spirale

La spirale mi ha sempre affascinato, l’assimilo alla vita nella sua capacità di tornare a vedere ciò che era vero, senza ripetere.  Percorrendo la spirale non si torna sui propri passi, si vede il passato e la prospettiva di futuro e alla fine si esce. Nei rapporti amorosi, il passato è più o meno allegro e la tentazione della leggerezza torna spesso nella vita. La spirale rappresenta bene anche quelli che non permangono, ma sono accaduti. Accadono… Da adolescenti, la continua scoperta, la precarietà, la necessità di misurarsi con la propria autostima fanno della leggerezza una opzione quasi necessaria: grandi gioie, appartenenze, dolori che si esauriscono in tempo breve. Dopo la giovinezza e una fase di progetti solidi, si presenta il bivio tra il continuare riprogettando in continuazione le vite e l’abbandonarsi alla ripetitività, al non impegno. Tutto si muove nella circolarità che non si sovrappone, nelle libertà individuali che si intende cedere. Sono così frequenti le separazioni, ciascuna con il suo motivo e il suo strascico di difficoltà dolorose e poi, se si sanano, il riscoprire che si è ancora attraenti, la necessità di nuovi stimoli oltre l’abitudine. Rispetto al passato molto conduce verso rapporti senza vincolo. Sembra basti dirlo subito: le cose saranno chiare e non si soffrirà. Poi viene scoperto che non è così, che il rapporto diventa asimmetrico, che l’appartenenza è la condizione per avere di più. E c’è la richiesta/bisogno di aver di più. La leggerezza si trasforma in necessità di decisione. Allora c’è la spirale che curva e sceglie: chi si ritrae, chi rischia, chi scappa, ma comunque la leggerezza è finita e subentra la sofferenza della mancanza. Non c’è nulla di leggero quando l’adolescenza se n’è andata, le regole di leggerezza non funzioneranno, i pensieri e l’umore rispetteranno l’esperienza acquisita. La sensibilità al dolore dipende da ciascuno, ma non sarà più vera l’illusione della giovinezza ritrovata e immemore. Per il semplice motivo che la vita ci ha plasmati, strutturati di ricordi e bisogni finalizzati. La leggerezza è parente del vuoto quando non ha coscienza del proprio bisogno d’amore. Parlo delle pene amorose, non della necessità d’essere lievi. Quella è altra storia e quando si è lievi l’impronta che lasciamo è forte e netta, come solo la delicatezza riesce ad essere: indelebile.

miserere

Questa mattina il cielo era ricco di nubi ma senza pioggia, Attorno tutto si svolgeva come se fosse un normale inizio di primavera, solo che è marzo e non piove. I canali d’irrigazione sono secchi ai bordi dei campi e la terra, dopo l’aratura ha mutato il colore delle grosse lucide zolle passando dal marrone scuro a un nocciola che testimonia l’aridità. Da mesi non piove. Gli alberi hanno cominciato le loro fioriture e le piante ornamentali sono colme di boccioli. Traggono linfa dal profondo. Si arrangiano con quello che c’è, ma non potrà durare sempre così.

Questo è il tempo che viviamo, per ignavia anche nostra, per supponenza e protervia, tutte abitudini che si consolidano in un’idea di dominio che ora la realtà s’incarica di smentire. Tutto nasce nei sentimenti, nel rifiuto che essi siano i veri elementi di equilibrio e di guida per gli uomini. Le altre specie, non ne hanno bisogno, sanno dove andare, cosa fare, come comportarsi. Non noi. Non nobis.

Dietro ogni fallimento c’è un tradimento e dietro ad esso un sentimento mistificato. Se tradire è una forma di negazione del sentire, del patto stipulato con sé prima che con altri, esso non è scevro di effetti verso la vita: non si conclude e non la conclude tra un prima e un dopo. Ha in sé il germe rapido del fallimento, quello che rompe l’equilibrio e lo rovescia per un nonnulla. La vita nel suo scorrere temporale ha scelto e devia su una nuova strada che non è necessariamente un procedere, può essere un arrestarsi, un retrocedere, un capovolgere. Il cambiamento è aderenza e approssimazione a ciò che si è, non tradisce nulla e ci realizza, ma fallire è negare la propria natura, il daimon che è in noi e che pretende di essere cresciuto amorevolmente. E lo chiede non in forza di ragione o per pretesto, ma amorevolmente, con cura e misericordia.

Il daimon è comprensivo, ci vuole bene e include il fallire, l’inesperienza, la fatica e le avversità, ma non tollera il tradimento e chiede alla ragione di essere accogliente nel suo farsi consapevole dopo lo sbaglio. E’ strano ma non include la colpa se non come distruzione del sé. Non la chiama colpa, chiede solo venga preservata la possibilità della vita, della sua felicità, del coincidere tra l’essere e il fare.

A questo oggi richiamava la terra già sul punto d’essere arsa, priva di semina e concime, chiedeva ragione. E lontano c’è il terribile rumore dello scontro, le realtà del sangue e della violenza cieca. Il labirinto senza il filo di Arianna in cui si smarrisce il senso del limite, le vite disperse, si spengono nel dolore e generano minaccia. Il mondo è sull’orlo dell’inverosimile e lo è da molto, ma la capacità di trovare la strada nel labirinto delle passioni è affidata al senso dell’umano. Al fermarsi e sentire che natura e uomo sono parte di una stessa vita, che il potere è tradimento di molti e di sé e destinato per sua natura a fallire. Ma nulla di tutto questo basta quando le vite si spengono, quando la negazione o l’affermazione si appella a principi che dovrebbero essere più alti di chi li pronuncia e contiene e invece vengono usati per nascondere le verità effettuali, la realtà. Chi sacrifica il mondo crede di essere immune al sacrificio, ma non lo è e in questo tradisce il daimon profondo che cerca la comunicazione, il rapporto, il sentimento con l’altro e con il mondo stesso.

Quanta disperazione contiene il fallimento dell’essere uomini. Di quanta comprensione abbiamo bisogno per trovare un equilibrio con quello che calpestiamo e che dovrebbe essere fatto con leggerezza perché lì sotto un mondo vive ed è importante perché sopra vi sia vita. Quanta disperazione di uomini, di madri, di figli dovrà essere tradita perché ci si renda conto che non c’è via d’uscita se non abbassando le braccia, chiedendo a noi stessi di avere un’altra possibilità. Almeno un’altra per vivere, per pensare, per seminare e far fiorire, per cambiare ciò che non è istinto ma tradimento della vita. Quanta disperazione serve per evitare la fine?

rassicurami

Il mondo attorno a noi si agita, le volontà oscurano gli uomini e le persone diventano cose. Inutile la ricerca del giusto ammesso che vi sia una giustizia che prescinde dalla potenza. Tempeste si sommano a tempeste e come un tempo sotto le mura di Bisanzio, c’è chi discetta sulla teologia della pace. Come vi fosse una alternativa ad essa per non cadere nel baratro della guerra, delle uccisioni, sempre ingiuste. Sembrano pensieri da anime belle, da inani osservatori del mondo che guardano al prezzo della benzina e fanno incetta di pasta al supermercato, ma ciò che stiamo vivendo collettivamente supera di molto la condizione individuale, il tempo presente in cui collochiamo desideri e vite. Ci sarà un futuro che sia migliore del passato? La domanda è semplice e parte dalla realtà dove chi vuol vivere non si arrende ma vuole che i principi non siano un patrimonio personale bensì collettivo. Ognuna delle parole di cui ci siamo riempiti le bocche a partire dalla rivoluzione francese, devono avere un contenuto che contenga sia i diversi modi di vedere il mondo sia la possibilità che la volontà di potenza non sia l’elemento che unifica il mondo. E’ la diversità che coesiste e rende vera la libertà, concreta la solidarietà, certa la giustizia. Ora rassicurami se puoi perché questa ondata di rosso che non è cambiamento, investe e divora tutto.

Rassicurami se puoi perché gli amici servono anche a capire, ma noi siamo noi. La misura, il limite solido della nostra sofferenza siamo noi. Esattamente come nella gioia.

E’ facile prevedere cosa accadrà a chi ci fa del male, ma occorre troppo tempo e non toglie la sofferenza del qui e ora.

Rovesciando il Tolstoi di Anna Karenina, posso pensare che le infelicità s’assomigliano tutte, mentre le felicità sono singolari, non riconducibili ad altro che noi. E’ l’oscillare su questa consapevolezza che induce a muoversi e la certezza che il tempo sarà inesorabile.

Ma a che servirà il nostro sorriso stampato sulla decadenza altrui?

relatività generale

Viviamo in un’era di cambiamento mai conosciuta prima. Non sono solo i fatti del giorno, le atrocità che vengono raccontate, ma l’equilibrio del mondo muta e nessuno è in grado di agire senza conseguenze. Come il viaggiatore che si trova su un treno e vede scorrere il mondo dal finestrino, così accade a noi di essere immersi in un luogo di tempo che evolve e muta in preda a forze incoercibili.

Quanto accelera una guerra il surriscaldamento dell’atmosfera e quanto più veloce e imprevedibile sarà il mutamento del clima? E il permafrost che già si scioglie velocemente, quanto accelererà la sua corsa a liberare CO2, metano e virus e batteri congelati da millenni?

Come muta l’equilibrio tra potenze del mondo, quelle grandi e quelle minori e come sarà possibile considerare che ciò che avviene a mille kilometri non sia in realtà sotto casa? Possiamo essere ciechi e immemori, ma anche stupidi? Se ci affidiamo al caso e al giorno, se è solo il presente che conta tutto si muove secondo traiettorie di fortuna, però lo sentiamo che si insinua l’inquietudine, che il mondo e noi siamo in simbiosi, ma che le cose non vanno bene.

Non è solo un problema d’armi e di potenze, bisogna capire che siamo immersi in un tempo e che questo si orienta con noi che abbiamo solo la ragione a disposizione e la possibilità di capire. Capire non è giudicare ma vedere le relazioni tra i fatti e ciò che li determinano e capire è l’unica possibilità per incrementare la consapevolezza di altri, rallentare, mettere una priorità a ciò che conta davvero. Non è un mondo virtuale, ora è la nostra vita, le vite che saranno possibili a chiedere di capire dove e come siamo e perché siamo giunti a tanto.

kiev, ma ne è passato del tempo

Era l’albergo degli ufficiali dell’armata rossa e occupava il lato ovest di Maidan, ma l’URSS non c’era più. La prima volta che sono stato a Kiev, alloggiavo al terzo piano. Arrivavo tardi, ore piccole, dopo essermi fatto riconoscere dal portiere, aver rifiutato di andare a giocare al casinò annesso all’albergo e superata l’offerta di compagnia per la notte, finalmente mi concedeva di prendere l’ascensore. Non da solo, quasi nulla avveniva in solitudine, però bastava una piccola mancia per essere consegnato alla responsabile del piano. Una donna bionda, che aveva la chiave della camera ed era vestita come un militare. Era bella, quasi giovane e odorava, a giorni alterni di borsh o di minestra di cavolo e vodka. Mi accompagnava alla mia porta e mi faceva entrare, c’era un sorriso rapido e ancora una piccola mancia. Ogni piano aveva un responsabile che abitava in un piccolo appartamento e custodiva le chiavi delle stanze. Il mio buon odorato capiva qual’era stata la sua solitaria cena, non si sentivano voci d’uomo né bambini, forse il lavoro li escludeva. La mia stanza era grande, sufficientemente pulita, datata per gli arredi, con un grande letto matrimoniale e un copriletto rosso di raso, una scrivania a fianco della finestra con l’occorrente per scrivere e dei fiori. Mi colpiva piacevolmente questo uso di trovare ovunque dei fiori che erano parte del saluto e del benvenuto, c’era una gentilezza e un amore per il colore della bellezza. Dalle finestre vedevo la colonna di Maidan, la guardavo la notte prima di dormire e la mattina appena svegliato. Era dietro due tende di velluto pesante e polveroso, anch’esse rosse come il copriletto. Poi la colazione sugli stessi tavoli che la notte ospitavano i giocatori di poker e poi gli impegni e la città. Il convegno durava 5 giorni, occupava una piccola parte della giornata, a latere i colloqui di lavoro, la mia relazione su ambiente e aree industriali era il secondo giorno, appena dopo pranzo. L’ora migliore in cui nessuno ascolta nessuno. Questo mi dava una grande serenità e mi permetteva di discutere nei colloqui, senza voler imporre nulla di che non si addattasse alla situazione. Per questo mi accompagnavano a vedere vecchie enormi fabbriche vuote e in vendita, appartamenti che potevano essere trasformati in uffici o abitati e avendomi sopravvalutato, pensavano fossi interessato all’ acquisto di oggetti importanti per l’arredo: uno Steinway a coda, dei mobili in quercia intarsiati, dei quadri di pittori sconosciuti. Erano sempre molto gentili e l’interprete, non ho mai capito se traducesse davvero tutto, comunque i prezzi che mi prospettavano facevano ridere entrambi e bere immediatamente un bicchiere di vodka con peperoni, cetrioli e pesce salato. Sembrava una cerimonia preliminare a cui ci si doveva sottoporre, dove il valore era ampiamente trattabile ma gli interlocutori non erano quelli giusti. Capivo che mi stavano valutando e che pur dicendo la verità, non ero in realtà creduto. Un ricevimento all’ambasciata mi dava un’importanza che non avevo e il fatto di vendere know how non era ben compreso, si aspettavano che acquistassi qualcosa o che fossi l’emissario di un gruppo che avrebbe fatto affari, mentre ero lì per vendere conoscenza applicata. La parte libera della giornata era notevole e potevo andarmene per la città. Le persone erano di fretta oppure ferme nei caffè all’aperto, mi spingevo fino al Dnepr, ma senza fretta, poi la contrattazione con il taxi per tornare a Maidan. Una sera, in compagnia con altri congressisti, andai al casinò dell’albergo. Era passata mezzanotte, ma non c’era nessuno oltre al croupier, due guardie armate e tre ragazze poco vestite. Facemmo un paio di puntate alla roulette e poi ci sedemmo a bere una birra. Il rumore della pallina che veniva fatta correre sulla roulette doveva invitarci a giocare ancora. Era una serie di colpi secchi che sembravano altro, il casinò aveva solo i tavoli illuminati e il resto sprofondava in oscurità dense che sembravano riflettere il rumore. Era un suono inquietante. Le ragazze tentarono un approccio, volevano bere con noi champagne, ma la cosa finì subito davanti al rifiuto, una disse: va bene, sarà per dopo. Restammo il necessario per non essere scortesi, ancora una puntata, la mancia e poi attraversando i soliti pesanti tendaggi di velluto rosso, affrontammo la trafila con il portiere, il piano, la custode della camera e l’odore di borsch.

Di quei giorni ho sensazioni che sono rimaste, certamente errate perché intrise di emotività, il buio, la luce forte degli spazi all’aperto, le persone che sembravano distinguersi tra quelli che aspettavano come iniziare una nuova vita e quelle che avevano già scelto e facevano affari. Poco lontano dall’albergo c’erano i negozi occidentali che sembrava portassero la modernità e l’opulenza, oltre e attorno, una città da mantenere, vendere, abitare, demolire per togliere le fabbriche e mettere grattacieli. Magari piccoli grattacieli, ma adatti al nuovo che sembrava buono. Nei mercatini di cose usate si vendeva di tutto, reperti nazisti, sovietici, icone, foto di famiglia, matrioske, samovar, tappeti, materiale ottico militare, bussole, strumenti musicali ma anche fiori, uova, pane, latte, cipolle. Le persone si fermavano, contrattavano. L’ho fatto anch’io, ma più per gioco che per voglia vera di fare affari. Mi tornavano aalla mente le pozze di oscurità e la pallina che lanciava il suo rumore secco sulla roulette, in un ambiente vuoto e con poca speranza e questo mi rendeva triste. Non ho mai capito perché, ma era così.

mi piace, cosa?

Mi piace. Oggi è un modo di dire ciao, ma perché lo si scrive con tanta facilità? forse perché non impegna.
Il sentire che ci sia qualcun altro che corrisponde è intensamente vivo, non si esaurisce con un mi piace, credo,
Sapere che prova e tenta di trovare una sua strada e la mette a disposizione

Di certo vuole uscire da una situazione che è brodo tetro d’immobilità, ma ancora non è pronta la voglia di mettersi in movimento verso una direzione. Forse non ha allenamenti giusti per trovare la sua forza.
Altre volte colgo il segno che l’energia reclama la vita, e allora vaticino felicità che attendono, sento lo scrollare dell’anima che vuol vedere.
Che dire allora, mandare qualche esile segnale, spingere lo sguardo per sentire il mutare? Oppure attendere rispettoso che i cicli abbiano il loro chiudersi, perché questo accade e noi possiamo dire che non lo vorremmo ma ciò che si chiude davvero lo ha già fatto per suo conto.
Ho un rapporto personale con il ricordo, ne vedo le possibilità sfumate, la sua creatività infinita, sento che esso è parte di me, lo lascio interagire col presente, ma poi gli chiedo di essere ciò che è stato : vita ricca e come tale mia parte, ma non altro.
Questo non m’impedisce di dolermi però mette un limite al dolore e lo coccolo come una vecchia cicatrice che fa parte di me e che porterò nel futuro ma non sarà il futuro.

storielle d’universi paralleli

Da tempo, (si dice così per rappresentare un farsi dei pensieri, un ruminare che per motivi estetici diventa rimuginare, ed è un mettere assieme pezzetti sconnessi di parole, senso e tempi diversi. Tutte cose che una scatola di lego fa molto meglio di noi, solo che quando si è adulti e si vuol dare un senso preciso alle cose, si resta con il mattoncino tra il pollice e l’indice e ci si chiede come meglio approssimare la realtà, notoriamente curva, con qualcosa che è un parallelepipedo) ovvero stamattina, ho sentito una riflessione sulle parole e sul loro approssimarsi e approssimarci dentro di noi. Tiziano Scarpa descriveva il farsi della parola e la sua imprecisione e che quando essa veniva usata era come portarsi all’orlo del precipizio (del senso, immagino). La cosa mi ha colpito perché per me le parole sono contenitori e come usano gli illusionisti, dal contenitore vengono estratti fazzoletti di seta multicolori annodati, conigli, cappelli, magari anche l’assistente, l’illusionista è particolarmente bravo, ma il tutto ha comunque un legame che pur approssimando descrive l’illusione di dare un nome al mondo. Proseguendo nei pensieri, mi è tornato a mente, un blocco di parole che in un romanzo russo contemporaneo, descrivono l’attività soddisfacente di una protagonista. La signora in questione, si chiama Elena, fa la disegnatrice tecnica di motori per carri armati ed è felice che con tre proiezioni assonometriche, finezza di segno e quote, possa essere descritto compiutamente qualsiasi pezzo che diventa da quel momento riproducibile e quindi privo di equivoci. Insomma acquisisce una identità perfetta. Lei pensa che anche le frasi abbiano una loro particolare prospettiva che dà loro senso di cosa ed è somma compiuta di singole rappresentazioni.

Questo produrre cose e dare loro un nome, ha anche un processo nell’immateriale, ovvero descrive l’indescrivibile e allora approssima, ma non per questo diventa incapace di suscitare sia l’immagine di ciò che descrive, sia il suo senso profondo emotivo in grado, miracolo, di mettere in sintonia persone che non si conoscono oppure di approfondire in modo vertiginoso la conoscenza tra chi si crede di conoscere. E tutto questo con un mezzo imperfetto che sostituisce la mera indicazione di un dito e di un suono più o meno preciso che diventa quella cosa. Il fatto è che noi il multiverso e il meta verso lo possediamo in noi e che tutto quello che la tecnologia ci può dare è la rappresentazione imperfetta del sogno e del suo sconfinare nel risveglio. Quindi lo sconnettere la precisione dalle parole sarà seguita dallo sconnettere identica precisione dalle cose e dalla loro immagine. In definitiva possiamo descrivere o compiere o fare entrambe le cose, magari riassumerle in un processo strano che chiamiamo poesia e che ha potenza evocativa formidabile quando è buona. Oppure possiamo usare un’altra notazione e leggere musica, persino scriverla o cantarla e poi riascoltarla indefinitamente e scoprirne ogni volta sensi nuovi. E se alla musica uniamo le parole ottenere insiemi così potenti che in alcuni casi possono sollevare passioni oppure quietarle e sempre con gli stessi segni su un pentagramma se siamo in occidente. In oriente qualcuno o qualcuna, piangerà o si sentirà pieno di vita per parole differenti e accordi meno usuali di quelli che si frequentano nell’altro emisfero, però, e qui concludo, è proprio quell’approssimare che va dritto al senso, differente per ciascuno di noi e che ciascuno costruisce come fosse un castello di lego dove la fantasia rende i vuoti, stanze e i pieni, mura, ma l’insieme è un brulicare di possibilità di accadimenti che hanno come riferimento ciò che ci sembra di conoscere: le vite.

pietre levigate da innumeri piedi

Le pietre levigate da innumeri piedi, ciabatte, scarpe impolverate, sandali, che portano uomini oranti, foresti, curiosi, stanchi, pentiti, passanti. Percorsi: consunzione mutata in sentieri di pietra, fuori e dentro le basiliche, nelle chiese ipogee, nelle ville colme di enigmi e nei fori calcinati dal sole, tra colonne tronche e resti di fregi, circondati da basolati di strade minuscole destinati a improvvise piazze dove l’antico lastricato è rimasto. Fuoriuscito dai portoni dei palazzi, disegnato in colori di marmi, generatore di figure da gioco di bimbi o arcane geometrie, e attorno case, pietre, colonne annegate tra i mattoni, cocciopesto, pozzolane come legante di mattoni e interstizi per lucertole ed erbe, calcine, laterizi grandi, isole di muri e tracce d’intonaci sovrapposti, segni d’archi e poi lastre di marmi bianchi intere e fermate da borchie di bronzo, o più spesso sbrecciate con i segni dell’uomo e non della pietra. È questa Roma? Oppure sono i quartieri generati dall’inurbamento fascista, le marane di Pasolini, i canneti, le erbe alte senza più pecore, i pini alti nella campagna ora fitta di case basse costruite con mattoni e pietre rubate, le strade asfaltate senza fondo né fognature, gli orti che si sono mangiati a pezzetti i resti delle vigne, dei giardini e delle discariche abusive. O ancora oltre, Roma è nei palazzoni infiniti della speculazione edilizia, infilati tra le ferrovie locali e la campagna, con i balconcini pieni di panni, cemento che si sgretola e ferri arrugginiti in bella vista, scuole di periferia, chiese vuote con i lumini accesi, fabbriche ora abbandonate, depositi di qualsiasi cosa, carrozzerie e meccanici con casotti di legno, lamiera e cartelloni pubblicitari, negozi improbabili di frutta e verdura e pane ciociaro, biscotti cotti nel vino, accanto a detersivi e scatolette di tonno e di fagioli. Gente e parole che sono suono e significato assieme, albori di lingua nazionale parallela, quartieri in cui è meglio stare a casa dopo una certa ora. Treni che vanno verso le città vicine e segnano col ritmo delle traversine le rotaie, le recinzioni di cemento a limitare scarpate incolte. Periferie di un impero dove qualcuno si lamenta, molti soffrono, alcuni sguazzano. Povertà, medietà, invettiva e inventiva dentro un tracimare barocco e inacidito di lingua, strafottenza, pietà. Dove finisce Roma? Quando non ci sono più case e solo sterpi, degrado, pozze d’acqua, mucchi di rifiuti e casotti forse abitati, oppure quando la lingua muta e diviene altro che non è romano, dialetto o italiano? Anche qui c’è umanità, chi riconosce l’altro, ne tiene in piedi la vita e salva l’anima di chi di quella vita non conosce o neppure immagina l’esistenza. Ho letto che da poco è morto un Prete che raccoglieva aiuti, li distribuiva, dava uno spazio di gioco ai ragazzini che altrimenti sarebbero finiti per strada. L’ho conosciuto, era affabile e indaffarato, molti chiedevano, ora altri continueranno. Lo spero, ma Lui era importante per quel quartiere, aveva costruito un disegno di umanità e l’attirava. In queste situazioni di solito nascono persone al limite, che si fanno carico, che insegnano, che portano a vedere chi non vede. Tutto questo è necessario perché non ci sia solo chiusura e imbarbarimento, ma non è la gestione pubblica che vede il disagio. Lo Stato sono i cassonetti colmi che non si vuotano, le giostrine arrugginite, il verde che muore per incuria, i vigili che fanno la multa e intanto sono stanchi di capire dove sono. Lo Stato è la vita di tutti i giorni, come non ci fosse relazione, come se il luogo del benessere fosse non la cura ma il trionfo, il mostrare la forza del potere. Oltre e sotto, le linee di metropolitana portano ai marmi del centro, qui ci sono i bus stracarichi, le sporte, i ragazzini da andare a prendere a scuola, le voci che ormai parlano mille lingue, i murales e i bed & breakfast che si allungano verso il limite della città. Ma ha un limite la città senza l’uomo? 

continuum

Fu attimo impercettibile e la tela dello spazio-tempo s’ increspò,

appena, ma tanto bastava perché una speranza sgusciasse bambina.

Tutt’attorno l’universo continuava la sua corsa, trascinando spirali, 

e case, pulviscoli di comete, orli di strisce pedonali, in attese di futuro,

ma nessuno, avvertì quel singulto di possibilità.

Due passioni sincrone per un momento avevano coinciso,

orologi fermi, due volte precisi nello stesso giorno s’erano messi in moto,

ma non avvenne nello stesso posto perché una lama pura d’energia, ne sarebbe scaturita illuminando l’universo.

Nessuno vide nulla ed un altrove generato dallo stesso pasticciare d’atomi e probabilità,

passò, era solo un’increspatura, non l’anticipo di ciò che tutti avrebbero voluto,

desiderato, vissuto senza follia d’impossibile pensiero.

Fu oscuramente chiaro mentre qualcuno portava una necessità a spasso con il cane,

altri guidando nella notte,

non pochi, perduti nei colori distratti dei televisori,

e quando tutti scivolarono nel sonno, il pensiero rimase lì, sul comodino, ad aspettare il giorno,

con la traccia d’increspatura nel telo d’universo già rinchiusa.

Per questo, quando dopo, nel bar, improvviso s’accese un cerino,

e nel vuoto  furono due boccate e mezzo sigaro di pensiero,

tutto senza pietà di simmetrie, fu rovesciato nel freddo di gennaio. 

Ecco, quello fu il momento in cui il tempo aveva ripreso il suo passato.

Posted on willyco.blog 30 gennaio 2011

la realtà non mente

La situazione è quella che è, la realtà viene interpretata, attutita, giustificata ma resta e pesa sulle persone. Lo spettacolo offerto dal Parlamento in questa settimana di sedute congiunte, quando si doveva eleggere il Presidente della Repubblica e il trovare un nome comune doveva essere parte di un unico afflato che affronti i problemi comuni del Paese, ha dimostrato l’incapacità di affrontare il problema con chiarezza e verità comune di intenti. Tornare sul nome del Presidente uscente, persona di grande equilibrio, ma che aveva dichiarata ripetutamente la propria indisponibilità, rende anche evidente che la politica gridata diventa inane e non solo non è in grado di risolvere i problemi ma si avvita su se stessa. Questo “gioco” in cui gli attori hanno fini che mescolano il potere, con la crescita del consenso relativo che esso ottiene e con la difesa di interessi che riguardano solo una parte totalmente disgiunta da un’idea di futuro comune, è responsabile di non poco del degrado che investe la società e il Paese.

La realtà viene interpretata attraverso il parlar d’altro dei leader politici, snaturata della sua effettività, trasformata in una competizione che non propone soluzioni e che punta sulla divisione non sull’adeguatezza delle risposte. Eppure i fatti indicano che la deriva verso un impoverimento economico, sociale, collettivo e individuale è innegabile. E la pandemia ha agito, enfatizzando la divisione tra chi è garantito e chi non lo è. La nuova stratificazione in classi si attua sia nel fermare l’ascensore sociale e sia aumentando il controllo sulle persone. Se pur lavorando, una parte non trascurabile di famiglie si impoveriscono, significa che si è rotta la società basata sul lavoro. E si è formato uno strato che è intrinsecamente precario e quindi massa manovra per qualsiasi dipendenza. Clientes con diritti decrementanti. Osservare questa realtà che muta anche la politica fatta più di favori, di attenzioni interessate e non di diritti, ci dice che indignarsi non basta più, è sterile e non muta nulla. Nessuno di chi si interessa di ciò che accade non può non vedere sia l’assenza dal voto considerato privo di effetto e lo smottare di non poca parte del “popolo” privo di una proposta verificabile di futuro della sinistra, verso una destra basata sull’io, sulla cessione di libertà individuali, di diritti. E questo avviene sostanzialmente in cambio di piccoli privilegi che non mutano la condizione reale delle persone ed è così che il disagio diventa fisiologico. Si assottiglia l’idea che le cose possano essere mutate assieme, lo stesso sé non è percepito come importante e come parte di un comune sentire con altre persone. Insomma si è più soli, indifesi, resi anonimi e defraudati di diritti che fanno parte del patto sociale. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso di Pandora è stato rotto da qualche parte e la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo, che non sono attendisti. Ma effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Mi chiedo se c’è una chimica sociale del tenere assieme ciò che è giusto e necessario. Ci penso perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. E capisco che questo interferisce ancora più pesantemente con le vite, con i sentimenti e che l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali, si incattiviscono. 

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. La pandemia mostra anche i nostri errori e non parlo delle misure sanitarie ma del limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: siamo a questo punto perché lo si è permesso e ci siamo resi ciechi a ciò che già accadeva. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze. E questi non sono gli amici senza amicizia, neppure il cicaleccio inane, mi chiedo se ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende.

Una torcia lanciata nella notte, mostra la realtà immota della paura delle cose, ma anche la direzione per uscire insieme dal disagio di un vivere che peggiora. Capire che solo guardando la realtà, chiedendo verità e trasparenza, non sopportando illegalità e politiche ad personam, affrontando il problema dell’equità e della dignità del lavoro, dovrebbe mettere insieme il noi condiviso, come unica via per tenere assieme la società e non farne un campo di battaglia per la sopravvivenza.