Quindici anni fa ero in Syria, in un piccolo villaggio del nord ovest. Non c’era nessuno per le strade, le case ogni tanto lasciavano che un bambino uscisse per chiamarne un altro e giocare. Faceva freddo, c’era vento, allora una mamma o una nonna usciva e chiamava i bambini dentro casa. Al caldo. Parole in una lingua di cui capivo solo la musica. C’era amore e sollecitudine nelle voci adulte e i bambini rispondevano con lo stesso altalenare di toni, di vocali e consonanti, come in una canzone mormorata all’orecchio dell’amata. Una di quelle case a un solo piano, aveva una insegna in legno con scritto a pennello: museo e dentro l’unica stanza. Un bellissimo mosaico di epoca romana, un pavimento del tempo di Tito imperatore, occupava l’intera stanza. Mostrava con migliaia di tessere colorate, una grande geografia con navi e pesci nel mare, coste e deserti, strade, luoghi e i nomi delle città in greco. Molte di queste città erano state potenti, ricche di cultura e monumenti, ma erano scomparse. Quel villaggio era quanto rimasto di una città, particolarmente grande, con rovine che si ergevano ben oltre le poche case.
Le generazioni si erano succedute, erano passati i persiani, i greci, i romani, i crociati, gli arabi, i turchi e poi nuovamente gli europei, i francesi, gli inglesi e poi di nuovo gli arabi.
Per alcuni di questi uomini quella era diventata la loro terra, perché l’avevano amata, si erano fatti possedere da essa, avevano imparato dai vecchi abitanti, abitudini, lingua, il tempo della vita e della morte. Avevano onorato le tradizioni proprie e preteso rispetto, ma anche l’avevano restituito e gli uomini, i linguaggi, la cultura si erano mescolati nelle famiglie e nel lavoro. Chi si era fermato, diceva che era la sua terra.
Uscendo dalla casa museo, era tornato il vento, nubi di polvere portavano le ceneri di chi era passato, i bambini giocavano, le donne e gli uomini accudivano le poche pecore nei recinti.
Era la loro terra, non occorreva possederla, bastava vivere in pace, crescere i figli, parlare con i vicini e ogni tanto ridere o piangere assieme. Nessuno di loro versava sangue altrui per avere altra terra che avrebbe preteso altro sangue e tolto sapore e volontà alla vita.
La loro terra era piccola, appena fertile e bastava appena per vivere con dignità, soddisfacendo bisogni semplici, chiunque si fosse aggiunto avrebbe avuto necessità di qualche pecora, l’erba necessaria e poi di vivere in pace con chi c’era.
La mia terra non è bagnata del mio sangue, mi disse la mia guida, e neppure mi appartiene ma è il luogo in cui vivere. Qualche volta ci hanno cacciato, poi siamo tornati, perché chi aveva preso il nostro posto, versato il nostro sangue, non era riuscito a capire che quella terra era di chi condivideva la vita con lei. La terra li possedeva se erano con essa.
Erano solo i padroni e volevano cose diverse da quello che essa poteva dare: soldi, ricchezza, non cibo e vita.
Potevano essere fratelli, se avessero condiviso la pace e la vita e il mondo sarebbe stato loro e nostro.