errori di giudizio

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A scuola avevo buoni voti in Italiano. A mio modo, dicevano, scrivevo bene. E poi non mi mancavano i vocaboli. Sembravano cosa preziosa i vocaboli, ci costruivano persino i test d’intelligenza, però nessuno scavava i significati. Mi sarebbe piaciuto si scrivesse un tema su una parola, su qualcosa che alla fine si rivelasse a chi scriveva e a chi leggeva, sino al succo del significato. Per capire chi c’era dietro e dentro le parole, per capire davvero di più.

Ma non era questo lo scopo della scuola e sapevo la verità: non ero io a scrivere bene, erano gli altri che scrivevano male. Anche i professori scrivevano male, erano solo corretti, ma insipidi. Cosa si poteva trarre da tutto ciò, se non la percezione di chi scrive davvero bene e l’amore per le parole e la scrittura? Vizi che non valgono nulla se non il piacere che provocano. Ecco ho ricevuto un piacere che mi porto dietro per un errore di giudizio, di questo sono grato.

la civiltà del bere

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Con l’aperol va bene, è da femmine, ma va bene. Con il Campari va bene, è il suo, niente acqua, grazie, solo il ghiaccio, abbastanza ghiaccio e una fetta d’arancia. No, il limone no, non mi piace con lo spritz.

Il Cynar andava bene, il Bianco Sarti pure, anche il Punt e Mes funzionava, ma adesso non sanno di cosa parli, se li ordini. Questo è un paese di figli con i padri rovinati dal rosso antico, l’aperitivo che si beveva in coppa e che ha traghettato un popolo dalle ombre agli aperitivi. E noi, duri, ci davamo un tono di ribelli all’ordine televisivo costituito, e andavamo a Bianco Sarti liscio, magari corretto Campari, per far colore. O con i Negroni, con gli spaccabudella a base di gin e Campari rosso, con le disquisizioni che s’impastavano di panini con il salame e sarde in saor. Per smaltire, bicicletta, ovvero spritz nella versione con vino e mezza acqua e poco poco, Cynar.

Certe sere, dopo tutto questo aggiungere gradi, veniva dal cuore il: mejo ‘e ombre, meglio tornare al vino. Ma non era quello di adesso, di bottiglia, fruttato, annusato, degustato, no, era quello di bottiglione. Sul banco ce ne stavano due. Rosso o bianco? Mezzo litro e due bicchieri e giù, a sorsate, ingollando per saltare le papille gustative, puntando poi subito al mezzo uovo sodo dai riflessi multicolor per correggere l’impressione. Petrolio il vino e inquietanti quei riflessi, dammi un’acciughina, va, che correggo la bocca. Volevamo fondare un movimento per la liberazione dell’acciuga col cappero. Avete presente cosa significa stazionare fianco a fianco con innumerevoli sorelle, tutte arrotolate sul proprio cappero, dentro una scatola di latta, immerse in un olio che a malapena arrivava ai fianchi?  Significa annoiarsi e ossidarsi, cambiare colore dal biondo al marrone scuro, rinsecchire e far spuntare le spine maltolte senza possibilità di depilarsi, insomma imbruttire senza scampo. Ecco la vita dell’acciughina. E c’era sofferenza tra le acciughine così le coglievamo in libera uscita, sull’uovo o sul crostino col burro, che sembravano dire: chissà che qualcuno mi mangi, lì dentro non ci voglio tornare, e ci si sacrificava per il movimento di liberazione: un boccone e via per togliere quel fondo di vino da bottiglione che avrà avuto pure un nome, ma era meglio non indagare. Era tutto merlot, leggero o pesante, merlot. Bah!

Per questo la civiltà è arrivata con lo spritz, un bel nome, tedesco, un passo avanti che ha abolito i mezzi litri, i bottiglioni. Lo dobbiamo allo spritz se sono arrivate le bottiglie e i nomi dei vini. Ma a tutto c’è un limite, anche alla civiltà, infatti è durata poco e se non ci sono più i bottiglioni, il prosecco adesso lo pescano da un fusto sotto il banco e lo spinano come la birra, aggiungendo anidride carbonica. Liscio o frizzante? Ha nuovamente perso il nome, l’identità.

Voglio prosecco vero, aprimi una bottiglia ogni tanto, correggi bene il colore col Bitter, né troppo né troppo poco, lascia che si sprigioni il gusto, non ammazzarlo con l’acqua al più uno spruzzo di seltz e dammi bagigi, arachidi, noccioline salate, lo so che costano più delle patatine, ma sono più buoni e soprattutto non sono fritti.  

Ecco la civiltà dello spritz. Si parla, si ascolta, si guardano le ragazze, si fanno discorsi alti, altissimi, cazzate paurose, si ride. Ho sentito più successi e malinconie di ricercatori teorici e applicati, bevendo spritz al bar che nei convegni specializzati.  Ma qui, parlo dei posti vicino all’università, c’è intelligenza che gira e che ha sete di conoscenza, ma non solo questa sete. Anche in osteria c’è intelligenza che gira, solo che si applica ad altro. E poi all’osteria, o dal bacaro, si procede per gruppi attrezzati: ci sono quelli del posto, gli stanziali, che si trovano ogni sera e ogni mezzogiorno e sanno cosa dire, di chi dire, come ridere per sott’ intesi. Poi i migratori, quelli che arrivano e non si sa chi sono,  foresti, anche se parlano in dialetto tra loro. Però a volte i discorsi s’ intrecciano, specie se ci sono ragazze, se si ha creanza nessuno perde l’identità, ma almeno ci si riconosce. Solo che come si entra, si esce.

Osterie, bacari, osmitze, frasche, occorre tempo, per la civiltà del bere occorre soprattutto tempo. Anche per chiamare per nome chi sta dall’altra parte del banco, occorre tempo. Poi tutto diventa facile, non si è mai soli in osteria: mutuo soccorso.

Dopo la civiltà è venuto lo spritz di massa , con i bicchieri in plastica, con le caraffe già pronte.

Caraffe già pronte? Ma siamo impazziti? Voglio vedere cosa ci metti dentro, lo spritz è mio, mi assomiglia, lo devi fare per me. Ma queste sono pretese da ramo nobile del bere, di chi beve meno e pretende di più. Anche i bagigi pretende, sennò li porta da casa.

E’ un percorso circolare, siamo partiti dai bottiglioni e finiti nelle caraffe e così adesso per bere bisognerebbe saltare di nuovo le papille gustative e sorseggiare, parlare, in piedi, fare tutto senza pensare a quello che c’è nel bicchiere e perché si è lì, ma così si capisce che non si è lì per bere, che è per solitudine, per parlare, sbronzarsi e vomitare. E’ diventata una moda di massa, riempie le piazze di voci, di rumore, ci si trova, si saluta e bisogna pur avere qualcosa in mano a cui attaccarsi per parlare.

Non è per me, devo bere seduto e avere tempo.

puer eternus

C’è una parte della vita in cui l’amore sembra nelle nostre mani. E’ allora che s’ incontra il bisogno inesausto d’essere amati, con la presunzione che la sua soddisfazione  possibile sia collegata a noi, parlo dell’adolescenza e della prima giovinezza. Forse per questo ricordo, in altri modi, con spirito eguale o profondamente diverso, in molti c’è il sogno di rivivere quell’età. Come si esprimerà questo bisogno dipenderà da chi lo prova. Non di rado si concentra sulle cose, oppure sull’idealizzazione dell’attimo vissuto come unico, o ancora sulle idee, o sulle persone, ma non è ancora “solo” il bisogno d’essere innamorati, ovvero d’essere amati e amare? Che poi tutto questo bisogno significa uscire da ciò che sembra ormai conosciuto, e desiderare, e perdersi, anche se ora si sa chi si è e dove si è.

Non è vero per tutti, non so quanti si adattano, non ci pensano più, se la mettono via. In fondo quasi tutti parlano e vivono quella che, per decisione comune, sembra essere la realtà effettuale. E non sognano che di rado. L’età dei sogni sembra definitivamente archiviata, ma a scavare tra i gesti e le parole si scopre che c’è un rimpianto e che esso assume le forme più strane: dalla cineticità del vivere sino al cinismo. Come se il confronto con una propria possibilità d’essere (felice) esistesse  anche nella sua negazione, e fosse sentire un’assenza per qualcosa che c’era e si è perduto.

di calzari, polvere, strade, cuori, cervelli

Mi pesano molto più le cose non fatte che il passato o le occasioni perdute. Credo che se ci guardiamo indietro ci sia un’infinita distesa di abbandoni. Morbidi i più. Persone e cose che ci hanno accompagnato per una parte, piccola o grande, della vita e ora sono parte di noi, incorporati in qualche impercettibile modalità di essere, in un trasalire oppure nel fermarsi davanti a qualcosa che abbiamo conosciuto. Se restano gli affetti importanti, i pochi amori (sono convinto che l’amore che sconvolge non sia così frequente), che accade del resto che vive con noi silente? Quei legami del passato che di rado emergono e velano gli occhi solo per un attimo, per poi sparire, dispettosi, in un loro posto, non dove li avevamo messi. Legami che hanno tessuto fili insospettabili e tenui per loro conto, e per questo dolcemente inquietanti a noi, che pensavamo di averli definitivamente vissuti. Cose agé, da pomeriggi dei giorni di festa quando la stanchezza del troppo abbatte qualche barriera.

Cose che accadono nei giorni canonici quando si è deciso da molti anni di non fare più il bilancio della vita, ma di andare avanti e accettare i zig zag della rotta. Al più un punto nave, sapendo che neppure quello serve a molto perché l’oceano in cui navighiamo lo creiamo noi e arenarsi o vivere di vento dipende solo da noi. Quello che mi sorprende è avere così tanta compagnia, che non scrive, non manda sms, non ha più un telefono o un indirizzo, mentre invece si susseguono i segnali degli auguri che arrivano, ci sono tracce dappertutto di un mondo coevo in cui vivo. E gli altri, dove saranno, cosa staranno facendo? Chi è stato quello che per un moto d’orgoglio non ha scritto quando ne aveva voglia? Sono stato io o l’altro? La distanza fa capire tante cose, non è perdono è comprensione, un vedere oltre l’emozione di allora. E quando l’emozione è sparita il bene prende il sopravvento, ciò che aveva ferito non ha più cicatrice a cui appellarsi. Quel ricordo non significa nulla se non riconoscere la propria vita, che è importante perché un tempo è stata importante anche per altri, ha sollevato emozione. Ci sono momenti in cui i calci hanno sostituito le carezze, ma mi viene da pensare, nell’inermità del pomeriggio di festa, che le seconde siano state, alla fin fine, più importanti. E che non è un peso cercare la meraviglia del futuro assieme a tutto quello che siamo stati, ma è bello ora, adesso. Così come siamo diventati.

aleppo

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Di Aleppo ho un ricordo vivido. Mi sembrava invincibile nel suo essere una stratificazione infinita di umanità senza potere, invincibile come la storia che si legge, si vive, mentre l’altra, quella rombante, si svolge, ma è molto più fragile. Aleppo era solamente bella e così antica da essere intrisa di molte presenze.

Era stata e per questo era viva, non solo ancora viva, ma molto di più: sarebbe rimasta. La città vecchia sotto la cittadella, il suk, l’improvviso risbucare alle stelle dopo le infinite gallerie di botteghe, persone, cose. Il profumo dei fiori, della soda e del sapone, i tappeti che prima di essere colore, sono odore pesante di lana, di mani che hanno annodato, di acqua di torrente che ha lavato. E le lingue che s’intrecciavano, le contrattazioni, il lieve sentore di narghilè, di menta e di mela, i colori dell’oro che ha molti colori oltre al suo, le stoffe impilate in sequenze di sfumature infinite, un asino che attraversava la galleria. E poi, appena fuori, le case, la pietra bianca, il legno, le porte e le finestre istoriate, il sole e il caldo e poi la sera, le luci e il fresco. Ma questo era solo una parte della vita, che si mescolava nei vestiti attillati o nei volti velati delle donne, nella sensazione di identità e tolleranza. Una infinita tolleranza di chi aveva visto infinite guerre e passaggi e poteri che si erano sgretolati, ma avevano rispettato la città, la sua identità, il suo essere tutte le comunità che assieme l’abitavano. Fuori questo si vedeva per consapevolezza e nell’essenza di un commercio levantino che non conosceva religioni e appartenenze, dove il cristiano, il musulmano, l’ebreo, si mescolavano, uniti e differenti.

Appena arrivati in Syria avevo chiesto ad Hassan, la guida che era anche un Imam, di parlare di quanto stava già avvenendo. Era stato evasivo, parlava di torti bilanciati, di propaganda, di un’impotenza della forza a rispondere se non con la forza, ma ad Aleppo si era lasciato andare di più, parlando di malessere, di paura, di preoccupazione per i tempi che sarebbero venuti. Neppure lui, che pure viveva, frequentava chi poteva sapere, immaginava ciò che sarebbe venuto. Da casa, nei mesi successivi, ho conservato quel pensiero che non tutta la verità veniva dai giornali, che non si capiva bene quali erano le richieste, le forze in campo, e pur nella sofferenza che comporta sapere che chi hai conosciuto è in difficoltà, il pensiero era che si sarebbe risolto.

Mai avrei pensato che Aleppo o Damasco o Bosra, o nuovamente Hama, o addirittura Palmira, sarebbero state bombardate, che le distruzioni si sarebbero portate nei patrimoni mondiali dell’umanità, che nulla avrebbe avuto tutela. Ma se parlo dei luoghi è perché penso che essi contengono le persone, che un luogo, un monumento, senza uomini o memoria è nulla, non ha valore in sé. Poi sono venute le notizie, le fotografie, i filmati raccapriccianti e man mano, fuori, è sceso l’interesse, diventava consuetudine, normalità.

I potenti non pensano che il problema debba essere risolto facendo tacere le armi e la vittoria (di chi? per chi?) è stata affidata solo ad esse. Oggi solo i morti, se sono molti, fanno notizia per un giorno, a volte anche meno di qualche ora, ma il resto, cioè quello che dovrebbe provocare l’interesse, la condivisione, la pace, scompare con la notizia.

Il mio pensiero, in questi giorni pieni di colore, di felicità fuggevoli, di parole infinite su un futuro che mai come ora deve tornare nelle mani degli uomini, va a chi soffre in Syria, a quelli che si sentivano sicuri nelle loro case ed ora sono nell’arbitrio, a quelli che ogni giorno vivono perché vivere è più importante e piangono le persone, l’identità, che si smarrisce, ad Hassan e a tutti quelli come lui che mi hanno parlato di pace e di tolleranza, agli abitanti delle città e a quelli che nella campagna non sanno cosa stia accadendo, ma lo vivono con paura e senza speranza. Vorrei che in questa fine d’anno iniziasse, per me, il ricordo che non sono solo per me stesso a questo mondo, che tutto  mi riguarda, che se devo attenuare per vivere qui e dove sono, ciò che di atroce avviene in continuazione nei posti più disparati, questo comunque accade e il migliore dei mondi possibili devo (dobbiamo), portarlo fuori da me.

Queste righe sono di Hassan che fa gli auguri qualche giorno fa. Lui fa gli auguri a noi!

Ecco forse il significato di farsi gli auguri è condividere, mettere assieme il legame, ed allora abbiamo bisogno di farci gli auguri tutto l’anno.

ricordo spesso specialmente l’ultima sera ad Aleppo in quel caffe’ a fumare, chissa’ se riusciremo a ripetere quei fantastici viaggi. purtroppo quel caffe’ con una buona parte del suk non c’e’ piu’ solo disastro e cenere, cosi’ come molti siti villaggi e citta’ della Siria, Bosra…………………. ogni volta che ci penso mi metto a piangere, mi dispiace dirlo ma le notizie che vi giungono sono solo una piccola parte, la realtà è molto più terrificante.
Grazie al Signore che noi stiamo abbastanza bene e riusciamo ANCORA  a trovare qualcosa da mangiare.
auguro a te e tutti gli amici un felice Natale e che il nuovo anno porti amore e pace a tutto il mondo

carissimi saluti dal profondo del mio cuore
Hassan

cene di pianura

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Stasera ci sarà una cena tra quasi amici, cucinerò cose invernali, da pianura, dense di sughi, polenta, vini corposi. L’inverno ha un calore particolare dentro al suo freddo: spinge a conoscere, a chiudersi nelle case. Per questo i quasi amici possono essere una sorpresa. In tutti i sensi.

Quando non ci si conosce a sufficienza, negli incontri si dà spesso il meglio, e c’è molta verità nell’apparire. Basta guardare e soprattutto non decidere subito. Lo spirito di difesa ancestrale vorrebbe tagliar corto, presumere, scegliere e scartare sulla base di indizi, ma se interessano le persone meglio non scrutare troppo, almeno all’inizio. Da piccolo mi insegnavano di non fissare a lungo negli occhi. Quello, mi dicevano, viene dopo, quando ci si conosce a fondo, ci si vuol bene. Faccio una cosa a metà: guardo ascoltando.

C’è molta verità nell’apparire, nel cogliere cosa davvero vuol essere significato, dove finisce la rappresentazione e dove inizia l’esposizione dei bisogni. Per questo mi piacciono le cene in cui non si sanno ancora i discorsi che verranno fatti, gli argomenti che serpeggeranno indecisi dall’ignoranza dell’altro; c’è possibilità di sorpresa e di novità, promettono interesse. Le delusioni le raccoglieremo dopo, se ci saranno, ma prima è ancora il momento magico del possibile e pensare che il tempo sarà ben usato.

il telefono la tua voce, ma il tuo cuore e il cervello dove sono?

In treno il telefono è davvero pubblico, si sente perché non si può fare a meno e chi parla, spesso, vuol proprio farsi ascoltare. Sento parlare di economia, di euro, di vincoli di bilancio, di Europa, di spread. Si capisce che chi parla deve convincere l’interlocutore su una proposta politica, il nome di Monti viene ripetutamente evocato. Non una parola sulle persone, su chi adesso è davvero in crisi più del Paese perché nessuno gli fa più credito e scivola verso l’indigenza. Non passa giorno che qualcuno non mi chieda aiuto, cosa dovrei raccontargli, dei vincoli del debito sovrano?

Anche la politica di questi giorni è titubante sulla perdita del benessere, perché di questo si tratta: perdita di tutele e di benessere. Queste cose non entrano nel discorso del telefonista anonimo, forse sono banali. Come le categorie di destra e di sinistra, l’ha ripetuto più volte, semplicemente non esistono più, adesso ci sono i problemi. Vorrei dirgli che i problemi hanno approcci diversi a seconda da dove si affrontano e che la diversità è tutta lì. Ma questo mi ricorda che non pochi amici, che da sempre sono stati più a sinistra di me, mi dicono di essere in dubbio se votare Pd o la lista Monti, questo mi fa riflettere che molte posizioni di sinistra sono strutturalmente minoritarie, e sono state espresse da chi comunque una posizione l’aveva. Da chi, nella sostanziale stagnazione del sistema, non aveva una perdita di status e di privilegi se governava la destra, ma adesso che la valanga è iniziata, un buon conservatore che mantiene la parola è più affidabile per mantenere i privilegi di chi potrebbe metterli in discussione. Perché di questo si tratta. Vorrei dirlo al mio vicino che continua a parlare, che senza l’uomo il denaro non è nulla e che la ricchezza di cui parla è virtuale, se non si traduce in vita, in possibilità di partenza eguali, in redistribuzione attraverso il welfare. Ma la cosa non credo verrebbe capita perché adesso sta parlando del fatto che la politica si deve far carico dei vincoli del denaro. Parole inoppugnabili, ma la politica ha la responsabilità delle vite, dei destini, dell’infelicità indotta dalla società ineguale, qual’è la responsabilità civile del denaro, delle banche, dei mercati?

Il discorso continua sull’inopportunità di una campagna elettorale, parla delle difficoltà dell’Italia di essere credibile (forse vuol dire solvibile), come se la democrazia delle elezioni fosse un’optional, qualcosa che compare e scompare a seconda dei risultati del Pil. Credo che questo sentimento si stia diffondendo anche nella parte del Paese abituata ad analizzare ciò che accade, ovverossia che stabilire una maggioranza sia un lusso da correggere, che la politica debba essere comunque soggetta ai mercati. Credo che questo sia la genesi delle demagogie e dei populismi, delle falsità e delle balle che vengono raccontate, e che fanno finta di occuparsi delle persone, ma in realtà nascondono i veri interessi di una parte e all’interno di un condizionamento economico cercano di trarre un vantaggio per pochi.

Dovrebbe essere forte la richiesta di verità, anziché credere e ascoltare le sirene, chiedere perché si fanno le cose, quali sono i vantaggi per tutti, che privilegi verranno ridotti e tolti. In realtà ho già sentito altrove cose stravaganti, come il non riconoscere più il debito o abolire l’industria, oppure tutti i disoccupati a lavorare nel turismo, ma non è quello che sta dicendo il vicino. Adesso è arrivato alle difficoltà dei tecnici, alla sofferenza che hanno dovuto patire nell’assumere provvedimenti impopolari, al premier che fatica a mettersi al giudizio dell’elettorato perché quest’ultimo è volubile.

Sono arrivato, mi volto, voglio vedere il telefonista: è un ragazzo giovane, avrà 35 anni. Non è un operatore di borsa, da come è vestito non sembra neppure un rampante in carriera. Non ha detto una parola sulla disoccupazione e precarietà dei suoi coetanei. Non capisco, mi viene da pensare che quelli che sono tra i più bistrattati dal sistema, debbano essere difesi dai padri, dai vecchi. Continua a parlare, numeri, dati inoppugnabili, quelle cifre che t’inchiodano all’evidenza: va bene, vorrei dirgli, ma come se ne esce tutti assieme, senza cacciare nessuno, senza far pagare a chi non ha colpa? Oppure la colpa è proprio da quella parte che ha sempre pagato?

 

andante festivo

 

A Te dovrei dire: oggi siamo stati,

ci siam visti, siamo andati,

e raccontarti le cose piccole che faccio,

ricordarti ciò che già conosci,

e lasciare che Tu parli.

Ecco, dovrei lasciarti parlare,

con quel tuo dialetto dolce, lasciarti dire e ascoltare,

ma quello lo stai già facendo,

e non hai mai smesso.

Abbiamo camminato a lungo assieme,

sono fortunato,

sulla mia parete, tra le altre,

c’è una fotografia in cui la mia mano si appende alla tua,

eri Tu che mi tenevi allora,

adesso pare a me di trattenere la tua mano,

o forse è come allora?

Sai,

è triste, più del solito, il natale,

ma mi manca la tua voce,

perché sia lieve,

nel raccontarcelo tra noi.

nebbia

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La nebbia è scesa improvvisa, ha riempito lo spazio tra le case, adesso fuori è tutto ovattato, la luce piove dall’alto, riflette ovunque, come se venisse seminata da un una mano sapiente. Sembra un film di Kurosawa dove nella nebbia si cerca l’uomo tra gli impulsi e se non lo si trova è perché la nebbia è un contenitore, non un’immagine di noi.  Anche ieri notte c’era la nebbia, ma è d’uso da queste parti. Si fermava in pozze discrete ai piedi dei lampioni, illuminava scie d’auto e figure imprecise di passanti. Rade, le une e le altre, avvolgeva e lasciava.

Il tramonto non s’era visto, ma una luce rosata improvvisa aveva investito tutto, riempito ogni spazio, non veniva da ovest, era senza luogo, ovunque, e talmente innaturale che s’ era accompagnata ad un silenzio inatteso. Poi è diventata violacea ed è sfumata, piano nella sera, lasciando un ricordo d’ eccezione, di un gesto senza mano. Per descriverla si poteva usare solo la parola che diceva com’ era venuta: elargita, donata senza appello. E chi la coglieva era stupito, sentiva che non aveva relazione con sé, con i propri meriti o colpe, ma apparteneva al fatto di essere, qui ed ora.

Sono giorni di nebbia, mi piace il suo regalo che porta verso il silenzio, il meditare, restando tra gli altri. Si liberano i sensi quando non c’è molto da vedere fuori, sento profumo di mele conservate in soffitta, di legno scaldato, di carta, d’inchiostro, rumore di pacchetti stropicciati, di passi frettolosi, sensazioni di freddo che si chiude fuori del giaccone, odore di dolce, di pane cotto nel forno. E tutto è più lento e silenzioso, anche la notte arrotonda i suoni, li consegna a chi, insonne, ascolta.

Poi, stamane, il giorno, dapprima è stato limpido nel freddo pungente che ha liberato l’aria dai vapori, ma poi s’è arreso al tepore ed ora accoglie la nebbia. Ed io, l’accolgo e la tengo per sfumare i miei contorni, le punte che fanno male e basta. In fondo, se penso all’anima, penso sia un’ellisse tondeggiante, una nuvola che contengo e mi contiene.

white christmas

Le lobbie marroni, i cappotti ben sotto il ginocchio, le camicie con i colletti a punta e le cravatte regimental di seta. Attorno tante luci, candele, scarpe nere che si imprimevano nella neve, suoni. Bing Crosby, white christmas, alberi enormi davanti al camino, pacchetti con fiocchi e carta translucida.

Qualcosa mi è sempre mancato all’appello, la soddisfazione piena era un attimo e già sembrava un’impressione. Nei giorni di vigilia, l’immagine americana del natale, qui a nord, veniva tenuta con il dito medio che agganciava il nastro del panettone Motta o Alemagna (io preferivo il Motta), c’erano saluti frettolosi per il gelo, mucchi di neve, chiazze di luce ben distanziate, sotto i lampioni. In periferia un freddo che faceva rintanare nelle case, finestre con luce gialla che si chiudevano al tramonto, fango, tanto fango, dappertutto.

In centro, i negozi erano pieni di luce sotto i portici. Ero contento di abitare in centro, ascoltare gli zampognari, e anche solo vedere i giocattoli era un vantaggio rispetto alla campagna che non aveva né luci, né negozi, né vetrine. Anche la neve si sporcava prima in campagna. Quindi se  non mi piaceva white christmas, me la facevo piacere nell’ illusione di una felicità incipiente.

Insomma ero già contento, ma mi sfuggiva qualcosa, come se l’assomigliare, nella testa, alle immagini patinate dei giornali o della pubblicità, non fosse sufficiente per essere felici. Non capivo che tutta quell’iconografia era la continuazione di babbo natale dopo la rivelazione che non c’era, che non esisteva un italian way of life, che le immagini erano la cornice, ma la storia la dovevo scrivere io. Ecco questo non me lo spiegava nessuno: sembrava tutto fatto ed invece era tutto da costruire. L’ho capito poi, ovvero quasi ci sono riuscito, ma qualcosa manca sempre all’appello.