il fine del dolore

Che ne diresti di respirare un po’ d’aria pura, o almeno diversa, da questi miasmi in cui ti rivolti da anni? Il tuo dolore costante, esibito, è ammantato di thanatos, è nutrito di psicofarmaci, si rivolta su se stesso trovando sempre le sue ragioni per esistere. Ma quali sono le tue ragioni? Davvero vorresti star bene oppure c’hai definitivamente rinunciato? Il dolore è un bozzolo forte e caldo, come la percezione di vivere nella sfortuna, alimenta una diversità che è comunicazione. Spesso è arrogante questa comunicazione, ha un solo oggetto importante: il dolore sentito. E’ anche violento perché esibisce il lato oscuro che tutti abbiamo in misura più o meno grande, ma è fragile perché oltre il momento in cui avvince allontana.

Forse è la solitudine che vuoi, il far largo attorno: o partecipate della mia pena oppure non mi considerate davvero e quindi meglio che non ci sentiamo, vediamo, parliamo. Credo che la solitudine in questo caso non consoli, ma sia la verifica voluta del proprio star male, un modo per star male di più. Ma è davvero questo che vuoi? Star male indefinitamente? Non dirmi che non capisco, però nessuna guarigione è possibile se si cura solo il sintomo, nessuna speranza oltre un ripetersi di pastiglie, ritualità che diventano i punti nodali della giornata. Ansiolitico, altri farmaci per le reazioni psicosomatiche, sonnifero. Non vorrei tu smettessi, ma che fosse un percorso verso una liberazione dal dolore di vivere, verso una luce. Il fine del dolore non è forse la sua fine?

Lo so che hai pensato e pensi, non di rado alla morte, ma so anche che sei nella vita, la coltivi, la speri. Te lo dico perché i suicidi hanno una disperazione diversa dalla tua e un dolore innominabile (e tu invece ne parli diffusamente), perché nel loro approfondire si trovano di fronte alla morte come negazione del dolore di vivere. Ma la loro ricerca non è la tua, non hanno più spiragli e neppure voglia d’essere capiti. E’ una solitudine estrema dove qualsiasi presenza diventa eccessiva, con una comunicazione che neppure parla e resta la sola presenza. Ma non sono assenti, si interessano, hanno amore, i suicidi, solo che non c’è più speranza e neppure  desiderio d’essere commiserati, anzi è proprio il contrario e quando non desiderano più essere amati hanno varcato la soglia.

Tu puoi farcela, ma ora come un tempo dipende da te, dal tuo sorriso, dalla capacità di non accettare quella che sembra essere una condanna e non lo è, non è il tempo che ti toglie vita, ma sei tu che te la togli. Lo so che è difficile, ma non sei sola se superi il confine del dolore, prova a pensarci.

p.s. lo so che non leggerai, potresti dirmi, ma allora che scrivi a fare? Quello che ho scritto te l’ho detto a voce, magari le parole non sono state le stesse, è passato tempo, però le ho ripetute. Non ho nessuna verità né qui, né su altro, ma ciò che ti imprigiona l’ho visto altrove. Non era lo stesso, però era sovrapponibile e questo mi convince che non sei solo tu ad essere così. Altri stanno meglio, altri restano nel dolore, ma non vale per tutti,  e sarebbe bello che tu facessi un altro tentativo. E poi un altro ancora, caparbiamente, fino ad aver ragione. La tua non la mia, ovviamente.

il diritto a vedere

I miei sguardi, ciò che fotografo mi appartiene assieme a ciò che vedo.

Ciò che vedi nelle mie immagini sono io che vedo. Anche te. Non ti piaci? E ‘ perché sei tu che non ti vedi con i miei occhi.

Ricordati che il mio affetto non sarà mai il tuo, che io vedrò cose di te che tu non vedrai e che tutto questo sarà parte della mia verità su te.

E’ per questo che solo a volte coincidono gli sguardi, che il diritto a vedere non dovrebbe mai essere messo in discussione.  Potremmo parlare a lungo tra noi di ciò che vediamo e scendere nella profondità di ciò che si sente. Sarebbe un grande argomento per capirci di più.

Non basta che sia bello, ma questo lo sai bene quando fatichi a gettare un’immagine che ha poca tecnica e tanto cuore.

In fondo con gli occhi cerco ciò che sento, quello che non dicono le parole, e se sono insoddisfatto è il mezzo che non vede come io vedo. Quasi mai mi basta, ma quello che ne esce, pur essendo altro, è ancora me.

Il diritto d’mmagine inizierebbe se mercificassi il sentire, se ne facessi oggetto di un vantaggio, ma non è così. Per questo non darò mai via quello che i miei occhi vedono, il mio cuore sente, la mia testa interpreta. Al più lo regalo.

la forza salvifica delle parole, ovvero divertimenti di un pomeriggio festivo d’inverno

Tortuoso, doloroso e pesante. Mi trovavo con questi tre aggettivi, alle cinque del pomeriggio di domenica, la non ora per eccellenza. Fuori un cielo di sera invernale, anch’esso indeciso e piovoso, insomma pessima compagnia, ed io lì, a chiedermi che ne sarebbe dei miei occhi senza termini di paragone, o ancor più senza speranza, ché questo sono poi gli aggettivi: misura della speranza, chierichetti di funzioni, senz’officiante, per  religioni del bello ridotte a luogo comune.

Ed allora che farne di questo senso negativo che questi poveri disgraziati aggettivi si portano dietro e come rovesciarlo in un roseo orizzonte? Oltre il cielo plumbeo e l’apparenza, oltre la superficie, oltre e basta.

Il tortuoso del ragionare non era forse il mio bighellonare da flaneur, da perditempo, che non ha altro di meglio che attendere il caldo del letto e il conforto del sogno, quindi un tortuoso da gigione, simpatico perché disposto all’interlocuzione, alle culture del dubbio, con tempo a disposizione ed energia da spendere, perché è un po’ stupida l’energia che cerca il cammino più breve, risparmia un sacco di tempo di cui non sa che farsene e soprattutto con tutta quest’ansia di linearità non coglie nulla, non si perde in quelle sacche così interessanti che sono i meandri dove lussureggia l’erba dell’alternativa. Non si dice un po’ annoiata: andrò di qua oppure di la’, mi perderò oppure alla fine la strada si troverà ? E non è questa, in fondo la lezione dei fiumi di pianura, che per andare al mare distendono pigramente i meandri, bighellonano per la pianura, portando acqua, ora da un lato ora dall’altro, e soffermandosi in città o fattorie, non fanno distinzioni e neppure si peritano di far mancare la loro opera ad altri usi, se ne possano assicurare buona riuscita. Generosi e bighelloni i fiumi, che ben altro sarebbero se nella loro corsa seguissero una retta foriera di disgrazie, splendente, sì, di lucida razionalità come una cicatrice, ma gelida e scostante da sé. E ancora sarebbero necessariamente costretti da alti argini per impedire il dilagare dell’energia che si spende nei meandri, e quindi neppure porterebbero la lietezza del luccicore d’acque, il loro rinfresco agli uomini, affannati come sarebbero in una corsa al mare, senza ascolto d’altri che del proprio ansare. I fiumi vanno e fanno il minimo percorso nella minima resistenza, perdono il tempo necessario, sono in equilibrio con ciò che sta attorno, non c’è quindi un insegnamento nella tortuosità ? A domanda retorica, si dovrebbe rispondere a monosillabi, ma la riflessione è sulla capacità d’essere in equilibrio e quindi se la tortuosità non è pretesto, bisogna avere la gioia umile di seguirsi e percorrere i meandri lasciandosi attrarre non dal risultato, ma dall’utile a sé. Se volessimo discutere su quanto questo peserebbe sull’economia arriveremmo a conclusioni apparentemente disastrose, ma io credo che il lavoro degli uomini che pensano ad altro che non sia solo il lavoro, sia più utile della corsa affannosa e della competizione esasperata. Ma questo è divagare, ossia un verbo che non era in nota stasera.

Tornando ai nostri maltrattati aggettivi c’è il doloroso. Se si pensa alla condizione, vi troviamo già ansia di riposo, dopo il lancinante del dolore pieno, e nuovamente speranza e possibilità d’un preannuncio di moderato benessere. Potrà passare, sembra dirci, fa male ma di certo passerà. Si dovrà trovare il modo di mutare stato, uscire da una condizione che potrebbe diventare comunicazione e modo d’essere; perché tale può diventare il dolore se non si movimenta, e respira troppo della sua aria greve, zeppa d’umori, tendente a vedere sé dolente come centro per sentirsi, ma passerà.  E il dolore questo è, ovvero un sentirsi acuto, e misericordioso, e ambiguo, che indica due vie: quella del mutare la propria visione di sé è del mondo e quindi uscire dalla sua condizione verso una rischiosa possibilità di star bene, oppure il rimanere in un bozzolo protetto che trattenendo le energie e facendo dell’immobilità una condizione permanente non s’espone più al rischio del lancinante, ma neppure della felicità. La prima strada è faticosa, però respira aria pulita, la seconda vive in un’atmosfera tiepida di malstare, che permette di dire al mondo: ecco, non vedete che sto male, prendetevi  cura  di me, non minacciatemi, tanto non sono pericoloso, anzi ascoltate da me ciò che v’assomiglia, riconoscetelo e nel consolare me, consolate voi. Io resto nella mia condizione per permettervi di star meglio, di dirvi: ecco uno più disgraziato di me, posso ritenermi fortunato. Preferisco l’aria e il camminare, e che il doloroso sia lo stato transitorio verso lo star bene. Preferenza che esclude l’autocommiserazione, ma non la misericordia e il perdono verso sé, anzi da questi traggo energia per allontanarmi dal doloroso e ricominciare. 

Tornando all’ultimo degli aggettivi, resta il pesante. Aggettivo palestrato e forzuto, quando è lieto, mentre è faticoso nel quotidiano. Eppure dovrebbe indurre a pensare al termine della fatica, a quando la schiena si rizzerà e ci sarà un riposo che segue l’ obbiettivo raggiunto. Non è forse più lento il tempo del peso e più disteso e veloce, quello in cui, deposto ciò che gravava, subentra una sensazione di benessere che si trasporta a tutte le membra, e sembra far riscoprire piaceri inusitati in piccoli angoli che non si sapeva d’avere. Non è forse quello il momento in cui si apre una possibilità di riaversi per sé perché ciò che ci toglieva energia e pensiero finalmente e’ oltre le nostre spalle ed è qualcosa di fatto? E’ il senso della fatica utile che si conclude e, appena passata, ci consegna un tempo bianco tutto da scrivere, anche da non far nulla, ma tutto nostro. Un tempo della possibilità oltre la pesantezza del momento, di cui abbiamo buona esperienza se torniamo ai tempi dello studio e degli esami, se ripensiamo al verde e al sole che c’aspettavano appena oltre la fatica. Ed era questo il senso dell’estate che si ripeteva, oltre ai cicli del freddo, della costrizione e della luce elettrica, nel dirci che il pesante sarebbe finito e il leggero c’avrebbe portato in un vivere di bengodi. La pesantezza, insomma, si sarebbe riscattata in lunghe giornate in cui alternare il fare all’ozio, sarebbe stato libertà senz’obbligo. Un vivere così, tutto per se’. Credo che tutti continuiamo a sperare che ciò, prima o poi, si realizzi e che non sia solo il portare carichi che caratterizza il vivere, ma anche un andare leggeri, seguendo estro e passi, insomma una vacanza dall’obbligo, non dalla responsabilità.

Ecco che farmene di questi tre aggettivi nel pomeriggio della domenica e in quella che è stata definita l’ora in cui la festa finisce e già il peso della settimana s’avverte. Sovvertire l’ora, gli aggettivi, modificarne il contesto perché emerga ciò che spesso si rifiuta di vedere, cioè che abbiamo fogli bianchi e del buon tempo ancora da scrivere, ci appartiene, lo scriveremo e sarà un piacere .

delicatezza

Non ho bisogno di spiegare, lo sai cos’è la delicatezza. Certe cose si capiscono a pelle, non importa se parli sempre ammodo, quando serve sai usare parole non particolarmente educate per ridere o per sfogarti. E ogni tanto accade. Non importa neppure se in certi momenti ti lasci scappare qualcosa che fa parte dell’intimità, sono cose tue che fanno piacere in quel momento. Ma la delicatezza te la porti dietro e ti fa piacere. Perché è un modo di stare con te prima che con gli altri, una condizione che si raggiunge, in parte per educazione e in parte per predisposizione, ma quando ce l’hai non ti lascia più.

Dà molte soddisfazioni, la delicatezza, fa stare bene, aiuta a vedere lati delle cose che rendono più leggeri. Ha anche i suoi lati negativi, perché rende più vulnerabili alla volgarità, non quella delle parole, ma quella del cuore, quella della timidezza rovesciata in protervia, quella del rispetto dimenticato.

E toglie pure qualche possibilità di comunicazione con quelli che competono sempre e pensano principalmente in termini di sudore, risate, sangue e merda. Ricordi? quella era la definizione della politica fatta da un ministro socialista, ma a te di quella politica non è mai piaciuto il profumo, perché ciò che vedi non è mica fatto solo così. E’ una parte del mondo che hai conosciuto, non t’è piaciuto e hai deciso che non era per te.

Ti dicono che la delicatezza è cosa da donne, e ti ricordi che hai conosciuto donne che la delicatezza l’avevano solo in bocca, e altre invece, che senza dire, ne avevano fatto gesto, pensiero e umanità. Ma ricordi anche persone, tra le più belle che hai conosciuto, che emanavano rispetto anche quando incitavano a prendere posizioni dure. Ed erano uomini, delicati nel lasciare all’altro sempre la possibilità di dire e di essere.

Così finisci per pensare che stai bene cosi e che hai avuto uno strumento notevole per fare delle scelte, per distinguere senza giudicare, chi può essere con te e chi invece, pur con le più grandi qualità e intelligenza, non potrà esserci.  E neppure ti dispiace, come certamente non dispiacerà all’altro,  ma non ci puoi fare nulla,  per te la delicatezza è una premessa, la comunicazione viene dopo.

Jan Palach, Praga:16 gennaio 1969

Difficile raccontare quale fu l’emozione di quel 16 gennaio ’69. Ne scrissi già in passato, e ancora, ogni anno ritorna, perché resta un fondo di mestizia, di mancanza, come un sogno interrotto. La notizia che uno studente s’era dato fuoco a Praga, in piazza san Venceslao, era arrivata con i giornali della sera. E con la notizia l’emozione. Profonda, contigua alla rabbia, con un bisogno di far qualcosa subito. E’ facile scivolare nella nostalgia dei reduci, ma è penoso quando accade perché diventa il come avremmo voluto essere più che il come eravamo davvero. Eravamo chi? Quanti? E cosa pensavano gli altri? Era tutto scontato: eravamo in tanti, avevamo tutti la stessa percezione, eravamo pronti. Non era vero e i fatti poi lo dimostrarono, ma l’emozione fu davvero profonda perché ciò che era accaduto rappresentava la ribellione estrema attraverso il sacrificio di sé, ed era uno che aveva la nostra stessa età, che sognava le stesse cose. C’era la speranza in quel gesto, e in noi, anzi la certezza, che davvero si potesse cambiare insieme, che il mondo si sarebbe messo sulla strada giusta, per sé, per tutti. Bastava volerlo.

Da tempo giovani monaci si davano fuoco a Saigon, passavano le loro immagini sulle TV in bianco e nero , e sapevamo ch’erano vestiti d’arancione. Forse li vedevamo così anche nel bianco e nero e impressionava la compostezza nella morte data e orribile, ma c’erano i Viet Cong che facevano notizia ogni giorno e combattevano. Il primato dell’azione, di Davide contro Golia, la sconfitta della tecnologia e della forza, battute dal diritto e dall’ingegno. Non era una novità il suicidio con il fuoco per protesta, ma Jan Palach fu un’altra cosa. Era uno come noi che chiedeva il giusto, cioè l’impossibile che cessava di essere tale.

Nei giorni successivi, anche senza nominarlo, emergeva in continuazione, nelle assemblee, nelle occupazioni, nei discorsi tra noi. Gli interventi si infiammavano di giorno, la sera guardavamo ancora immagini e c’era una tristezza incredibile in quel bianco e nero, nella sua fotografia ripetuta, nella folla enorme che si radunava a Praga. Tristezza e consapevolezza che così non sarebbe potuto continuare. Credo che tra i grandi simboli di quella stagione, accanto all’entusiasmo, ci fu il suo nome, la sua giovinezza e il sogno che la accompagnava. La differenza con tutto quello che ho visto dopo era la certezza che avremmo vinto. Che i giovani avrebbero vinto, che sarebbe cambiato il mondo in meglio. Definitivamente.

Ma questi sono pensieri da reduci, il mondo è una scena e chi recita, interpreta ciò che gli pare giusto, basterebbe non stancarsi presto della parte. Vedendo come sta andando, verrebbe da dire a chi non prende in mano la sua vita: diventerete vecchi anche voi e se non avrete qualcosa di vostro dentro, cosa vi resterà? Pensieri da vecchi che non capiscono, per l’appunto.

Un tempo si diceva, di quelli che invecchiavano per loro conto e magari non sembravano neppure così vecchi: è rimasto fedele agli ideali della sua giovinezza. Non credo si usi più, perché quegli ideali così includenti e collettivi, non hanno più molta corrispondenza con ciò che c’è attorno. E anche gli ideali hanno bisogno di realtà.

narcisetto

Mi ripeto che il narcisismo c’entra molto, che la tentazione di mostrare il proprio lato migliore diventa naturale, che non c’è obbligo di completezza e quindi di verità. Del resto questa cosa è stata esaminata, e risolta, nei romanzi, nei saggi, persino negli articoli scientifici è stata risolta. Ovvero occupiamoci dell’oggetto, dello specifico, del rilevante e diamo per scontato il resto, che magari quello non interessa oppure fa parte del vissuto di ciascuno. Non ci assomigliamo forse tutti? 

Sarà per questo che viene naturale l’elegia, il tono enfatico, l’esperienza assolutizzata. Però, se penso a me, mica sono solo questa immagine di un pezzo di vita; ho una storia, parecchi anni, esperienze sbagliate ed errori voluti e subiti. Non sono solo i mipiace, ma anche la parte che non piace. E che faccio, la seppellisco sotto il tappeto? E’ parte importante di me, e anche se questo è il luogo dell’alias, della libertà al dover essere, anzi proprio per questo è importante, perché è ciò che sono. Così mi dico, meglio mettere anche il resto che non è solo contemplazione, mettiamo anche qualche macula, una defaillance che altrove non si mostra. Mettiamoci quelle parti della vita che sono state importanti davvero, anche quelle meno popolari adesso, ma senza esagerare con i ricordi. Lasciamo la foto sfuocata se è quella che è in testa e fatta al volo. Come non mi piacciono i professionisti della malinconia, non mi piacciono gli abitini sempre da festa, i troppo vestiti per benino. E meglio essere interi con i vestiti rattoppati piuttosto che senza qualche pezzo con i vestiti belli. Nessun intento moralistico, parto da me, da quello che scrivo, anche se non tralascio lati meno popolari, quindi è una semplice costatazione e un bisogno serale di verità.

Però sono fortunato, a volte m’imbatto in persone che mostrano anche il lato con le toppe e devo dire che mi prende una grande voglia di ringraziare, perché l’umanità è un dono così com’è, può piacere o meno, ma se è intera il dono è doppio.

vietato fotografare

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Nell’era dell’immagine, dei miliardi di fotografie su fb, del digitale che ormai fa tutto da solo, del mostrare come essenza dell’essere, alle mostre, nei palazzi che contengono le mostre, non si possono fare fotografie. Neppure le architetture, gli interni, chi guarda i quadri o le opere, insomma cogliere un particolare e fissarlo è interdetto. Se ci fosse un intento formativo, con messaggi quali: 

  • cercate di vedere con gli occhi e non attraverso uno schermo lcd, 
  • cercate di cogliere il particolare e il senso ed elaboratelo nella vostra testa, 
  • cercate di conservare il ricordo senza procrastinare tutto a immagini che, al più, vedrete una sola volta, 
  • cercate di interagire con quello che vedete e  fatevi emozionare perché nessuna tecnologia potrà fare altrettanto.

Fosse così, capirei, ma non è questo il fine. La realtà è molto più becera e si chiama catalogo della mostra, oppure cartoline od ancora gadgets. Insomma la visita a quel piacevole bazar in cui c’è di tutto, dai giocattoli ai foulards, dalla paccottiglia cinese alle riproduzioni e ai falsi d’autore. Un luogo molto colorato, nuovo, al contrario di altre parti dell’edificio, i bagni ad esempio, e che per “caso” si trova vicino alla caffetteria di ogni museo, dove il toast ha il valore e l’età dell’opera d’arte, il caffè è un complemento all’ambiente e le sedie, oltre a essere costose di per sé, merce rara. 

Credo che ad una mostra di foto si possa fotografare, che i quadri si possano fotografare, che le persone si possano fotografare. Credo che, se non vi sono impedimenti di natura religiosa, il rispetto e la privacy siano ben altra cosa dall’essere presenti in un’istantanea. Se la tecnologia è un prolungamento della mia testa e del mio occhio perché impedirmi di usarla con rispetto?

Ricordo ancora magnifiche, costosissime, riproduzioni di opere d’arte in bianco e nero, ed il freddo che emanavano, l’anatomia dello studio che se ne coglieva, e che non ravvivava il cuore, la passione. Poi le fotografie dei grandi che pur in bianco e nero, vedevano e comunicavano. L’altro ieri ero ad una mostra di Doisneau a Roma, dove non si poteva fotografare, naturalmente, e tutte le fotografie che vedevo ritraevano persone, dal famoso bacio sino a una serie di foto bellissime di passanti che guardavano un quadro (Renoir?) attraverso una vetrina. A chi mette regole (con quali sanzioni poi?) bisognerebbe farle vedere quelle fotografie, far capire che se si insegna a fotografare si coglie molto di più di quello che si vede, che se si stimola la curiosità, la mostra vale due volte, e che poi si tornerà nel museo, che il libro lo si comprerà per leggerlo. Ma nell’epoca dell’immagine, della mostra in cui si contano gli incassi ben più di come muterà le persone che la visiteranno, questo è solo un fastidio per il bazar finale. Ed è strano perché ciò che può accadere è che il virtuale prevalga, che alla fine ciò che si vende surroghi ciò che si vede, rendendo inutili i musei e le mostre stesse: perché fare una fila se ciò che vedrò lo posso comodamente vedere da casa? La differenza è solo l’emozione, ecco facciamo in modo che lo scatto diventi parte dell’emozione.

il rispetto del prato

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Un tappeto di steli piegati,

battuto da pesi inconsapevoli,

da neve corrotta e d’ansia pesante d’inverno;

neppure il cielo denso di bianco e di grigio, consola.

I disastri non hanno voce, come gran parte delle nostre pene,

anzi ci sediamo su esse in attesa di consolazione, 

perché esserci, nel momento della malinconia, è misura del bene,

e anche il silenzio è un tenero abbraccio.

Non sempre, non solo,

ché il bene dall’utile senso del vivere non si separa,

né dal tenere o dal lasciar correre,

liberi anche di tornare,

così, chi si risolve nell’essere consapevole del proprio respiro,

nel camminare, o alzare il braccio per cingere,

o ancora la mano aperta in carezza e la bocca pronta al bacio,

e ne conserva memoria costante,

sì che il gesto si rinnovi e sia guida di vita,

come altri, ancora, consumano l’attimo, tra fuoco desiderante e  spossatezze,

specchio di chi si trova in battaglia,

e nell’attimo in cui si gioca la vita, non la vede e non la coglie,

ma solo allora sente che pesa, importa e acquista senso.

Penso alle umili, per noi, cose,

che altro destino non hanno che la misericordia dei giganti indifferenti e idioti,

oppure che il caso le lasci sole a crescere il proprio destino,

nel rispetto del prato, perché gli steli raddrizzino il capo,

e a noi venga inattesa,

l’esperienza del verde irrompere

nell’assoluto del semplice.

dubbi e risposte

Debbo fare una premessa autobiografica: politica attiva, con responsabilità diretta, ne ho fatta per molti anni, e ancora la faccio, sia pure con molta libertà. Non ho dubbi da che parte stare e non ho mai considerato che disinteressarsi o non votare sia una soluzione alle mie insoddisfazioni. Conoscendo le difficoltà delle mediazioni e del governare, non sono neppure un malpancista, semplicemente se è il caso dico no e me ne assumo la responsabilità. Fine della premessa.

Con quello che posso capire, si è avviato un rinnovamento della politica. Finalmente, sembra, che le fasi indeterminate del passaggio dalle ideologie alle rappresentanze d’interessi, si siano concluse e che una nuova possibilità di relazioni tra cittadini e politica si stia aprendo. Resta fondamentale una divisione tra interessi preminenti dell’individuo, ovvero il dettato liberale e la destra più o meno illuminata, e la prevalenza dell’interesse generale, ovvero la prospettiva social democratica, quindi la sinistra più o meno accentuata. Riformisti si dicono tutti, quindi non è una categoria della politica distinguibile, i centristi poi, sono un’altra categoria che media tra le ali moderate dei due schieramenti d’interessi e che si allea con l’uno o con l’altro secondo convenienza. Capisco che la cosa è semplificata, ma passatemi la definizione del contenitore. Venendo al contenuto, i gradi di libertà, che pure esistono, sono minori che nel passato perché il prevalere della finanza e dell’economia sui governi e sulla democrazia (i poteri reali oggi non hanno una verifica elettorale e sono semplicemente nominati sulla base di lobbies sovra governative), hanno di fatto ridotto le possibilità di politiche radicali, anzi gran  parte delle politiche sono conservative e dedicate al rispetto di impegni sovranazionali piuttosto che innovative nella tutela dei diritti fondamentali, nella loro discussione ed evoluzione nel senso di avere più diritti reali e spendibili piuttosto che diritti dichiarativi virtuali.

Mi rendo conto che sto tagliando con l’accetta, ma per rispetto di chi leggerà non posso far di meglio, disponibile però a qualsiasi discussione nel merito delle proposizioni che ho enunciato. Voglio solo aggiungere che alla globalizzazione dei mercati e della finanza non è seguita, né tanto meno è corrisposta una globalizzazione dei diritti individuali fondamentali, della democrazia, delle libertà collettive. Questo ha enormi ripercussioni sulla sussistenza delle economie con diritti, quella occidentale e italiana in particolare, ma soprattutto corrisponde ad un impoverimento crescente delle persone che vivono di lavoro e non di rendita o di speculazione, dei servizi collettivi, del mantenimento del Welfare, della  stessa possibilità di esercizio dei diritti democratici conquistati. Una consapevolezza dell’internazionalismo dei diritti fondamentali, un ruolo della politica che guidi l’economia e non viceversa è un atto di tutela della possibilità di non avere prossime guerre basate sulla sovra popolazione, sulla povertà sociale, sulla impossibilità di mantenere squilibri così evidenti a livello planetario.

Tutto questo è una considerazione generale in cui colloco qualcosa di molto più piccolo e insignificante, che però mi mette a disagio, anzi diciamo che mi fa incazzare. E cioè la difficoltà del mio partito, pur con grandi passi avanti di uscire definitivamente da alchimie che devono tener conto di interessi molteplici e certamente non tutti nobili di persone. Preciso che il mio partito è il PD e che non ho nessuna intenzione di cambiarlo perché c’è molta più democrazia e partecipazione dentro questo partito che in qualsiasi altro in Italia.

La mia riflessione di questi giorni era: perché non si riesce a superare una soglia, sia pur alta, di innovazione della politica che davvero liberi tutte le energie represse che ci sono nella società? Perché, pur considerando le primarie uno strumento utile e non una panacea, se questo esiste esso non debba riguardare tutti, ma solo il 50% dei possibili eletti? Perché a risultati ottenuti, devo sentirmi dire che comunque questo è il migliore dei risultati possibili, senza aggiungere che c’è stata una mediazione e che alcuni tutelati potevano benissimo essere fuori, ma sono stati tenuti dentro perché servono e allora perché non dirmi anche perché servono.

Tutto questo non mi impedisce di considerare Bersani come la persona che ha mantenuto i patti, che ha dimostrato una serietà e una sobrietà assolutamente inusuali nella politica, che pur, non avendolo appoggiato al congresso, ha gestito bene una fase di cambiamento senza sfasciare il partito che ancora non aveva leganti o identità.

Questo agire mi tranquillizza, mi fa dire che da questa parte non verranno raccontate più di tante promesse irrealizzabili, che un processo è comunque in movimento, che chi ha voglia di fare, di partecipare spazio ne ha. Ecco credo che la ricchezza possibile di questo statu nascendi possa essere proprio nel superare i compromessi attuali riaprendo la speranza nelle possibilità della politica di cambiare davvero le cose. Molto si può fare a basso o nullo costo per modificare positivamente le nostre vite, decisioni coraggiose possono essere assunte e nuove alleanze internazionali possono trovarsi su interessi globali. Se non si troveranno, il clima, la sovra popolazione mondiale, la rarefazione delle risorse si incaricheranno di far detonare il nostro modo di vivere e di crescere. Ma questa è l’occasione di ritornare alla politica, di essere esigenti, di costringere le cose a muoversi ed evolvere oltre la ruggine dei privilegi Ed è quantomai necessaria da cogliere perché non ci assolverà nessuno, se per ignavia, o paura ci ritireremo nei nostri preconcetti, nei giudizi che includono il non fare, adesso è ora di esserci, di partecipare, pretendere ed è ancora possibile e pacifico.

Se non ora quando?

provinciali

L’unica città che assomiglia alle grandi città americane in Italia, è Milano, il resto, nel nostro Paese, è altro.

Spesso ciò che non si conosce si immagina, ma questo non impedisce di viverlo, così il mito dell’occidente è il fare. Il fare come essere, il muoversi continuo, il rispondere ad una legge più alta che è il mercato e che si muove sul principio depurato calvinisticamente, del piacere. Quindi non il benessere, la “roba”, ma quella cosa estremamente dinamica, che fa coincidere il successo personale con il movimento e la perenne innovazione. Un’interpretazione dinamica della  Grazia ad uso dei nuovi atei religiosi devoti alla finanza.

Credo che da questo derivi lo stereotipo del movimento come progresso e crescita: fare, essere, coincidere con la modernità.

A questo si contrappone la provincia, sempre un po’ assonnata come i rettili al sole, con la capacità disincantata di lasciar accadere, di lasciar andare, tanto, prima o poi ci si ritroverà. Ma non nelle luci ossessive della città, piuttosto nella stanchezza dopo la corsa, nella riflessione che accompagna la pausa e nelle domande che ne conseguono, finalmente non represse.

I provinciali vanno in città, ne sono affascinati, sentono il ribollire delle occasioni. A volte si fermano, magari ricreando il borgo attraverso le amicizie, le abitudini, chiudendosi in un sottoinsieme di città che li faccia sentire meno soli, altre volte non ce la fanno proprio, ne sono rigettati e tornano sconfitti. Nella città, i provinciali, trovano qualcosa che li tiene e li estrania. In fondo, loro, hanno una storia , una stratificazione di vissuti, di percorsi fisici, e mentre la città è immemore, si sovrappone cancellandosi, loro, hanno immobilità del ricordo che il movimento non avrà mai. Ecco perché i provinciali nella grande città diventano pensierosi: manca loro un pezzo, che non è il passato codificato nei libri, ma è proprio il ricordo della loro storia.  E quando restano, possono anche correre una vita col sogno di fermarsi, ri abitare luoghi che intersecano vite, non solo storie di condominio, sognare la semplificazione del verde, della campagna, del piccolo spazio per sé, magari riprodotto in città.

Ma questi, di cui parlo, sono i provinciali, gli altri, quelli adeguati nella città che corre, vivono, sguazzano, non si pongono domande che generano desideri statici. Vedono la vita come agglomerato competitivo di vite, consumano il tempo, e si nutrono di luce e calore, non come i provinciali che hanno città grigie, strade semi deserte la notte e buio fuori delle case.

C’è chi ama la luce e il colore di notte e non lo vede di giorno, chi vive con il buio e chi non lo sopporta. Perché anche il buio è statico, è il passato, e rallenta, il buio, anche nel far l’amore. Ecco un’altra differenza, per i provinciali, il buio esiste e a volte è un abbraccio, non solo una minaccia da spingere fuori dei propri occhi.

p.s. La rapsodia in blu per me è la città come mai era stata descritta.