Ci sono attese che hanno l’ attenzione della punta del coltello.
Non quella furente dell’arma,
ma quella del coltellino che animava le tasche ragazzine.
E la seguo questa punta, come fosse d’altri,
nell’impegno che muove a incidere,
sul legno, un tempo,
e ora nella carne,
attenta a non far male troppo,
come esistesse un troppo nei minuti
o nelle ore
che tranquille scorrono indifferenti
mentre guardo il farsi della distanza immota.
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lettera della domenica sera
C’è un po’ di malinconia in ciò che scrivi, anzi è proprio malinconico. Poi mi ha parlato del suo libro, che sta andando bene e che ristamperanno. Tu sai che il mio non verrà ristampato ed è vero che è malinconico, anche se mi pareva, scrivendolo, la malinconia gioiosa di chi racconta un po’ di sé e un po’ quello che è stato, senza rimpianti veri e con la speranza di un futuro che continui la sua storia. Noi non siamo mai cosa, ed è vero che l’ ultima passione offusca le precedenti. Purché sia vera. Con l’età abbiamo bisogno di non raccontarci più balle per non scivolare nell’apatia del tutto uguale.
Così in questa domenica sera, anziché di me e dei miei sogni, ti racconterei la compatta forza del ciliegio che fuori stringe le sue gemme e oscilla alle folate del burian. Ti racconterei il sommesso scorrere del fuoco nel camino, la sua richiesta di attenzione senza fretta, la musica di Bach che non è mai la stessa e che si sposa con l’umore mutandolo. Ti racconterei le mie letture che saltano tra curiosità e passioni e così evidenziano il tempo e la necessità di non subirne la tirannia. Il tempo non può scegliere per noi, è questione di dignità e bisogna ricordarlo.
Forse lo pensava Katherine Anne Porter che guardo in una fotografia in cui è evidente la sua notorietà. Così ti racconto di lei e di come la vedo in una di quelle pose da terza di copertina che usavano gli editori e i fotografi di Life, negli anni ’50, con la luce davanti, il fondo scuro nel bianco e nero che accenna a libri e quadri. C’è un paralume plissettato di color ecrù, le tre luci sono spente, eppure la Porter legge seduta alla scrivania, controluce. Si intuisce una macchina da scrivere nascosta dal foglio che tiene in mano. Altri fogli sono sparsi sul piano, il messaggio che il fotografo vuole trasmettere è quello di un nuovo libro nel suo farsi. Ma è lei che vorrei descriverti. Ha sopracciglia curate e sottili, un viso bello, la fronte troppo ampia per un bianco e nero che la confonde nei capelli biondi. Al collo porta un filo che presumo d’oro, e finisce in un pendaglio. È il triangolo che lascia vedere della sua pelle, il tener per sè e per chi sceglie ciò che la riguarda. Il resto. Oggi si usa meno. Però lei molto dice nei suoi libri, è già famosa e sa di essere brava, si è prestata a questa foto come si presta ai cocktail, alle presentazioni, alle cene ufficiali. È bravissima, tra le grandi scrittrici americane, eppure non può sapere che la sua scrittura sbiadirà sovrastata dal clamore di troppe parole di altre e altri. Posso immaginare un suo sogno che è quello di poter essere normale pur restando ciò che è, ossia una persona che ha un dono speciale: quello di raccontare le vite che non si raccontano. La piega della bocca, appena piccola, rivela un intento senza allegria. È perplessa, adesso deve fare questa foto, ma il pensiero è lontano, incerto tra un futuro che dev’essere creato e un presente a cui non è possibile abbandonarsi. C’è fatica nel dire, e dubbio, e perplessità perché chi scrive è giudicato.
Fuori della posa e della fotografia continuerà a scrivere mettendo un molto di sé, e qui sbaglia chi pensa che ci sia solo ricordo nello scrivere, no, ci sono molte delle vite possibili, quelle che sono state precluse o vissute in parte. E così in ogni grande scrittore, c’è moltissimo di sé, ma sparso ovunque, con la dote di essere più d’uno e mai intero.
Fuori il vento scuote gli alberi con violenza, si infila sotto le porte, i prossimi giorni ci racconteranno i danni e li attribuiranno all’eccezione, mentre sappiamo che non è cosi, ma mutare, come scrivere, costa fatica. Meglio farsi raccontare la realtà che viverla. Anche questo porta malinconia quando ci si rende conto d’essere inermi e volutamente muti. Ignavi, insomma.
Comunque questa storia della malinconia è vera, tienne conto. Che sia una serata buona per entrambi e che i sogni spingano il giorno.
inutili consequenzialità
Avrei a disposizione una poesia dell’attesa, alcuni biscotti poco zuccherati e pieni di passato, una tazza di caffè e una parola a cui girare attorno. O raggirare. Invero fuori c’è dovizia di cose, una luce verticale, umida e netta come la gravità della pioggia, le linee dei coppi sui tetti, finestre assortite e ombre fugaci piene di daffare. Posso aggiungere i rumori tenui e rispettosi del vicolo, le intimità facoltative di sguardi distratti su tende poco chiuse. Un mondo limitato che si apre, che espira e si sofferma stupito nella magia che precede. Cosa? Qual è l’attesa e quale la parola. Nel mettere frasi piccole, descrizioni di azioni asciugate dal troppo, nell’uso discreto delle congiunzioni e delle virgole, si dipana un pensiero. Non è un’armata che a ranghi serrati procede da noi verso il mondo: il vicolo non lo tollererebbe e neppure il corso che lo accoglie sarebbe capace di districare il tumulto dei pensieri, delle sensazioni, dei ricordi, delle attese, dei contenuti, dei desideri e delle delusioni. No, avere un’accalcarsi di immagini non gioverebbe a chi legge, ma neppure a chi scrive. Per queste cose serve una poltrona comoda, la tazza di caffè nero e bollente, e lasciar scorrere il fiume che c’è dentro. Non interessa la piena ma il fluire ordinato. A volte neppure quello. Sono nell’ipotassi o nella paratassi? Se dovessi descrivere le cose che ritmano il giorno meglio sarebbe non perdersi nelle subordinate. Un diario asciugato che scandisce gli appuntamenti, corredandoli di piccole note. Un’impressione, un risultato, un rimando, oppure il nulla di un’ora. Le ore scritte perdono la loro efficacia nello scriversi: chi c’era dietro quell’incontro, cosa c’era attorno, e come ne siamo usciti? In un diario d’inessenzialità come sono gran parte delle nostre giornate, si collocano piaceri senza traccia e doveri sottolineati. Abitudini spensierate, costrizioni che non costruiscono ma tengono assieme come colle che simulano la continuità. Di tutto ciò che riempie ed è daffare, si rischia di restare senza nulla. Di accorgersi che la fine della settimana, o del mese è più un affare di stagioni che di mutamenti che ci riguardano. Eppure c’è una sopravalutazione del mutamento. Si dice che il cambiare spinga verso una felicità che ora non c’è. Si dice eppure si persegue l’immobilità o il cambiare impercettibile che assicuri la persistenza di ciò che si conosce. Dal personale all’impersonale, dall’io al noi procedo, come questo fosse il criterio per riconoscersi eguali. Almeno un poco, non nell’oggetto, ma nei modi, nell’esperienza che s’assomiglia. Il mio caffè con un biscotto che compro da quando ero ragazzo è l’idea del caffè di tutti, il meditare e il lasciar scorrere la libertà del pensare oppure il distratto assumere la caffeina necessaria alle prossime ore, al prossimo impegno. Fuori nella terrazzetta, battono sulla ringhiera i cd che dovrebbero allontanare i colombi, suonano i piccoli tubi che annunciano le brezze, vortica una girandola. Artefatti tra le erbe che ancora esitano, gli stecchi che forse rifioriranno. Questo è il pensiero segmentato per la paratassi, un seguire le fila che portano da qualche parte, ma quale essa sia non è dato conoscere, però si può goderne. E non è poco.
la colonna sonora era quella che c’è qui sotto, e i versi dell’attesa meglio attenderli.
17.53
Erano circa le 17.53 e si preannunciava una serata intensa, ma soprattutto arrivava un tempo pessimo. Quel circa le 17.53 potrebbe far pensare ad una mia mania di esattezza, in realtà era l’ora inesatta del computer che era diversa da quella dell’orologio al polso e ancora diversa da quella della sveglia. Le 17 sono l’ora in cui il pomeriggio diventa sera, il tempo dei poeti che meditano sulla polvere, il tempo della stanchezza dopo il lavoro, il tempo in cui si esce per incontrare qualcuno. È il tempo in cui gli amanti si pensano, le gambe si avviano, le spiagge d’estate si vuotano e chi è in montagna ritorna. È stata autorevolmente sostenuta l’inadeguatezza di quest’ora per cose solenni, per l’inizio di ostilità, per concludere trattati. Alcuni ne hanno ravvisato la funzione di osmosi tra il pomeriggio e la sera, cioè il modo per lasciare che i contenuti utili al prosieguo del giorno possano avere la loro centralità e quindi esprimersi totalmente. È una tesi suggestiva, seppure di scarsa utilità perché pare che non si filtri nulla del tempo e delle giornate ma bensì tutto scorra e se vada per suo conto. Che poi è anche il nostro conto. Comunque gli alberghi ad ore alle 17 registrano una caduta degli arrivi e un crescendo di partenze e questo dovrà pur significare qualcosa. Le circa 17.53 sono nel frattempo diventate le circa 18.04. Altra ora impossibile per chi voglia leggere qualcosa che non sia un quotidiano; a nessuno viene in mente di affrontare un romanzo a quest’ora, però un film al cinema ci potrebbe stare. Sono belli i film alle 18, c’è una fauna di pensionati e di sfaccendieri, cioè persone che non si curano di fare, che amano il cinema o sono semplicemente interessati alle labbra e al corpo della persona a fianco. Sono belli questi film perché ti fanno transitare dalla luce o dalla modesta oscurità della prima sera, alla notte e quando esci sei ancora intriso delle vicende del film e il traffico, le luci, le persone, la stessa coppia che si era dedicata con molta attenzione al benessere specifico, appaiono differenti. È la stessa sensazione che si prova quando si arriva di sera in una città sconosciuta e devi trovare l’albergo, o la casa o almeno un luogo per attendere una coincidenza, e nel frattempo tutto è estraneo, ma al tempo stesso sembra ti debba chiedere qualcosa. In fondo ti chiede chi sei, ma si capisce che non gli importa molto. E a te questa cosa un po’ dispiace perché oltre a non riconoscere ciò che ti sta attorno capisci che non interessi a nessuno. A meno che tu non faccia parte della coppia di cui sopra. Le circa 18.18 sono l’ora perfetta in cui sfumano le possibilità, il film è già iniziato, l’articolo è finito, per la cena è presto, si potrebbe scrivere. O telefonare. Che bella questa parola ormai in disuso, telefonare, mandare la voce distante, tele fonare. E non solo la voce, musiche, silenzi, perplessità, scoppi di riso e di pianto. Voi vi aspettate che io vi dica che non si telefona più. Ebbene è così, contenti? Mi rendo conto che la prevedibilità non è una buona dote per uno scrittore. L’alcolismo era una buona dote, il feticismo degli oggetti, la capacità di mutare il senso delle parole, la costanza (D’Altavilla? chi era Costanza d’Altavilla, su, rispondi, non consultare Wikipedia. Non hai studiato a suo tempo, eh, e neppure sei siciliano e adesso non recupererai più. Resterai come sei, come ti sei fatto, alle 18.23 di una sera che non promette nulla di buono per il tempo e dovrai decidere se uscire o meno verso noccioline e aperitivo. Ma leggiti qualcosa su Costanza d’Altavilla, la madre di Federico II e ti sembrerà un romanzo, anche perché dove trovi misteri a josa, colpi di scena e una gravidanza a 40 anni con un marito di cui si dubitavano le doti segrete nel talamo?). Dopo una parentesi così, con pure il talamo in mezzo, si sono superate le 18.32. Circa. Fuori è notte. Fa freddo. Sta arrivando il burian, vento freddissimo siberiano che polverizza la neve in cristalli e la lancia sui visi attoniti di tanto cambiamento climatico. Ma non doveva essere caldo tutto l’anno? E invece il marito della buriana ovvero la tempesta che improvvisa prende le vele, le squarcia, scuote le finestre e le porte delle case, le irrora di acqua gelida, piega gli alberi, si annuncia per folate che sollevano e avvolgono senza alcun bene né rispetto, sta arrivando. La buriana che portò l’inverno del ’29, ma anche quello del ’96, corre verso questo lago che ci ostiniamo a chiamare mare, sta correndo contro le ore, contro le correnti caldo umide dell’Africa, che noi amiamo molto in inverno e nelle stagioni di mezzo, mentre pare che molti amino solo il caldo ma non amino i profughi dall’Africa. Ma come, preferiresti solo i lupi siberiani, allora? Prendi l’uno e anche l’altro, si compensano e non preoccuparti che poi se ne vanno perché in fondo qui si sta bene ma solo se ne hai i mezzi per star bene altrimenti stai male come dappertutto. Intanto la buriana sta correndo perché qualcuno le ha aperto la porta e questo è il cambiamento climatico. E così mentre attendo che arrivi il suo preannuncio, leggo, guardo il buio, conto le luci delle case vicine, vedo preparare le prime cene e rimando l’uscire a un tra poco. Quando saranno circa le 20, e allora, forse, il burian sarà giunto o forse no, ma intanto guarderò chi esce dal cinema vicino, vedrò le loro facce sorprese, mi godrò lo spaesamento che ben conosco e l’affrettarsi verso una casa, una pizzeria, un letto. Tutto questo per un moto e un essere presi che è stato trattenuto dentro a un cinema, in una vicenda che non c’entra adesso e spaesa. E allora… Qui ci dovrebbe essere una morale o una fine, oppure un riassunto circolare di ciò che è accaduto. Resta alla fantasia di chi scrive concludere o meno, e questo non è magari un modo per instillare un dubbio, mettere una piccola certezza, farsi una domanda? Sono circa le 18.45, tutto deve accadere nelle vostre vite, guardatevi attorno. E guardatevi dentro, se ne avete il coraggio.
io sono l’aria
Io sono l’ aria,
immateria qualcuno mi dice,
e mentre m’ ignora,
altrove cerca sostanza.
Eppure m’ insinuo, e colmo silente,
mostro il colore, lo muto,
spargo il profumo,
delle stagioni racconto,
ma d’ un mistero mi glorio,
nel mentre sorreggo: senza me non c’è grazia nel volo,
muto della corsa il sapore,
e persino d’un luogo non resta il ricordo.
Pensa che nel costruire dove tornare,
ognuno tiene me nel ricordo e cerca la forza sicura d’ un cielo:
sono ciò che non pesa e fa la mente volare.
il giorno dopo san Valentino
Mi ha preso un’euforia leggera. Quel modo felice di vedere le cose, le persone che fa cogliere i particolari, pensando siano rivolti a me. Non come persona ma a me come attenzione e che dicano: finalmente ti sei accorto che ci siamo, c’eravamo anche ieri, anche prima, ma eri distratto, non ci mettevi nella tua vita. È uno stare che assomiglia al guardare il soffitto dopo aver fatto l’amore, quando ci si accorge che la luce disegna per suo conto e gli occhi si socchiudono sprofondando in una leggerezza stanca e felice. Sarà per reazione ma il giorno dopo la celebrazione luccicante degli amori, le cose scorrono lievi e naturali: la cortina breve di gelo nell’ombra cede al sole, l’aria ha già parecchia primavera dentro e mi pare di capire bene che amare non è un verbo ma una condizione personale, che ci riguarda e ha vie proprie.
Il giorno dopo san Valentino si può amare la limpidezza, il gesto, l’aprire una finestra su ciò che ci riguarda e dimenticare che giudicheranno il nostro amore. Parl3eranno di ciò che non sanno e non vedono, ma questo non li fermerà nel catalogare l’incatalogabile. Assomiglieremo, per chi guarda, a qualcosa di conosciuto anche se non è vero, però non importerà. Quello che c’è un giorno nell’anno non ci manca mai e anzi c’è di più nei giorni successivi o antecedenti perché è diverso prima di essere uguale.
Così mi piace il giorno dopo che non è un passato, mi piace ciò che è complicato da scrivere, da dire e a volte neppure facile da vivere. Mi piace scoprire che in ogni particolare c’è un pezzetto di quell’amore che fa vedere, che chiede di condividere. Cura anzitutto, è condividere: comunicare ciò che senti. E non importa se ciò che si racconta è grande o piccolo, è importante in sé, è un’attenzione prima che un’attesa.
Il giorno dopo san Valentino, ma ogni giorno in cui mi rendo conto che amare è una condizione necessaria e mai sufficiente, mi piace lasciare che questa sensazione avvolga, che incarti qualcosa che per commozione si scioglie e che imbeva questa carta di giornale, di realtà, facendosi più forte di essa. Mi piace pensare che essa coincida con l’infinito da scoprire e che ci siano parole così belle da pronunciare e che per questo non sono ancora state dette, ma sentite sì, intuite, accolte.
Mi piace fischiettare nei giorni che non sono san Valentino perché ci sei e questo toglie ogni vergogna al mostrarsi felice.
e forse bastava l’ultima frase a spiegare ciò che non si spiega
tana

Sotto le curiosità leggere e fugaci e verso l’alto ciò che con difficoltà si raggiunge, s’intuisce frammezzo lo spazio sconosciuto. Nulla è superfluo e tutto lo è. La ricerca che non si chiude, l’interrogare per pezzi, in piedi. Il peso di ciò che sfugge mentre s’incastra e rammenta che il semplice non è la somma delle complicazioni, ma la loro riduzione a fatto. Di qua la complicazione e il suo servire, sia essa un treno, un libro, un aereo, un’equazione, di là il guardare, lasciar entrare, cogliere il limite come filo che conduce. Quanti libri si leggono in una vita? Hanno calcolato che 3000 è un numero ragionevole, ma quanti restano? Tutti, e tutti in quel libro che siamo noi. Io sono le mie scelte, ciò che non ho letto di me, ciò che sono stato, i miei luoghi comuni da smontare, quelle sensazioni che non ho ancora provato ma già si sono annunciate, sovrapposte ad altre più urgenti. E io sono semplice, non sono la somma delle complicazioni, dei funzionamenti, ma lo sguardo che curioso vuol vedere. Ecco la definizione del raccoglitore di qualsiasi cosa: lo sguardo che vuol vedere e non si sazia.
il ritmo del buio
non si racconta il ritmo della notte,
mentre s’inceppa nel respiro scivolato dalle bocche,
non lo narrano gli occhi e l’indifferenza inutile d’aprirsi
o socchiudere
in fessure d’immoto rettile.
E cosa cercherebbe il nostro rettile mentre la coda interroga il terreno,
mentre qui sono lenzuola che s’aggrovigliano e non sabbia?
A chi dovrebbero chiedere ragione gli occhi se non alla paura,
l’unico legame che supera le specie,
e diventa smisurata e fluida
nell’imbibire ossa di sicurezze chiare,
nel penetrare foglie, pali e fondamenta
su cui la luce incauta aveva costruito il bello,
il quieto,
l’equilibrio indefinito
che si scomponeva nell’andare
ed era ben presente ad ogni passo,
e ad ogni sosta,
e si ritrovava sicuro nella luce di sé, di noi,
ma non ora.
Nel buio, non c’è ritmo dell’andare
e l’acidulo dell’insicurezza scioglie il tartaro d’ogni fondamento,
toglie lo scandire dei segmenti,
li trasforma in cerchi di gesso,
in vuoti di parole che si rincorrono uguali.
E non chiede permesso il timore,
educa senz’essere gentile,
insegna la somma precarietà di ciò che ci sembriamo
ricordandoci l’impalpabile non essere della solitudine.
E a te, che come un bimbo non sai il risveglio,
temi la continuità dell’amore,
a te che devi allungare una mano per sentirti esistere,
mentre scrolli il buio che ti svuota,
e non balli, non scandisci,
e non trovi le parole esatte dell’alleviare
dico che non c’è un ritmo nel buio,
non c’è una canzone che non sia l’eco dell’andar via,
l’abbandono del cercare,
a te resta il corpo, che si consegna ai piccoli lampi di stanchezza,
la misericordia degli occhi che ora chiudono esausti
per chiamare tregua
e donarti lo sconcluso sonno.
non ho mai smesso di occuparmi di politica
Non ho mai smesso di occuparmi di politica, e tu lo sai, ho semplicemente taciuto su quello che facevo, come occupavo il mio tempo libero. Ho sorvolato anche sui contrasti che sentivo come ferite a un pensare maturato negli anni, fin da giovane. Sapessi quanto radicato è in me questo pensare e come faccia parte del mio modo di vedere il mondo. Si tratta del non estraniarsi, dell’essere parte di qualcosa che non sono solo io, ma si divide e nasce con altri. Però tacevo mentre partecipavo, come faccio ora, perché mi è impossibile non farlo, anche senz’altro ruolo che quello di avere una speranza da irrobustire con le azioni. Credo che questa necessità nasca molto presto in me, perché m’infastidisce il lamento continuo, l’invettiva gratuita e priva di azione, mi respinge il noi e il loro. Questo popolo, che siamo noi, è fatto di tutto quello che c’è, compresa l’anima nera, compresi quelli che denunciavano gli ebrei per avere la taglia e i loro beni. Qui i santi e gli eroi, che pure esistono, non fanno la massa, sono silenti e non aspettano che le cose cambino ma provano a cambiarle. Berlinguer ha detto con una bellissima frase, che era rimasto fedele agli ideali della sua gionezza, in questo luogo in cui le giovinezze vengono indefinitamente protratte, gli ideali si sono lasciati perdere.
Hai notato che sempre più spesso trasmettono serie televisive in prima serata che parlano di persone comuni, di sessanta/settantenni che parlano di loro. Quelli che le producono hanno semplicemente capito che chi guarda la tv a quell’ora non sono né i giovani né i quarantenni, ma quelli che andavano a letto con carosello e che adesso sono diventati tanti e potenzialmente spendibili in questo paese. Guarda le pubblicità e vedrai che cambiano per mettersi in comunicazione con loro. E sono questi che dovrebbero aver conservato e trasmesso, gli ideali della giovinezza, sono gli immersi e i salvati dal ’68, quelli a cui è stata graziata un’ esistenza grigia, fatta prevalentemente di divieti. Invece sono tra i brontolanti, i teorici del loro e del noi che si sentono giustamente vessati ma non fanno nulla perché le cose cambino. Così, dopo aver pensato che toccava ad altri, che avevo già fatto troppo in vita mia, anche in errori, tentativi, abbagli, ho capito che non ce la facevo a ritirarmi solo con i miei libri. Non potevo guardare la realtà così come la interpretavo senza esprimere un’opinione e sommessamente ho ripreso a fare politica, come posso e mi sento, ma lo faccio, perché non è giusto lamentarsi se non si è almeno feriti da una lotta.
Vedi, si pensa che ci siano compiti precisi nella società, che chi si è assunto il compito di fare le leggi, di amministrare, ha responsabilità più grandi di quelle di chi viene amministrato. In buona parte è vero, però se non eleggo qualcuno che sia meglio di me, se non ho un’idea di futuro, se gli ideali sono definitivamente perduti, chi mi governa dovrebbe essere un illuminato dal ruolo che risolve i problemi con la bacchetta magica facendo contenti tutti e vedendo contemporaneamente il presente e il futuro. E tutto questo avendo i miei stessi limiti e magari qualche principio in meno. Insomma una sorta di mago Otelma, ma senza trucco. Ti pare possibile?No, e infatti non lo è, perché fare politica è esprimere una preferenza e un’analisi del presente e dire quale futuro si vorrebbe, ma non nel paese dei balocchi e neppure a costo zero, perché qualcuno alla fine deve pagare quello che viene dato e prima non c’era.
Sono stanco di chiacchiere, di rarrazione, cioè che mi dicano cosa dovrei vedere quando vedo altro e come molti, per questo, oltre a votare controllo quello che viene fatto in corso d’opera, se mi era stata promessa una cosa e se ne fa un’altra, chiedo ragione. Questo è il mio modo di fare politica che non si esaurisce nei dieci minuti in cui metto una croce. Ho applicato il concetto giuridico che mi vuole attivo e controllo chi riceve il voto, quello che la legge dice passivo ma invece ne fa di cose e ne promette di più. Visto poi che mi fanno scegliere sempre meno chi vorrei votare mi accanisco di più a sorvegliare chi mi è stato imposto e protesto perché voglio scegliere. Non mi convincono più i giochetti, e non perché sia diventato particolarmente furbo, ma perché se qualcuno tradisce la mia fiducia mi va sotto i tacchi.
Non scelgo dappertutto, non potrei mai ritrovarmi a destra e neppure al centro, ma quando tre anni fa ho cominciato ad allontanarmi da quello che era il mio partito, era perché esso non era più quello che meritava la mia fatica. C’ho fatto persino un blog allora, per chiarirmi le idee e l’ho chiamato essilio, perché da qualcosa mi sentivo allontanato. Pensavo di scrivere un diario delle mie difficoltà, poi mi sono accorto che diventava inutile perché era la passione che veniva messa in discussione, perché improvvisamente, io, con le mie idee, i miei ideali ero diventato vecchio.
Questo è un luogo in cui il lamento è facile ma a me piace capire perché le cose non mi andavano bene e se se n’era andata la speranza. Esigente lo sono sempre stato, però qualche ragione, un futuro comune, una lotta forte e con risultati, mi convincevano, ma il partito in cui ero allora, e pure con ruoli dirigenti, era diventato un posto in cui era difficile discutere, fare la minoranza. Tante, troppe parole e troppi cambiamenti senza analisi di ciò che accadeva, insomma due anni fa ho scritto la mia lettera di dimissioni, e senza nessun clamore me ne sono andato. Perché essere di parte è una scelta , e quella ormai non era più la mia parte, ma restava il partecipare, che è un dovere. Mi sono fatto tante domande e molte me ne faccio ancora, però capivo che stava mutando il modo di fare politica in maniera così radicale da impedire che gli errori si sanassero e anzi si accumulavano uno dietro l’altro, scavando una voragine tra gli elettori e gli eletti. C’era supponenza e arroganza, le peggiori facce del potere, e la vicenda della Costituzione me l’ha confermato. Non mi piace una politica in cui uno comanda e gli altri ubbidiscono, per questo è necessario partecipare.
Sai, non capisco gli indifferenti, quelli che tutto è uguale e tutto gli va bene. C’è quella bellissima pagina di Gramsci in cui dice che odia gli indifferenti e mai l’ho capita come in questi anni, prova a pensare: con il diffondersi delle notizie, con la possibilità di vedere il mondo e non solo ciò che accade ma che probabilmente accadrà, oggi le persone dispongono di una possibilità di mutare la loro condizione e il loro futuro come mai è accaduto prima nella storia dell’umanità. Eppure si depongono le armi della critica, si vede l’insorgere di nuovi separatismi, di minacce per la pace, l’eguaglianza sparisce , i giovani emigrano, il lavoro si precarizza e le persone si ritirano nel lamento. Pensano di non contare nulla nell’epoca in cui l’opinione pubblica non è mai stata tanto potenzialmente forte. Per questo odio gli indifferenti perché sanno ciò che accade e pensano solo al loro tornaconto, perché non vedono che il presente, perché s’imbastardiscono di soddisfazioni momentanee e attorno creano le premesse del deserto. Se tutti fossimo indifferenti saremmo meno di pecore, potrebbero toglierci e darci secondo convenienze di chi ha il potere e già lo fanno. E invece il potere odia quelli che si interessano, che lo controllano, perché questi forniscono ad esso un’alternativa, creano le premesse per scalzarlo.
Così senza dirtelo ho ripreso a fare politica, ma tu lo sapevi, l’hai sempre saputo. Sai cosa mi manca? Non i miei anni giovani, ma la forza del sentirsi assieme, di capire che una causa grande è parte dello sforzo di tutti. Sto bene da solo, però per fare politica servono molti consapevoli, serve che ci si senta di andare avanti, non solo di difendersi, ma di affrontare i problemi e di risolverli. Non tutti ma uno alla volta e posso assicurarti che è una grande soddisfazione perché hai la coscienza di aver fatto insieme un piccolo passo avanti e da lì si può fare altra strada. Questo è far politica, ma tu questo lo sai.
un regno delle donne
In quella fase della vita che segue la nascita il posto del maschio non è ben definito. Quand’ero piccolo i maschi venivano introdotti negli spazi bambini con piccole occasioni di gioco, molte regole e convivenze limitate. Dei bambini parlavano con le donne che diventavano gli intermediari del quotidiano e della crescita. I bimbi erano più occasione di fugace discorso di adulti che presenza attiva e ricerca di dialogo con loro. Non credo ci fosse una colpa in tutto ciò, c’era un ruolo codificato che si esprimeva più in un provvedere che nell’ esserci. E messi a contatto con i bimbi, i maschi, non sapevano spesso che fare a parte presiedere. Il confezionare il cibo, con l’ allattare al seno ma anche con le pappe, era proprio faccenda di donne, e la pulizia allora senza pannolini, diventava anch’ essa parte di un ciclo estraneo alle quotidianità codificate; restava uno spazio di gioco e di contatto fisico, ma sempre assai rarefatto. I bambini dovevano crescere in fretta, accompagnare, fare cose da adulti più che essere accompagnati o serviti. Con mio figlio ho cercato di divertirmi di più di quanto avessero potuto fare con me, di lasciare che egli avesse i suoi tempi e di parteciparvi. Quanto ci sia riuscito non lo so, comunque non doveva crescere senza gustarsi le stagioni della vita. Anche quelle difficili dell’ adolescenza, quelle della rivolta, quelle in cui i difetti dei padri sono cosi evidenti e macroscopici da far emettere giudizi, far scelte differenti, non ascoltare esperienze altrui.
Credo che ogni maschio che diventa padre o zio qualche domanda se la ponga e non di rado senta l’ insufficienza e la poca utilità. Sarebbe complicato cambiare il livello di partecipazione e soddisfazione senza mutare la società e se questo non si vuol fare, ci si accontenta e non si gode come si dovrebbe. E un regno delle donne resta poco mutevole ed è un peccato perche credo che le donne sarebbero felici di condividerlo.