barcelona gipsy e gli haiku

Vorrei scrivere un Haiku di 700 pagine, non di tre righe, con la leggerezza dello sguardo che scorre. Che vede le pieghe dell’acqua, coglie la bocca del pesce mentre afferra il fiore nella corrente e sente il sinuoso muoversi dell’acqua. E sulla riva, la luce gioca con le foglie, illumina un albero tra i molti, stupisce l’uccello che sente il calore che lo avvolge.

Vorrei la leggerezza di ciò che scende nell’aria e la risale, che si posa e non si fa male. Il sentire dell’anima che parla con altre anime e non sa cosa sia natura perché di essa è parte. Vorrei l’udito che discerne il crepitare del legno che cambia la sua finta immobilità con le stagioni, ascoltare il suo racconto di cose e d’uomini visti passare, gioire, soffermarsi, partire e a volte non tornare.

Vorrei l’odorato del lupo che sente la neve che arriva, che ascolta il cadere delle foglie una ad una, l’ammucchiarsi nelle tane, l’odore del pelo della femmina e la vigile attesa che vi sia per il branco una preda da dividere.

Vorrei il superfluo dell’inutile, la sua sicurezza priva d’ogni calcolo, il borbottare delle cose lasciate in disparte dall’attenzione, il posare della passione quando si riscalda e corre veloce in ogni angolo del corpo.

Vorrei il riflesso dello specchio che racconta la verità e non giudica mai chi guarda, il profumo del caffè che sale, l’attesa del merlo che finirà le generose briciole della mia colazione.

Vorrei la preghiera del silenzio che non ha tempo e luogo, che s’immerge in ogni cosa, che dona ogni pensiero all’aria e che ringrazia distendendosi nel vivere.

Vorrei le parole che scavano nella terra in cerca di senso, che lo trovano in ogni ricordo di chiunque sia vissuto per poi prendere il volo.

Vorrei la sensazione di chi balla a piedi nudi, di chi sente il vento della sera sulla pelle, di chi poggia il bastone accanto all’uscio e si siede per guardare l’ultimo sole di quel giorno.

Vorrei il fuoco che riscalda i visi nella notte, gli stivali che s’incrociano nel sedere a terra, il canto di chi ha camminato a lungo e ora racconta la storia di ciò che ha visto.

Vorrei la mattina che s’inerpica nel canto dell’allodola, il risveglio dell’amante, la luce che ancora esita il colore.

Vorrei che ciò che vola, ruota, corre, sentisse che l’immoto non è tale, ma ha in sé l’universo e l’indifferente suo arrivare, ovunque, come l’onda che mostra il profondo e poi lo toglie, la polvere che s’innalza in colonne nel deserto per coprire e poi svelare, gli atomi e le molecole di vita che scorrono incessanti verso un’origine che è già stata.

Vorrei la leggerezza che non dice, per 700 pagine racconta ma non pesa, la parola zingara che balla e non ha padroni, che sente e mostra mentre è pudica. Vorrei ciò che affina le punte ai rami e fa nascere le gemme e non si cura d’altro ch’essere se stesso.

Hanno pazienza nel giuggiolo, le gemme

senza fretta guardano,

si realizzano in piccoli verdi fiori

e nei dolci frutti dell’autunno.

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