sera d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le Pleiadi faranno fatica a mandare messaggi stanotte, così i desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora in cui l’aria e la luce radunano i ricordi che, solerti, si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel ” sicuro” porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

I veneziani, alzando gli occhi dalle galee, avrebbero detto che il mare era il loro pavimento e il cielo il tetto della casa in cui abitare.

del deludere

Dovrei essere abbastanza plasmato dalla vita e dall’esperienza per sapere che la delusione ne fa parte. A volte è palese, quasi la preferisco, spesso è subdola, si forma col tempo in una somma infinita di equivoci che non sono tali ma infingimenti, piccole deviazioni della verità, cose che si nascondono.
Le persone che si raccontano diverse da come sono, le situazioni quando contraddicono la logica e l’evidenza, la riproposizione dell’arroganza nei rapporti personali.

In politica è ancora peggio perché il potere fa aggio sulla credibilità, alza il livello della promessa, dell’essere ciò che non è, cosicché i delusi si moltiplicano in relazione al distacco tra parole e fatti. E questo non si limita a generare un giudizio, ma diventa un modo di pensare che avendo l’autorevolezza del potere, dilaga tra le persone, diventa una perversione dell’etica.
L’assenza della stima per l’umanità, per il gesto buono, per il rispetto, sono opzioni di un mondo di furbi dotati del potere di ammaliare.
Così lo spregio della funzione pubblica affidata e piegata a fini di parte diviene lecito, anzi parte dello stesso successo in politica.

Molti accadimenti hanno prima del loro succedere, indizi di delusione imminente, avvertimenti, con cause distanti che maturano finché una goccia in eccesso renderà visibile il distacco tra realtà e racconto, fola o come si dice adesso, narrazione. Magari quell’ultima goccia viene ritenuta responsabile di una complessità che era stata banalizzata. Le cose importanti (lo so anche per mestiere), sono poche, ma ad esse si affiancano molte altre che rendono fragile ciò che non lo era, inaffidabile chi era ritenuto sicuro e attaccano persino le cose che deludono perché si dimostrano diverse da ciò che promettevano.

Questo deludere e diffidare diventa parte di un’etica pratica che investe la vita di tutti, dove la negazione di ciò che si era detto, dell’amore ricevuto, della passione profusa è parte del vivere. In fondo, se ben analizziamo, la delusione ha un effetto che tocca l’attenzione e l’ amore: quello per la verità, per i rapporti limpidi, per le cose dette e mantenute. È lo stesso sentire che quando non c’è delusione ci fa sentire accuditi. La nostra impotenza verso le azioni altrui, discerne e coglie la somma di ciò che non è stato amore e piange perché senza cura siamo abbandonati e soli.
Deludono le persone e ancor più ciò che esse generano perché alla fine è difficile vivere nella sguaiatezza, nella protervia, nella volgarità, nella negazione dell’umana bellezza.

sempre condividerò

Mi colpisce lo sciupio dell’amore sparso invano,
l’inutile compiere dei gesti dopo l’addio,
lo sguardo chino interessato al vuoto,
alla punta della scarpa e al sasso calpestato.
La mano estrae la punta arrugginita dall’intonaco crepato,
è stupita dal colore bruno del ferro arrugginito,
dall’ossido che si deposita strato su strato.
Guardo la carta gettata, il brulicare di formiche,
sento in loro le parole nella notte, allineate,.
Penso a chi se n’è andato il due d’agosto
nell’allegra luce di mattina,
da una stazione colma dei profumi del viaggiare
e che, nel momento precedente, ancora pensava al mare.
Sento l’odore del ferro che somiglia al sangue da dentro uscito,
alla paura che si rialza e diventa un fatto accaduto.
Penso alle notte con parole impigliate,
al tiepido attendere l’allodola, il canto suo, la luce.
Sento la tristezza di ciò che è stato e non è cresciuto,
l’odore dell’asfalto d’agosto,
il sapore dell’acqua di fiume,
e del confondersi d’amore.
Le parole balbettate, l’ultima speranza dell’affastellare,
Il tuo, il nostro, quel poco di mio, che ha senso,
in una notte stellata che oscura rende l’acqua della pozza,
inutile il lavatoio,
e scorre l’acqua, gorgoglia, nel pensiero, col desiderio usato dalla luce delle tue parole.
E allora s’illumina l’ oscuro dentro
e diventa fuoco che divora ogni essere stato.

indifferenze come ideologie

Sarà il caldo inusitato, ma ormai è vietato pensare in auto, anche ascoltare la radio o musica è a rischio, a ogni passaggio pedonale c’è una bici che sfreccia e prima era dietro di te. Ti ho tagliato la strada, embè, stai attento. I vecchi col caldo dovrebbero stare dentro ai supermercati non per strada. Raddoppiare le attenzioni e pensare che l’indifferenza per gli altri dilaga e non importa il rischio. Credo che ci stiamo abituando a tutto quello che era maleducato oppure privo di attenzione, come si gestirà una società senza cura, senza un noi che prevalga sull’io? Finita la musica ora c’è il giornale radio e i toni sono roboanti, strafottenza e alterigia forse rassicurano chi deve comunque farsi votare, ma dove si trova quella piccola parte di verità che è il possibile adesso, il presente che risolve e prepara il futuro?

Ma non avvertite anche voi il fastidio di questo gioco delle parti, di queste indifferenze che diventano ideologie e una politica che si nutre di piccole rivincite, che non ha grandi ideali da offrire e tantomeno cambiamenti profondi e giusti della società, bensì solo un presente fatto di elargizioni, di privilegi ed elemosine? Non c’è un’idea di Paese da costruire, urgenze che se affrontate, tolgano le persone dalla sofferenza, un futuro che appassioni e meriti lo sforzo di essere parte di una nazione. Ho visto un manifesto che si richiamava ai patrioti. CI sono i patrioti, quelli che hanno una patria, un luogo fatto di tradizioni, di valori, di sentimenti condivisi assieme al loro cambiamento. Un luogo dove ci sia il progresso e il cambiamento, non solo le cose che si importano , ma quelle che si costruiscono e di cui essere orgogliosi. Sono questi i patrioti oppure sono quelli della caccia all’immigrato e che in tanti si mettono a picchiare due ragazzi che si tengono per mano. Penso che patria è il luogo in cui si cresce e si vive, la si ama perché essa si prende cura di cambiare il presente e il futuro e renderlo più condiviso, partecipato, eguale nella differenza di ciascuno. Per questo penso e credo che siano le cose che fa la politica e ciascuno di noi che danno un senso alla differenza tra l’essere di sinistra o di destra, perché un senso esiste ma implica che si scelga con chi stare, chi difendere davvero e come rendere egualitaria la società.

Ciò che è accaduto in corso di pandemia (mai finita per davvero e che non finirà finché non ci sarà una vera vaccinazione nei paesi poveri, incubatori di varianti) è divenuto lo specchio di ciò che comporta cambiare perché non è più possibile continuare come l’insieme dei rapporti sociali propone. Il benessere si ritorce contro di noi e diventa una variante sociale che anziché modificare in senso più sano le vite, renderle più belle e mostrarci ciò che è bello, toglie vita e sicurezza, presente e futuro. L’epidemia ha reso le strutture ospedaliere inadatte allo scopo per cui erano state costruite, ha ritardato cure che non potevano aspettare e riversato la paura e il peso dove il contagio si manifestava senza mutare nulla. E continua perché il ricco sta bene in tre giorni e al povero non si chiede se è ammalato. Dovevamo uscirne diversi, più forti e determinati a risolvere i problemi che erano atavici, ne siamo usciti più poveri e precari.

Ora con una epidemia che va per suo conto, una crisi economica enorme che incombe e una guerra in corso a due passi da casa, si arriva ad elezioni con un Paese stremato socialmente. Di che parleranno i partiti in questi poco meno di due mesi? Di quale futuro e di come gestiranno il presente delle crisi aziendali, oppure ci spiegheranno che sono i problemi dei tassisti e dei balneari la priorità in cui riconoscerci? Ci sarà qualcuno che parlerà della precarietà diffusa e di come intende affrontarla, del peso che aumenta nelle famiglie per vivere e di come ridurlo e riportando in auge una parola che non si pronuncia più: equità. Parola che spesso evoca e chiede si elimini l’ evasione fiscale. Ci sarà qualcuno che parlerà dei costi umani e sociali di una guerra che la diplomazia non ha voluto risolvere e della necessità della pace? Su cosa dovrebbero progettare i giovani e perché dovrebbero aiutare una comunità che chiede loro senza dare. Sono meno patrioti quelli che scelgono di emigrare perché qui non si vive più, non si può formare una famiglia senza l’aiuto dei genitori, non si paga il dovuto per chi esprime professionalità ma gli si offrono stages non pagati e lavoretti? Temi come il ricambio generazionale, ci saranno nei programmi elettorali e parleranno del modello di società da trasmettere per mutarla, con che tempi e con il contributo di chi? Cosa verrà trasmesso? L’ odio del diverso, la dignità come disvalore, l’illegalità del più furbo come intelligenza?
Sarà questo il discutere di politica e di futuro? Oppure saremo dentro la noiosa rappresentazione di una tragedia per vecchi biliosi, incapaci di cogliere un senso al loro essere assieme?
Il fastidio è per questo essere presi per il naso, guidati allegramente verso il precipizio della solitudine sociale, della protesta senza risposta, e vedere che c’è chi ci crede, chi applaude, chi pensa di avere un vantaggio se uno più disgraziato di lui annega nel Mediterraneo.

Ho evitato ogni ciclista e ogni pedone, adesso ascolto musica a casa, l’auto me la potrò permettere sempre meno perché carburante e autostrade sono aumentate, forse è questo il cambiamento di cui non si parla, ovvero che stiamo diventando più poveri e forzatamente ecologisti, ma non credo che sarà materia di scontro elettorale.

il senso del tempo

LA VERA OPERA

Può darsi che proprio quando non sappiamo più cosa fare siamo arrivati alla nostra vera opera,
e che quando non sappiamo più dove andare
siamo arrivati al nostro vero viaggio.
La mente non perplessa non si adopera.
Il torrente ostacolato è quello che canta.

~ WENDELL BERRY ~

Ho cercato nella mia vita, di tagliare di netto con ciò che mi era entrato nella mente, non ci sono mai riuscito. Neppure invidio chi ci riesce, anche se penso viva meglio il presente e il futuro. C’è chi lascia che le cose accadano e poi passa ad altro. Che sia un lavoro, un luogo, un amore, nulla è così stabile da impedire che le cose mutino con rapidità, i ricordi si dissolvano, la vita inizi di nuovo.

So bene che le cose non sono così semplici ma identifico la leggerezza con questa capacità e penso fortunato chi ad essa unisce la profondità. Sono pochi e credo sia qualcosa di innato come l’abilità nell’uso delle mani per la meccanica o quella del senso dei colori nel disegno, una capacità naturale che la vita si incarica di sviluppare e che io chiamo il senso del tempo proprio, ovvero il saper aprire e chiudere le porte dentro di sé.

Poi ci sono altri che per strane combinazioni di circuiti neuronali, hanno un’ asincronia col tempo. Vivono le cose come fossero spettatori partecipanti e per loro il sipario non cala mai, anzi la commedia viene costantemente riscritta variandone di poco la trama. Vivono, si adattano, vociano quando c’è da vociare. Non sono cattivi, né troppo diversi dal nero che confina con l’innocenza. Sono molti e medietà, a nessuno piacerebbe essere chiamato così ma ogni volta che ci si gira da un’altra parte, non si riflette perché si grida e a chi, si casca in quel conformarsi che non procura né fastidi né passioni. È un modo per guardare il mondo e gli altri lasciando che le idee, il discernere e l’unicità posseduta, pian piano si allontanino. A queste persone, e non sono poche, basta guardare e seguire, qualcosa ne verrà e se non era ciò che avevano desiderato, pazienza, se ci si adatta si sa sempre cosa fare.

Altri hanno voglia di cominciare la vera opera che ci riguarda, e questa inizia o per entusiasmo e chiarezza d’intenti, oppure quando sembra che attorno e dentro, le prospettive si svuotino. Quest’ultimo è il meditare senza saperlo, che poi lascia che emerga quel profondo che dormiva e che rende nuovi i colori e il cammino. Il vuoto, c’è lo insegna la meccanica quantistica, non solo è affollato ma è l’impalcatura dell’universo e il terreno su cui camminiamo. È da esso che nasce la strada prima ignota e nel vederla, l’io risvegliato si guarda attorno, finalmente libero di essere ciò che è e di crescere.

sassi sulla riva

Non posso pensare che tu pensi a me,
non come vorrei,
solo che mi sembra strano che non accada
e ciò dipende da quel sentimento che sembra rendere tutti eguali,
ma mi sbaglio,
e ad ogni errore sento che un pezzo s’è staccato.
Così nasce un piccolo dolore,
un’ asincronia tra ciò che sono e ciò che sei
anche se la ragione, con pazienza, spiega
l’inutile pretesa d’essere investigato
e compreso nelle pieghe dei desideri,
questo rivela almeno a me la complessità dei mondi che costruisco,
e ne vedo la bellezza e gli enigmi.
Resta la distanza del desiderio da ciò che accade,
e così sgorga la solitudine:
tra pensieri e sassi variopinti sulla riva,
che si calpestano incuranti,
d’essere stati loro vivi ben prima d’ogni nostro sentire. .

a proposito di buone maniere

Di chi era la colpa, allora?

Di tutti, di nessuno escluso: la colpa appartiene all’esperienza di ogni vita, lo insegna anche qualsiasi melodramma, ciò che avremmo voluto e potuto fare per gli altri e non abbiamo fatto, ciò che gli altri avrebbero potuto fare per noi o non avrebbero dovuto fare, e invece. I sospesi, gli errori, gli squarci, le parole di troppo e quelle di meno, i gesti brutti che generano traiettorie indelebili tra un corpo e l’altro, una mente e l’altra, un destino e l’altro, e restano lì, incandescenti per sempre, per sempre nitidi e osceni come certe incisioni sulla pietra, graffiti della vergogna che è impossibile sfregare via.

Simona Vinci L’altra casa pg 51 Einaudi

e C.G. Jung

“Se io mi intrometto (nel loro destino e nelle loro scelte), loro non hanno alcun merito. Il nostro sviluppo psicologico può veramente progredire soltanto se ci accettiamo quali siamo e se viviamo con il necessario impegno la vita che ci è stata affidata.

I nostri peccati, errori e colpe sono necessari, altrimenti saremmo privati dei più preziosi incentivi allo sviluppo.

Se, dopo aver sentito qualcosa che avrebbe potuto cambiare il suo punto di vista, un uomo se ne va e non ne tiene alcun conto, io non lo richiamo indietro.

Potrete accusarmi di non comportarmi cristianamente, ma non m’importa.
Io sto dalla parte della natura.

L’antico libro di saggezza cinese dice:
«Il Maestro ha parlato una sola volta. Egli non corre dietro alle persone, non serve a nulla. Coloro che devono capire – perché è questo il loro destino – capiranno, e gli altri non capiranno.»

Perciò io non insisto mai su una mia affermazione. Potete accettarla, ma se non lo fate, va bene lo stesso.»

(C.G Jung)


Le profondità che sono state dischiuse dalle scienze della mente, dalle varie accezioni della psicanalisi avevano lo scopo di guarire o di renderci migliori? Guarire nel senso di conformarci alle regole, di mistificare il mistificabile in carte luccicanti che lo rendesse sempre un dono anche quando dentro si nascondeva l’acrimonia, il giudizio o peggio il rancore, oppure la guarigione doveva essere davvero ciò che si è, compresa la capacità di sbagliare. Jung si esprime nel secondo modo e parla di lasciare che sia chi riceve il consiglio a decidere. Con sincerità, schiettezza e la forza di andare controcorrente, se necessario. Si tratta perciò di lasciare che gli uomini obbediscano solo all’etica del non nuocere ad altri con la propria libertà, oppure precipitare in un ottudimento di conformità che fa le cose giuste ma contrarie alla propria natura e ottiene approvazione scambiandola per amore.

La colpa è ciò che ci schiaccia se non c’è la possibilità che essa sia ricompresa nell’errore, nella costruzione del vivere attraverso sbagli che insegnano e che verranno ripetuti, ma la cui somma porterà alla fine un segno positivo e sarà quel segno il vivere. Certo ci si può dolere di molto omesso, del coraggio mancato, dell’essere stati altri da noi, ma c’è un momento in cui la verità viene improvvisamente alla luce, ed è quando irrompe l’amore, con il suo tempo alterato, le convenzioni ridotte a ciò che sono, ovvero manierismi di convenienza, con la sua maleducazione, perché l’amore è maleducato e rispetta solo se stesso. Ebbene questa forza immane di verità, annulla la colpa, rende possibile ri iniziare un percorso che sembrava chiuso e noioso.

L’amore agisce per istinto, poggia su una pulsione, genera desiderio, una triade così potente da sovvertire le cose e da investire esso stesso dimostrando se è vero oppure è una finzione della mente.

Su questa affermazione che può sembrare fuorviante e gratuita rispetto alle citazioni, fermo ulteriori considerazioni, ma si potrebbe proseguire occupandoci anche dei sentimenti e cercare di capire perché essi siano meno rivoluzionari dell’amore, discernere senza cattiveria tra ciò che si tiene e ciò che si lascia dopo l’amore, ma ciò che accomuna il tutto è come nell’errore e nella sua considerazione non sia questione di buone maniere e che una educazione da sempre manca non sul far bene o il far male le cose, ma piutttosto su quanto queste mutino le vite e le avvicinino o allontanino da ciò che siamo veramente. Chi ci interessa dovrebbe conoscerci quel tanto che basta per capire che c’è qualcosa di profondo oltre l’apparenza e che ciò che costruisce nell’ uno può essere la decostruzione nell’altro se non lo capise a tempo.

attese

Ho atteso non poche persone che non sono arrivate qunado dovevano. Segno di un talento che avrei potuto sviluppare: togliere scopo all’attesa e a ciò che essa nscondeva. Quando queste persone arrivavano, se arrivavano le scuse addotte erano banali: il traffico, un contrattempo improvviso, la batteria scarica del telefono oppure la cabina telefonica guasta che impediva di avvisarmi. Qualcuno, a suo modo onesto, mi diceva, gorni dopo, che se l’era scordato e che gli serviva un’agenda, entrambe le cose erano un’offesa ma mi rendevano allegro perché non aveva mentito su quanto contassi per lui. Devo anche precisare che non chiedevo nulla, non sollecitavo risposte, per cui alcuni incontri non avvenuti già determinavano il loro esito come fossero avvenuti davvero. Se non erano importanti per l’altro non lo erano neppure per me.

I luoghi In cui attendevo dopo i primi 5 minuti, m’imbarazzavano. Se erano bar mi sedevo e mi sentivo obbligato a prendere qualcosa, un caffè o almeno un’acqua minerale, poi quando mi portavano via la tazzina o il bicchiere, prendevo un aperitivo o un birrino. Nel frattempo estraevo, una penna stilografica, un taccuino e scrivevo. Scrivevo di tutto senza un fine che non fosse quello di portarmi altrove. Ho un cassetto pieno di questi taccuini dell’attesa. Mi sembrava che attendere fosse un tempo sospeso, di elapse, tolto dall’elaborazione della vita e che quindi non contasse per davvero. Quindi negli anni tutte queste attese dovevano essere tolte e messe in una vita parallela che aveva bena latri contenuti: quelli dei taccuini ad esemio, oppure quelli dell’osservazione delle persone che mi stavano attorno con le loro storie, così simili alle mie, che immaginavo e trascrivevo. Questo tempo che non contava faceva parte della vita diversa che ciascuno vorrebbe vivere, ma poi riprendevo coscienza di altri impegni e mettevo un limite all’attesa. Guardavo ripetutamente l’orologio, il telefono, l’orologio del bar e dopo aver dato 5 minuti oltre il limite che mi ero concesso, pagavo e me ne andavo. A quel punto speravo che la persona che dovevo incontrare non arrivasse più perché avrei dovuto ascoltare le scuse, sorridere, risedermi e prendere un’altro caffè. Credo fosse per quel secondo caffè e non per il ritardo che diventavo nervoso, ansioso di chiudere l’incontro, fare in modo che non avvenisse come avevo desiderato per ritrovare una libertà che mi sembrava mi fosse stata donata,.Mi alzavo, cominciavo i saluti, rinviavo a momenti con più tempo le cose da decidere e se la persona si offriva di accompagnarmi,declinavo con cortesia, dicendo la verità :avevo bisogno di pensare prima di arrivare altrove. Un incontro aveva smarrito un senso e riordinare, senza farsi prendere da rabbie inutili, la vita successiva esigeva un riprendere possesso di quel me che avevo messo a disposizione.

Ho scoperto che facevo lo stesso con l’attesa di una lettera o di una telefonata. Se l’attesa non provocava ansia per il particolare legame con la persona, aspettavo con curiosità, facendo altro. Subentrava il gioco del chiamo io o attendo che chiami tu ed era un buon crivello che, superata la cortesia dei convenevoli inutili, lasciava come necessità solo chi importava davvero. Se c’era un feeling comunicativo, i messaggi erano folti, rimbalzavano dall’uno all’altro con una loro necessità e sintonia itrinseca che li rendeva sempre urgenti e insufficienti. Poi si avvertiva la parabola discendente, era stata fatta una scelta, non era avvenuto quello che si era preparato attraverso la comunicazione e la delusione cominciava a farsi strada, rarefaceva, telefonate, messaggi e contenuti sino a scomparire. Non era più necessaria.

Ciò che è necessità per un lasso di tempo è il contrario dell’attesa inutile, è pieno di contenuti, di speranze di evoluzione, di costruzioni del possibile. Si nutre di simboli, tempi e alimenta in continuazione il presente e il ricordo. Comunque determina decisioni che diventano irreversibili, nella freccia del tempo sono un prima che non cessa di produrre effetti, anche se il suo scopo apparente non lo raggiunge. Ho conosciuto persone che hanno costruito la vita su una possibilità che era sfumata e non posso dire che, apparentemente, fossero vite meno piene o soddisfacenti. Si erano basate su un’attesa dando ad essa un significato assoluto e continuavano ad attendere.

p.s. non sono mai riuscito a spiegarmi bene questa assenza di insofferenza all’attesa, una risposta me la sono data sul fatto che chi mi faceva attendere apparteneva a una vita complessivamente poco importante, ma un’altra spiegazione era più radicale ovvero che quelle persone diventavano più o meno importanti in relazione al loro giudizio su di me. Chi mi faceva attendere mi considerava non determinante per la sua vita e la comunicazione al più sarebbe stata formale, avrebbe usato il mio tempo senza profondità e rispetto, questo li collocava nella mia mente tra quelli che non avrebbero avuto interesse, anche se non poche volte poi mi sono accorto di aver sbagliato.

mantra della bellezza


Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta, del suo procedere non darci peso, 
solleva la tua mano che ci china il capo
trasformala in carezza. 
Della nostra bellezza dobbiamo tener cura
darle il nutrimento che ci fa felici, nelle lunghe giornate ricche di gesti nervosi.
Guarda dentro e fuori di me,
come chi è stanco e rischia d’affogare,
trova il filo che ci tiene assieme
è accaduto ogni volta che infuriava la tempesta
e solo con lo sguardo di chi volge a lato,
la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti.
Ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno:
prima era occultato e ora sei tu che mi rassereni.
Fa che reagisca con serenità
alle cose usuali poco necessarie.
A questo serve la bellezza
che aiuta a capire
se conta più essere belli o essere sani.
E con dolcezza chiedimi, della bellezza che coltivo,
quanta è mia poi per davvero.

lettera 3

Caro dottore, la strada dove lei ha scelto di abitare superava un fiume, che purtroppo non esiste più ma che ha accompagnato la mia fanciullezza. La strada lo superava allegra appena fuori della porta della città antica e si snodava, non proprio diritta, fino a una chiesa, che prima era un tempio romano e prima ancora chissà che altro, perché qui, come nella coscienza e nel ricordo, gli strati si sovrappongono e scavando si trova sempre qualcosa.

Questa strada congiungeva la mia città con un’altra città della decima legio imperiale, era importante anch’essa e ricca. Quindi era un luogo trafficato e fonte di scambi importanti. Sotto la sua strada, a circa 3 metri di profondità, lei potrebbe ancora trovare, perché ci sono, le grandi pietre del basolato romano, segnate dalle ruote dei carri che trasportavano persone e merci in un’ ordinata confusione che durò a lungo. Entrambe le città hanno poi contribuito non poco alla nascita di Venezia. Quando le invasioni furono troppo frequenti e cadde l’impero, le città ricche furono preda degli invasori, le popolazioni fuggirono e cercarono rifugio dove prima avevano visto paludi inospitali, mestieri poveri e difficili. La ricchezza cercò posto dov’era la miseria, perché lì si sopravviveva e si poteva ridiventare ricchi. La speranza dei ricchi è diversa da quella dei poveri, più intrisa di emozione mai rassegnata, può essere l’anticamera dell’annientamento oppure la spinta per una nuova avventura, che sarà prima solidale e poi molto egoista.

Lo sa che a un certo punto la terza città dell’impero era ridotta a 2200 abitanti? Era anche il risultato di un abbandono, perché i ricchi non solo non l’avevano difesa ma erano andati a ricostruire le loro fortune altrove, là dove i ricchi di un tempo si sentivano al sicuro. Chi invade i poveri, avranno pensato: solo chi è ancora più povero, ma i barbari non erano tali e quindi tra sabbie, canne e acqua potevano ricominciare a vivere.

Proprio davanti alla porta del suo androne, la strada fa una specie di dosso, è il punto più alto della città, non per merito di una orografia speciale, ma per l’accumularsi delle rovine dei palazzi e delle ville distrutte nei secoli che hanno alzato il profilo del terreno, in questo e in altri luoghi. Volevo attirare la sua attenzione sulla strada dove lei vive e sui simboli che la circondano: una porta, un corso d’acqua, ora interrato, un ponte a tre arcate che si vede solo da cantine inaccessibili, una chiesa romanica-bizantina in fondo alla strada, un sottostante tempio. La strada ha anche ora molti palazzi antichi che la fiancheggiano, alti portici e una piazzetta dall’etimo incerto, dove forse c’era una casa di briganti rasa al suolo. Sostanzialmente è una via che finirebbe in un tempio o in un vicolo cieco, anche se poi non è così, e come accade molto spesso nella ricerca della propria verità, del proprio equilibrio si finisce in una fede oppure in un vicolo senza uscita. L’essere bastevoli a se stessi implica comunque un modo di vivere e delle soluzioni, e quasi mai queste comportano l’assenza di dubbio o la felicità. Ho pensato più volte che questi luoghi in cui sono cresciuto, erano la metafora del pensiero che non si libera, che soffre, che chiede aiuto per uscire e pone il problema o alla divinità oppure alla sua capacità di andare oltre. Aggiungo che gran parte dei motivi che mi spingevano da lei, si erano svolti nelle strade che sono attorno al suo studio e che di questi luoghi ho la conoscenza incarnata che derivava dall’averli vissuti nel loro disfarsi e rifarsi, moderni e peggiori, per non piccola parte. Percorrevo quelle vie, da solo o in compagnia, ma più spesso in dialogo con me stesso, e raggiungevo luoghi dove avrei trovato il gioco. Cos’è il gioco se non l’esercizio di ciò che non c’è, la trasformazione del reale in finzione altrettanto reale di un mondo in cui essere protagonisti e compartecipi? Questo era il credo comune delle nostre bande di ragazzini, il modo in cui vedevamo il lecito e il proibito, il luogo mentale dove ogni cosa veniva collocata, il tempo modificato, la colpa trasfusa in trasgressione e poi di nuovo in colpa. Alla sera eravamo stanchi, sudati e felici, incapaci di vedere i pericoli corsi, ma anche consci di una protezione, nel mio caso mia nonna, che ci era discreta e vicina. Come un amore di cui non serve la prova perché è così certo e incarnato che ha in sé la durata illimitata. Allora, in queste strade in cui risi molto, fui allegro e qualche volta piansi, si formarono equilibri che nel tempo assunsero altri nomi. La porta mi portava fuori dalla città difesa dal canale e dalle mura, la strada verso un luogo in cui lo spirito doveva trovare equilibrio e quiete. Poi c’era stata la vita in mezzo, ricca di timidezze, paure, amore, doveri, responsabilità, felicità improvvise e non ripetibili. Cos’è la vita quieta che ho sognato a lungo, dottore, se non una tregua che preparasse a correggere la rotta e trovasse la felicità oltre la quiete? Potrebbe essere il titolo di un libro, sulla ricerca della saggezza che può essere la coscienza progressiva della propria impotenza fisica o una stanchezza che viene da lontano ed è fatta di pochi nodi irrisolti che ancora attendono di poter essere trasformati in quel motore che spinge la vita, genera entusiasmi e fa dormire tranquilli. Quando sono venuto da lei pensavo di volere l’ordine e invece cercavo l’innocenza, come se le cose fossero identiche e si sovrapponessero scambiandosi i ruoli nella vita che ha un fine, che costruisce, che vuol lasciare traccia. Esattamente come quelle ruote cerchiate di ferro che segnavano il basolato nel profondo oppure nello svolazzare dei mantelli di feltro pesante che disegnavano la velocità dei pensieri verso un fine già maturato. Credo che molto più umilmente il mio fine aveva iniziato a farsi in quelle strade ed era uno scopo, non un fine. Proprio come lo è ora. La ricerca di quello scopo e se esso fosse possibile in un equilibrio spesso sereno e a volte felice, era il motivo per cui mi stendevo sul divano e cominciavo a parlare o tacevo. Ma sempre qualcosa sfugge e il senso non si compie, le racconterò allora, ma non subito perché le cose con me funzionarono o fallirono a loro modo.

Che la sera sia buona per entrambi, dottore.