A volte il silenzio è un perdersi che include sia il trovarsi o l’abbandono. Nasce come una crepa, dapprima impercettibile, che fa risuonare diverse le parole e infine le rende mute o eccessive.
Meglio fare il punto che consente di sapere dove si è e decidere il che fare. In fondo è la stessa strategia dell’inerme e del supponente.
Oppure c’è la troppo difficile arte del rabberciare. Il kintsugi (金継ぎ) degli artigiani zen, che mettono l’oro a ricomporre ciò che è prezioso ed è stato rotto.
Ma se la pazienza ci assiste, in quel silenzio, che ora nuovo risuona, saldato dall’oro, s’imparano a leggere cicatrici che luccicano come un disegno dell’anima vissuta.
E tutto si muove: nulla è come prima e nulla è peggiore.
Non ti ascoltano. Si vede perché continuano con il loro discorso. Hanno già una conclusione in testa, anche nel portare le parole dove devono andare. Se sono educati, lasciano parlare e poi ricominciano spostando a lato il ragionare. Verso di loro. Dici una cosa e ne capiscono un’altra, ma non è perché ti spieghi male, no, è perché se affrontassero ciò che dici, chiedi, sarebbero costretti a modificare l’immagine che si sono costruita. Dovrebbero rifare l’edificio che ti contiene. Lo so, non è facile per nessuno ricominciare ad ascoltare, però da bambini qualcosa a proposito ci era stato insegnato, poi si è smarrito come necessità di identità, di intelligenza che classifica e quindi risparmia tempo. Non erano glorificati quelli che capivano al volo? E se si sbagliavano di poco erano comunque migliori di quelli che ascoltavano, si prendevano tempo per capire e poi dicevano. Ma spesso il tempo era già passato. In ogni testa c’è un processo che fa trovare le parole giuste, i gesti appropriati dopo che i fatti sono avvenuti. E tutto ci pare così naturale, così giusto e forte che non pochi si convincono che è andata proprio così. Invece è andata diversamente, e quell’ascoltare e dire le parole appropriate non c’è stato. Forse per questo non ti ascoltano, per la presunzione di aver già capito e quindi risparmiano tempo, sanno già dove andrai a parare. Ti conoscono. E noi oscilliamo sempre tra la voglia di essere riconosciuti e il nostro personale mistero da svelare solo a chi vogliamo davvero, così che quel conoscere applicato, sbrigativo non coglie nessuna delle nostre necessità e suona offensivo. Però è tutto un processo interiore perché nel frattempo il non ascolto procede e arriva alle sue conclusioni. A questo punto ci sono due possibilità, o lasciar perdere e passare ad altro oppure insistere, ricominciare, precisare. Quasi sempre fatica buttata, anche perché il tempo gioca un suo ruolo e quello che reciprocamente ci dedichiamo per comunicare ha sempre un limite più ristretto di quello che viene riservato ad altro. Quando si dice: non hai mai tempo, significa, non hai tempo per me, per ascoltarmi. Quindi si lascia perdere, si rinvia a migliore occasione, che non verrà perché ascoltare è un’arte, un esercizio della cura e questa modalità viene considerata superflua nella società in cui viviamo. Si privilegia l’intuizione all’ascolto, come se queste modalità del comprendere fossero separate e l’intuizione non fosse il capire oltre la normale comprensione. Quindi si parla di un’altra intuizione, ovvero del presumere, cioè del far rientrare in modalità conosciute i comportamenti, i tipi somatici, psicologici e dell’agire senza attendere la comunicazione verbale. Cioè un giudicare in fretta per reagire. Cosa importante se si vive in una foresta piena di possibili aggressori, ma tra persone che si conoscono, presumere è un’offesa. Provate a pensare quanto essa viene praticata anche nei rapporti amorosi.
Non ti ascolta, non ha tempo per te, oppure ti considera classificato e prevedibile, non c’è comunicazione. Un grande spreco alla fine.
Un immenso, infinito toboga. Un bovolo, un vortice, in cui siamo scivolati, ridendo e vivendo mentre tutto roteava sempre più veloce. Gli anni delle città ancora da bere, i ruggenti ’70 pieni di musica, pelle al sole, di gioia di scoprire e del distrarsi infinito mentre i cortei si formavano. La testa in piazza della Repubblica pronta con gli striscioni, le ragazze, le parole sorridenti e gli slogan mentre piazza dei ‘500 si ingrossava di arrivi, di tamburi di latta, di bandiere, di megafoni Geloso. Garrule al sole romano, grida e bandiere miste assieme. Cosa garrulassero non è ben chiaro, ma era un grido di speranza contro il grigio del quotidiano senza alternative. Muoveva sinuoso nel vento delle vite che s’avvitavano come gli amori, della politica che ancora cantava e sostava per attendere gli altri, presidiava i luoghi del bene comune: una scuola, una fabbrica, un ospedale. Era il tempo in cui c’erano agguati e compagni (?) che sbagliavano. Eccome se sbagliavano. E neppure erano compagni. Era il tempo in cui la destra diventava tenebra circondata da scoppi di bombe, quando un viaggio in treno era uno scendere e un salire sperando che non fosse quello l’obbiettivo. Era il tempo dei rapimenti, quelli sardi e al nord, per denaro e del rapimento per eccellenza: quello di Aldo Moro che avrebbe generato una disgrazia di cui ancora non c’è fine.
Noi intanto precipitavamo verso un blu che sapeva di mare, di arditezze, di nudità nuove, di racconti intimi mai così sfacciati. Eravamo in un giro che risucchiava e mostrava quelli che restavano indietro, le paure di chi non si schiodava dal passato che non esisteva già più ed era assieme agli strafatti, ai persi per strada, agli insoddisfatti che riottosi non si muovevano dalle speranze già offuscate. Mentre la nostra testa girava e tutto era possibile, e nessuna notte era meno lunga del giorno, c’era chi correva in avanti e chi a ritroso, e si leggeva, il giornale da stritolare tra mani, il libro appena uscito, le frasi ripetute per rafforzare una convinzione, i dubbi da lanciare verso il sole o da sussurrare piano ai capelli che si baciavano con devozione desiderosa di tutto. Di tutto quel confluire, quel giudicare e correre verso qualcosa che non era chiaro, non profumava di ginestra e di olivo selvatico, non aveva solo l’odore della pietra dei ghiaioni al sole, il fresco del tuffo nell’acqua d’una baia senza persone, senza vento e senza barche. Non era il sentiero che si gettava verso la costa dei barbari e neppure la dolina in cui sostare in attesa che il sudore ghiacciasse. Non era che un gorgo infinito, caldo di promesse e di vita che inghiottiva senza chiedere da che parte tu venissi, ma noi eravamo noi, ipertrofici con piccoli ego e tanto noi, noi che scambiavamo pensieri, e abitudini, e modi di dire ripetuti per includere ciò che non era chiaro ma nel contesto doveva pur dire qualcosa.
Noi che leggevamo libri, che correvamo imbambolati al lavoro, che vedevamo nascere i nostri figli e non sapevamo ben che fare con loro perché tutto doveva essere nuovo. Noi che diventavamo pian piano borghesi comprando divani e tavole su cui mangiare assieme. Noi che ci perdevamo in quel correre attorno, nell’ascoltarci, nel guardarci, mentre il mondo esplodeva verso la caduta dei sogni, dei muri, delle certezze. In quel gorgo c’era un buco blu che ci avrebbe gettato in un altro universo, non il nostro, non quello da cui eravamo venuti gioiosamente distaccandoci, ma un universo speculare dove il sapere, il progresso, si chiamava tecnologia. Un bovolo che si originava da un bovolo, una clessidra piena di inesorabile passaggio verso un nuovo vortice colorato e rovescio dove noi che eravamo stretti gli uni agli altri saremmo stati pian piano distaccati. Dispersi, in tante piccole monadi che giravano e si allontanavano.
Prima si parlava, si discuteva, si viveva ammucchiati e distanti, poi saremmo stati sgranati, distaccati definitivamente. Una palata di grano e pula lanciata verso il sole che ricadeva con un suono secco di pensieri ormai solitari. Oro e paglia, ecco quello che eravamo e per questo degli anni sgranati non è rimasto nulla se non l’accumulare. Siamo pietre e intonaci, stanchezze infinite di vedere ciò che allora ancora non capivamo. Siamo usciti dal vortice per sederci su panchine che attendono la luce mutare e la luce muta, mentre sembra distaccare i particolari dal tutto e non ricompone più. Non più.
Ma che lo dico a fare, sai già tutto, lo senti e lo vedi, ed è per questo che mi racconti più stanchezze che corse felici.
La storia di un corpo, il nostro, fatto di concretezza, di errori da rimediare, di slanci e di frenate improvvise. Partiti dalla svalutazione, dalla negazione che esso potesse essere il centro della vita se si eccettuavano alcune occasioni, sottoposti a un confronto improprio derivante da una scissione impossibile ovvero quella che lo spirito non avesse una sua corporeità. Non fosse influenzato dalla memoria e dal ricordo, non avesse desideri, pulsioni. Il conflitto eccitato, invece che composto, da una parte l’alto, ciò che è immateria e si eleva e dall’altra la terreità, la pesantezza, ciò che soggiace all’imperio delle passioni. Come vi fosse un affondare in una melma che era immagine di uno strato oscuro interiore dove c’era il buio assoluto, un archetipo animale, un sauro impenetrabile e scaglioso in cui si depositava ciò che non era controllabile. Questo buio dello spirito implicava la negazione della corporeità per aspirare alla luce e alla leggerezza. In realtà erano solo regole di convivenza, tavole di comportamento per tenere assieme il branco e impedire che si estinguesse o si divorasse nei periodi di carenza. Se il principio di ogni relazione, profonda o meno, sta nella comunicazione, se attraverso essa passano i sentimenti, dall’amore alla sua negazione, se nel comunicare si considera l’esistenza dell’altro, se ne verifica la contiguità, l’affinità, oppure la distanza rispetto al sé, allora si comincia a capire quanto di sbagliato ci sia stato trasmesso nello scindere spirito e corpo e come la storia del nostro corpo sia la storia del nostro spirito. Ciò che banalizzando chiamiamo umore non è forse il nostro rapporto con la realtà che il corpo percepisce e insieme la distanza da un desiderio, oppure la percezione di una staticità eccessiva, o ancora il mutamento felice che spinge in una direzione gradita. E quando ci immergiamo nel nostro corpo, lo ascoltiamo per davvero lasciando che esso ci parli, non emerge uno stato del presente, una serie di richieste che esso pone e che i “nostri” particolari principi possono accogliere oppure negare? E non è il compromesso la maggior arte che si impara più nei confronti di se stessi che degli altri? In realtà nella storia del corpo, nella sua fisicità c’è tutto il nostro spirito, la sua capacità di comunicare, il suo mettersi a parte per osservare e poi riportare a noi come parte di qualcosa di più grande. Nel corpo e nella sua negazione viene tolta la spiritualità dell’insieme, si riduce a macchina meravigliosa ciò che continuamente comunica, introduce concetti nuovi mentre ripete quelli necessari al vivere. Noi pensiamo ai fatti come storia, sono elementi puntuali che descrivono disgiunzioni, fratture, svolte, cambiamenti radicali, mentre la storia è flusso e tutto ingloba e fa di se stessa un disegno, ci si accontenta del frammento per la descrizione. Le abitudini sono, in fondo, perniciose perché prive di riflessione e spesso di ragione. Si pensa che l’abitudine diventi tratto essenziale del vivere, eppure se essa non è pensata è un automatismo. Diventa parte del corpo come una funzione di esso, ma non è tale, in realtà è substrato senza pensiero. Provate a pensare alle abitudini in un momento di rilassamento, fate dire al corpo cosa ne pensa e ne nasceranno delle sorprese perché ciò che è apparente storia è una forzatura, quasi sempre ereditata o indotta da una situazione. Importante sarebbe nella storia del corpo capire quanto spazio lasciamo alle abitudini e quanto esse prendano il sopravvento, neghino le richieste, eliminino il nuovo, conducano verso situazioni di scarsa mobilità. E allora tra mille abitudini, con il corpo ridotto al silenzio si dovrebbe avere a disposizione uno spirito libero che si eleva, che trova il modo di distaccarsi. Credo che invece quello spirito si eserciti nell’arte del giustificare ciò che ha rifiutato di ascoltare, che sublimi tutto ciò che si nega, e che alla fine voglia dimostrare che siamo il luogo di una impossibile comunicazione e unione. Non è così, è solo un insieme di regole che ci hanno insegnato per conservare il branco e che poi hanno ecceduto il limite e per farlo hanno agito sulla negazione dell’unica cosa che fosse immediatamente disponibile, il corpo, fino a negargli la possibilità di avere una storia propria, di essere una relazione che lo astraeva dal tempo, di essere esso stesso cielo e terra, verticalità e orizzonte, perché tutto questo era rivoluzionario e aveva una parola per definirsi: libertà d’essere.
Vi ho pensato, voi che siete nel cuore. Ciascuno è arrivato vicino, come per caso, e ho sentito che ci mancava tanto, le parole non dette, i gesti mancati e quelli eccessivi, gli egoismi che non erano tali ma solo voglia di non perdere il poco che teneva assieme l’essere speciali. Vi ho pensato nelle vostre solitudini che sono la dimensione di ciò che davvero siamo. Vi ho pensato senza gelosie per chi vi amava, per chi condivideva la vostra unicità. Vi ho pensato concreti, con le paure che tutti abbiamo, con i dubbi su ciò che si è fatto e che ancora sembra dirigere la vita. Alcune di voi le ho pensate con i differenti amori, vi ho volute felici perché la felicità è vostra come di ciascuno. Vi ho pensato nelle scelte che non condivido, confesso che ho accettato e capito che davvero siamo differenti. Ho discusso silenziosamente con voi del corpo e dell’ immateriale, ho trovato le mie ragioni che scadono ma intanto, ho pensato, sono ottime per vivere. Vi ho pensato dopo i pranzi comandati quando il cibo rarefa le parole e si vorrebbero mettere sogni e stanchezza assieme, vi ho pensato discutere o correre tra l’erba, vi ho pensato sorridenti e rabbuiati dall’ improvvisa pioggia sul prato. Vi ho pensati in compagnia, circondati d’affetto. Ma ciò che ho sentito in voi è la solitudine di qualcosa che sfugge e manca, ho amato la vostra solitudine. L’ ho profondamente amata e sentita simile alla mia, anche se ciascuno è per suo conto felice e solo.
Che ci siano i pensieri buoni, le risate, le persone che volete con voi, che la bellezza che si rinnova vi accompagni e che di ogni consapevolezza ci sia l’antidoto felice che la rende solo un passo, non il cammino.
Guardando e ascoltando le tortuosità d’una scelta, pensavo che ognuno ha le sue felicità, che non so nulla dell’evidenza e di ciò che essa cela. Che tutto avviene per qualche casuale incrocio, poi mettere assieme le sensibilità funziona solo tra chi si sceglie o non si perde. Oltre il banale, la superficie, il consueto per le persone che restano c’è una scelta. Che è fatica e sfida a tutto ciò che è abitudine o convenienza. Come scalare, come voler essere di più per approssimare ciò che si può essere. Mi sembrava presa dalla sua vita scelta quando la osservavo, spesso felice, ma adesso mi diceva che non era così. E che i momenti di felicità si erano persi in un dover fare quotidiano, in mille necessità che coinvolgevano e allontanavano. Anche dire era difficile e per questo dopo un po’ si diventava zitti, non silenti, ché il discorso continuava dentro e si sfogava in mille piccole distrazioni. Per non pensare che la vita poteva essere altra e non era. E non valeva dire:passerà, perché quel passare era una perdita. Così le alternative si allontanavano e restava una solitudine in compagnia e poi un fastidio di sé. Per non aver capito a tempo, non aver scelto altrimenti. Così mentre la guardavo lei radunava lo zucchero spanto vicino alla tazzina e le serviva un fazzoletto pulito. E solo quello potevo darle.
Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza, ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto, e deciso nel peggio, che non è proprio peggio, eppure ti toglie il colore, semina grigio nelle parole, distribuisce forse che sono già dei no. Ma stamattina le parole erano colorate, c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno, il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente, il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento. Erano colori della vita senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio. Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre in un tempo di muri mostravano che c’è aria da respirare in quel sentimento insensato che si chiama speranza, e se spesso non ha una precisa attesa, si muove allegramente e tu sai che è vita.
Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…
Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.
La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.
Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione.
Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia.
Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.
Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.
Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà?
Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali.
Rare faville di neve su tetti bianchi. Il caffè l’ho rovesciato. Una tazza intera mentre un biscotto attendeva d’essere inzuppato. La delusione del biscotto meriterebbe Cioran. Come potrei parafrasarlo? Solo nel disfarsi il biscotto trova la sua natura, irrigidito nella cottura eccessiva, come pensiero stantio, si libera nell’intridersi di natura altrui. Ovvero come rendere un’apoteosi la delusione e far dello sciogliersi tra nature una metafora dell’amore. Se l’amore non cambia la sostanza imbibendosi dell’altro, che amore è?
Della vigilia del voto scriverò domani, oggi curo l’anima che non ha vigilie. Un passo di un’epistola in versi di John Donne
Una sospettosa presunzione sta di casa in questo luogo,
e l’avere tante orecchie quanto tutti hanno lingue;
pronti a vedere i torti, lenti ad ammetterli.
indurrebbe al silenzio e a un diverso ascolto: ascolto te oppure ascolto me? Ovvero Ti ascolto per trovare una mia ragione oppure per sentirti entrare con le tue ragioni.
Le ragioni si dovrebbero mischiare come si fa con le carte perché il gioco precedente non si ripeta, ma ogni volta le possibilità facciano il loro lavoro.
Mischiare le ragioni e cogliere i segni e le immagini. Dare un significato alla taroccata vita e fermarsi sui segni per straniarsi dal consueto, dall’apparente.
Posso dire con sicurezza che il caffè versato era peggiore di quello nuovo, ne sono sicuro: era un segno che mi occupassi di me senza distrazione. O forse, romantica presunzione, era un pensiero che scoccato da distante voleva raggiungermi e dirmi qualcosa che dimentico nell’abitudine. Anche la neve, che continua indolente a cadere, è segno di un guardarsi attorno: non ci si chiude in casa se non per paura, ma si resta a casa per scelta e ci si guarda attorno per vedere come si è.
Nel tuo dire esplicito ho trovato tracce d’innumerevoli rintocchi
e l’aprirsi all’amore che, ostentato, era meraviglia e insicurezza,
il timore che sfuggisse l’attimo
dileguando in un richiamo importuno,
o che il dubbio prendesse un posto che non era suo.
Del doman non v’è certezza è l’invito alla pienezza, mia cara,
e il rigetto di ciò che ha scalato il cielo e poi è caduto
ma ora vola, altro dirà di te.
Non ascoltiamo le stesse cose, non leggiamo gli stessi segni, ma ciò non impedisce che nel caffè che si versa io veda un richiamo ad altri caffè non versati, la sequenza di quelli che seguiranno in diversa (versa e diversa hanno la stessa radice che è versus, ossia il part. pass. di vertĕre volgere) e più agevole compagnia.
Non ti curare del senso, che di me io parlo, che ascolto ma odo e si rincorrono le voci della polifonia di Biber.
Odo la neve, odo il segno d’un tempo che scade se messo nell’abitudine, odo l’accento di una lingua che non è la mia. Odo e ascolto la prima neve di una quasi primavera.