avarietà

Durante la lunga camminata, durata 3 ore, comprese le soste varie all’ombra, ebbe modo di pensare alla letteratura spagnola e francese, al problema della mobilità e delle città imperfette, all’idiosincrasia per la complessità farlocca, al contenuto del frigo. Questi pensieri non avevano necessariamente questo ordine e neppure si staccavano gli uni dagli altri con quella necessaria limpidità e nettezza che fa di un argomento un insieme conchiuso anche quando lascia la porta aperta alla successiva elaborazione, erano piuttosto un passar di palo in frasca seguendo la sollecitazione momentanea, la spesa da fare, la necessità di onorare un impegno che l’avrebbe costretto a smontare un ragionamento e poi a rimontarlo, mentre quel ragionamento lo sentiva tirato per le motivazioni e affrettato nelle conclusioni. Eh sì, la complessità davvero lo respingeva e non quella che si muoveva dentro una scheda di un computer oppure in tutta quella parte del sapere che solo poteva intuire esistesse, ma piuttosto, solo per fare un esempio, ciò che si celava in uno strumento finanziario che incorporava spazzatura e brillanti e vendeva entrambi come fosse solo composto dai secondi.

Non pioveva da troppo tempo, il fiume era basso e mostrava resti di murature dentro all’alveo, forse mulini, oppure pile di ponti abbattuti da piene o magari case perché quel fiume, come tutti quelli serpeggianti nella pianura, era pensile e quindi era stato soggetto alle precipitazioni delle stagioni di mezzo, finché non si era arginato. Questo aveva determinato vari effetti, la strada di sommità arginale su cui camminava, ad esempio, che gli impolverava scarpe e abiti, ma anche non pochi tronchi morti, ovvero anse del fiume che erano state rettificate e avevano generato delle isole virtuali, circondate dal vecchio tracciato e al cui centro stavano le case che prima erano in riva e poi si erano trovate ad essere in mezzo a terreni nuovi da coltivare. In questo regimentare, rettificare, lui trovava una ragione semplice, una utilità immediatamente comprensibile, anche se non era stato propriamente così perché la velocità di corrivo, ovvero lo scorrere che ogni bambino conosce quando mette una barchetta di carta in un rigagnolo che confluisce in una pozzanghera o un tombino, era aumentata e il fiume aveva portato in mare e in laguna sedimenti che prima si sarebbero disseminati per strada, contribuendo al progressivo interramento della foce e alla creazione di barene che prima semplicemente non c’erano. Come tutto questo c’entrasse con la letteratura spagnola e in particolare con Marias era da chiedere a quella complessità su cui non indagava mai e che era costituita dalle misteriose connessioni che sinapsi, messaggi elettrici, scorrimenti ormonali mettevano assieme nel cervello e in tutte le altre parti del corpo destinate a ricordare e ad elaborare qualcosa. Quello che gli pareva particolarmente confacente al percorso che stava facendo era il racconto che proprio Marias, faceva della finta traduzione che due interpreti facevano a due ministri che s’incontravano. Lui uomo e lei donna come i due traduttori però a parti invertite e come alle frasi formali e strettamente inerenti ai rapporti tra governi, d’improvviso uno dei traduttori introducesse parole non dette e che si riferivano alla vita normale della ministra e che il gioco proseguisse con il garbo e la discrezione che queste cose devono avere per non essere fasulle, mettendo nella risposta dell’altro discrezione e al tempo stesso un rivelare un proprio sentire. C’era cioè, una verità semplice che si nascondeva nella complessità e questa era  riferita al vivere comune, alle difficoltà che tutti conosciamo e al lasciarsi andare ad una speranza che diventava comunicazione intima. Confidenza insomma, perché accanto alla complessità di un codice verbale che doveva essere decrittato, messo in relazione alle infinite subordinate dell’ordine che si esprime in un governo, in una società e nelle relazioni che essa ha con altre società e altri governi formando alla fine un meccanismo di pesi e contrappesi in cui l’immobilità mobile sembra il bene da raggiungere, come la minaccia senza esecuzione o la promessa senza il coinvolgimento, tutto questo, pensava, aveva a che fare con un fiume rettificato che aveva prodotto effetti collaterali e con la vita di alcune famiglie che si erano trovate separate da quelle che erano le loro abitudini e persino dal loro lavoro precedente, dovendo tener conto di nuovi ostacoli per portare i mezzi agricoli all’interno dell’isola che si era creata attorno a loro.

Tutto questo cosa avesse a che fare con quell’impegno che si era preso di scrivere una relazione sull’evolvere di una parte della città e più precisamente della zona industriale che stava mutando funzioni e che si spopolava di aziende senza che nulla venisse fatto per trattenere il lavoro e le competenze che si erano formate e che ne avevano fatto la fortuna nel tempo, non gli era ben chiaro. Ciò che gli sembrava evidente era che sarebbe tornato con i negozi chiusi e che il frigo era scombinato come i suoi pensieri e se certamente qualcosa si sarebbe potuta mettere assieme questa sarebbe stata una immagine, purtroppo veritiera, della sua incapacità ad essere un buon ospite e a stupire la persona che avrebbe cenato con lui. Persona di cui conosceva davvero poco i gusti e le idiosincrasie e che ne avrebbe tratto un’impressione falsata di noncuranza dell’essere accolta. Quindi il pensiero si spostava su come combinare le cose scombinate e trarne un insieme credibile per rappresentare un’abilità. Concluse che sarebbe stato un disastro e che la cosa più semplice non era dire la verità, che avrebbe testimoniato la scarsa cura che aveva messo nel predisporre l’incontro, ma lasciar parlare le cose e parlar d’altro. Togliere dalla testa il pensiero della relazione da scrivere con tutte le sue criticità e girare il tacco. Sì la cosa migliore era tornare indietro e concentrarsi sul verde che vedeva prorompente vicino all’acqua e su cosa avrebbe costruito per dare un senso al piacere di vedersi, all’accoglienza, alla relativa marginalità del cibo rispetto ai discorsi. Avrebbe iniziato con un calice di vino rosso e una musica che gli piaceva, sperando non fosse astemia e che i suoi gusti musicali non fossero troppo distanti. Una musica sincera per ciò che mostrava e un vino che dicesse con allegria il benvenuta che gli si era formato dentro e che cresceva ad ogni passo. Di questo si accorse perché non solo il passo si era fatto più veloce, ma che il cuore un po’ gli batteva e non solo per lo sforzo. E questo certo avrebbe portato alla necessità di una doccia e di un lasciarsi andare al non pensiero di ciò che lei avrebbe pensato ma solo al piacere che fosse lì con lui. 

capitolo primo: l’attesa che qui non continua

Ogni decadere comincia per tempo. È sempre una frattura che non si ricompone appieno, che introduce un nuovo difficile da accettare e così viene rifiutata come tutto ciò che sembra togliere un’integra normalità. Avevano ragione gli artigiani zen che aggiustavano le cose preziose mettendo oro a saldare le fratture. Kintsugi, una pratica che chissà se ancora viene fatta oppure è solo perduta come il tempo di Mishima, travolto da un eterno correre che cammina su malintese progressività verso qualcosa che non prevede di aggiustare nulla. Un tempo era normale tenere assieme le cose, i corpi, ciò che si univa con una proiezione del tempo. Non si viveva meglio, mancava sempre qualcosa ma mi chiedo ora cosa significa essere normali. Non volevo essere normale. Nessuno di noi lo voleva. Certamente non quelli che se ne sono andati in cerca di una armonia che gli pareva di aver dentro. Ad esempio PieroPeter, imbarcato in una carboniera verso l’America, sceso in Argentina e poi ricomparso nel Texas con una moglie americana. Laureato tardi a Dallas, ma lì non ci badavano, con borsa di studio e alloggio per sposati, e poi insegnante. Adesso, sarà in pensione, in una di quelle case con l’erba da falciare il sabato per preparare il prato al barbecue della domenica.

Lui di erba ne ha fumata tanta e mi spiegava che solo con quella, l’armonia si ricomponeva dentro in qualcosa di nuovo e lui aveva bisogno di quella musica. Ha imparato giusto a tempo, in zona “Cesarini” quello che serviva. Molto di quello che s’impara si risolve presto, nel senso che sbiadisce, è connessione, un lento confondere, ricordare, scordare a pezzi, il resto non s’impara più oppure diventa passione e allora è altra cosa. ha bisogno di far largo, di mettere da parte il resto che neppure vede. Piero così aveva fatto. Via tutto quello che non serviva per seguire un sogno che poi si era trasformato in una vita come tutte, ma era un sogno, accidenti, non una rimasticatura imposta dalle volontà altrui. Aveva un talento particolare nel voler vivere alla grande. Non in campeggio e neppure dormire in macchina durante le vacanze nate per caso durante un discorso e portate avanti per sfida. In albergo, si deve dormire, in albergo e fare colazione seduti a un tavolo la mattina dopo. Fiutava il limite di ciò che avevamo in tasca e poi trovava luoghi improbabili, persi in paesetti dove non andava nessuno, pensioni che venivano occupate l’estate da 5 famiglie che ci soggiornavano ogni anno da generazioni. Entrava come fossimo al grand hotel e mi diceva: guarda la moquette. Io la guardavo la moquette, la guardavano anche gli altri e sarebbe stato meglio non averla vista perché era piena di macchie, lisa davanti al banco del portiere e in ogni camminamento interno. Era una mappa consunta da cento piedi in trent’anni che si dirigevano verso la sala da pranzo, le scale, l’ascensore, la scala verso la cantina. Scommettiamo che nelle camere la moquette ha il pelo folto. Aveva ragione ed era sempre piena di polvere e altro pelo che nessun aspirapolvere avrebbe mai aspirato. Moquette verdi con disegni marrone, moquette arancio, tinta unita. Persino sulla testiera del letto la mettevano. Moquette da asmatici in cerca di asfissia, paradiso di acari che neppure un detersivo radioattivo avrebbe distrutto e lui ci camminava a piedi nudi, così alla fine lo facevamo tutti. Insomma in questi alberghi locande c’era la gran vita e un’insegna che alle 23 spegnevano per non consumare corrente, così se andavamo in giro fino a notte tardi, c’era il rischio di non trovare neppure più la casa e la porta giusta. E accadde e finì a secchiate d’acqua o altro. Speriamo fosse acqua. Dopo due giorni era ora di cambiare aria, ormai ci conoscevano tutti e non c’era più nulla da vedere oltre l’osteria. I ritorni, sempre notturni, erano la parte migliore del viaggio, i grill con il banconiere assonnato che faceva anche da cassiera, erano il luogo dei risvegli e delle colazioni alle 2 di notte. PieroPeter riusciva a stritolare due Brioches e fonderle nell’unica che pagava, aveva talento ma si bevevano cose pessime. Miscugli. Fernet perché scaldava e risvegliava, piano da sorseggiare fino all’uscita, con il barista che ci guardava con attenzione che non rubassimo salamelle o cioccolata nel tragitto tra il bancone e la porta. Entravamo in città a giorno fatto, dopo aver visto tutta la sequenza della luce e parlato dell’alba con cognizione di causa. Avevamo un sonno che ci avrebbe portato al pranzo. La bocca impastata dal fumo, dai cappuccini e dall’ultimo Underberg, preso per pulire la bocca prima di entrare in casa, con una risposta per quel dove siete stati a cui era impossibile dire la verità. Alla fine arrivò la politica, non quella sognata che animava le nostre passeggiate, quella letta su “Quindici”, ma quella nelle piazze, PieroPeter se ne andò dopo non molto, aveva dato l’esame di maturità come tutti noi che ora eravamo all’univertà. Lui no, partì, chissà se quel diploma gli è servito.

Sono così tristi i raduni fatti per forza, non sai mai chi e cosa troverai. Cerchi scuse per settimane, ma c’è sempre qualcuno che fa da collante entusiasta. Qualcuno che è il kintsugi di un capolavoro che eravamo tutti assieme. Non è vero che lo eravamo, ma ci pareva di esserlo e le fratture di allora si sono tutte sanate, quello che rimane è la voglia di tirare fuori un passato immaginario che ciascuno ha vissuto per suo conto. Lo so che il nostro kintsugi ha cercato anche Peter e che forse l’ha trovato, ma non ne era sicuro. Il nostro inglese non è quello dei ragazzi di adesso e al più serviva per parlare con una tedesca, chi gli ha risposto al telefono, così mi ha detto, masticava ogni parola e non ha neppure capito chi era lui, così è rimasto lo spelling di un nome da trasmettere al padre, marito, amante, boh, con un numero di telefono. Ne abbiamo riso parecchio su quello che deve aver detto al padremaritoamante e abbiamo concluso che forse era solo una badante o una cameriera. Una mamies, magari PieroPeter ha fatto soldi, speculato in borsa, si è risposato tre volte o magari il numero era sbagliato e non era neppure casa sua. Quello giusto, magari, viveva in Florida in un resort per anziani. Giocava a golf e aveva una sider rossa, italiana. Con il foulard e l’abito di lino, circondato da esuli cubani a cui non poteva raccontare la sua gioventù e la passione che avevamo per Castro e il “Che”. Ridevamo ma non riuscivo a scriverla questa parola: anziani. È così che siamo adesso? E allora che senso ha mettere assieme un gruppo di vecchi che si sono tenuti distanti per una vita, che ricordano cose diverse dello stesso fatto , che ridono per piccole avventure vissute assieme, per banalità che allora erano eccezionali e poi sono diventate normalità. Eravamo nell’800 e non lo sapevamo. I Beatles e i gruppi di casa nostra, il tornare a casa a mattina, il sacco a pelo e la tendina a due posti, gli alberghetti sporchi a poco prezzo. Erano pezzi di vita allegra allora, ma diventano tristezze misurate con gli occhi di adesso. Come andare in quattro in giro per l’Italia in ‘500 e guidare di notte perché si fa più strada. Ma che sciocchezze dovrebbe tenere assieme il kintsugi, sarebbe oro sprecato, anche se è vita vera dove i silenzi contavano quanto e più delle parole e le scelte erano sempre tagli di passato. Non è meglio tacere, conservare ciascuno il ricordo di ciò che è stato, sentire le piccole enormi vergogne di allora, le timidezze, il non voler crescere come ci era stato chiesto di fare. Tutto ha un senso ma nel tempo in cui avviene, poi diventa aneddoto, storia, curiosità che si disperde con le parole appena pronunciate perché le vite sono andate ciascuna per loro conto e nessuna delle ragazze che ci piacevano ci ha sposato e tutte hanno sbagliato e fatto giusto. Ciascuno ha vissuto vicino o lontano, ma intorno a quel baricentro che era la nostra città e ora non ci sono neanche le case che conoscevamo, tutto è talmente mutato da essere irriconoscibile per chi torna dopo tanti anni. In attesa di Peter, la cosa sta rallentando, meglio. Lui era il coraggioso, quello che vivendo con madre e sorella, il padre era sparito e lui non ne parlava, si poteva permettere cose per noi inconcepibili, come prendere e andarsene durante l’anno scolastico e poi tornare e raccontare un sacco di balle ai professori e magari riuscire a farsi rimandare e poi promuovere.

Noi restavamo, a parte qualche trasgressione contrattata, camminavamo assieme per ore, prima in centro a salutare ragazze e gli altri che si fermavano con noi, poi un gelato per cena e un saltare da un posto all’altro fino a una panchina in quella piazza che non è mai stata tale ma un viale largo con tanta ghiaia e erba ai lati. Erano già evidenti in tutti noi le insofferenze che sarebbero arrivate l’anno dopo. Era quella la rottura riconosciuta e l’alternativa era stare o andare. E lui se n’è andato, con i jeans larghi, la camicia a quadri, due magliette e il sacco a pelo. Su una carboniera come operaio in sala macchine. E adesso dovrebbe tornare, ma a vedere chi? Un gruppo di anziani che bevono, mangiano e raccontano di un tempo che neppure è esistito, perché è così, quel tempo non è esistito, c’è la musica, l’arte, i libri, le passioni, i cortei, le occupazioni, gli amori, le notti insonni, le avventure, quelli che si sono persi per strada, a ricordarlo ma non è esistito. Accade lo stesso a ogni cosa che diventa oggetto e poi si va a vedere, si immagina, ma non c’è più nulla che ne certifichi l’esistenza, è tutta un’ipotesi perché esiste il presente e il futuro ma il passato è un insieme di strati di vissuti, di scorie, di bellezze incomunicabili, di ideali, di errori, soprattutto errori e la costruzione di un’identità che è quella di adesso, ma che allora non era così. E perché dovrebbe tornare Peter e diventare Piero, adesso è altro, anzi è diventato altro quando è partito e non c’è nessun kintsugi che lo possa saldare a noi che siamo rimasti.

Ci si arrampica nel terreno che ci è dato, come si può. Magari senza curvare la schiena e così che l’eterno dualismo tra un presente fugace e interpretabile e un futuro che da solo si costruisce a suo modo diventa un modo di sentire che c’è una scissione. Da qualche parte accade. È accaduto. E sappiamo che mai tutto si consuma davvero. Continuiamo a scinderci, alla fine diventeremo atomi di pensiero, e si dimostrerà che era una favola l’idea che i profluvi di parole, le cose che sono avvenute, tutto quello che si è svolto nel tempo, nell’aria o in contenitori grandi o piccoli non è rimasto attaccato agli intonaci, alle pietre e se io sento di notte gli scricchiolii delle travi, o un vento improvviso che mi accarezza il corpo, non sono gli echi di chi c’era prima, i pensieri che non si sono svolti, le parole pronunciate, i tabù abbattuti che ritornano con altre vesti e che continuano la fatica di ricostruire un cielo fatto di nuove costellazioni. È bello pensarlo che nulla si crea e nulla sparisce, ma in realtà ci scindiamo e tendiamo a ripetere, perché è più semplice, come accade per i modi di dire che non attendono una verifica e in fondo ci rendono accettabile tutto ciò che non vediamo ma che sta attorno a noi e non ha sempre bisogno di domande.

Ci sono miei tratti del carattere in questo diventare solitario. C’erano anche allora, con i modi di esprimere sentimenti, i silenzi che facevano tornare dentro parole che forse stavano meglio all’aria e questo lo avverto anche nelle mie “terapie”. Lo scrivere, l’osservare, l’ascoltare sono state terapie importanti. Fondamentali. La mia carboniera verso l’America, ma non era la stessa cosa e ora non bastano. Come non sono bastate in altri momenti della vita, quando capivo il mio limite e ciò che non riuscivo a fare, mi superavo. Partivo verso l’ignoto. E quel riuscire era compensativo di un desiderio, di un quasi amore che voleva sbocciare, oppure di un premere eccessivo del lavoro, delle scelte che avrei dovuto prendere. Le cose in fondo sono semplici e tutto si chiude tra un si e un no, con lo spazio infinito di punti che collega questo segmento del decidere. Tutto ciò che sta in mezzo, lenisce ma non risponde e alla fine si capisce che se lì, alla radice di una risposta netta, una possibilità si è spenta. Allora tutto ciò che la sostituisce è in fondo insufficiente. A meno di non essere dei geni e nasce un’opera d’arte, ma non è il mio caso.

Un mediocre scrittore e un banale fotografo, affidarsi all’istinto è una bussola per sé ma non per altri. Non aver più voglia di stupire e usare l’arte del contraddirsi come carta per ogni scrittura, non basta. Non basta  per fugare il dubbio se ci fosse stata stoffa, se il talento sia stato tradito oppure sia stata tutta fuffa, incommensurabile fuffa come quella che, dissimulata, tra righe di lirica competenza, di stupore attonito, alla fine lascia una doppia sensazione: che avrà detto, ma se è pur bella l’accozzaglia, decrittarla è fatica inutile. Non c’è nulla se non nel talento vero, ma quello è altra cosa. Altra sofferenza per estrarre qualcosa che davvero sia superiore al momento, all’accadere, alla stessa percezione del vivere. L’universale e il banale hanno più punti di congiunzione di quanto si pensi, ma così annoiano. Annoiano e si passa ad altro. E dovremmo riunire tutti, dirci cose che non facciano male. Peter dovrebbe tornare dal Texas o dalla Florida. Gli altri arriverebbero dai posti in cui hanno fatto famiglie e carriere per un pranzo, due giorni assieme e poi salutarci con gli occhi umidi perché i vecchi sono facili a commuoversi, dicendosi che il prossimo anno, alla stessa ora, nello stesso posto, mentre tutti pensano ad altro, a cosa accadrà, a cosa racconteranno a casa di questo riunirsi e dell’essere di nuovo un insieme, un gruppo coeso, un ‘opera. Intanto si aspetta la telefonata di Piero Peter, ho detto con forza che senza di lui sarebbe poca cosa, meglio non fare. Si aspetta e se chiama in americano il nostro kintsugi allora sarà da ridere.

 

da Wikipedia : Il kintsugi (金継ぎ AFI: [kʲĩnt͡sɨᵝɡʲi]), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente “riparare con l’oro”, è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.[1]

L’arte del kintsugi viene spesso utilizzata come simbolo e metafora di resilienza.[2][3]

 

quanto ci si impiega a raccontare una storia? ovvero il treno delle 5.50

Per chi è sul treno le rotaie sembrano sempre andare, si va al lavoro, a studiare, si va a casa. A qualsiasi ora. Ma quelle che portavano quel treno alle 5.50, sembravano ferme. Cinque, sei, carrozze, stradipinte da graffitari senza fantasia, con i vetri perennemente opachi di polvere e colore, ti accoglievano con uno sbuffo di caldo umido e di luce sporca di giallo. Poi quando eri dentro, nell’odore di tendine mai lavate, di vinpelle impregnata di umano, di avvallamenti ancora caldi nei posti appena scesi, si sollevavano sguardi verso di te e i nuovi che avevi attorno. Sguardi distratti, scivolosi, unti sulle ragazze, ma sempre poco interessati, tendenti a ricascare verso il basso, verso le ginocchia o il volto che stava davanti per riprendere un filo di una conversazione fatta di sospensioni. Più spesso gli occhi si chiudevano, il vagone era pieno di sonni interrotti, di bocche semiaperte, di lucide scie di bava e di teste ciondolanti. Surriscaldato o gelido, il treno, nei suoi vagoni mai uguali, invariabilmente sporchi, portava in una serie di stazioni fatte da un marciapiede e un orologio. Tra l’una stazione e l’altra, luoghi vuoti, fatti di scarpate, caselli, passaggi a livello e campagna fino a un momento prima dell’arrivo Poi tre o quattro persone apparivano dal nulla e salivano, mentre altri pochi scendevano, ancora attoniti per il sonno ferroviario interrotto, indecisi sul dove dirigersi. Finché capivano davvero dov’erano e andavano verso una bicicletta o un caffè.

Quelle stazioni avevano nomi inusuali e binari, certificazione di esistenza in vita di paesi e comunità che di certo facevano e vivevano, ma non c’erano nei pensieri comuni, vuoti notturni d’inverno, scie di luce sfolgorante nell’estate. Luoghi che si guadagnavano una notorietà preclusa alla stazione di partenza con l’altoparlante muto che non annunciava ritardi, arrivi e partenze.

Eh sì, quello era un treno che partiva dalla grande stazione senz’annuncio, dopo la vittoriosa protesta dei residenti per ottenere un po’ di sonno fino alle sei. Così l’altoparlante era muto sino a quell’ora, per questo, qualche volta l’avevo perso, complice lo scambio dei binari che restava nei sussurri dei capistazione e dei quadri luminosi, mentre le gambe e gli occhi ancora pesanti portavano allo stesso luogo. Quanto si è stanchi di prendere un treno così? Tantissimo, solo che quel treno era il lavoro e la sua liberazione, era la presenza di un’abitudine che si voleva cambiare e trattenere. Era anche la compagnia di persone che si ritrovavano e a volte condividevano pezzetti di vita. Era nato pure qualche amore su quel treno. Di certo inviti per un sabato sera, per una festa, per una domenica al mare. Trovavo i soliti compagni di viaggio, alla fine ti tenevano il posto al ritorno, tra essi, due ragazze che studiavano nella grande città, da sempre in competizione con la mia, quello era il treno che le portava dalla cittadina in cui erano nate. Guardando i libri che non riuscivano a studiare, c’erano state domande, sorrisi scambiati, un interesse che cercava di capire e di non essere invadente. Psicologia spicciola, e dopo le domande serie, lo scherzo era diventato prevalente. Un gioco si era costruito da sé ovvero l’immaginare le vite, oltre la fisiognomica di chi saliva e scendeva. Lo dicevamo a bassa voce per non irritare suscettibilità. Si associavano le stazioni con gli abiti, con il lavoro presunto, si fantasticava e si rideva,  

La sera era diverso, c’erano discorsi più seri, spesso politica, un gruppetto che giocava a carte, alcuni che leggevano, altri silenziosi. Stipati più che al mattino, molti in piedi col sudore fresco della corsa per non perdere il treno, d’estate persino i finestrini aperti. Poi il panorama con i suoi riferimenti. Le persone si alzavano riconoscendo un albero, un casello, un luogo vicino a casa che non avevano mai visto se non dal treno e scendevano con passo elastico, salutavano, avviandosi verso una vita, una cena, una carezza, un sonno. 

Ogni giorno feriale così, ogni mattina dal lunedì al venerdì, il treno partiva e arrivava, poi il sabato non si sapeva, forse cambiava l’orario.  Con le abitudini che si consolidavano, le domande sulle persone che sparivano, le confidenze e i silenzi. Una vita sospesa tra due punti in attesa di un segmento. Piccole attese, racconti, vita vera e immaginata, felicità e noia combinate nella sospensione che collocava le persone in un mondo altro. Venivano raccontate vicende e fatti, si sovrapponevano le voci, si sorrideva o si restava in silenzio, entrando in altre vite. Per un’ora o poco più, il tempo di un viaggio, questo dovrebbe essere il tempo delle storie che sono, come i treni e le rotaie, sempre in andare e nascono ogni giorno e continuano.

Oh sì che continuano.