tu per me sei l’Asia

Pensa all’incontro della sera. Ai luoghi che conosce così bene. Alla case con le scritte sui muri. Ai respiri che da esse provengono per antiche conoscenze. Le ha detto.

Tu per me sei l’Asia che sfocia nel Pacifico e nell’oceano Indiano, le vie che contengono la seta, il mistero delle lingue che si trasmettono e mutano. Un immenso bivio di colore e senso. Sei ciò che si vede e che si lascia vedere. Ciò che si concede. 

Guardandosi attorno sente una sensibilità assoluta. Come si fosse fatto d’una strana droga. L’utile si scioglie nell’inutile. Ne sente la potenza passionale fortissima. Potrebbe contare i fili d’erba nei vasi, separarli dai fiori che verranno, cogliere la magia del verde che si fa colore per qualcosa di sconosciuto. Non è solo vibrazione d’onda, è altro quando viene smosso dal vento. È complemento oggetto di qualcosa di misterioso che è insieme parte e tutto. Dimostrazione d’alterità. Capisce cosa deve provare uno scienziato di fronte all’ultimo passo che poi apre a una scoperta: una porta che si spalanca e una luce che entra. Sente l’impazienza del nuovo che sarà seguito da una pace serena, un distendersi e lasciarsi andare nella fiducia. È lo stato di grazia, questo, si chiede? L’attesa può essere parte dell’incontro? Gli sembra di sì. E il pensiero si adagia e si sospende nel vedere. 

Sento il mistero che si svela. Non per mio acume e merito. Non per ragionamento, ma per sensazione e fiducia. Ciò che puoi dirmi è parte di ciò che realmente mi racconti e in questo mi sento privilegiato dalla vita, da ciò che accade. Mi sento accomunato ai tanti che hanno sentito e sentono diversamente ciò che a loro accade. Ricordo un pezzo di strada solitaria molto distante da qui. Potrei sovrapporla ad altri momenti in cui mi accadde la stessa cosa. È quella sensazione di essere già stato in un posto che tutti abbiamo provato almeno una volta. O almeno spero che sia davvero così per tutti, altrimenti ci si dovrebbe preoccupare, che dici? Sorride. In quella strada c’erano cose che non facevano parte delle solite esperienze. Piante non usuali, il paesaggio attorno, la consistenza della strada. Distanti, ma alla vista, c’erano opere d’uomo in rovina. E si sentiva la vita. Quella stata e quella in corso. Capivo che per un po’ di tempo dovevo solo lasciar entrare, permettere alle mie connessioni neuronali di sbagliare. Lo sbaglio è creazione, lo sai vero? Anzi cessa di essere sbaglio e diviene realtà proprio quando partendo da qualcosa che sembra certo, si ricombina e crea una nuova certezza. Lo facciamo tutti. Sono i nostri assiomi. E la differenza è tra chi riesce a metterne insieme di nuovi e quelli che ne restano prigionieri. Ossificati nel pensiero. Mi perdo seguendo il discorso che vorrei farti. In quel luogo, c’era una strada diritta. Non c’erano bivi, capisci, non c’erano scelte. Come se queste fossero già avvenute, risolte. E quelle costruzioni testimoniavano che non solo si era vissuto, ma prosperato in quei luoghi proprio per quelle scelte. E allora mi pareva di percepire che c’era una logica in quello che era accaduto che si ripeteva nel presente. Le scelte lasciavano i bivi alle spalle, rendevano diritta la strada, ma non ne toglievano il mistero. Io ero il mistero e ciò che mi stava attorno. Insieme.

Passa il tempo senza tempo. Sembra ci siano tantissime cose da fare. Tutte urgenti e tutte fuori dell’attesa. Come ci fossero infinite alternative. Perdo tempo, pensa, ma non mi muovo perché questa sensazione di acutezza del sentire è così bella e singolare che nulla è più importante. Si guarda attorno e vede, improvvisamente le stanze, le cose, come le vedrebbe una persona che entra a casa sua. In quel caotico disporre d’oggetti, di libri, di artefatti, di strumenti, c’è lui. Si sente nudo, mostrato com’è nel profondo. Si possono leggere le passioni, i dubbi, le scelte e il loro contrario. Si vedono le paure e le sicurezze. Ciò che è stato predisposto per ciò che non è avvenuto. Sa che il significato di tutto questo può essere banalizzato in un giudizio. Sa che questa nudità contiene non poco narcisismo, che il lasciarsi andare è modificare l’attesa verso il mistero. Non prevedere nulla. Sa tutto questo e si guarda come pensa lei lo guarderebbe. 

Di te ho solo un sentire buono. Un profumo, uno sfiorare che scatena il tatto. Ho il colore prima della forma. Mi è accaduto viaggiando, forse essere lontani ci libera dall’impero del contingente, di vedere il colore denso che parla per suo conto. Che dice qualcosa di misterioso. L’equivalente della lingua che non capivo e che ascoltavo nella sua musicalità. Le parole, quando sono pacate, ancor più nel sussurro, diventano musica. Sono un’estensione del silenzio. Tu sei la musica del silenzio. Il colore che si genera nel cristallo, e non ne è prigioniero. Si sprigiona. Tu sprigioni ondate di mistero, denso e accogliente. Una sensazione di dolcezza calda. Non so come dirla meglio, ma i sensi si passano il testimone in un procedere che assomma. Pennellate di senso che preannunciano una scoperta. E la certezza che ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora. Senza misura e senza fine.

Si prepara. Sta per finire il tempo dell’attesa. E si apre un’altra attesa, che non finisce. Capisce che in continuazione si gettano ponti tra attese successive e che se queste hanno la scoperta che le accompagna, in questo sta il muoversi della vita. Si guarda attorno. La casa avrà bisogno di essere guardata con i nuovi occhi. Ci saranno dei bivi da superare, scelte che rendono chiara la direzione e al tempo stesso ne accentuano il mistero. Esce. 

 

“SILENTIUM!”
Speak not, lie hidden, and conceal
the way you dream, the things you feel.
Deep in your spirits let them rise
akin to stars in crystal skies
that set before the night is blurred:
delight in them and speak no word.

How can a heart expression find?
How should another know your mind?
Will he discern what quickens you?
A thought once uttered is untrue.
Dimmed is the fountainhead when stirred:
drink at the source and speak no word.

Live in your inner self alone
within your soul a world has grown,
the magic of veiled thoughts that might
be blinded by the outer light,
drowned in the noise of day, unheard…
take in their song and speak no word.
______
Fyodor Tyutchev (1830), translated by Vladimir Nabokov

all’osteria del libero amore

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I colombini, dopo aver depresso i tulipani, crescendoci sopra e stortandoli senza riguardo, sono volati via. Metaforicamente volati, visto che artigliano con piacere la ringhiera e si rituffano tra le piante e insozzano il terrazzino. Pare che questo luogo sia favorevole ad amplessi e idilli, agli amoreggiamenti di colombi incontinenti.

Insomma mi trovo ad essere l’osteria del libero amore dopo tre covate che s’incrociano Kamasutramente tra di loro.

Spero nella pioggia, nella nascita dei tulipani e delle fresie, spero che si riprenda l’elicriso che vedo un po’ provato dalla cova.

Il rosmarino, pusillanime, ha ceduto le armi, resiste il timo e la ruta, furoreggerà la menta impavida. Forse i peperoncini mi faranno il regalo della loro autosemina.

Discosti e per loro conto, due piante di lantana, attendono sornione il primo accenno di tiepido costante.

E i colombi di tre generazioni impazzano.

storia potente è il vivere e la vita

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Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,

e finestre chiuse per l’acqua di stravento.

Nei minuscoli giardini s’agitano palme

con il loro secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.

Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,

ma non del tutto, restano i pertugi

per occhi curiosi di nuvole tozze e grigie,

e raggi di luce che radono i profili.

Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,

mescolano le piume infreddoliti, 

mentre la mamma li copre, 

prima l’uno poi l’altro, assieme

e guardo loro

e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,

come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.

Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,

così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa,

si chiude nel bene che l’attornia,

si pensa terra fertile di ricordo,

ricettacolo di semi e fiori di campo,

senza necessità d’un nome,

e dentro la sera cala come lacrima,

per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.

Storia potente è il vivere e la vita.

 

rapaci di città

Se un falchetto, o una poiana, o un astore, alle 18 di questa sera, facesse il suo mestiere, noterebbe movimenti piccoli, insignificanti come prede. Non vedrebbe la colomba che ha rifatto il nido tra le mie aromatiche perché coperta dal telo messo sulle piante. Non vedrebbe le persone che camminano sotto i portici e si affrettano nel freddo verso qualcosa che li attende. Forse noterebbe i piccioni che si sono stretti in un angolo calduccio tra il tetto e il camino che fuma. Anzi li deve proprio vedere perché nei giorni scorsi nel vicolo c’erano mucchietti di piume, ma adesso è buio e il loro grigio si stempera con la pietra.

Continuerebbe a volteggiare scrutando nell’alito della case e delle vie che illuminano il cielo, e avvertirebbe il freddo gelido che costringe a volare più in fretta, costretto a rifiutare le correnti che intorpidiscono i muscoli, in cerca di quel cibo che per lui è sopravvivenza.

Seguirebbe, forse speranzoso, le scie rosse e bianche che escono dalla città, le auto, gli autobus, i tram incolonnati e fermi. Non vedrebbe le persone chiuse negli abitacoli, ma sentirebbe il brusio di telefonate, di autoradio, di messaggi scambiati. E nel suo cervello di rapace scarterebbe il tutto giudicandolo inutile e non conforme a sé.  A lui servono animali teneri, col sangue caldo e la corsa breve, gli servono per vivere, non sono nemici, non prova astio nei loro confronti, sono cose. Quindi non capirebbe le parole concitate scambiate per telefono, non avvertirebbe i silenzi come minaccia. Neppure attenderebbe guardando nervosamente lo scorrere del tempo. Non avrebbe un desiderio che si scioglie in riso, e neppure un bisogno insoddisfatto. Semplicemente scandirebbe le ore con la vita. E se come adesso, sapesse che parlo di lui, e del suo vivere, se non lo minaccio, gli sarei indifferente: un animale troppo grosso per essere cacciato.

I rapaci vagano sulla città con cerchi lenti, dormono nei campanili e inseguono il cibo che vive tra vicoli e cortili. Al contrario dei gabbiani, sono solitari, non camminano e non s’accontentano e hanno piccoli nei nidi. La notte quando spesso gridano tra i tetti penso che vogliano farsi coraggio perché vedono cose che noi non vediamo e i loro sogni sono brevi.

cosa vuoi che sia …

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Sulla tazza in verticale è scritto Riga. Ma io non sono mai andato a Riga, mi sono fermato per ben due volte prima, a Stettino la seconda volta e la prima a Kiel. Bastava prendere il traghetto, perché non l’ho fatto?

La tazza viene da uno dei tanti convegni in cui il mondo vendeva il mondo a se stesso, un cadeau come tanti altri che ti mettevano dentro una borsa con un pacco di relazioni. Le relazioni le scorrevi e le buttavi subito, ne tenevi un paio con gli andamenti di mercato, il resto si ammucchiava su tavoli in cui c’erano altre relazioni. A pile. Risme e risme di carta, di fotocopie, di depliant che erano costati mesi di discussioni. A sera tutto via per ricominciare il giorno successivo.

Quanto tempo ho passato a scrivere relazioni che nessuno leggeva. E lo sapevo. Il senso dell’inutile si annida nell’utile, tra le pieghe del caso dove un orecchio incuriosito e attento, dovrebbe essere in quel posto, a quell’ora, ma dev’essere l’orecchio giusto perché gli altri pensano ad altro. La stagione era un poco più avanti, ma c’era più o meno lo stesso freddo, e un caldo indecente nelle sale da convegno. I buttafuori sorvegliavano gli invitati che si assiepavano nei tavoli dei break. Era un andirivieni continuo, con mani che si tendevano verso fiumi di caffè, di succhi di frutta, champagne, panini mignon, fette di torta, dolcetti nordici alla cannella e vodka gelata, Martini, Cognac, grappe di patate aromatizzate con erbe del nord. Questo assieparsi continuava tutta la mattina per confluire nel trionfo del buffet, dove non sapevi cosa mangiavi ma soprattutto ti sarebbero servite almeno tre mani, meglio quattro. Quella mattina ricordo che in un angolo alle 11 c’era un signore seduto, con gilè fumo di londra e cravatta di seta in tono, che dormiva con la testa appoggiata ad uno specchio. Aveva ecceduto con i Martini che voleva molto, molto secchi. Avevamo scambiato due parole alle 9 e alle 11 dormiva. Nessuno lo vedeva, cioè tutte le teste lo toglievano dalle cose esistenti nella sala. Nel pomeriggio, al risveglio, avrebbe ripreso come nulla fosse.  Mi chiedevo a cosa servisse tutta quella scena se non a ritrovarsi, gli “affari” erano altrove e le conclusioni dei contratti, annunciate testimonianza dell’eccellenza dei convegni e degli shop, erano su cose già discusse in precedenza. Era un rituale che prevedeva si facessero affari tra quelle persone, che si scambiassero lo stesso bene anche tre o quattro volte. Ognuno c’avrebbe aggiunto valore e intelligenza, fino al limite del possibile. In moltissime di quelle torri, isole, resort, immobili industriali non è mai andato nessuno.

Mi interessava Riga e mi sono fermato a Kiel, perché? In questi giorni la febbre si annida, si infila tra pelle e tessuto, staziona nel letto. Mi sveglia di notte e mi ripropone pezzi di passato. Credo agisca anche sulle connessioni della memoria, perché dopo la tazza è emerso un nome. Un nome rimosso, visto che a Kiel non c’era stato l’incontro programmato e confermato, un nome che aveva impedito la traversata. Ho cercato quel nome su google, c’è ma non c’è, nel senso che manca una foto per identificarlo. Sembra si trovi nel Kentucky, ma non farebbe differenza se fosse a Tonga. Non mi interessa.

Nel frattempo sono emersi i particolari di quell’attesa inutile. La banchina del porto dei traghetti, la biglietteria e la sala d’attesa, il pomeriggio che diventava rapidamente sera, una casa alle mie spalle che sembrava quella del quadro di Magritte, con una finestra illuminata dietro la quale si vedevano figure muoversi. Mi ero seduto su una panchina strana fatta da due sedute opposte, due semicerchi come quelli che a volte si trovavano nei salotti delle grandi case e avevano una piccola pruderie perché destinati ad amanti che si davano le spalle, ma erano comodi alla bocca. La panchina era di legno, ben fatta: una seduta guardava il mare e una la casa. Dopo aver guardato il mare a lungo e visto partire più traghetti, salutato le persone che si sbracciavano dalle murate. Dopo aver visto più volte la stazione riempirsi e vuotarsi, mi ero seduto dall’altra parte. Guardavo le finestre illuminate, le ombre che si muovevano in una domesticità che cercavo di intuire. C’era anche un cane che saltava e anche se non sentivo mi pareva ci fossero le piccole risate che sottolineavano i suoi sforzi di raggiungere qualcosa che gli veniva sottratto. Intanto la sera scendeva e con essa il freddo. Il mio appuntamento al telefono non rispondeva. E neppure ai messaggi. Aspettavo su tre versanti, quello fisico, quello fatto di parole scritte e quello di parole pronunciate. Con le parole si può dire molto. Anche con i silenzi. Poi la luce nella casa si è spenta da un lato e si è accesa un’altra finestra. Ne usciva un suono di pianoforte, ma non c’erano più ombre. Faceva freddo e trascinando piano la valigia sono tornato in albergo. Beh, c’era una festa per i congressisti e il nostro amico del mattino era già su una sedia pronto all’ennesimo Martini molto molto secco. 

p.s. non ricamateci troppo, semplicemente non sono andato a Riga.

di molte cose inutili a me il tempo porta ricchezza

Nella mattina dell’anno ho anzitutto riordinato i pensieri:
c’erano le sconnesse notti, gli eccessi,
l’onnipotenza dei piccoli poteri,
e gesti che mai avrei voluto fare.
Eppure…
Contingenze mi son detto,
perché accanto ad essi sentivo tutte le inutili sopportazioni,
e quelle che semplicemente avevano posticipato decisioni.
C’erano i silenzi e tutte le parole troppo tardi pronunciate,
e anche, mescolate, c’erano altre verità inutili, o beffarde,
tenere o bugiarde, comunque fraintese prima d’essere capite.
Una grande confusione s’è accumulata per aver vissuto,
e se tutto era comunque accaduto,
ora s’accalcava, bisticciava la sua importanza, pretendeva,
insomma il passato s’accapigliava,
e c’era necessità d’ordine,
la fatica di dare a ciascuno un posto.
C’era bisogno di disciplina per impedire che ciò ch’era stato fosse avanti al nuovo.
Così nella mia stanza interiore sono entrato,
ho visto gli scaffali piegati sotto il peso delle pagine incompiute,
la polvere accumulata su quello che era appena ricordato,
ho visto rilucere ricordi e bastava passare un dito,
c’erano passioni stanche e ripiegate,
un sentire acuto sciolto in lacrime passate,
le inconsulte commozioni,
e le troppe battaglie perdute.
Ho dissipato tempo nei talenti ch’erano sembrati.
Ho visto i timori nell’amare,
i rossori e l’esitare,
le faticose promesse mantenute,
ho sentito il cuore ingombro di scelte
e di fatiche,
di possibili vite mai sperimentate,
ma era passato,
confuso e sconclusionato.
Così pareva,
e allora mentre allineavo sulle pareti tutto ciò che sono stato,
piano liberavo il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato,
cercavo la luce che l’avrebbe illuminato,
perché esso, nel vedere ciò che s’era accumulato,
ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.

se brusa la vecia

Il manifesto dice che nel pomeriggio in “prato” ci sarà il tradizionale rogo della vecia.

Allora le parole uscivano leggere e giocose, erano fiato d’inverno, vapore subito dissolto, seguito da un altro, per gioco, per sfida e così gli occhi che accompagnavano le parole, brillavano felici e impazienti. Allora.

Era l’attesa del sei gennaio: il mattino presto con la calza ripiena di dolci e un giocattolo nuovo, poi il pomeriggio, in piazza, il gran fuoco – ‘a parola par brusare ‘a vecia – fatta di fascine sovrapposte attorno a un palo con sopra una scopa sormontata da un manichino di paglia e stracci con tanto di cappello a punta. La vecia.
Ci sarebbe stato un fuoco enorme che mandava stelle di faville verso il cielo, e che a noi avrebbe infuocato il viso, rapito gli occhi, annullato i pensieri e messa una gran voglia di gridare, di meravigliarsi e ridere infagottati in cappotti e sciarpe di lana fatte in casa. Urla e parole staccate dal senso sotto lo sguardo divertito di genitori e nonni che ci avrebbero fatto assaggiare le mele e i peretti di San Pietro cotti e poi affogati nel vin brûlé. Ma solo due bocconi e un sorso, perché per i piccoli, c’erano caramelle e frutta candita.

” brusare ‘a vecia” era un rito arcaico, senza domande. Precedente ogni senso, ogni cristianesimo, anche se questo ci aveva messo di suo e la forma della pira e il mettere in “figura” una donna rimandava ad altri roghi ben presenti nel dire e nella memoria che non si cancella mai nelle generazioni.
Il male si bruciava e così la devianza, ciò che non rispondeva ai dogmi sociali, le streghe insomma ; sembrava ci fosse una consequenzialità purificante che veniva data per scontata e pur non essendoci prove dirette, per fortuna, non si raccontava forse anche in casa, di malefici subiti da altri, di misteriose croci sotto i letti, di corde e nodi affogati nella crine e di roghi di materassi e di benedizioni ripetute per scacciare la sfortuna dalle vite, dai raccolti.
E quella “paro’a”, il gran fuoco della befana, non indicava nel fiume di faville e fumo portato dal vento come sarebbe stato il raccolto in campagna. Non era forse così da sempre che i segni, il vento e il cielo potevano indicare cosa sarebbe avvenuto e che il vecchio doveva morire per rinascere nuovo?
Perché si bruciasse la befana che portava doni, non si capiva. Gli altri portatori di doni si tenevano in gran conto, babbo natale era una recente acquisizione ma nessuno pensava di immolarlo. I santi sarebbe stato blasfemo solo pensare di fargli fare una fine cruenta.
Restava questa vecchietta che per settimane ci avevano portato ad ammirare in qualche vetrina del centro e che era, sì un po’ sdentata e pure vestita da poveretta, ma sembrava buona e di certo tutto quello che aveva lo metteva per riempire calze e portare giocattoli. Non di eccelsa qualità i giocattoli, soprattutto poco solidi per mani e piedi poco rispettosi però, accidenti, era pur sempre una tra le pochissime persone buone che ti regalavano qualcosa.
Eppure quelle domande si spegnevano nell’attesa del rogo che chiudeva le feste, che riconsegnava grandi e piccoli al lavoro o alla scuola. Spariva la pietà astratta, se mai c’era stata, nelle fiamme che s’innalzavano alte, si urlava, si correva, si danzava senza saperlo e si prendeva freddo cosicché non di rado la sera c’era la febbre come complemento della gran scaldata ricevuta.
I roghi accompagnano l’umanità, con l’irragionevole presunzione di purificazione di chi li appicca, non mi chiedevo allora perché il fuoco desse gioia l’accettavo e basta. E neppure mi chiedevo cosa contenesse una tradizione, di quante paure e di terrori antropomorfi fossero fatte le vite. Eppure vivevo in una città che era stata culla della scienza, ma questo non era bastato per esaminare il legame tra parole, gesti, fatti accaduti. La bestia era sempre viva e solo pochi anni prima i nomi di quelli che poi sarebbero stati scritti sulle pietre d’inciampo erano persone vive finite nei campi di sterminio.

Sarebbe bastato togliere la vecia dalla cima del rogo e tutti sarebbero stati felici lo stesso, ma c’era qualcosa di così arcaico da estirpare che nessuno aveva il coraggio di farlo. Bisognava dare alle cose un nome, dignità alle donne, riconoscere che il male non aveva genere e lo si portava dentro e lì si vinceva. Ma tutte queste domande mica me le facevo e guardavo il fuoco, e gridavo e osservavo ammirato i fiumi di faville che si perdevano nel cielo, felice di non so cosa. Correndo e saltando assieme a tutti gli altri piccoli uomini attorno al fuoco.

cuocere il pane il primo giorno dell’anno


Fuori c’era il sole limpido e rosso del pomeriggio e un vento a piccole raffiche fredde. Tra l’una e l’altra l’illusione che si fosse quietata la lama gelida di tramontana. Gli abeti si scuotevano, i faggi vibravano perdendo le ultime foglie. Entrambi immagino osservassero i mucchi di rametti secchi e di foglie, che erano stati lasciati attorno ai tronchi ed ora si disperdevano in colonne e mulinelli.
Di questo inverno strano e senza neve attorno i ricordi di ciò che siamo stati, e nel farlo poi ne siamo sconsolati e attoniti per il risultato, come se il nuovo non fosse nel ripetersi di gran parte delle abitudini e dei gesti ma imprevedibile e meraviglioso nel suo risultato. Così pensavo augurandomi e desiderando per chi mi è vicino, sia l’abitudine con le sue certezze d’identità come il nuovo che essa produce e intanto infornavo il pana.
La sera precedente, c’era ancora luce, guardando dalla finestra avevo impastato il pane. A lungo e a mio modo, senza la meticolosa minuzia degli appassionati panificatori del web, piuttosto pensando al fare bene augurante del gesto, al coincidere tra parola e sostanza che risiede in qualcosa che poi diverrà intimamente nostro, ma non solo nostro perché sarà diviso con altri, e l’aggettivo buono lo distaccherà da qualcosa di consueto perché è sempre diverso e in fondo nuovo e il buono coincide più con la novità che col ricordo.
Cuocere il pane il primo giorno dell’anno e mangiarne anche nei giorni successivi in una continuità che appartiene a ciò che si fa lo sento beneaugurante. E anche come lo si pensa con la parola che diviene fare e non solo significato mi sembra un gesto significativo.
Nella laica modalità dello stare assieme a pranzo ci si sceglie, ma è già un dopo l’aver preparato, si condivide non il fare ma la parola che unisce, il cibo che dev’essere sapido, soddisfacente il corpo oltre il necessario. Così la convivialità che diviene eccezione e si distacca dagli innumeri pranzi e cene consumati per abitudine è già un ulteriore l’aver costruito il modo dello stare assieme, l’averlo preparato.
Così il fare il pane il primo giorno dell’anno è per me un fatto simbolico di qualcosa che precede ciò che avverrà poi in una sorta di auspicio dell’essere assieme. Fare il pane è uno sperimentare il senso del miracolo che avviene nel combinare e trasformare le cose. Mobilitare i lieviti, farli agire con le farine, aspettare i tempi e le temperature che li fanno prosperare, e lasciare che si esprimano nella semplicità del soffice e del bianco dentro un involucro di profumata croccantezza oppure sperimentare e dare un sapore ulteriore con l’olio o i semi.
Mi piace fare il pane e ancor più il primo giorno dell’anno, magari non verrà qualcosa di memorabile, non sarà qualcosa da confrontare con quello del fornaio ma è il fare che continua e si rinnova in gesti antichi ed è buono per più giorni.
Ci si innamora anche delle metafore per sentire la vita che è sempre nuova e non dimentica mentre continua.

ne dicevano tante


Ne dicevano tante, talmente tante che poi non le ricordavano tutte, ma le principali sì, ed erano quelle che si ripetevano nei pranzi delle feste comandate che facevano tutt’uno con le cene. Pranzi padani, intrisi di nebbia e di freddo, nella cucina dei nonni surriscaldata dalla stufa e dalle presenze. Pranzi fatti di lessi infiniti, oca in onto, arrosti, polente, radicchi di campo in padella, pollastri in umido, fondi di carciofo, patate al forno, sughi, salami cotti alla brace, risotti fumanti e capelli d’angelo in brodo per preparare lo stomaco e altro, tanto d’altro, in una gara di gusti, quantità, ricette antiche tramandate più per abitudine che per scelta. Un’ordalia destinata agli stomaci d’acciaio, reduci da fami antiche e recenti di guerra. E ciò che dicevano “i grandi”, seguiva il cibo, dal più leggero al più greve, in un galleggiare dentro e sopra i profumi, conformando e accompagnando le parole, più che i pensieri, nei racconti fatti a voce un po’ più alta del normale e punteggiati da omeriche risate.

Ne dicevano tante che noi piccoli, nella tavola bassa, stavamo zitti ad ascoltare. Sia i racconti di cui conoscevamo la parola successiva, sia quelli che spuntavano freschi da qualche recesso di ricordo. Invariabilmente infiorettati di varianti, con l’eroe raccontante, il motto di spirito, il particolare al limite dell’ascolto per la pruderie connessa, la fine gloriosa oppure così cupa da aspirare le voci in un silenzio che necessitava di una svolta ilare, erano il dire atteso delle feste. E c’era sempre un gotico emergere tra le risate, tra i viaggi compiuti e i progetti in corso, ed era quello dei racconti dell’orrore. C’era sempre qualche fantasma senza pace sentito distintamente in case lontane, qualche presenza o spirito inquieto, ma soprattutto c’era la paura della morte apparente e così i giramondo parlavano di usi stranieri, americani, di punture letali da iniettare nel cuore, dopo morti per morire definitivamente. E quando qualcuno dei piccoli, che ascoltavano in silenzio col boccone sospeso, osservava che se uno era morto l’iniezione non serviva e se invece era vivo lo ammazzava, c’era un attimo di sospensione ma poi chi raccontava si riscuoteva dicendo che tanto non c’era speranza ed era meglio essere sicuri piuttosto che avere dubbi. E i particolari macabri si rincorrevano, parlavano di esperienze, di racconti sentiti da altri, ma assolutamente veri, in un’orgia di terrore che ammutoliva e toglieva ogni dubbio: sì era meglio un’iniezione e finire davvero.

Sulle nostre teste, pettinate con cura dalle madri, la paura attirava le dita a scavare il timore tra i capelli, ad allontanarlo, a trovare altri argomenti del parlare e alla fine eravamo confusi e scarruffati, contenti d’essere ripresi, portati in una dimensione in cui uno scappellotto faceva davvero meno paura dei racconti appena uditi.

Ne dicevano tante e ne arrivavano di nuove, finché i racconti s’annodavano nelle voci, e l’uno riprendeva l’altro, lo proseguiva, e si sovrapponevano le versioni e i finali, spesso differenti. E allora le voci si alzavano perché ciascuno voleva avere ragione e l’altro era svanito, o già avanti col vino. Quel vino rosso che inondava le tovaglie nella foga delle mani, dove intingevano l’indice e lo portavano al lobo o al retro dell’orecchio per evitare la sfortuna dello spandere, quel vino che era quasi precluso alla tavola bassa, ma che colorava l’acqua e faceva dire: un giosseto cossa vuto ch’el ghe fassa: bon sangue. ( un goccio cosa vuoi che gli faccia: buon sangue) E a noi, che adesso ridevamo, pareva una trasgressione da riservare al disinibito raccontare, al cibo sconfinato, alle risate accumulate sino al mal di pancia. Ma non perché davvero tutti capissimo tutto della sfrenata allegria che scoppiava, ma perché se gli altri ridevano era intelligente aver compreso e ridere con loro. Come andava bene stare zitti, aspettando la fine dei racconti e l’inizio dell’immaginazione e dei sogni paurosi, per ottemperare un facile obbligo di deferenza agli adulti, poi presto violato nei cicalecci e negli scherzi tra cugini.

Ne dicevano tante e continuavano finché le bottiglie e i piatti erano vuoti. Fino alle focacce, al caffè corretto, e al resentin con la grappa. Finché le donne liberavano la tavola, accumulando pile impossibili di piatti nel secchiaio per il mattino successivo. La conversazione con le digestioni immani in atto, era più quieta, i racconti leggeri, quasi informazioni, insomma ne dicevano di meno, perché tutti sapevano che nel torpore cominciava il rito comune: la tombola. L’altro divertimento.

auguri alla ciclista in beige

In bicicletta, bene incappottata di piume, tra i 45 e i 50 anni, la osservo davanti a me, mentre lentamente procedo in auto. Il traffico nelle vie centrali non è caotico, casomai sono i pedoni e le bici che si muovono come la strada non fosse commista di presenze. Tutti schivano tutti, sembra un patto reciproco. La guardo, mentre mi taglia la strada la prima volta, rallento e mi fermo. Non se ne accorge. Sta scrivendo sullo smart qualcosa di urgentissimo, sinistra guantata sul manubrio e il pollice della destra che scorre sullo schermo. Invia e sopra pensiero, mi  ri taglia la strada. Mi fermo nuovamente. Osservo il beige del cappotto imbottito, il viso bello che non vede nulla, chiuso in qualche pensiero. Riparto. Ormai la tengo d’occhio e infatti arriva la risposta e lo smart phone prende tutto dei suoi occhi e l’attenzione, legge spostandosi verso sinistra, comincia a scrivere. Mi taglia nuovamente la strada. Altro blocco di freni. Non se ne accorge e continua la sua sinusoide da destra verso sinistra e viceversa. Sorrido e lascio che vada più avanti. Dietro di me qualcuno dà un colpetto di claxon. Poi il flusso riprende piano, attento ai pedoni e alle biciclette. Lei si è avvantaggiata e la vedo in lontananza. Non ha investito nessuno e nessuno l’ha investita, magari c’è un protettore particolare per gli utenti di whatshapp. Certo che dovrebbero essere mutate le domande agli esami di guida, la presenza di telefoni ha cambiato radicalmente la presenza cosciente degli utenti della strada. Forse per questo i costruttori di auto si stanno attrezzando per inserire di serie, la frenata automatica. Ma chi va in bici o a piedi come si ferma?

Mah… Cambieremo abitudini, in fondo è la realtà che fa i comportamenti, noi ci adattiamo alla media del momento.

Alla bella ciclista in beige, che è stata oggetto dei miei pensieri e attenzioni, auguro che la sua fortuna continui, che l’amore, ma solo quello, l’investa.