dopo il tramonto del giovedì

quando ancora non s’accalcavano le forze oscure del tempo

bisogno d’africa


Di questo sole inconsistente conosco tutto, l’ho sgranato tra le dita come pannocchia, maturata e già mezza divorata nella baruffa d’uccelli e d’insetti. L’ho sentito il calore senza tregua, nell’estenuata fatica di tenersi assieme e camminare cercando ombre, vibrava nell’aria che faceva danzare polvere rossa e fili d’erba secca. Così fino alla notte quando improvvisi afrori di spezia cercano liberazione dai cespugli stenti. Attorno, gli alberi si riempiono d’uccelli, il fresco scende dal cielo, mitiga la terra, rallenta le parole. È subito buio, s’accendono candele sui tavoli, poco oltre aumentano i bisbigli. Ragazzi allenano i muscoli alla lotta, qualcuno s’accoccola sui talloni e guarda il mare che ancora ha luce ma già riflette l’argento dei pesci in caccia e in branco. Ho desiderio del sole d’Africa, dell’assoluto buio delle notti insonni, dei rumori sul tetto, tra le coperture di foglie, del primo canto del muezzin che si confonde con la brezza e il breve sonno.
Mi manca il profumo del caffè crudo messo a tostare, il rumore di stoviglie e le prime grida d’acquaioli e venditori di tè. La tazza in cui si rapprende la bevanda bruna è dove s’apprende a vedere il futuro. Il pensiero che genera ha sapore dolce e amaro, si fonde con il profumo del cardamomo da tenere in bocca. Posando la tazza, le parole si fanno più lente dei pensieri lenti e l’ampia tunica, in cui far ballare il corpo, dona nuove libertà al sentire.

C’è sempre un mercato da percorrere con i sensi, tra colori e cose, con l’odore forte del pesce disseccato, la carne halal, i tuberi arrostiti e l’acqua profumata di limone che riempie la caraffa, la fa sudare di frescura nell’attesa d’essere versata.

Qualche volta le parole s’intrecceranno nel buio, fino alla cerimonia del salutarsi per un sonno che non giungerà sotto il baldacchino delle zanzariere, e gli occhi fisseranno la finestra nera di notte, da cui viene il ciarlare delle scimmie.

Domani è solo tempo, è il presente che scrive dentro con molteplici dita, che usa tutti i sensi per comporre le sue storie. Non lontano, il fiume, le mangrovie, il mare, il deserto e i termitai immensi, sono atlanti per esseri che c’erano prima di noi e che ci sopravviveranno, nell’abitudine indifferente del vivere come necessità del giorno.

dove inizia l’umano?

Cos’è moralmente un assassinio? Mi spiego meglio, se scientemente si lascia che una persona muoia, se non si presta aiuto potendolo, se si ritiene che la vita possa essere affidata alla clemenza del caso, se si assente a una politica o alle norme di legge che implicano la morte come probabile, come si può definire moralmente questo modo di pensare, di distogliere lo sguardo?

Questo è il momento di chiederci dove inizia l’umano nelle nostre società, dove i principi, ciò che sembra contraddistinguere questa epoca, non siano solo parole e contenitori vuoti di sentire.
Lo misuriamo nella difficoltà del cambiamento verso il meglio nelle nostre piccole società fintamente libere, e vediamo che non dipende solo dalla volontà di poche persone, ma ha la necessità di trovare un denominatore comune che ne giustifichi la fatica. Cioè essere contro ha dei costi fisici ed è una fatica rispetto al conformismo che assente, non ascolta, si volta dall’altra parte. Partiamo dal fatto che esistono certamente diversi modi di vedere la realtà, che il giusto è un concetto con una discreta relatività e che in un’epoca post ideologica forse dovrebbe essere più praticabile, almeno dialetticamente, ma che invece scivolano verso il pensiero unico. Ciò che troviamo di assoluto in una fotografia, in un testo magari diffuso attraverso questi mezzi immateriali, ha però una forza che supera la barriera dell’indifferenza. Il dolore delle donne e dei bambini, il sangue degli innocenti, i morti sulla spiaggia o tra le rovine, la narrazione delle infinite angherie che uomini infliggono ad altri uomini riesce a colpire per poco tempo le menti. E forse per pochi minuti subentra il sospetto che il mondo in cui viviamo abbia un’ingiustizia diffusa e profonda. Così quando guardiamo il lavoro senza speranza di riscatto di persone immerse nel fango, quando vediamo le città che affastellano catapecchie in cui si ammassano persone, quando si sente il racconto del cammino di fuga dalla fame, dalle persecuzioni di uomini che portano con sé bimbi e donne che sarebbero solo cose se rimanessero dove sono nati, qualcosa in molti si muove. Per poco ma si capisce che questo mondo che viene distrutto per mero profitto, ha in sé qualcosa di profondamente ingiusto. Il povero, il perseguitato, l’annegato, la violentata, l’ucciso dovrebbero maledire, raccontare del loro dolore e rendere tutti responsabili perché indifferenti. E forse lo fanno, forse questa maledizione rende ciechi e inani, guasta il mondo e la vita, rende vana la bellezza, impedisce di cambiare e porta alla distruzione. Non voglio pensarlo, voglio pensare che la somma delle ingiustizie ne generi la coscienza, che il dolore non sia sprecato, disperso occultato, che ogni amore, ogni benessere, ogni tranquillità debba considerarlo per restare tale. Voglio pensare questo perché quella parola: maledetti, non aleggi dove viviamo e neppure altrove, altrimenti non ci sarebbe nessun cambiamento e per le nostre città, nazioni, continenti non ci sarebbe speranza, perché l’indifferenza è il peggiore dei contagi e non ha cura.

sbavature

I suoni si gonfiano dalla vecchia radio;

morbidi sul rumore di fondo

assomigliano a colpe mai perdonate.

Onde medie e valvole imprecise, per scelta,

oggi riportano ai tepori rumorosi d’infanzia,

agli elastici un po’ lenti,

alla voglia di rimettere a posto indumenti

negli accordi che sbavano appena.

Basta tendere l’orecchio e s’ intuiscono pensieri,

che infilano imbuti di note:

pare, m’era sembrato, mi pareva,

bianchi e neri di suoni, simmetrie di sentimenti, rimbalzi.

La musica ? Non ci salverà, come i ricordi.

Il pensiero è altrove,

nella luce d’inverno che corre presto nella notte,

rossa ed umida in cerca di calore,

da far vibrare di carezze il cuore.

Nuove resilienze

La pioggia ha concesso una tregua, avremo tre giorni di sole e poi di nuovo pioggia. Questa lunga stagione di calore e siccità ha accumulato un’enorme energia, distribuendo nel mare e sulla terra. Non tutto riceve con la stessa gratitudine, il mare è troppo caldo e i granchi non diventano moeche, la terra si raffredda prima, l’aria lo racconta bene ma tutto interagisce col mondo vegetale e animale, che restano indecisi sul da farsi. L’autunno e l’inverno erano stagioni di quiete, ora i delicati sensori della memoria delle specie cercano di interpretare i segni, novelli auspici, per essere meno confusi sul futuro.

La pioggia forte ha sconvolto i piani, dopo tanta siccità il desiderio d’acqua rende fragile il terreno, gli argini, noi stessi. La fragilità in cui tutti viviamo dovrebbe costantemente preoccupare e far chiedere atteggiamenti conseguenti, lo capiscono anche alberi e insetti, e questo dovrebbe essere chiaro alla politica e a chi amministra, ma non è così.

Si invoca la resilienza, parola prestata dalle proprietà dei materiali, trasferita all’uomo, messa persino negli affari e nelle questioni sentimentali, declinata nel solo significato positivo, ovvero la capacità di ritrovare se stessi dopo un evento traumatico.
Ma esiste una parte che non viene esaminata, ovvero se ciò che ha determinato l’evento fosse o meno evitabile. Sembra strano che ciò influenzi la resilienza? No, se pensiamo che non siamo metalli o pezzi di plastica, se non pensiamo che le popolazioni che traversano mari e deserti poi alla fine arrivino uguali a chiedere asilo e vita, se per noi stessi non crediamo che tutto ciò che ci accade non ci cambi dentro, non muti, gli amori, le gioie, la specie.

Per questo nelle dichiarazioni di chi è investito dalle bufere di questi giorni o dalla possibile perdita del lavoro, fa emergere accanto alla resilienza, la rabbia o lo sconforto, o la rassegnazione. Tutte emozioni che non solo modificano la resilienza, la sua positività nel ricominciare, ma cambiano l’animo delle persone, la percezione di essere comunità e subentra una rassegnazione al degrado.

Così c’è anche una resilienza negativa che appartiene a chi ha il potere o detiene privilegi fondati sull’appropriazione di beni comuni, una resilienza che tiene strette le sedie occupate e rende impermeabili alle priorità della realtà, indifferenti al clima e alla guerra altrui, supponente sul mondo e sulla verità. Una resilienza che si nutre di parole e non fa nulla di concreto oltre far finta di esserci prima di tornare al sicuro, professionisti di ogni prima emergenza prevedibile. Sono i resilienti confacenti alla vischiosa gestione di un presente fatto di promesse. Fa cosi specie sentire l’annuncio del possibile rischio dei prossimi giorni  da parte di chi governa che ci si chiede chi doveva introdurlo nell’agenda delle priorità. Quando si capirà che gli eventi accidentali non sono in gran parte tali, allora la resilienza positiva consentirà di cambiare il modo di vedere il mondo di chi lo governa, di chi specula sulle disgrazie, di chi non fa bene il compito a cui è chiamato. E chi fa informazione questo dovrebbe capirlo, prevedere ciò che accadrà e dire chi ne è responsabile. Ogni giorno perché gli eventi hanno radici nel non fare e di questo bisogna parlare chiedendo non le scuse ma la decenza del silenzio di chi ha governato lasciando che la fragilità crescesse, cambiasse i ritmi vitali, diventasse tragedia per molti. E si dovrebbe pure dire che il denaro potrebbe cambiare le cose, che produrre, mangiare, muoversi, rispettare diversamente il mondo cambierebbe la storia e i conti in banca di chi continua a devastare e consumare ciò che è di tutti. Allora la resilienza potrebbe fare il suo lavoro ed essere amica del giusto vivere, non del sopravvivere.

limes a oriente

IMG_0846

Il sommaco non lo sa che c’è un confine tra un prato e una dolina. È un residuo della vecchia cortina di ferro, sia pure di seconda categoria, dove si passava a piedi. Ora nessuno ti controlla perché la casa dei doganieri è vuota e neppure la sbarra c’è più. Il sommaco non lo sapeva neanche prima e macchiava di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente libero. I fiori, l’erba, si distribuiscono e radicano con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. Un tempo la commistione era facile, parlava più lingue, condivideva il letto, la tavola, la culla e il camposanto, adesso è più difficile. Questa è una rotta di terra per chi emigra e l’ospitalità che metteva assieme le umanità, tace. Così questo cammino ci pensano gli stati a renderlo difficile. Per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio, tutte cose che un emigrante è disponibile a fare, ma non chi ha convinto i poveri ad essere nemici di chi è più povero, non chi si abbarbica al molto che ha e che non vuole accogliere. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, come fa questa terra difficile e generosa per chi la coltiva. Si sono generate da oltre un secolo, distinzioni, identità e sospetti: paure immotivate e cieche. Mentre l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Lo faceva la Repubblica Veneta, l’impero Austro-Ungarico, il Turco, poi è cambiato tutto e fascisti e nazisti hanno scavato solchi ben più profondi delle foibe.

Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada, la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono disposti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, ci sono grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci di ferro, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. È come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto, la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli, mentre i grovigli di fili vengano nascosti in case senza finestre che hanno in cortile trasformatori possenti che friggono l’aria. Ci sono cabine e case per l’elettricità perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, sembra non ci sia nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. Così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado, fuorché la pietra e la selva che esplode dove si è fermata la fatica del coltivare e li anche gli uomini sono rari. E allora per chi è tutta questa bellezza?

Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi scendo a Trieste. La città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Solo nella piazza vicina alla stazione, si raduna chi non sa dove andare, chi giunge lacero come Lazzaro, ferito, da innumerevoli tentativi di passare frontiere e Lorena Fornasir con il marito, con i volontari della sua e di altre fondazioni, cura ferite, fascia piedi, sfama e dà abiti integri, senza chiedere nomi né religioni a uomini trattati come tali. Sono persone che andranno via subito, diretti in centro Europa, con storie terribili da portare con sé, con anni di cammino, di angherie, truffe, tormenti, morti di compagni e incrollabili speranze. Quella piazza Libertà, dove tutto questo accade, è un molo d’approdo e di partenza, ma anche un luogo di retate per chi non ha documenti validi per restare. Per questo oltre al dolore e alla necessità c’è la paura di essere ricacciati indietro nel gioco dell’oca dell’inumanità. È un limes, piazza Libertà, dovrebbe essere una terra di nessuno in cui vale il discorso della Montagna, un luogo da dedicare all’umanità che si fa concreta. Non lo è perché l’opulenza non tollera la povertà di chi va in cerca della propria vita altrove.

Trieste era una capitale senza regno, un coacervo di genti, sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge la bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un passeggio stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.

Sarà lo stesso vento che nella notte spingerà i profughi di decine di paesi verso la frontiera per tentare di passare oltre, per andare verso parenti e amici che attendono nel cuore d’Europa, quell’Europa matrigna che con il loro lavoro resterà pulita, costruirà case e coltiverà cibo per tutti, ma che non vuole essere come il sommaco che si stende libero tra boschi e altri fiori, fiero di vivere in armonia con essi.

4 novembre, i morti perdono sempre

Mio Nonno il 4 novembre 1918 non lo vide mai. Già dall’anno precedente, era morto e sepolto. Alla fine di quella quarta settimana di agosto 1917, avrebbe dovuto essere avvicendato al fronte, ma non era tornato insieme a metà dei suoi compagni; dopo mesi di inutile carneficina, aveva perduto vita, affetti, speranze in una di quelle doline che in 12 battaglie sull’Isonzo si portarono via più di 100.000 uomini.

Ogni tanto passo a salutarlo a Redipuglia, un colle come quelli da cui era venuto e da cui la famiglia sarebbe nuovamente emigrata. La famiglia così glorificata, riempita di pompose e inutili parole, questa volta era rimasta senza maschi adulti ed erano le donne e bambini ad andare verso l’ignoto. Quella guerra, che faceva piangere ogni famiglia e disfaceva quello che si era conquistato con fatica, costringeva a riprendere da capo le vite. Più deboli, più fragili, più soli: dov’era la vittoria? La nostra famiglia impiegò due generazioni a ritrovare serenità.

A questo dovrebbero pensare quelli che hanno il potere di dichiarare guerra, di trasformare l’omicidio e la morte in atti eroici o in danni inevitabili: che disfare è semplice ma rimettere assieme è complicato, lungo, doloroso, mai uguale.

La guerra la dovrebbero fare i ricchi, perché sono loro che si dividono il surplus di benessere del mondo. Sono loro a cui non basta mai la terra perché non la lavorano, le case perché non le costruiscono, gli agi e le ricchezze perché non nascono dal sudore e dalla fatica di vivere. I poveri o quelli che vivono del loro lavoro, dopo la guerra, se va bene resteranno come prima ma quasi sempre ne usciranno ancora più poveri, maltrattati, retrocessi a miseri.

La guerra devia le vite dal loro corso naturale e i morti perdono sempre. Gli affetti si trasformano in dolore, ciò che era possibile diviene difficile, spesso impossibile e ogni vita stroncata trascina con sé altri destini, ne segna il futuro. Poi tutto trova un faticoso equilibrio ma prima di ogni guerra, dovrebbe levarsi la maledizione corale per chi la provoca, la inizia, la prosegue: nessuna delle sofferenze sarà senza un responsabile e che esso sia esecrato non glorificato.

vicino al fiume

C’era l’aria torbida vicino al fiume, con un cielo basso, che quasi toccava l’acqua. Lungo il viale, dopo i platani, i bar tenevano i tavolini all’aperto tutto l’anno, usavano quei funghi a gas che riverberavano calore verso il basso. I tavolini tondi di alluminio, le coppie spalla a spalla, sedute dalla stessa parte, dividevano tè caldo e spezzavano i biscotti, offrendoseli l’un l’altra. Spezzare i biscotti era un gesto di amore, anche se riportava a chi sapeva, il ricordo di vecchie penurie, corridoi adattati a refettorio per i doposcuola, suore che lesinavano i biscotti semplici chiedendo fioretti e piccole rinunce. Così i biscotti si spezzavano per farli durare più a lungo e si mettevano tra le labbra succhiando li prima di masticarli perché il dolce durasse a lungo. Oggi non era così e condividere era parte dell’allegria amorosa, li guardava con tenerezza, seguendo un ricordo che riscalda a il cuore.

Si mise in un tavolo d’angolo da cui vedeva sia la strada con i tavolini e i giovani visi intenti a parlare e ad ascoltare, sia il piazzale, l’acqua e la porta antica. Questa era già illuminata sotto l’arco, in un preannuncio di sera. La porta del bar, aperta, mandava l’odore dei toast e del caffè, si sentiva spesso macinare i chicchi, lo sbuffo del vapore che schiuma a il latte, sotto questi odori improvvisi e forti, c’era il profumo del legno del perlinato che avvolgeva pareti e la terrazza esterna. Il suono delle voci giovani, i richiami a chi passava, si mescolavano con le risate e il tintinnare dei bicchieri. Era un entrare giovane e allegro, nella sera che compiva lezioni e studio.

Per scacciare l’odore dolciastro delle sigarette e degli spinelli, si accese mezzo sigaro, guardando il fumo denso che usciva dalle sue boccate. Alcuni ragazzi sottovento si voltarono a guardarlo, improvvisamente zitti. Sembravano sul punto di dire qualcosa, cambiò traiettoria al fumo soffiando lungo il muro, non dissero nulla, solo spostarono di poco le sedie e ripresero a parlare.
Il pensiero si era disteso come un’ovvietà che riposa e pensare ciò che è utile a chi si ama gli sembrava inconcludente. Quasi offensivo per mancata generosità. Forse bisognava sentirne il limite, si disse, il limite di ciò che è utile e senza fatica lasciare che scorra sino a ciò che diventa difficile o privo di ragione. Fino alla felicità che nasce com’essa crede, e non ha pensiero di durata o contraccambio, ma solo, di rimando, il calore. Solo il calore di sentirsi avvolti dall’attenzione amorosa.
Fumava, pensava, ascoltava e beveva guardando la luce che diminuiva sul fiume. I tavolini si svuotavano, altri si sedevano ma in minor numero, i ragazzi andavano verso altri luoghi di incontro. Era tutto così naturale in ciò che vedeva, nelle attenzioni, nei sorrisi, nei baci, che solo l’educazione doveva aver reso arduo l’amore, difficile la sincerità e la comunicazione profonda tra persone che arzigogolavano, usavando modi di dire per lasciare che l’altro intuisse I sentimenti oltre le parole ed erano inutilmente timidi o sfacciati. Sbagliavano toni e tempi per incapacità a lasciarsi andare e pensò alla malinconia successiva degli incontri sconclusi, che era un modo per contemplare l’inadeguatezza propria e altrui nel rompere quella cattiva educazione a celare il tumulto del sentire.
Sarebbe bastato dirsi che veniva trascurato, tutto il bene creato e dato, l’amore generato, la gioia di sentire se stessi nell’altro, il desiderio, la riservatezza di ciò che solo una persona poteva davvero udire e capire. Tutto quello che avrebbe dovuto rendere fieri, non solo d’averlo vissuto, ma tenuto nella sua considerazione piena, veniva deviato e trattenuto.

Dire ad alta voce che hai amato, ami, e vivi anche le difficoltà con l’inerme forza di chi sa volare eppure sta a terra era una forza eversiva che il mondo confina a nelle età giovanili o nei poeti, mentre era patrimonio di tutti. Ma erano parole senza modestia, che avrebbero irritato o messo a disagio, che avrebbero cambiato i modi di vivere per l’intensità sovversiva che si contrappone all’usuale, al ripetuto. Un ritorno all’ordine che era perdere spontaneità e colori, essere coerciti e coercire mentre il vuoto toglieva prima senso e poi le stesse parole, per sostituirle con altre, innocue e senza suono. Per quello restavano dentro, le parole, per quello le conversazioni si interrompevano e non si sapeva che dire che fosse insieme una verità e un eufemismo dell’amore.


Neanche stasera un tramonto decente. Sorrise, il sigaro era finito, nel posacenere, un cilindro grigio, consistente e grezzo attendeva di dissolversi in polvere. Era un’immagine dei pensieri irti, dei dovrebbe che erano stati e non erano più. Annusò la sera e l’odore dell’acqua lenta che calava con l’umidità. Tornarono altri ricordi. Sotto la porta antica la luce, gialla e calda lo richiamava. Si alzò e si avviò in quella direzione. Ricordava ed era bello vivere e aver vissuto.


È bello il percorso che fai,
vola dentro e fuori di te,
non soccombere a ciò che ferisce.
Ascolta la meraviglia del vivere con passione, e ama senza ritegno, ama.

facilmente la notte scivola nel giorno

Nell’abitudine a togliere il fastidio del ricordo c’è il senso degli anni bianchi, nascosti accuratamente assieme alle passioni e ai sentimenti d’allora. Aver deciso significava prendere una strada, non eliminare i desideri e ciò che promettevano nel mutare la vita, è il timore d’aver sbagliato che fa dimenticare? E perché ha trascinato con sé l’attesa e la gioia delle estati calde e fresche d’acqua di canale o di mare, le primavere disposte attorno a una Pasqua ricca di verde e di paure per la prossima fine della scuola. Come se lo scegliere allora avesse sporcato la coscienza e reso il dimenticare lieve e pervicace per non tenere come riferimento il piacere mischiato alla paura di crescere. E’ stato un ripulire il pensiero che eccede il presente a difenderlo dal senso d’aver perduto anziché vissuto.

Le notti erano brevi senza ora legale, interessanti e ricche di fresco e di profumi, di pietre calde e di scalini in cui sedersi a parlare o stare a guardare le nuvole gialle illuminate dalla città. Attorno c’erano persone che s’alzavano molto presto, prima dell’alba erano in piedi con pane e caffelatte sulla tavola, la porta chiusa piano, l’odore dei corpi che dormivano nelle stanze sempre troppo piccole. Erano autisti d’autobus, ferrovieri, facchini, macellai, spazzini, baristi di bar per pescatori e i cacciatori di valle. Il chiarore distante non diceva loro, nulla della fatica che attendeva il giorno. Per me tornare all’alba o alzarsi a quell’ora, era una libertà, un andare altrove, per loro era la vita assegnata e mai scelta. Conoscevo una città diversa, strade vuote, portici immersi in laghi di buio con le piccole luci dei campanelli, fornai con la serranda a mezz’aria, la porta semi aperta da cui usciva il profumo del pane. Bastava battere sulla serranda, una moneta e la crosta calda e croccante del pane riempiva l’olfatto e il gusto. Attorno vedevo la doppia luce, quella del giorno che si alzava e quella elettrica della notte che voleva un luogo per rintanarsi a meditare tra il silenzio e le case immote. I fari delle rade auto e la luce delle biciclette che correvano al lavoro evitando una rotaia o una buca, erano l’annuncio di una confusione che ci sarebbe stata ma ancora dormiva.

Ti raccontavo di queste persone e mi vergognavo supponendo la noia dei miei discorsi, sembrava t’interessassero per riderne, gli ultimi approcci alle prostitute, la faccia o il vestito di chi ancora era alzato per un desiderio, ma il resto che mi prendeva dentro, lo perdevi in quello sbadiglio da tavolino di bar, tondo e freddo come il cicaleccio che c’era attorno. Di notte non parlava nessuno o quasi, chissà come si poteva descrivere bene, il silenzio fresco in cui c’erano solo ordini, gridi improvvisi, rumore di ferro, di freni, odore di gomma mescolati nell’aria che portava i rumori. Tolta la civiltà c’era il profumo degli alberi che fiorivano nei giardini segreti di questa città così gelosa dei suoi spazi e delle proprietà. La luce lasciata accesa, il movimento dietro le tende di una finestra, le case che non dormivano.

Come c’era qualcosa allora che urgeva, rendeva difficile il sonno e mi spingeva fuori, ci fu poi una svolta che con la biacca ha accuratamente cancellato quelle notti, il sentire, le paure di un crescere che si spartiva tra la necessità e la libertà. Ciò che ora emerge dalle crepe che la vernice del dimenticare non riesce a nascondere, sono tracce di colore. Il blu del minio, così simile a quello del cielo di notte che avrei trovato in quella scuola mai desiderata, il suo stendersi sottile sul piano di ferro levigato a specchio, la prova del lavoro fatto e l’insoddisfazione perché c’era sempre un eccedere che si mostrava per essere tolto. Era un provare in cui i desideri dovevano combaciare con il fare, i miei non combaciavano mai. C’era il grigio e l’odore del ferro, il rumore strusciato della lima da mazzo, quello discreto della lima piatta, l’odore della stoffa della tuta con l’afrore acido del grasso e del metallo. Era un attendere di uscire e poi fuori, all’aria, correre verso qualcosa che fosse diverso. Dalla biacca emerge il sapore delle lacrime, il cuore stretto dal buio, la sensazione di essersi perduto. Non smarrito, perduto a se stesso, la necessità di una riva, di qualcuno che ti creda, che non ti tiri un pugno o dei sassi, che non s’avvinghi in una lotta dove la camicia bianca diventerà marrone di polvere. Dalle crepe emerge un odore di sera e di soldi risparmiati e scialati per un poca d’amicizia che arrivi a fine settimana e forse oltre. La pizza bollente, la mozzarella, la bocca sporca di pomodoro e attorno tutto un mondo di grandi che fanno altro, si muovono, chiedono di essere lasciati in pace. Il freddo del pavimento della chiesa, le parole del prete, il gioco, la lotta a non farsi trascinare dove c’era buio, paura e sporco. E di giorno la scuola e la paura di crescere dove non c’era la giusta terra. Pianta senza criterio, destinata ad essere potata senza remissione, senza un fine che capisse. Così si capisce che avevo chi mi amava ma ero solo. Non capito, sconcluso, portavo pesi che non erano miei, ed ero solo. Fuorché la notte e con i sogni, lì ero libero e vorrei ricordarla bene questa libertà ch’era un andare, un fuggire senza il coraggio di non tornare. Vorrei riportarla fuori da quello strato di vernice che l’ha occultata quella libertà, anche se sento che ha spinto verso dentro il sentire e l’ha mescolato con lo scorrere successivo dei fatti della vita, invece emergono frammenti, colori che stranamente si combinano subito con ciò che sono. Persino gli odori trovano le corrispondenze, ma non basta perché non è tornare indietro e rimettere in ordine le scelte, fare altro e altrove. Questo è sogno e utile com’esso sa essere ma il kairos, d’altro parla, per questo odora sempre di futuro e d’intuito nel cogliere l’occasione. E forse per questo si bianchettano pezzi di vita, anni, perché in altra forma si ripresenteranno, ci meritiamo infinite occasioni e sarà quello il momento di decidere se c’è del nuovo in noi oppure è davvero passata la notte.