò che è esterno si fermava chiedendo di essere compreso, meditato. non solo l’io, ma i tanti che da notizia diventavano sentimento. Tornare a letto e riprendere il filo della notte. Dialogare con me chiedendo lumi sul sentiero da percorrere e ringraziare per le cose che vedo e sento. Ringraziare per i particolari che discutono sulla grandezza dei miei problemi e ne danno una dimensione. Così riprendere il sonno.

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. È la gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. 

È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Entanglement si chiama e non è un fenomeno ma una proprietà: che esista un’anima della fisica?

E quella degli umani, che solo a fatica sentono, che guardano minacciosi altri umani dietro un filo spinato, dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore. Uno che ci conosce oltre il conosciuto, che sa dove iniziamo davvero..

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene la paura e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, sulla soglia c’è il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

different posted on willyco.blog 28 ottobre 2016

forte scirocco da sud

È in arrivo un forte vento di scirocco da sud. I venti spazzeranno le isole e poi saliranno liberi per i nostri mari, attraverseranno le foreste dopo aver scosso spiagge e porti, disseminando foglie e sabbia nell’appennino e nelle pianure. Forti piogge e poi nuovamente il vento che da scirocco diventerà garbino. Le prime nevi prima di quietare la stagione che al contrario degli uomini, alla fine torna a parlare con dolcezza alla natura. Fin qui le previsioni ma gli uomini dove sono?

Un residuo di vita passata, ogni mattina mi consegna una virtuale rassegna stampa economica. Lascio fare, leggo raramente. Confesso che gli indici e le previsioni economiche sono più una breve curiosità che una irruzione nella capacità di prevedere, cosa che tutti esercitiamo. Parliamo della ricchezza delle nazioni dal nostro piccolo angolo che ci dovrebbe far decidere cosa manterrà quella indipendenza economica che significa dignità e libertà. Non dover dipendere se non da se stessi è in realtà qualcosa di più profondo che si insinua nel nostro rapporto con gli altri e la società. Anche per chi con l’età diventa orso non c’è dispensa dal vedere la miseria crescente di chi lavora senza riuscire ad avere ciò che gli serve per vivere. E non c’è uno straccio di riflessione profonda su cosa oggi significhi il lavoro in senso collettivo oltre al PIL. Si capisce che mancano le persone dai conti e che non si sente la sofferenza che si diffonde. Si preme sull’individualismo anche negli indici dell’econometria che non diventano mai scienza sociale, disagio, fobie, rifiuto del lavoro, sussistenza precaria.


Pensavo a quanto leggevo qualche giorno fa, in uno scritto poi cancellato. Era una dichiarazione d’amore di una madre a un bimbo piccolo che dormiva. Una meravigliosa ninna nanna del pensiero e dell’amore che parlava di speranza, di dolcezza, di accudimento e questo sentimento così profondo era una speranza comune. Una preghiera perché il mondo andasse nel verso giusto e permettesse a questo e ad altri bimbi, di crescere e di sentirsi umanità. Ma come fare perché tutto l’agire adulto si trasformi in fattivo amore, e in cura, dove il sé è profondamente congiunto agli altri?
Certamente non con gli articoli che ricevo e che mi danno lo stato del potere in atto, neppure con l’odio sparso con larghezza verso altri simili in condizione di bisogno e inferiorità. Forse la risposta a come trasformare il tempo che minaccia tempesta e nuove devastazioni nei prossimi giorni, è leggervi un segnale che giunga in quella parte del sentire dove mettiamo il presente e il futuro di chi amiamo.

Segnali di una ribellione delle cose che, pur inanimate, non sopportano la mancanza di cura. Di questo abbiamo bisogno, di capire i segni e di ritrovare la cura che avvicina le persone, dà un senso all’amore, lo trasforma in gesto economico che comprende la serenità, il benessere, a volte la felicità, e sempre la consapevolezza di essere parte di un tutto. Quel bimbo attraverso le parole della madre, l’ho amato pur senza conoscerlo e per lui e per lei ho desiderato che il mondo sia clemente e gli uomini più coscienti del bene collettivo.
Vedere i bisogni, i timori e poi l’economia per metterla al servizio della cura ci meriterebbe il futuro, nostro e altrui, insieme.