Di notte, accadde qualche volta, sognavo di volare. Era uno staccarsi da terra fatto di balzi sospesi, che mi faceva restare in aria. Mi svegliavo e avevo una pace discreta e importante che migliorava i rapporti con gli altri. Durava fino alla prima vera difficoltà, ma saper volare sia pure nei sogni, mi pareva un’abilità. Era il mio io che faceva la pace con il suo controllore ? Coincidono i sogni con i periodi in cui i desideri si fanno sentire, per forza incoercibile o per la loro poca importanza. Sembra, dicono, che c’entri l’autostima. però l’ho saputo dopo. E lì forse ho esagerato, pensando che il tempo fosse infinito e che esso sanasse tutto quando s’incontrava con la volontà. Ma l’uno o l’altra erano spesso occupati altrimenti, per cui le smagliature diventavano strappi e i buchi assenza di tessuto. Si poteva camminare stracciati o scivolarci dentro in sogni maldestri. Peccato. L’autostima, ho scoperto, è incerta, balbuziente nelle parole che servono quando è in difficoltà e trova un suo soffitto dove sbattere la testa: non ci si fa troppo male ma si riconosce la grandezza altrui, la bellezza che c’interpella discreta o scostumata, e ci mostra il limite per riuscire a goderne. Così persino le trame, i personaggi dei ricordi e del presente che si fa futuro mostrano complessità che non è facile sciogliere. Riconoscere di essere un guitto non significa non recitare più, ma fare il teatro come parte della vita. E accade di sentire che quel volo dipende dalle passioni, che il massimo è fuori portata dall’eccelso, che l’unico non significa per forza di cose eterno.
Di tanti versi che non lo erano, di sogni davvero sognati, di slanci finiti per terra si è tessuta la trama, cucita con parole ch’erano insufficienti o eccessive, di silenzi ricchi d’impotenza, di piccole bugie transitorie, di tempo sbriciolato in secondi eppure erano giorni. A volte anni. Sconfitte da cui rialzarsi e quante volte, mi son chiesto conto di ciò che era evidente nella sua grottesca inadeguatezza. Così, a un consapevole guitto, è stato chiesto qual era il soggetto e se davvero parlasse a qualcuno, se vi fosse un fine al dire, ai silenzi, alle strane parole. Lo chiedo ora a me, al dubbio che ho coltivato, a volte per timore e più spesso per ragione. Lo chiedo a me che non butto nulla e conosco il significato di ciò che dico, a me che non volo più nei sogni e del limite penso il possibile bene. E mi chiedo se nessuno si curi ancora della considerazione di sé in questo mondo dove tutto brucia nel giorno e ci si stringe addosso quel po’ di umano rimasto, senza speranza di vittoria, ma almeno di far pari dopo tante battaglie, fallimenti, fughe. In fondo nei sogni ho volato e poi stavo bene con tutto ciò che era attorno.
Ho perduto molte cose che m’importavano, ma non te
era impossibile, perché la tua radice intreccia le mie,
A volte mi commuovo. Senza una ragione apparente, si affolla ciò che è stato ed è poi altrimenti evoluto oppure s’è spento senza far rumore, come accade a chi parte e poi non torna. C’erano state promesse e speranze, ma sin dall’inizio si sapeva che quel salutarsi era un addio. Un chiudere che l’illusione e la speranza rendevano meno doloroso, ma era nell’aria, nelle parole trattenute, nello scambio che durava molto più di quanto sembrasse necessario. Questo è il farsi delle scelte, del caso e di ciò che accade, la testimonianza di aver conosciuto e profondamente vissuto che resta dentro di noi con quell’insoluto che ogni scelta ha comportato, ogni pienezza ha generato, ogni cosa ha incorporato. Dovrebbe bastare, ma non è mai abbastanza come accade in tutti gli amori, compreso quello per ciò in cui si è creduto con tale forza da piegare il desiderio, da posticipare la necessità. Di questo, nella mente e attorno a me c’è larga traccia e così mi prende una vaga nostalgia per il contenuto delle cose che non sono mai davvero tali per chi le conosce per davvero. Per chi le ha scelte, le ha tenute appresso e consumate con l’attrito che genera quel rapporto che non è mai solo uso, ma piuttosto un parlarsi, un gettare tra l’inanimato e il sentito, un dialogo.
Guardavo fuori, la campagna che s’accosta alla città, che si ricorda di ciò che era nei fossi e nei campi appena arati. Che ha piccole macchie d’alberi selvatici, testimoni di litigiose eredità oppure d’attese di cambi di piani regolatori già troppo permissivi. Nel tramonto guardavo il cielo che s’aranciava di luce e nubi strette, il pensiero andava al rumore del legno che brucia nei fuochi improvvisati nella spiaggia e vedeva, e sentiva, il crepitio dell’alta catasta dell’inutile che bruciava a bordo del campo.
Nei ricordi e nel presente, ho un filo e nessuna traccia, uno svolgere che non tesse perché non conosce chi sia all’altro capo. Non è forse questo il gioco di ciò che è ancora in attesa di noi, che aspetta per dirci, non il consueto e l’abitudine ma il nuovo che vorrà coinvolgerci? Parlo a me, alle cose, al buio e alla luce. Ricordo. Un ricordo qualsiasi.
Quella mattina era poco dopo l’alba quando cominciammo a camminare. Era luglio e il caldo ci avrebbe colti per strada, ma con buona parte del cammino fatta. Era già un’avventura fare colazione mentre fuori c’era la notte. Fremevo impaziente, nei calzoncini corti avevo i pochi soldi per il ritorno in treno, un coltellino, uno zainetto di tela verde con l’acqua e due panini. Chissà come avevo convinto mia madre che sarebbe stata una camminata lunga e sicura. Forse perché eravamo in tre coetanei e le madri si parlano e si sorreggono nel convincersi. Uscimmo e andammo. Poi, appena usciti dalla periferia, c’era la strada, polvere, campi, paesi sconosciuti, fontane con acqua fresca e una meta. Quanto parlammo. Mi resta solo l’impressione del parlare perché avvenne ed eravamo in fila, scherzando ininterrottamente su quella strada con tre diversi motivi per farla. Chi voleva ringraziare per la promozione ottenuta, chi per dimostrare l’indifferente vigore fisico, chi, ed ero io, il bisogno d’esserci senza avere un merito né qualcosa per cui ringraziare. Forse volevo connettere qualcosa che da tempo era disgiunto e non trovava sintesi. Un sentire differente che implicava un passaggio attraverso qualcosa di banale e più grande, com’è per ogni iniziazione. E io non sapevo cos’erano le iniziazioni, non sapevo nulla delle discontinuità del tempo, dello strapparsi della tela che mi sembrava così determinata, conseguente e sicura nel suo andare da qualche parte e poi improvvisamente ti lasciava solo davanti a te.
La nozione dell’ignoto, chissà davvero quando si matura, diventa una scelta che accende le guance, rende urgente l’andare, chiude ciò che precede e spinge incoercibilmente oltre. Per alcuni non viene mai ma lei, la nozione, ci prova e quando si è bambini o poco più, accade che ci sia un protrarsi dell’insufficienza propria, del sentirsi inadeguati, né una cosa né l’altra soddisfano appieno. Allora servirebbe ci fosse chi capisce che si è sull’orlo dell’ignoto, chi aiuta a decifrare le parole che non si conoscono, chi ridà un senso a ciò che si rifiuta e renderà fulgida parte della vita che si vive e si vivrà. Ma così non accade e non era così quella mattina, né lo è stato per molto tempo innanzi e forse neppure ora. I segni di un’antica lotta non si cancellano mai, al più s’imbellettano sotto altro finché non diventano cari.
Comunque, con i piedi stanchi e gonfi arrivammo, facemmo il lungo portico in salita. Ci inginocchiammo nella chiesa. Ciascuno pensò qualcosa, ma non per molto, e uscimmo. Fuori c’era il sole a picco del mezzogiorno, una vasca colma sotto la fontana in cui immergere i piedi a turno, l’acqua fresca e un prato in cui stendersi sotto un albero a piedi nudi a guardare il cielo tra le foglie. Ricordo il silenzio tra scoppi di parole. I propositi per la sera, le prese in giro scherzose e quel silenzio in cui ciascuno metteva l’utile e l’inutile di quei 40 chilometri di fatica. Il senso. Perché c’era un senso che riguardava ognuno di noi. Non me ne accorgevo ma le vite un po’ si separavano. Una bocciatura, un andare al lavoro prima d’altri, un percorso di vita che seguiva per ciascuno un daimon differente. Eravamo amici e lo restammo a lungo, ma le vite andavano seguendo un filo di cui si aveva solo il capo dopo che i nodi dell’infanzia, delle prime avventure, si erano sciolti in piccole distanze. Avevo un coltellino rosso, piccolo e affilato quanto bastava per fare la punta a un bastoncino. Lisciarlo della corteccia e lanciarlo verso il cielo, oppure ricavarne una fionda per future imprese. Credo di averlo fatto anche allora, ridendo perché ormai eravamo troppo grandi per quelle cose. Nel primo pomeriggio tornammo verso la stazione, e in treno verso casa. Già la sera non fummo insieme. Quel coltellino c’è ancora, consumato e messo in un cassetto. Non può dire nulla a nessuno se non a me, non può sciogliere nessun nodo se non i miei. Forse per questo a volte, senza ragione mi commuovo, perché le cose un po’ fruste e invecchiate con me mi ricordano altro ed è difficile, forse un delitto buttar via, parlo dei ricordi, ciò che per poco non è stato, oppure lo è stato davvero ma non come avremmo voluto.
Sono i nostri piccoli fallimenti, le ferite che c’hanno fatto male e insegnato, che tracciano una mappa di ciò che abbiamo camminato. La nostra mente conosce bene quella mappa, la dispiega, e se la guarda bene, vede che sono loro, i nodi di ciò che siamo, che ci chiedono di camminare ancora.
L’asciutta prosa scientifica, o il racconto essenziale fatto di frasi piccole, soggettoverbopredicato, e di concetti secchi come staffilate, non m’ appartengono. E qui il discorso potrebbe finire soverchiato dall’evidenza di tanto scrivere anche in questa pagina virtuale. Eppure c’è stato un tempo in cui pensavo che l’essenziale fosse dire ciò che serviva, ovvero tenere l’utile. Come in un film, togliere tutto ciò che era abitudine o ripetizione, restare nell’azione che ha un incedere semplice: genesi e sua causa, evolvere, caso, epilogo. Insomma ciò che ogni autore di gialli conosce e ciò che ogni innamorato vive. Non mi bastava e ora penso che nei particolari, nel ripetere con altre parole ci sia una ricchezza che sfugge a chi non ha tempo e voglia. E neppure gli interessa perché non cerca quel dire che si trattiene o si nasconde, ma si basta dell’evidenza.
Però è indubbio che questa osservazione detta da un’amica, sul mio scrivere ridondante e verboso, m’abbia colpito, che l’abbia riconosciuta come vera. Mi ha sorpreso e un po’ rattristato come accade quando ci viene fatta un’osservazione che ci riguarda e non ci piace. Ma il suo essere vera me la ripropone come inscindibile da ciò che sono e non avendo voglia di cambiare se non per scelta, mi fa pensare che il mutare sarebbe un mostrarmi diverso da me stesso o un pezzo di bravura. Quindi un fingere. Resta la genesi di come sono diventato ridondante e verboso, perché questa è una rappresentazione involontaria e fedele di ciò che sono. Qui le ragioni si moltiplicano, diventano meno precise. Per eccesso di immagini forse, oppure per l’inadeguatezza che sento nel raccontarle perché le parole approssimano troppo, o ancora perché in ciò che sento e vedo si nasconde molto non dicibile.
Ho anche pensato che se i termini sono precisi, il pensiero coincidente, non c’è bisogno di spiegare troppo. Un pensiero che non si perde, non divaga e va diritto all’oggetto è di per sé esaustivo. Non lascia ombre. E invece amo immergermi nell’ombra, nello scovare ciò che prima non si vede e poi si precisa. Questo esclude che la prosa possa essere efficace per un comunicato politico, per una presa di posizione. Si riduce il campo di applicazione e il raccontare è sempre un raccontarsi che non copia perché si intinge nell’originale. E questo amore per ciò che si intuisce è una attività da perditempo. Chi usa l’intuito per affiancarlo a ciò che vede e sente, sceglie di approssimare ciò che non si vede. Forse per questo l’ombra diventa fresco rifugio e fonte di attenzione. L’ombra contiene il silenzio di ciò che non vuol apparire e per raccontarlo o usa lo stesso silenzio oppure ci si muove in una linea incerta che tenta di rendere interessante ciò che apparentemente non interessa. Come conoscere un segreto per alcuni è un peso, per altri una ricchezza.
Non a caso mi attira la spirale, il vedere il passato e il futuro nella spira che precede o segue mentre ci si muove dall’uno verso l’altro e non lo si capisce per davvero. Come per le centurie di Nostradamus dove ci sta tutto e il suo contrario. Ma questo accade quando si vuole interpretare ciò che si vede e non si conosce non quando lo si intuisce.
Di tutte queste parole si potrebbe fare un riassunto:
non ha le parole per dirlo oppure ne ha troppe,
ma solo chi non l’ha abbastanza amato
non ha inteso che ciò che viene raccontato è solo una parte,
e neppure la migliore,
di ciò che in quelle troppe parole viene svelato e celato.
Preso per mano nel pomeriggio di domenica, ad aggiunger festa, ci pensava mamma, della mia bocca, nella sciarpa rossa, in attesa, prima dello sfavillar della gelateria, guardavo il fiato che si rapprendeva. E tutto era dolce e di sapore pieno, come l’anno appena nuovo, senza lunedì di pena. Mi chiedi d’adesso, del vivere che ha impastato creta e gesso, dei dolori e delle gioie rifiutate, della speranza troppo spesso vilipesa d’esser portata appresso, posso dirti che fa compagnia a chi fedele è restato, fosse uno slancio, una fantasia, un abbraccio, il resto se n’è andato col vecchio che ha pesato, ed ora penso a ciò che potrà essere vissuto, con la smemoratezza del bimbo dagli storti con la panna, appagato.
Siamo in tanti, diversi eppure uguali, mai troppi se ci siamo anche noi nel conto. Ci portiamo dentro, ciascuno, un’ enorme sequela di fatti accaduti, di pensieri pensati, di scelte non fatte, di errori felici e di ragioni infelici e di vite vissute. In un modo o nell’altro portate avanti. Se posso dirlo, non è mancata la fatica, ma neppure la gioia e spesso la noia. Abbiamo vissuto eppure c’è sempre bisogno di leggerezza e di impossibile, però spesso scegliamo altro e siamo poco felici. O almeno non quanto vorremmo. Leggerezza e andare oltre il limite, sono cose entrambe difficili e tu lo sai, ma fanno parte di noi, delle nostre scontentezze, della serenità che è pur sempre un camminare su un filo teso. Se ciò fa parte della nostra natura, un po’ ci spetterebbero sia la serenità che la spinta oltre il limite, ma quello che non ci è stato scritto in quel nostro DNA così complicato, è il metodo. Quel metodo che dovrebbe liberare il passato dai pesi inutili e consentirci di essere nuovi se facciamo in nuovo modo le cose, se viviamo in attesa di qualcosa che è al limite, magari un po’ oltre, ma può accadere. Ci sforziamo e abbiamo bisogno d’aiuto per essere nuovi nel capire e vecchi nel ricordare le poche cose che contano davvero. Forse per questo ti chiediamo che ogni amore abbia il suo posto, che nulla prevarichi la fatica dell’altro, che essere capiti sia un’allegria che ci scambiamo con dolcezza. Ti chiediamo il profondo di noi stessi e il coraggio per viverlo, ma insieme vorremmo la gioia del galleggiare sorretti da un mare che è esso stesso vita, scelta, opportunità, tempo e felicità di esserci in questo anno che inizia e in tutti quelli che verranno. Non badare a noi, a quello che crediamo, a come esercitiamo le nostre poche qualità, cerca di cogliere quello che con fatica emerge. Dagli forza e umanità, aiutaci a non sentirci soli quando lo siamo davvero e fa che la nostra compagnia ci sia gradita. Facciamo quello che si può e a volte siamo stanchi, di questa stanchezza tieni conto, come di tutte le scelte sbagliate che ci capita di fare. Dacci una seconda occasione e poi una terza, tutte quelle che servono per sentirci utili a noi stessi e agli altri. E di quella leggerezza riempi il nostro zaino perché ci faccia ridere felici o piangere quando serve, e ci dia la forza di fare e star bene perché facciamo. Grazie.
Il garbin, la quasi tramontana si è girata in scirocco. Mutevole il vento, immagine di una stagione che non ha tante idee ferme. Così a Venezia la marea era indecisa e si è fermata un po’ sotto alle previsioni, ma abbastanza alta da far danno e creare ulteriore ansia. Come gli amori pervicaci non finisce e morde pietra e legno, rispecchia le luci, bagna le piazze, si insinua corrosiva nelle case.
È tempo di auguri e tornano alla mente cavalcate scomposte fatte di visi, di ricordi, di sensazioni senza nome. Le conoscenze che non sono mai state amori sono corde annodate, nodi laschi che si dissolvono e lasciano oppure si stringono. Mai alla gola ma in quel tronco, che tronco non è, dove si dispongono in buon ordine e corrono, nervi, segnali elettrici e chimici, dal cervello alle membra, al corpo, agli organi che fanno il loro mestiere, ma esigerebbero cura, attenzione d’emozioni, ascolto.
Andare a Venezia, come la scorsa settimana, per scoprire il silenzio delle calli stranamente senza turisti frettolosi, parlare con calma agli amici. Sentire il loro abbraccio che già si prolunga in avanti e coglie la coda del prossimo anno. Anno bisesto anno senza sesto. Come se gli anni precedenti avessero avuto una direzione, un andare preciso, un sesto festoso di futuro… Riprendo antichi auguri. Sono sempre buoni, ma attorno le cose mutano in fretta, indecise e vischiose. Incapaci di liberarsi della scoria della paura. Incapaci di speranze forti, di mani fidate per carezze e per guidare.
C’è chi forte, magari per paura, lo è da sempre, e chi per scelta, non lo è diventato mai.
C’è chi si è nascosto così bene che quando s’è cercato non c’era più da tempo e chi da sempre è stato in bella vista, ma l’hanno visto sempre poco.
C’è chi ha avuto momenti d’amore, così intensi che gli sono bastati per tutti gli anni a venire e chi, invece, quando vengono, non gli basteranno mai.
C’è chi dice che non ne val la pena e sta a guardare quel che accade e invece c’è chi sbaglia ogni volta un poco, ma si getta nella mischia per cambiare.
C’è chi ha avuto grandi passioni ma poi gli son passate, e chi proprio per le stesse passioni continua a pensare che sono la vita degna d’essere vissuta.
C’è chi è felice a Natale e nelle feste che stanno per venire, c’è chi cerca di essere felice ogni giorno dell’anno.
C’è chi si entusiasma e poi gli passa, c’è chi per ogni entusiasmo cerca una ragione perché duri.
C’è chi è solo e si riempie d’ amicizie che durano una notte, c’è chi sa di essere solo e cerca di farsi compagnia.
C’è chi ti dice sempre cosa fare e chi invece non ha mai davvero una risposta, però non smette di starti accanto.
C’è chi fa centinaia di auguri perché a Natale così si usa e c’è chi gli auguri li fa ogni giorno a chi vuol bene.
C’è il Natale, capodanno e l’Epifania, che le feste porta via, e c’è chi ogni volta che c’incontra ci fa festa.
Pare che non ci siano più partiti, che le differenze non contino più tanto, ma io che non ci credo e posso permettermelo, sto col partito degli inermi, dei deboli, dei consapevoli. Sto con quelli che non hanno gli auguri facili e che ogni volta ci pensano per farli. Sto con quelli che davanti a una pagina bianca hanno la penna che si raccoglie nei pensieri perché vuole scriverci il cuore. Sto con quelli che stanno spesso zitti, ma che parlano guardandoti negli occhi, che non hanno nulla da dimostrare, che non si vergognano di aver bisogno d’essere amati, che tengono come cara e imprescindibile la dignità propria e di chi gli sta davanti. Quelli che non hanno verità da imporre, tweet entusiasti da scrivere più volte al giorno, che sanno quanto faticoso e paziente sia l’esercizio della speranza, che si mettono a disposizione per ogni causa che ritengono buona, che non si contano per decidere se ciò che pensano è giusto, che portano avanti la vita con chi gli sta accanto e cercano che sia migliore per tutti.
Sto con quelli che si preoccupano della salute del pianeta, dei loro figli e nipoti e degli uomini che non conoscono ma sentono che sono uomini come loro. Sto con quelli che non hanno bisogno di auguri perché ogni giorno con fatica li creano. Tutti questi li abbraccerei volentieri e a loro va il mio augurio perché le vite ci tengano assieme e che ci ricordiamo, loro e noi, d’essere davvero tanti.
C’è confusione attorno, frotte di persone seguono le stesse strade, stanno sotto le stesse luci, gli stessi addobbi. Le vetrine s’assomigliano, i negozi di intimo si tingono di rosso, nelle botteghe sotto il Salone rifulgono pile di cibi colorati. Mostarde e mascherponi montati con cura, formaggi con alfabeti colorati e arcani che parlano delle loro maturazioni, carni impudiche che si mostrano ordinando cotture lunghe e minuziose. Fuori le verdure si mettono in ordine, attendono, assieme ai coni di secchi legumi e alle polveri colorate delle droghe. È l’opulenza del commercio non la festa, ma la festa ha sempre portato con sé la trasgressione e il sonno che ordina sempre quel tronco ordinato che ci sovraintende e che sospende il pensiero. Non dobbiamo pensare, sembra suggerire, perché la festa sparirebbe. Si vedrebbe una realtà senza luccichii, né colori rutilanti. Ci si accogerebbe che molto è uguale e che manca ciò che conta per timidezza e poca ostentazione, ma quello lo portiamo con noi. È il nostro bagaglio dell’anno, non un peso ma quella guida che, al contrario del vento, non muta. Non porta l’acqua dove vuole, la tiene al suo posto, toglie il sale e sciacqua la nostra piccola casa. Un fortilizio oppure una tenda che sarà accanto in ogni notte stellata. Mi chiedo se ancora ci sarà quella persona vestita del bianco abito dei lebbrosi, all’angolo di una strada di Asmara, se la sua pazienza di vivere sarà durata tanto a lungo, se qualcuno si sarà preso cura di Lei. Mi chiedo dei bambini che giocavano sulla spiaggia con un pesce ormai secco, che ridevano per le macchie di petrolio che scivolavano dalla sabbia in mare. Mi chiedo se questi pensieri oziosi non abbiano la funzione della fune che ancora salva l’umanità che ciascuno possiede. Se il poco che ciascuno di noi deposita in una direzione comune non costruisca un paesaggio diverso che google map non riuscirà a vedere. Un paesaggio di coscienze, di anime che hanno quel tronco in cui tutto si ordina sin dall’inizio e che è il cervello con le sue leggi fonamentali. Mi chiedo del bisogo di silenzio che segue la confusione, che accompagna la trasgressione, che glorifica il corpo e lo spirito quando li tiene assieme. Mi chiedo del portolano che scrivo, della commozione che provo, del condividere il poco che si riesce e al tempo stesso vivere. Si può fare di più, quel che è possibile, basta non perdere ciò che ci tiene assieme, la speranza che muterà. Che anche la nostra piccolissima azione contribuirà a cambiare qualcosa, magari vicino a noi, magari dentro di noi. E che chi ci è vicino sentirà il sospiro che libera e che accoglie, che in qualche raro caso si fa parola.
A voi tutti i pensieri che vi servono, la strada che vi fa vedere il mondo e voi stessi assieme, l’amore che vi serve, la serenità che fa camminare e vivere.
Vorrei che tu capissi che m’interessa molto la tua vita, eppure non ti scrivo, anche se spesso lo faccio con la mente. Dirai che dicono tutti così, che ciò che conta sono solo i fatti, ma ne siamo ben sicuri? E a che servirebbe allora sentire e pensare a chi non c’è? Oggi ti parlerò di me non per suscitare la tua risposta ma per farti capire dove mi aggiro mentre non so cosa fai, come vivi, cosa pensi.
Non conosco i tuoi desideri, le attese che hai perduto e quelle nuove che sono nate. Basta questo non conoscere, per non sapere nulla? No, perché ci sono altre strade e momenti che hanno lasciato tracce e queste continuano a percorrere la loro vie, tracciare destini, pronunciare parole. Nei tabù che le nostre vite portano con sé ci sono i tanti modi della fuga, le parole che la descrivono, il dialogo che essa sottende e non interrompe.
È fuga il lasciarsi senza aver detto o mostrato l’ineluttabilità dell’accadere. È fuga il salvarsi quando la minaccia diventa prigione o ancora più provoca la perdita dell’identità. È fuga non pronunciare le parole che si sentono dentro per timore delle loro conseguenze. È fuga il scegliersi dopo aver a lungo cercato. È fuga approdare naufraghi sull’isola del proprio esistere, nudi e con la propria solitudine, di malintesa incomunicabile unicità. È una fuga creare schermi di parole, raccontarsi storie, rifiutarsi e rifiutare. È fuga lasciarsi scivolare nelle abitudini, nelle sicurezze che inquietano. È fuga accettare il gorgo dell’oblio, il rifiuto della memoria, la cecità per non vedersi cambiare e mutarsi.
Parole e succhi di significato che girano attorno a bisogni. Gli stessi con altri nomi, scoperte conosciute: il corpo non mente ma può essere tacitato, plasmato, ignorato, ricondotto al suo posto presunto. Non è questo il pericolo paventato da tanto pensiero umano incapace di ricucire sensazioni e pulsioni con il concreto accadere delle vite?
È domenica, e molto tempo lo passerò facendo le cose solite che a volte mi lasciano insoddisfatto per il divario tra il molto che mi propongo e il poco che poi faccio.
E tu che farai oggi? È il solstizio d’inverno, la festa della luce che comincia a rischiarare la notte, il buio del cuore. Ho ripreso alcune vecchie poesie, perché vorrei farne un piccolo libro che mescoli alcune di esse con il presente, col bisogno di parole nette, inequivoche. M’accorgo ancora una volta dei miei grandi limiti e di come essi generino cose che non finiscono mai, ma un aspetto positivo c’è: sono anche porte divelte, impossibilità di fughe. Questo vorrei tu ben capissi di me, non scappo proprio per la mia incompiutezza, per il limite ben presente che anche quando supero ne genera di nuovo.,
Non ti spedisco nulla, ma scrivo e continuo a farlo su carte che m’accompagnano, più per il mio bisogno che per i lettori. Penso molto e spesso non solo a me ma alle poche persone che mi hanno colpito in questi anni. Penso a come vivono, cosa sperano e si chiedono. Vorrei sapere di più ma comunicare a distanza esige un’ attenzione e un legame particolare, che è quasi una telepatia, un’ affinità che continua e si alimenta reciprocamente. È quel sentire profondo di cui proprio tu mi spiegavi quando raccontavi di un tuo amore appena concluso ma intenso e forte ancora. E io ti dicevo che capivo per analogia, ma non era la stessa cosa ed ora lo comprendo meglio perché le vite sono fatte di ascolto profondo e molto meno di confronto. Ho pensato che nella mia ricerca di un equilibrio interiore sarò ancora più silenzioso. Ho bisogno di capire meglio le cose e come io mi trovo in esse, mettendoci molto più ascolto, ironia e il distacco necessario. Mi accorgo anche che il molto ascoltato, le domande fatte e che mi riguardano non bastano. E anche questo è un modo di non fuggire, perché queste domande dicono che è difficile essere ascoltati nel modo giusto e che questo dipende dalle attese che si hanno. Anche le attese sono delle fughe? E i desideri sono una risposta al fuggire, un fermarsi a un sé che muta rapidamente, che si consuma e al tempo stesso consente di riprendere fiato?
La fuga è un sentire profondo che non ha pudori e che nasce da un percorso. Bisognerebbe spiegare anche questo, ma chi ascolta non può fare questa fatica o almeno non la si può chiedere: o viene come una disponibilità oppure non c’è e questo motiva il silenzio di cui mi circondò, lo scrivere che resta segreto e quello più esterno che diventa allusione. Penso anche che la fuga motivi molti impegni e il parlare d’altro senza passione vera, perché anche a quella serve un noi che dia dimensione alle cose che si fanno, un futuro e uno scambio limpido. Condizioni davvero difficili da realizzare. Così le mie giornate si annodano di cose, di impegni lievi o forti ma è il muto dialogo interiore che alla fine determina l’umore e quell’apertura al desiderare che, a mio avviso, è propria dell’uomo e lo spinge a comunicare profondamente. Pensieri solipsistici se non trovano uno sbocco, ma le cose non sono mai così assolute ed è la speranza e la ricerca distratta, si chiama caso, che lancia segnali e spesso si sbaglia, ma non cessa di pensare che da qualche parte il comunicare profondo esista. Che sia una buona domenica. Con un abbraccio
Apparentemente le cose si complicano. Ogni scelta dovrebbe tenere conto di variabili conosciute e sconosciute, di interessi contrapposti che emergono solo al momento della decisione. Così si procrastina e ciò che era chiaro s’intorbidisce, insinua il dubbio, manda innanzi attendendo di capire. È così che si perdono i treni, per affievolita passione. E si rientra nel rango dei capi stazione che di treni ne vedono passar tanti e non ne prendono nessuno. Ti ricordi la canzone di Battisti che cantavano assieme: le discese ardite e le risalite? Il nostro aereo, in paralleli diversi viaggia tranquillo, sopra le nubi, dove c’è sempre il sole e se ha qualche scossone turbolento è quando punta a terra. Ascoltando una flebile amica, sentendo i suoi dubbi sul fatto che ci siano amori stabili e tumultuose passioni contemporanee, pensavo che tutto è lecito se fa bene, ma che il bene è molto simile alla felicità. Transita e si prende, sapendo che c’è una stazione d’arrivo di cui si percorreranno marciapiedi e corridoidi, la sala d’attesa, e dala caffetteria dai caffè lunghi di pensieri e nostalgia di ciò che non c’è stato e c’è. Ascoltare è mettere a disposizione un abbraccio sincero, un silenzio che parla e un calore che spesso si protrae in un numero di telefono. Ascoltare è ciò che possiamo fare per chi ci interpella. Ascoltare è ciò che, con difficoltà e ad elevato prezzo, possiamo fare dentro di noi, con noi, perché poi le verità emergono e le scelte diventano indifferibili. Non ci raccontiamo più storie e falsità benevole, dopo sappiamo molto, quasi tutto di ciò che ci riguarda e salire o meno su quel treno non sarà mai neutro.
Dopo la porta, il breve vialetto. Piccoli mattoni rettangolari tra lingue di terra, foglie sparse, gli alberi eccessivi delle case a schiera, siepi ed escrementi notturni di gatto. Un segno da percorrere sino al marciapiede, poi altro. Il mio tempo, da parecchio, è dettato dagli impegni: quelli necessari, quelli voluti, quelli che si formano perché manca qualcosa di poco raggiungibile. Questi ultimi li chiamerei tacitanti. Sono volontari, assorbono l’attenzione, non hanno molto di definitivo. Sono tappe disseminate nel foglio del vivere, con un loro senso, ma sono un placebo che non guarisce. Anni fa, quando avevo bisogno di altri feticci, costruivo sulla carta un grafo. Dentro agli ellissoidi i nomi degli impegni, ad essi collegate le azioni per ottenere un risultato parziale. A lato un timing del fare. Un intermedio di lavoro. Lo chiamavo così, ma era un intermedio di pensiero, una sospensione della lotta contro ciò che premeva dall’esterno. Una diga sotto cui sedersi e fare un ordine distratto. Senza ansia. Non quello che fanno le donne quando sentono l’urgenza di risistemare l’armadio, vuotare e diversamente riempire un cassetto, buttare e tenere le cose che devono avere un significato. Ho pensato che quell’ordine corrisponda a un bisogno affettivo, un disordine dell’anima che non ha sotto controllo ciò che dovrebbe andare altrimenti e che il gesto esteriore del mettere a posto taciti gli assalti interiori di ciò che non va, non vuole andare verso un equilibrio, una quiete, un benessere. Benessere. Questa parola la ritroverò spesso perché vivere è una ricerca circolare. Alla fine lì si casca: il desiderio di un benessere affettivo e fisico che consenta il lasciarsi andare al non temere. Ciò che dovrebbe essere racchiuso nelle parole: sto bene. Le ultime parole di mio Padre mentre salutava un amico d’infanzia, nei luoghi dov’era cresciuto. C’era andato da solo per la sua passeggiata, non era lontano da dove abitavamo. Era pomeriggio e dicembre, faceva freddo. Tutto troppo per Lui. Anche per noi, ma dopo, quando non c’era più nulla da dire.
Il benessere va costruito in avanti, con la cura lieve che l’accompagna, forse per questo lo associo alla sensazione di un equilibrio, alla quiete che segue la passione. La memoria a volte ci aiuta, fornisce pretesti su dove andare a perdere tempo, il che non è una brutta cosa in sé ma bisogna capire cosa sostituisce. Sul benessere in avanti, ci arriveremo poi, perché questo è un ragionamento circolare, che ci porta fuori con tutto il nostro bagaglio di desideri, aspettative, ricordi e volontà. O almeno questo è ciò che penso nell’andare breve che si snoda durante il giorno.La notte faccio sogni strani, sempre diversi. Non ho mai sognato così tanto.In uno di questi sogni ero seduto sotto una diga che conosco, sulla sabbia, appoggiato alle pietre grandi che rinforzano dal mare. C’era un calore tiepido e stavo bene. La mente vagava dentro un ordine distratto: sapevo cosa avrei fatto dopo e ne sentivo la serenità quieta. Mi piacciono questi sogni, vengono comunque, anche se alterno le sveglie prima dell’alba al proseguire nel giorno fatto il restare a letto. È una libertà non da poco e che poco viene scalfita dai radi lavori in corso e dal necessario ordine delle cose, perché alcune accadono con orari precisi, ma molte sono una nuvola di opportunità che attende di piovere e quasi mai gocciola davvero. Il vialetto finisce con un cancello, oltre c’è la strada e poco lontano il verde, canali di irrigazione, aironi cinerini, alberi. Lontano una sbrancà, un pugno di fabbriche che resistono nel mito del nord-est. Parlavo dell’est con un’amico, qualche sera fa. Sindaco che non ha voluto ricandidarsi stanco del reggere la fatica dei propri alleati, e così il comune è passato alla destra. quella che rassicura il capitale, gli lascia fare ciò che crede e intanto ferma tutto ciò che costruisce un noi dal basso o almeno lo rallenta perché chi parla molto di patria e invece segue il denaro, diventa uno strano apolide. Un cittadino del mondo parallelo, quello dove in pochi si dividono le risorse di tutti, vicino a casa o altrove, non importa perché è la filosofia sottesa che conta, ovvero il mondo è di chi può comprarlo. L’est sta mutando, le grosse aziende tengono abbassando i salari, usando tutti gli artifici che gli sono stati dati per dare un lavoro secondo occorrenza, sempre precario e con i poveri in concorrenza tra di loro. Mi raccontava che chi lavora e ha più figli, non di rado scivola nell’indigenza perché il mercato è tarato su chi ha più soldi da spendere. Nelle medie aziende ci sono emorragie di competitività, non si vuol dire, ma molto benessere dipendeva dai tedeschi e ora anche loro sono in crisi. Dissimulano, ma tagliano i prezzi sulle forniture e il loro est traballa economicamente e politicamente. L’amico, ex sindaco, parlava del guasto, del vuoto che si crea tra le persone, che induce a non rischiare perché il futuro non è chiaro e spinge fuori dai sogni di una crescita infinita. Mentre parlava mi ricordavo di Buzzati e il suo deserto dei tartari. Non è forse questo che si sta creando attorno alla nostra fortezza Bastiani? Un guasto che invece di abbattere case e alberi per vedere più avanti, taglia i legami tra le persone. Basta pensare un po’ diversamente e già emerge l’isolamento attorno. Questa indifferenza alle idee di chi amministra purché prometta o dia un briciolo di soluzione immediata, precipita nella dittatura del presente, fa prevalere unicamente le paure e non stabilisce gerarchie nei bisogni. Tutti poveri e tutti soli. Questa consapevolezza mi colpisce e mi fa sentire, per mia parte, colpevole di non aver capito a tempo, di aver creduto oltre il limite, che sempre si conosce ma si respinge un po’ per onnipotenza e un po’ perché esso è duro da accettare. Abbiamo, ho, creduto che le cose potessero mutare senza valori forti, senza cambiamenti radicali. Affidati tutti a un mercato come un gregge che ha un valore oscillante, ma non ha diritti quando non pensa e non crea il proprio destino comune.
In questa mattina piena di scirocco, le cose si stagliano nette. C’è un ordine nelle cose che supera ciò che può essere fatto. La prospettiva di governare il destino, la predisposizione, il daimon è l’assalto gentile e fermo al futuro che fa superare il presente. Leggevo un pensiero di Gramsci qualche giorno fa:
Antonio Gramsci, Lettera al fratello Carlo del 12 Settembre 1927.
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“[…] Perché ti scrivo tutto questo? Perché ti convinca che mi sono trovato altre volte in condizioni terribili, senza per questo disperarmi. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna contare solo su se stessi e sulle proprie forze, non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima […] Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo semplicemente di essere un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e non le baratta per niente al mondo.”
e capivo che la forza incrollabile di quelle Persone, si era smarrita nelle pieghe dell’abitudine quotidiana. Generazioni di rivoluzionari hanno generato indifferenza, come fosse questa la reazione verso i padri che non hanno saputo cambiare davvero. Possibile che sia stato così? Dal tutto è possibile purché assieme si scali il cielo al peso immane posto sulle spalle di chi, da solo e contro tutti, dovrebbe passare nella realtà parallela. quella dei potenti, quella di chi possiede il mondo, la città, la fabbrica, le case di una via. Il benessere così diventa un mito: non si può stare bene se si è costretti sempre a correre. Non mi sto lamentando, nessuno può risolvere i miei problemi o darmi la serenità se non provvedo per mio conto. Se non le aiuto. Gramsci in ben altre, terribili, condizioni, continuava a credere negli altri pur provvedendo a se stesso, mantenendo la propria integra speranza.
Il cielo promette pioggia e l’aria assume quel colore che l’anticipa, è l’idea di un grigio che non si stempera. Come fosse il modo di vedere il mondo. Mi riprometto di camminare a lungo. Lo faccio spesso, anche se poi mi fermo e mi perdo ad osservare i particolari. Penso che in essi si annidi il senso delle parole non dette da chi ha compiuto l’opera. Il pensiero che ci sta dietro è una costante dei nostri rapporti, le frasi muoiono nei tre puntini di sospensione, ma il pensiero continua, scrive, opera e lascia tracce. Mi piace leggere tra le righe dove lo spazio ritrova il suo posto perché non è solo il volume, l’apparenza a dire cos’è la bellezza, ma l’intero discorso, le annotazioni sussurrate, le glosse che sembrano casuali. Marginalia dove la mente scorre libera da vincoli e molto attenta a chi ascolta. Li sceglie ed è pronta subito ad abbandonarli, gli interlocutori, vuole solo essere ascoltata. Questi pensieri mi fermano quando l’occhio coglie qualcosa di non visto prima e si interrompe il ritmo del passo, mi fermo. Chi corre o marcia fa solo quello. Risponde al dio della corsa e al benessere endorfinico che questi gli elargisce, chi, come me, si perde, gode del benessere della scoperta, del sentirsi unico nell’aver intravisto geometrie dell’anima. Ma il benessere che perdura è altro. Da quanto tempo non stai davvero bene? E perché? in fondo questa è la domanda fondamentale a cui dovremmo rispondere perché le scelte vengono di conseguenza. Ieri sera ero a concerto. Me lo sono goduto assai, per la novità di alcuni pezzi, per la bravura della solista, per il riascolto della quarta sinfonia di Brahms. Quando penso a Brahms, penso a Clara Schumann, a suo marito Robert e a Kleiber. Carlos Kleiber. Al suo essere davvero unico, anche nelle contestazioni, nel suo scomparire e poi riapparire quando aveva bisogno di denaro. Come quei pugili che conoscono il mestiere ma sanno che fa male e sono stanchi di ricevere pugni e allora combattono solo quando gli serve. Accade agli artisti e ai geni di vivere due vite parallele, una personale e paragonabile a tante altre e una fatta di apparenza e regole ferree, dove si deve dare molto per conservare l’altra vita nascosta e integra. Non accade così anche agli amanti? Anche qui l’amore è altrove e una condizione sostiene l’altra con passaggi arditi e dubbi infiniti. Non è il tuo caso forse, amica mia, che mi chiedi di me e vuoi parlare di te?
Ho scritto un libro che raccoglie un pochi dei miei versi e l’ho stampato in dodici copie. Che in realtà sono 15. Distribuite già in gran parte, ma senza una preclusione. L’importante è non avere preclusioni e cancellare i giudizi dalla testa, qui si trova una serenità che assomiglia molto alla stanchezza, ma non è ancora il benessere. Quello bisogna costruirlo giorno dopo giorno, con pazienza e voglia di vedere nel presente il futuro che ci fa bene e ci riguarda.
Cara Rosa, hai lottato quando era difficile, con la forza che derivava dall’ avere un nome gentile. Un nome che evoca il pane accanto alla bellezza, la responsabilità dell’accudire quando si ha un incarico. Anni di vita scortata, la polizia appena fuori casa, le minacce di morte, ma tu non sei tornata indietro, a questo serviva avere principi e valori. Una sindaca d’accatto, così ti consideravano i tuoi avversari di fronte all’inopinata nomina. Pensavano non durassi e intanto avrebbero avuto il tempo per sistemare le cose tra correnti, così saresti dovuta cadere e invece caddero gli altri, i collusi, quelli che venivano comprati e rivenduti. Non avevi paura e denunciasti. Poi la riconferma e il tuo lavoro di sindaco per mutare le cose prima del Parlamento. Anche qui facesti le battaglie di una volta, perché operai si resta anche quando si lavora in altro modo e si capisce che il lavoro va rispettato, che ciò che produce la terra è fatica, dono e anche fortuna di un’annata felice. Ricordo che in quella tua terra così generosa, ma piena di latifondi accanto alle piccole proprietà, chi era bravo soggiaceva al ricatto dei numeri, della forza di chi avrebbe lasciato la produzione marcire nei campi, l’olio inacidire e il vino invecchiare troppo, se non si fosse accettato il suo prezzo. Qui a nord queste cose si sanno in altro modo, ci sono altre sopraffazioni, ma dalle tue parti la ricchezza prodotta, il valore unico del cibo genuino veniva -e viene- dissipato assieme alla fatica. Tu queste cose le capivi attraverso quel crivello che discerne tra vero e falso ed è il senso di giustizia che accompagna la fatica. Così l’hai difeso in campagna, nella spontaneità che faceva unire chi lavorava per una paga misera, così si è trovato nel sindacato il modo di restare assieme, di rivendicare la giustizia di una retribuzione, di un difendere il lavoro e il suo prodotto. Lo stesso facevi in Parlamento, impuntandoti, chiedendo con gentilezza e forza. Forse ti avevano mandato in alto per toglierti di torno, ma tu tornavi a casa ogni settimana. Ti interessavi, ascoltavi prima di parlare, poi dicevi quello che ti era possibile fare, se lo ritenevi giusto. Un modo di agire antico, anche nella politica, con discorsi concreti e molta verità, restava l’alea della speranza, ma anch’essa contenuta nella realtà, come sanno fare quelli che hanno poco e spartiscono il poco sperando che il giorno dopo ce ne sarà ancora generato dalla fatica. Non ti sei fatta ricca con la politica, ricordo la tua casa, dignitosa e pulita, come quelle degli emigranti che erano tornati dopo aver a lungo faticato altrove. Un senso fresco delle stanze, l’acqua ghiacciata con il limone e il vino rosso da bere a cena. Ho la fortuna di averti incontrata in un periodo della mia vita in cui anch’io facevo qualcosa di pubblico, mi hai confermato la dimensione delle cose, la pazienza che è necessaria per incanalare l’entusiasmo, il rigore nei principi che già c’era e la capacità di dire i no necessari. Quanta forza serve per trarsi in disparte quando è ora, eppure lo hai fatto che eri ancora giovane. Sei tornata a casa, a quello che facevi prima: il lavoro, la cura per chi ti era vicino e per gli altri, l’impegno. La politica divarica le vite anziché unirle, ormai accade così spesso che non ci si bada, restano gli amici che hanno magari idee differenti ma si ritrovano nel rispetto. Tu l’hai sempre avuto e anche se non ci vediamo da molto, so che è rimasto con te. Il coraggio di allora servirebbe adesso, assieme alla costanza di sapere che si è dalla parte giusta. Si può sbagliare qualcosa o parecchio, ma la parte è quella che determina con chi si sta per andare avanti. Tu hai difeso chi veniva conculcato, chi cercava un senso per il proprio faticare, e adesso c’è ancora più bisogno di difendere questa parte perché non sono diminuiti i deboli, anzi sono aumentati e non hanno più un senso di appartenenza. Sono ancora più deboli perché soli e disperati si rivolgono a chi li mette gli uni contro gli altri e li rende soli quando serve più che mai essere tanti e uniti, con gli stessi obiettivi, le stesse istanze di equità, lo stesso bisogno di benessere comune e di legalità. Passa il tempo, sembra mutare la politica, oggi ci sono altre regole e i partiti non sono più gli stessi, ma restano i principi i valori per rispondere ai bisogni. Ancor più oggi servono persone che pensino davvero di essere al servizio, come hai fatto tu, con il tuo lavoro giusto che non contraddiceva il nome importante e gentile, difficile da portare con grazia e forza, ma tu ci sei riuscita, amica mia. Grazie.