L’insicurezza non se n’è andata. Forse perché già prima c’era e nell’oggettività della pandemia ha trovato una sua espressione esterna ma è l’interiore che conta per capire la realtà. Tanto più c’è una comprensione profonda di sé tanto più la realtà si semplifica, mette in ordine le importanze e ciò che è complicato si apre in scelte binarie, o un sì oppure un no. La realtà resta interpretabile e fuggente, quando parliamo dello stesso fatto, e ancor più se si tratta di un ricordo, più persone raccontano realtà differenti eppure erano tutte sullo stesso posto, ma l’hanno vissuto in modo diverso. Sentire ed emozione hanno cambiato l’oggettività dei fatti che, alla fine, sembrano essere vissuti in un presente comune e sfuocato dove le certezze si fanno traballanti.
Perché non dovrebbe esserlo ora quando è l’esterno che ci bombarda di saperi che non sono tali e neppure consistenti, viene detta una cosa e il suo contrario e ogni giorno ha la sua verità. Così le speranze prendono il sopravvento sulle analisi e sul dubbio perché è meglio aver qualcosa da raccontare piuttosto che l’insicurezza di non sapere davvero dove andare.
Questo è il punto che forse destabilizza di più, non c’è un posto dove andare e quindi non resta che attendere e guardarsi dentro per capire cosa è importante per noi. E si torna alla grande divisione tra certi e dubbiosi, sapendo che le sicurezze possono essere dissimulate, negate, sostituite, accettate con fatalismo oppure annegate in uno stagno di presente che non offre idea di futuro, anche se ha il gran pregio di essere un incontro tra desiderio e piacere, oppure tra inazione e fatalità. Quindi il tempo dell’insicurezza, nobilitato spesso (dove si può) nel dubbio ci ricorda che questa nostra epoca felice è immemore dell’insicurezza costante delle stagioni passate, non ha percezione del tempo ma confida nella scienza e dopo averla maltrattata le dice di tirarci fuori dai guai.
Nessuno, neanche un vaccino, ci toglierà da noi stessi, dall’ipocondria crescente, dalle depressioni che serpeggiano, dall’attesa miracolistica di qualcosa che sistemata la pandemia sistemi anche l’economia. L’insicurezza assume il tempo che trova , l’uomo che trova e si adatta con gli strumenti che ha a un presente da tenere a bada. Si pensa d’essere immersi e in realtà si galleggia su una superficie fatta di stimoli. Una giostra dove si percorre con un trenino una finzione e tutto è insieme reale e falso, perché l’incertezza è in noi e lì si dovrebbe risolvere ed evolvere in una nuova serenità che mai abbiamo perseguito. Non ci siamo abituati, non ci è stato insegnato e ci servirebbe così ognuno s’arrangia come può.
Poi le cose prendono un verso che non t’attendevi e puoi solo pensare di ripercorrere le strade di pietra alla luce delle vetrine e dei lampioni, per arrivare in quella piazza vicina alla birreria artigianale. Un’ansa di pietra, sempre piena di studenti seduti per terra che parlano sottovoce e suonano con le chitarre. La birreria è ancora aperta, gonfia di luce, puoi chiedere un bratwurst con una grosse bier di grano e sorseggiare il fresco che imperla il bicchiere, annusare il profumo d’erba e malto. Mangiare piano ascoltando le voci dagli altri tavoli, guardare i sorrisi che promettono e le discussioni che li intervallano. Sentire la birra sul palato, il pane nero di segale e sesamo riempire di gusto dolce la bocca, aspettando il piccante della senape.
Restare in attesa di te, che puoi parlare oppure chiedere che sia io a farlo, mentre la mia testa si riempie di magie che in un discorso diventerebbero follie. Piccole follie, sconnessioni di trame prefissate, smagliature di tempo e di spazio. Silenti o esplicite perché c’è chi tollera che un calzino sia leggermente bucato, che le cose, non tutte per carità, siano appena fuori posto. C’è chi ammette di non pensarla allo stesso modo e non cambia quasi nulla, e chi si perde in compagnia ma non è mai solo. Follie minute che la testa ci regala e intanto il gusto del wurstel, della senape, del sesamo si fondono con la birra e con ciò che sta attorno. Le caldaie di fermentazione di rame lucidato riflettono le luci e cambiano i volti che si specchiano, i grossi tubi ordinati in file parallele sembrano portare liquidi ai boccali, il bancone con le spine è sempre bagnato e pulito da uno straccio solerte. Si sta bene qui, nel rumore che non è mai chiasso e tutto questo si unisce ai ragazzi che fuori cantano sommessamente come parlano e c’è una chitarra che pizzica melodie mentre canto e conversazione si scambiano in un miscuglio variabile dove l’uno non distingue l’altro ma è armonia. Appena fuori la birreria c’è il negozietto di un incisore che lavora fino a tardi. Fa piccoli quadri di equilibristi e di mongolfiere colorate, fili che si tendono nell’azzurro e tengono appesi omini piccoli e buffi che vanno verso castelli di sogno. È gentile, spiega le cose che incide, mostra le lastre e il torchio, potremmo passare da lui, guardare le cartelle piene di disegni e acquistarne un paio per poi ricordarci che la vita è sogno ed equilibrio, ma anche un filo che ci salva se cadiamo.
Fuori la notte è tiepida, davanti la birreria c’è un’altra birreria tradizionale, con lunghi tavoli sotto una pergola all’aperto, però chiude presto e a quest’ora nei tavoli ci sono ragazzi che si promettono qualcosa di bello, di prossimo, si scambiano baci e piccoli silenzi e restano a lungo prima di alzarsi e uscire tenendosi per mano. Non preoccuparti, non li disturbiamo, neppure ci vedono. Escono e risalgono verso la piazza del mercato, verso i portici alti del centro oppure scendono, come faremmo noi, verso un corso d’acqua veloce. È appena dietro una curva, prima delle mura medievali, ha un piccolo marciapiede tra le case e la spalletta dell’argine in pietra. Ci si può sedere, la pietra è ancora calda e guardare la gora, ascoltandone il gorgoglio mentre l’acqua s’accalca per scorrere sotto una casa che era un mulino, e sentire l’aria che si divide in strati, quello tiepido sta sopra e investe il viso, quelli più bassi corrono con l’acqua e sono freschi, così al primo brivido serve stringersi, congiungere cotone e lane, e scambiare calore e bene. In silenzio o parlando sommessamente perché nelle case alte, sopra di noi, dormono ma soprattutto perché le parole sommesse contengono più affetto e significato e allungano il tempo dello star bene.
Dovevamo andare a Friburgo in primavera, ci andremo in autunno o in inverno, non importa quando, ci andremo…
Il finocchietto selvatico cresce in fretta, ogni giorno guadagna centimetri d’aria e la riempie di un profumo lieve ma con una sua acutezza. Ricorda la Sicilia, una trattoria di paese, piatti con il bordo verde, sbeccati con discrezione. Un tavolo pieno di olive e altri antipasti e poi la pasta con l’opulenza del condire che accompagna i gesti dell’ospite. Vicino al finocchietto c’è la salvia e il rosmarino che scambiano altri messaggi ben più densi e corposi. Cose semplici che diventano sontuose con il profumo loro nell’arrostire. Negli anni in cui l’Italia cresceva, dalle cucine dei rioni popolari in cui ho abitato, venivano i profumi della festa e degli arrosti lasciati per la gioia del vicinato. Erano patate al forno con molto rosmarino, la carne di domenica si arrostiva con la salvia perché sgrassava e non c’era invidia nell’aria ma la felicità sorniona di chi sapeva (tutti) di un pasto che era anzitutto profumo. Il giuggiolo si è coperto di foglioline e ora i rami che sembravano secchi sono verdi. Anche l’altro giuggiolo si è dato da fare con le foglie, ma ha qualche problema di età e di traslochi. Cresce con fatica dopo avermi fedelmente seguito per oltre 40 anni e sua madre era un giuggiolo nato nell’800, segnata dalle unghie dei gatti e prodiga di frutti per i merli che l’amavano molto. Quando penso alle dinastie verdi, al loro comunicare tra loro e con noi, ho una rete, un grafo di riferimenti che rappresentano gli spostamenti del mio stare. Un noce ormai ultimo superstite di una dinastia nobile del centro città, le rose che vengono da mia Nonna e che si sono ingegnate a vivere anche nel dividersi tra case e nella scissione dall’antico tronco che era quasi un albero. Inspostabile. Il mandorlo con il compito di raccontare la fine dell’inverno e poi i fiori d’arancio e il mirto che mi ha seguito in aereo dalla Sardegna. L’infinita serie di allori, anch’essi venuti dal centro città e i susini che si arrampicavano sulla collinetta che separava casa mia dal muro altissimo delle suore. Sono tutti a raccontare un percorso che dovrei dire mi ha seguito, mentre io pensavo di percorrerlo. Alcune piante crescono lentamente, altre sono più esuberanti. Preferisco le prime perché conservano sia l’innocenza che l’indecisione del fanciullo che non sa ancora come diventare uomo. Nel guardarle sono loro grato, vivono in questo fazzoletto di verde e in fondo mi ravviso in non poco di esso. Penso che nessuna pianta sia superflua e tantomeno inutile e che il loro silenzio sia apparente perché parla e racconta di cose che si annusano, si vedono, si sentono e questo mi suggerisce una saggezza che con difficoltà noi uomini riusciamo a trovare.
Dev’essere qualcosa che ha a che fare con l’attenzione, troppe cose sono date per scontate. Oppure è l’invidia che porta a scartare ciò che le dà fastidio. Forse è il giudizio, che ridimensiona e toglie dalla vista ciò che viene dato senza una pretesa particolare che non sia un gesto, un sorriso, un riconoscere. Come se tutto fosse dovuto, tutto insufficiente o peggio, non avesse valore e così venisse disperso nel consueto. Quante volte accade nei sentimenti che una attesa sia delusa. Non accade con i bimbi, sempre in grado di sorprenderti e anche se non capiscono ciò che gli viene dato, magari con sacrificio, nel loro bisogno immenso di amore e di protezione, la cura la restituiscono in gesti improvvisi di affetto e di tenerezza. Ma tra adulti dopo l’innamoramento, quando l’amore si trasforma, quando cominciano le piccole perdite di attenzione, il non vedere il valore di ciò che sembra abitudine e non lo è, allora già una piccola crepa si è aperta e ciò che era equilibrato non lo è più.
E nel lavoro, l’attenzione in più, il gesto di responsabilità che supera ogni orario, ogni retribuzione quante volte viene preteso senza essere riconosciuto. Di quegli anni ho il ricordo pieno: le difficoltà del mercato, i debitori che non pagavano, il lavoro da trovare e le lotte intestine tra soci e poi nello stesso personale, a disfare ciò che con molta fatica era stato costruito. Discordie tra persone, errori inammissibili, piccoli interessi personali e la sensazione che un ambiente prima forte e sereno, si deteriorasse dal di dentro. Perduta l’idea di essere qualcosa di unico come sentimento comune, cosa restava? Lo stipendio a fine mese. E in un’impresa, come in amore, bisogna essere unici, non fungibili, perché questo è il valore aggiunto, l’unicità che si può mettere sul mercato assieme all’onore di fare le cose per bene.
E nella politica, dove è vietato essere ingenui, non avere un’attesa personale più alta del valore vero che si può dare, come ha funzionato? Allo stesso modo, perché serve essere parte forte di un’idea, perseguirla, ma anche avere i collegamenti, costruire le amicizie, le reti, mettere assieme il consenso. Non sono spesso le opere che determinano il successo, ma il racconto di esse, l’idea di una diversità perseguita come tratto proprio, come solitudine, non è apprezzata. Avere qualcuno a cui rispondere e a cui portare consenso, funziona molto meglio che impiegare tutta la propria attenzione e impegno per qualcosa che dev’essere fatto perché serve davvero. E raccontare la verità, naturalmente la propria e chi lo fa onestamente ne è ben conscio, non porta bene, anzi mette ai margini.
Anni di mazzate, silenti e sorridenti. Anni di confine, fino a dire mai più. Non si misurano così i fallimenti, ossia ciò che non si è fatto e si sarebbe potuto fare? C’è un sistema infallibile per capire come funzionano le cose: le richieste di favori. Funziona ovunque per misurare assieme importanza e indifferenza, e quando cominciano a rarefare le richieste, significa che già qualcosa si è definitivamente rotto. Se tutto è dovuto, allora ci si misura con se stessi e ci si chiede dove si è costantemente sbagliato. Gli errori non sono mancati, le mosse sbagliate, qualche eccessiva fiducia in sé, ma alla fine credo si possa accettare di aver vissuto come si credeva opportuno, giusto, ciò che invece è più difficile da accettare, e questo è in qualsiasi attività o sentimento si abbia, è che non ci sia neppure un grazie. Per questo, per ciò che in misura differente capita alla gran parte di noi, bisognerebbe ricordare che una gentilezza, un gesto gratuito restituisce qualcosa a qualcuno che, magari non a noi, ma ha dato e ha bisogno di sentire che non è solo.
Ogni giorno una cronaca, una fila di piccoli fatti che si ripetono, anche se non siamo formiche che alimentano una tana, però scavano sotto le case, sasso dopo sasso portano via le fondamenta del dire, del basamento che sostiene una colonna, così nasce una crepa. Ogni cronaca un giorno, ma questo è il ricordo, la teoria dei bivi, quello non scelto dove avrebbe portato? E comunque il percorso ha almeno due bussole a disposizione: la ragione e il sentimento, quasi sempre divaricano, oppure si mettono d’accordo, abili politici trovano il compromesso che è la strada da percorrere con quella punta di assenza che non si colmerà. Siamo generatori di assenze, perlopiù, e ci si nota parlando di chi ha scelto altra storia, altra cronaca. Ogni strada ha una cronaca, ogni giorno un grido di troppo, uno sbattere di tappeti che non dovrebbe essere fatto. Non sai mia cara quante cose si annidano nella polvere che uno spettrometro di massa potrebbe rivelare? No, non lo sai e in questi giorni in cui i percorsi sono fintamente rettilinei potresti pur pensare che in realtà giriamo in tondo. La pena è questa, non quella del tornare in una casa ma tornarci quando qualcuno ha deciso per te, come quando scegli al bivio e non il tuo intuito ma una spinta ti manda avanti. Tanto tornerò indietro a vedere e invece non si torna mai indietro, c’è una freccia del tempo che è come quella di Cupido, va al cuore e innamora o delude ma non lascia indifferenti perché, ricordi, sono le assenze che si accumulano. Ogni strada una cronaca, ogni angolo un segno, ogni casa una scatola in cui si sono rinchiuse parole, sentimenti e soprattutto silenzi. Di queste vite si può scegliere se soffermarsi sull’abito, o sulla posa del corpo, sul sorriso, sulla bellezza o la bruttezza, sui sentimenti che si sono incrociati, le passioni e le nefandezze. Conosco strade con palazzi bellissimi che in ogni angolo conservano una falsità, una conseguenza che ha prodotto dolore, non di rado hanno spento le vite con una indifferenza che all’esterno non si sarebbe notata se non fosse stato per i percorsi circolari dove nulla alla fine scappa e una parola sussurrata ne pretende un’altra e poi altre ancora e gli aggettivi, dapprima cauti poi divengono sfrontati, finché tutto sembra chiaro. E non lo è, ma non importa perché in una cronaca conta solo il fatto, il resto, ovvero la sostanza, le determinanti e le conseguenze si omettono. Semplicemente perché non si sanno oppure perché non è nel tema raccontarle e non sarà mai nel tema.
Perché, mi chiedo, hanno intitolato una piazzetta a una cultrice dei classici, ma delatrice fascista, solo perché poi la sua carriera e il suo formare generazioni di studenti con molto sapere e amore per la cultura, l’adesione a un partito che capiva il passato e guardava ad altro, ha cancellato quelle passioni giovanili, quei nomi fatti a chi veniva a prendere, torturava, incarcerava? Nella cronaca questo non conta e tra poco, manca davvero poco, qualcuno si chiederà chi fosse quel nome e perché con delibera di consiglio comunale lo si sia voluto indicare in un toponimo. Non sapeva il consiglio comunale che poco distante e dopo pochi anni, lì ci sarebbe stato un luogo dello spaccio, un bighellonare in attesa di clienti, un ballare fino a notte fonda con grandi radio portate sulla spalla. Non, non lo sapeva che la realtà mette a posto le cose, per questo ora è inutile recriminare sulle scelte: a un bivio qualcuno spinse in quella direzione e sembrava buona cosa.
I percorsi sono circolari come nelle carceri e sia chi sta dentro e ha un’ora d’aria, ma anche chi fa tintinnare le chiavi percorrono circolarità. Senza mai tornare nello stesso luogo direbbe Eraclito, ma non è così perché c’è una cosa che si chiama abitudine e porta sempre negli stessi gesti, nei pensieri che sembrano diversi ma non lo sono e questo è il punto di rottura che non ci sarà mai in nessuna cronaca: l’abitudine.
Nel mio romanzo quotidiano, non è forse un romanzo osservare le vite altrui, confrontarle con la propria, contare i cucchiaini di zucchero che vengono messi in un caffè distratto, seguire la traiettoria degli occhi, guardare la piega della bocca nell’ascoltare, conservare una traccia di quel muovere silente di labbra, e poi immergersi nei particolari. I particolari che sempre fanno un insieme ma sono autonomi e insieme dipendenti gli uni dagli altri e che sono una passione di chi solo chi osserva senza troppo darlo da vedere perché c’è un punto in cui al posto dei gesti, dei volti, delle parole, si collocano dapprima i pensieri, poi i desideri e infine i fatti, la cronaca, e li si incrociano secondo una cabala del presunto caso dove un saluto non è mai un solo gesto distratto ma un lampo che ha collegato qualcosa a qualcos’altro. C’è quel luogo ed è il foglio bianco da riempire: ogni giorno una cronaca, ogni cronaca un pulviscolo di mai narrato, non per quella vita, non per le vite. E in fondo noi siamo pulviscolo, percorsi circolari dopo molti bivi, palazzi e lastricato di trachite: depositari di un possibile che forse è stato ma aveva almeno un’ alternativa. Storie non cronache. Storie che non interessano a nessuno o quasi. Storie che hanno geometrie definite dal mito e i-mitano, credendosi nuove mentre sono solo differenti, ma nel pulviscolo, nella polvere che finisce nell’aria e qualcun altro respira. Nella disattenzione si nasconde la storia e raccontare è un mestiere che cuce ciò che vorrebbe essere visto e che ingiustamente viene scosso al vento.
p.s. lo scuotere nella mia lingua madre si dice scorlare e si applica alle case durante un terremoto, come a un dente che ormai non ha radice, a una paura talmente forte che ferma il cuore prima di farlo battere all’impazzata oppure a uno straccio che una mano scuote fuori dalla finestra e poi si ritira. Senza vedere che il sole riluce in ogni granello che è stato affidato al vento, come i pensieri senza oggetto, le parole di troppo, i silenzi fuori tempo.
E così si è consumato il giorno. Color perlaceo come il cielo di questa giornata con una pioggia attesa ma rada. Spruzzo per i vetri, gocce che si rincorrono, il tremolare rapido delle immagini che poi tornano limpide. Neppure un acquazzone, solo acqua dispersa, complice un po’ di vento e così la terra è appena bagnata. Non piove da troppo tempo e sempre più mi rendo conto della situazione. Dovrei dire che il presente senza oggetto in cui viviamo, ora un oggetto ce l’ha ed è pure preciso: è già nella fase due ma non ha una soluzione visibile. Possiamo compiere notturni atti di trasgressione, infrangere regole senza pericolo per altri, ma è solo per il gusto di farlo perché ciò che comunque detta legge è la distanza sociale, che tradotta nell’umore significa malinconia.
E comunque l’avventura è diventata intorno a casa, la scoperta da esteriore si porta verso il trascurato per mancanza di tempo, verso il particolare. Basta una frase, un pensiero che ne rincorre un altro e come una nube, l’acchiappa, si mescola, allora ne nasce un’intuizione che apre una porta. Oltre c’è l’azzurro, i prati, il mare, la sabbia, i pini, ma tutto fuso, indistinto com’è nelle possibilità che hanno come unica realtà una strada malamente tracciata tra l’erba. Ed è facile perdersi, deviare, guardare per aria o nel posto sbagliato. Trovarsi con la sensazione che sia passato qualcosa d’importante, magari non così tanto da cambiare il mondo o solo noi stessi, ma originale, mai pensato prima e che quel sentiero sia finito in un nulla d’erba che ancora rasserena eppure non è la stessa cosa. Non si tengono le parole per la coda quando sono colme di significato, bisogna lasciarsi andare a loro, immergersi in esse, seguirle senza metterci nulla o quasi di pensato e loro ti conducono, ti portano in luoghi che avrebbero bisogno di sviluppo, di tempo senza tempo, di storie per nascere e poi crescere, nostre prima di diventare autonome e d’altri.
Eravamo alla fine di un cammino lungo, fatto di scarpe impolverate, sete e ombra alle spalle. Una grande radura, dei segnali imprecisi che indicavano la direzione e il sentiero che si sdoppiava: puntava in una direzione e poi nell’altra fino a farci trovare al punto di prima. Era la fine o quasi di una traversata e Fiesole il punto d’arrivo, ma non si vedeva. C’erano dei colli e molto verde, alberi, arbusti alti che mascheravano le direzioni. Parlammo dopo molti silenzi che testimoniavano di non sapere e ci sembrò fosse rimasto un sentiero nell’erba. Una direzione già percorsa, ma poi abbandonata. La seguimmo fino a capire che stavamo entrando nella tana di un cinghiale, ne seguì una corsa sconnessa all’indietro, una paura di zanne, di piccoli disturbati, di una madre inferocita, finché tornati nella radura, tornammo a ridere. Di noi, dell’incapacità di vedere l’evidenza e quindi l’errore e ancora di legare i tanti passi fatti con qualcosa che li completasse. Bisognava fermarsi, seguire il pensiero nuovo, lasciare che maturasse e divenisse direzione, così trovammo la strada.
E così sono le parole nuove che si formano e indicano qualcosa che è appena conosciuto, mai pensato prima in quel modo e già diviene fascino e possibilità, ma serve tempo. Non quello di prima ma quello della realtà di adesso, che non è solo minacciosa, ma riporta le cose e noi alla luce, a ciò che conta e contiene tutto il bello e il suo contrario, ciò che dev’essere scoperto e la banalità che ora non ci attira più nel suo lucore privo di contenuto. Ho la sensazione che la scelta e la sua possibilità emerga ora con più forza e torni a noi. Questo tempo che abbiamo a disposizione, regalato, se non ci indica nulla di nuovo, sarà tempo perso.
Nelle biologie del tempo pensa a te, raccogli quello che non sai. Guardati. Con attenzione guardati il viso, il corpo, ciò che ti sta attorno.
Chissà dove nasconde il suo orologio, il giuggiolo, che per ultimo mette le foglie e fiorisce dopo aver visto la margherita, il mandorlo, il pero riempirsi di gloria mentre ancora lui pensava alla stagione da venire. Forse come noi, nasconde il suo orologio in una radice che guarda nel buio e mette gli occhi per vedersi, solo quando sa che ciò che è nascosto coincide con il visibile. La verità dell’essere e del potersi vedere dopo aver veduto.
Nei giorni in cui s’ammucchiano le ore, vedere con nettezza porta a decidere cosa tenere di sé in noi, ma soprattutto nelle relazioni con gli altri. Esiste una grammatica delle relazioni, in essa si mescolano regole e sentire, certezze, dubbi e verità. Dovremmo pensare che dove c’è il dubbio la verità si forma ma raramente essa coincide con la certezza. Dovremmo togliere per vedere cosa si nasconde in ciò che viene trascinato. In questo tempo del silenzio occupato da troppe parole senza una indicazione di direzione, è necessario che proprio il silenzio sia un buona bussola.
Guardarsi in silenzio è guardare senza aggettivi, cogliere chi c’è e chi fa finta d’esserci. È un buon momento per lasciar perdere ciò che si trascina. L’inutile peso che frena le vite e non ne impedisce la corsa ma il restare fermi, ne distoglie l’attenzione da ciò che davvero conta. Una pulizia interiore che usa quel lasciar perdere. Proviamo a pensarci a cosa significa davvero e l’immagine è quella di qualcosa che si allontana, che riconquista una piena libertà oltre la forma, lo stanco ripetere dei riti, superando l’incapacità di dirci quel che ha significato perché ci tiene in relazione e ci muta assieme. Ridare una libertà è lasciare che la corda si stacchi e vada libera nell’aria, che se ne avrà la forza, ponga domande che si erano smarrite. Non c’è solitudine nel vedere, c’è consapevolezza e senza di essa la bellezza nostra, altrui, del mondo, si offusca sotto la patina del dover sembrare.
Il corpo cessa di essere una costruzione culturale, il prodotto di una moda e ridiventa nostro. Noi possiamo dare un’immagine o una verità a noi stessi o agli altri, la scelta è solo nostra e in essa c’è la sostanza della relazione. A questo può servire il tempo e l’orologio che si nasconde in noi, a rivelarci ciò che non abbiamo voluto vedere per distrazione o rifiuto, per timore di non essere conformi a qualcosa che era fuori di noi. È un tempo che ci riporta al giusto fiorire, al vedere e al mutare. Perché se ciò che vediamo di noi stessi non ci muta non saremo pronti all’altro mutare, quello che l’esterno ci vorrebbe imporre e che perde importanza proprio come quelle relazioni che si reggono senza comunicare. Lasciar andare ed essere liberi secondo il proprio essere profondo. Non c’è una morale in tutto questo ma un lavoro d’artigiano che cuce assieme i bisogni e le proprie verità, le confronta con ciò che ha di veramente proprio e si accorge dove mutare è possibile, legge i segnali del corpo per essere più conforme a sé. Questo è il tempo del silenzio che comunica nel profondo, un’occasione di cambiamento, un tornare a casa.
Vorrei parlar d’amore, di quello quieto, ma anche dell’altro che ustiona e brucia. Vorrei dire che un passo, non uno qualsiasi ma quello, nell’indefinibile infinito, s’è compiuto, e che l’amore al tempo della paura è più maturo e dolce. Vorrei dirlo, e tra le mani rigiro il vaso del fragile sentire, porcellana esile e fine, trasparente quanto le è concesso. Se piano l’agiti s’odono le parole pronunciate, quelle trattenute, quelle pensate e poi svanite, e suonano del tintinnio dolce degli amanti, sperando come nulla mai potrà mentre si lamentano d’ogni assenza, termometri veritieri di noi, del tempo. Nulla dice che qualcosa sia mutato nell’amore, ch’esso si sia unito e quel passo sia compiuto, ma come in ogni giorno di bufera i corpi si stringono, cercando il definitivo vivere, in un bisogno che non muta.
Luciano di Samosata, scrive che la città di Abdera, in Tracia, era considerata la “madre di ogni ingenuità e stupidità”. Pare dipendesse dalle frequenti malattie che imperversavano nella zona, mentre Giovenale, fedele ai precetti di Galeno, parlava di arie cattive, miasmi che avevano effetto sulle capacità mentali degli abitanti che improvvisamente s’erano messi tutti a recitare versi di tragedie, per strada e durante le occupazioni abituali. Qualcosa di simile nel mutare dell’intelletto, riguardava gli abitanti di Cuma, in Asia Minore, anch’essi non considerati particolarmente perspicaci e oggetto di motti di spirito e barzellette e anche in questo caso sembrava ci fossero state cause esterne e arie malsane. Quindi in questi luoghi, non funzionava la gaussiana per cui in ogni comunità ci sono i geni, pochi, gli intelligenti, parecchi, quelli che si credono tali, moltissimi e infine una ridotta percentuale di stupidi veri, ma non per loro colpa. Ebbene se pensiamo a come abbiamo vissuto e a come vogliamo, forse, tornare a vivere, non è che la progenie degli Abderiti o dei Cumani abbia avuto poco successo. I miasmi li creiamo noi senza particolari sensi di colpa, anzi considerandoli un simbolo del progresso. In questi giorni di forzata cattività, l’aria è migliorata, cioè il virus ha costretto gli abitanti a diventare intelligenti. Non saggi perché sarebbe pretendere troppo, vista la quantità di prodotti monouso che si abbandonano per le strade. Uscire dalla stupidità dell’onnipotenza, perché tale è quella che ci ha accompagnato significa riconoscere un limite, personale e collettivo. Non tutto si può fare impunemente e neppure la scienza, che per sua natura frequenta il dubbio, attende prove, confronta risultati e pareri diversi, ci può fornire quell’assoluto che si chiede ad essa, ovvero fare ciò che ci pare, distruggere il distruggibile per produrre beni che tali non sono visto che saranno a loro volta distrutti, depredare ciò che può assicurare un equilibrio tra aria, terra e specie per creare ricchezze futili, fatte di denaro che non può essere speso per star bene. Ammassare in enormi fattorie animali da macello, alimentarli di mangimi provenienti da altre specie per consumi di carne incompatibili con la vita che facciamo, alterare i cicli di riproduzione, non consentire che la natura stessa abbia il tempo di risanarsi. Insomma si chiede alla scienza di tappare i buchi e di renderci artificiali, ovvero non conformi a ciò che siamo. Ma la scienza non è onnipotente e se non mutano le condizioni di questo enorme brodo di cultura per le mutazioni, ci sarà sempre un virus da inseguire, un deteriorarsi indotto nel corpo da aggiustare, una deviazione da rendere compatibile con la vita. Credo non stiamo imparando nulla perché non ci rendiamo conto e la stupidità è proprio il non capire dove si è e cosa si sta facendo. Uscire da questo tubo Venturi dove la velocità dell’inutile al vivere e utile al profitto accelera indefinitamente esige che ci sia uno sforzo di comprensione e di cambiamento. Questo sinora è stata l’intelligenza ovvero capire e mutare di conseguenza. Se lo saprà fare meglio di noi un’altra specie significherà che è più intelligente di noi. Cambierà nulla, tutto come prima? Allora l’equazione del futuro sarà negativa e semplice come la differenza tra ciò che è stupido e ciò che non lo è.
Il corpo ci parla sempre, a volte sommessamente, spesso conversa e racconta, raramente urla. Anche il suo silenzio ci parla, i suoi rifiuti, la spinta che esso dà in una direzione anziché in un’altra. Ci parla la postura quando non rappresenta ciò che siamo per davvero, lo fa con la stanchezza di una sua parte, con la richiesta di quiete o di movimento. Ha scelte proprie, antipatie e immotivate simpatie, ci dice che una strada è conveniente anche se essa viene dubitata dalla mente, e spinge in quella direzione poi, contrariato, tace di fronte alla nostra scelta. Se lo strapazziamo troppo attende pazientemente che la smettiamo finché non ne può più e allora s’ammala. Dovrebbe dialogare con la mente, meno con la ragione. Pare dipenda da noi che questo scambiarsi di opinioni e il chiacchierare amabilmente tra corpo e mente, s’instauri. Anche se non è così naturale dopo una certa età, che è quella dell’istinto e dell’assenza di vincoli particolari, e allora cambiare poi costa silenzio e fatica. Quando non ci sono limiti, il corpo impara dagli errori, dal dolore che prova toccando ciò che è sconosciuto, ha paura e piacere, esprime emozioni native, semplici, non artefatte.
In questo periodo di cattività il tempo per pensare non manca e anche l’emergere dei fastidi che s’accantonano nei momenti in cui è facile mascherare le insofferenze diventa più naturale. Tutto si riduce all’essenziale, ai bisogni, alla qualità e su questi e questa, si instaurano canoni di accettazione e di rifiuto. Leggevo un bell’articolo di Parise del 1974 che rifiutava il consumismo e la massificazione. La finta ricchezza degli stracci passati per moda e il mistificarsi dei significati nei rapporti, nella politica, nelle relazioni tra persone. Un elogio di una povertà fatta della capacità di distinguere, di dare un valore, di stabilire il buono e il necessario. Temi di quegli anni inascoltati, che riportano all’attualità di Berlinguer quando parlava di politica del rigore e di austerità. Ma oggi il corpo che riprende il suo posto non ci parla di questa essenzialità, non giudica la realtà e la vede per quello che è ovvero una grande finzione, in cui le persone devono per forza essere altro da sé, perché tutto si sostenga. Non è questa l’economia dei consumi che contraddice la conversazione dei corpi? Allora mi rendo sommessamente conto di quante cose vengano fatte senza lo spirito che inizialmente le aveva sostenute, di quanto vuoto ci sia nel tempo perché i legami si sono sciolti. Il senso dell’attendere una verifica da parte di qualcuno che non chiama o non scrive, non è forse la misura di un bisogno affievolito, di una decisione già presa e che il corpo già conosce ma che la mente, per le sue costruzioni sapienti d’artificio, fatica a cogliere. Non siamo solo istinto ma se c’è la necessità di semplificare, un significato profondo c’è : la complessità non solo non rende felici ma oscura ciò che è necessario ed è utile al piacere rispetto a ciò che è solo apparenza. Rimettere assieme e sciogliere alla fine porta a una nuova situazione in cui ciò che è importante ci muta e ciò che non lo era, più semplicemente, diviene ricordo. Importante per ciò che è stato ma che non sarà mai. Semplificare il futuro attraverso un presente che riscopra il corpo, i limiti che divengono opportunità, cambiamento, voglia di sperimentare e approfondire, perché il corpo non s’accontenta e non mente, al più porta pazienza, ma non per sempre.