a proposito di fatiche inutili

Credo che i giorni di impegno dovuto siano fatti apposta per farci apprezzare meglio i giorni di quiete. E anche se poi, quando si ha tutto il tempo a disposizione, quelle cose che abbiamo dovuto posticipare, non sono più così desiderabili come allora, un messaggio comunque ci arriva sull’uso del nostro tempo e su quanto ne sacrifichiamo a qualche deità mai messa in discussione.

Se riusciamo a rifiutare, o almeno a limitare la continua ingerenza del dover rispondere, la vita sembra spostarsi dall’attesa di una tregua al vivere del giorno e tutto acquista maggior senso. Questo bisogno di senso riguarda anche l’inutile e l’insensatezza, che non ci sarebbero se non vi fosse una loro necessità per noi.

In questo agosto così piovoso ho imparato ad apprezzare il sole e me ne sono ricordato oggi, e in altri giorni zeppi di difficoltà piccole e fastidiose che stancavano e ti lasciavano spossato da una fatica senza nome. Conservare la capacità di vedere innanzi e di vedere prima, cogliere il mutamento e parteciparne. Sono cose che appartengono solo a noi e ci collocano fuori dalle mode, dal pensiero senza critica, fanno resistere e prendere altre direzioni. Nel riposo forzato della pioggia, nella lettura senza obbligo, ho sentito una dimensione  forte e feconda che portava l’idea di una alterità del vivere, perché il riposo ci dice che non esistono molte delle necessità e urgenze di quando si corre. E così molto di ciò che sembra non modificabile rivela non poca inconsistenza. Così nei giorni della fatica necessaria e dovuta dovremmo essere sereni per dominarla. Come nella tempesta che la prossima volta non sarà eguale, ma la serenità la ricondurrà al suo essere transitorio. Passerà.

8 settembre

Oltre le parole, sempre difficili in politica nei loro tempi, affidabilità e univocità, mi inquieta quella fotografia dei 5 giovani leader sul palco della festa dell’Unità di Bologna. Guardiamola: tutti vestiti allo stesso modo. La camicia bianca aperta e le maniche arrotolate, i pantaloni informali, per 4 sono neri, per lo spagnolo ci sono i jeans. Il messaggio sulla gioventù che cambia il mondo e si ritrova assieme, è evidente. I segni non sono banalità nella nostra società. Insomma si consacra un’ iconografia. Sul terreno delle idee e del cambiamento le cose sono più complicate, i poteri forti sono ancora forti e vecchi. In quei poteri anche i giovani sono subito vecchi perché i principi del denaro non perdonano, sono evangelici, o dall’una o dall’altra parte, il barcamenarsi non è consentito. Lo sappia Renzi, ma forse lo ha ben compreso. E oltre alle parole che attendono concretezza, cosa m’ inquieta? Quell’assonanza con una vecchia fotografia di Berlusconi in vacanza dove tutti avevano la stessa tenuta e la maglietta a righe. Non posso fare a meno di ricordare che anche qui valeva il dentro o fuori e il dissenso aveva vita grama. Divise, modi d’essere, di appartenere. A me ancora piace il pensiero libero per quanto può, la possibilità di dissentire, il dire ciò che si vede e si pensa. E’ strano, una verità, pur parziale, dipende da chi la dice, dalla sua età, dalla sua storia. Difficile discutere sull’oggetto, sull’evidenza, meglio parlare di ciò che muove le parole, anche il dire la verità, che cessa di essere tale. E questo è vecchio, terribilmente vecchio, in politica è il processo alle intenzioni.

8 settembre: comunicato del generale Badoglio che l’Italia ha chiesto un armistizio agli americani. Badoglio è lo stesso di Caporetto, quello che una commissione parlamentare riconobbe insufficiente nella sua azione e nei suoi ordini per evitare la disfatta. Allora, nel ’17 non dette ordini necessari, non fu rimosso, fece carriera e l’8 settembre ’43 si ripetette. Nel comunicato, non ci sono ordini, nessuno sa che fare, neppure il nemico è determinato. Chi ha voglia e tempo di leggere su quei giorni, si accorgerà che da qualunque parte si guardi fu chiesto ai soldati l’eroismo e l’amor di patria e dall’altra parte ci fu la fuga a Brindisi e l’abbandono dell’Italia ai Tedeschi. Una vergogna incancellabile.

Mio padre era a Bologna l’8 settembre, divisione Ariete, i resti di quanto rimasto dopo El Alamein, Alla mattina del 9 settembre, in caserma c’erano 1000 uomini, oltre cento carri armati, nessun ufficiale. La caserma fu circondata da un battaglione tedesco, non c’era neppure chi potesse discutere la resa. Il 10 i militari, erano già incolonnati per essere deportati in Germania. Mio padre scappò durante il trasferimento, gli andò bene, spararono ma non lo presero. Poi gli anni di macchia fino al ’45. Parlo di questa storia di casa perché non pochi morirono nei trasferimenti e in Germania, altri in Italia, ed erano persone che non avevano scelto di morire, ma semplicemente avevano detto di no all’arruolamento nella R.S.I. o tra i tedeschi, o alla vergogna.

8 settembre. Ieri in piazza della frutta a Padova, c’era don Ciotti, e 2000 persone a sentirlo. Poi hanno cenato assieme senza distinzione di censo, età, religione, colore della pelle, sesso. Come dice la costituzione per i cittadini che hanno scelto di vivere in questo Paese. Era bello vederli in fila che attendevano di poter riempire un piatto magari con cibi mai mangiati prima. C’erano menù di vari paesi e tutto era gratuito ed è finito anche troppo presto, perché le persone avevano voglia di stare assieme, di essere in piazza, di sentire la città, mentre arrivava una notte finalmente tiepida e amica. Don Ciotti aveva detto, concludendo, che le mafie e l’illegalità sono più forti nei momenti di crisi, che non bisognava avere paura ma opporsi, vivere una vita per ciò che si sente giusto, perché quello è vivere. Poi s’è fermato, è stato un momento, come un pensiero, e ha ripreso dicendo, non ho paura perché non sono solo, ma siamo noi. E quel noi mi è parso così grande che non era settembre ma primavera e noi non avevamo davanti il declino, ma la speranza.  

8 settembre, sembra sia tornata la stagione giusta, fa caldo. Finalmente. E’ bello pensare che settembre è un mese che contiene cose, ricordi, possibilità, futuro. In fondo non cessiamo mai di essere scolari e la scuola di allora ha ancora un senso dentro di noi ben oltre ciò che si è appreso. L’anno successivo alle elementari tornai nella mia vecchia scuola: era tutto diverso, non appartenevo più, eppure quei luoghi così distanti erano stati la mia dimensione. Lì ero cresciuto ed era divenuto piccolo il cortile e il banco, ora crescevo altrove, ma capivo già allora che quello che era accaduto non se ne sarebbe andato. Mi sembrava assoluto e solo poi ho compreso che gli assoluti durano meno della vita di un uomo.

8  settembre, sembra che si apra un nuovo attraversare gli anni e il tempo. E’ bello pensarlo, come è bello guardare attorno, vedere ciò che mi piace e ciò che non gradisco. Non assolversi dalla capacità di vedere, capire, prevedere. Ieri pensavo ad un autore che amo assai: Heinrich Böll, al fatto che diceva che amava tutto della vita, il dormire e lo svegliarsi al mattino, l’amore  e la sua difficoltà, la fatica e il riposo. Ciò che non amava era l’essere costretto a fare cose inutili, la burocrazia, gli obblighi senza senso, e mi sono ritrovato così tanto nelle sue parole che ho ripreso un suo libro. E leggendolo sentivo che settembre è un mese per iniziare bene, ma non è un mese per i furbi, per i potenti, per i codardi, è un mese per gli uomini. Quelli normali, quelli che si oppongono se pensano non sia giusto, per quelli che vogliono amare ed essere amati, per quelli che sentono che hanno da fare, e pure molto, e che quel fare li riguarda. E’ cosa loro. 

sul mio scrivere

Si capisce abbastanza presto che non si riuscirà ad essere un genio nelle scienze esatte. Non è questione di autostima, ma del fatto che non viene fuori il nuovo. Non basta capire, serve di più: coraggio e fuoco per imbarcarsi in un’impresa in cui si è sicuri di non sbagliare anche quando si sbaglia. Nelle scienze umane la cosa è più sfumata, cioè ci si impiega un po’ di più a capirlo, ma la faccenda si risolve che se non si è arrivati a dire qualcosa di veramente nuovo a 30 anni, il resto servirà più a noi che agli altri. E allora la domanda è: il resto della vita come lo si impiega? Nella ricerca di ciò che è apparente, nella medietà del sentire. Essere un po’ piacioni, insomma, oppure può andar bene coltivare ciò che piace senza altra ambizione che non sia il piacere in sé?

Lo pensavo leggendo la prosa bellissima di Cortazar, seguendo il caleidoscopio che evoca e al tempo stesso pensando che tra le tante cose che leggo ormai la distinzione è tra chi mi colpisce davvero, chi mi diverte, chi mi farebbe perdere tempo se continuassi a leggerlo. E il cerchio si stringe, sono davvero pochi quelli che stupiscono e attraggono nella pletora di pagine scritte che dureranno un paio di mesi. Vale ovunque, nel cinema, nell’arte, nella poesia, ma anche nelle scienze esatte, ciò che non ti cambia dev’essere almeno interessante. Il rischio che a fronte di tanto rumore per nulla si perda qualcosa di importante per noi, ma tanto non ce ne accorgeremmo. E quando lo si è capito sparisce il dolore del non essere in sintonia col mondo e si acquisisce una opinione precisa di sé, anche in una piccola cosa come lo scrivere. 

Ho concluso abbastanza presto che non sarei stato uno scrittore,  e certamente non grande, molte delle cose che scrivevo erano interessanti a pochi curiosi, ma ciò che mi piaceva davvero interessava solo me. Come potevo pretendere che ciò che mi attraeva o sentivo fosse importante a molti? Eppoi se si parte dal sentire, si fanno subito i conti con il mezzo: le parole. E queste mi affascinavano, come mi affascinano ora, le vedevo come scatole infiocchettate che avrei voluto aprire per espanderne il profumo e la densità, e quando lo facevo emergevano tanti e tali significati che mi perdevo in essi e loro diventavano la storia.  

Così il mio scrivere si è involuto in questi anni, dalla ricerca della semplicità, attraverso il togliere sino a far sanguinare il senso e sperimentando il vuoto, sino all’opulenza ammiccante degli aggettivi, con il conseguente rigonfiarsi delle frasi. Uno scrivere che s’è riempito d’aria, perché troppe sollecitazioni lo percorrono, e i pensieri si sovrappongono ai pensieri, cose apparentemente insignificanti prendono identità e significato, le parole assurgono a demiurghi tolleranti e vicende attuali e ricordi si mescolano come se l’uno volesse parlare o peggio insegnare qualcosa all’altro. Così sono arrivato alla conclusione che mancando il genio, bisogna adottare un piccolo discrimine: se una cosa interessa, e fa bene (come lo scrivere) allora è divertente farla e la si fa senza uno scopo che non sia il piacere,  e in questo caso non ci si accontenta, ma si gode e basta. Se invece diventa altro, e il genio non c’è, allora è artificio, inutilità, depressione, e alla fine non porta nulla che serva davvero, né a sé né agli altri. 

pedemontana

canon 100 (71)

Potrebbe essere un film di Germi, la partenza è da un centro commerciale. Quelli che si mettono fuori dei caselli autostradali e che hanno tanti negozi dentro oltre al supermercato. Negozi che aprono e chiudono, perché, prima che merce, contengono speranze e illusioni. Chi apre s’indebita, tenta e poi se sbaglia prodotto o c’è la crisi, si mangia tutto e chiude. Così nel centro commerciale le serrande sembrano chiuse per ferie, ma in realtà sono chiuse e basta. Una bocca cariata, ecco cos’è diventato il ventre opimo del nord est. Seduto su una panca, aspetto. E guardo. Entrano uomini con i calzoni corti e i sandali, le donne hanno vestiti leggeri e trasparenti, caricano i carrelli di offerte. Si avvicinano alla cassa, tolgono qualcosa, poi dell’altro, tacitano i bambini che protestano. Promettono. Poi escono. Dietro alla mia panca c’è un bar pizza e coca cola, ma nessuno mangia e le ragazze puliscono i tavolini per ingannare il tempo. Fuori fa finalmente caldo. L’autostrada era meno affollata del solito, il parcheggio è quasi mezzo pieno. Fa speranza dirlo, ma con gli occhi bisogna pur vedere che c’è ripresa. Di cosa? Cosa riprenderà? Conosco bene le zone industriali che non si fermavano mai, qui ci sono ancora molte imprese, tra qualche capannone vuoto, ma adesso sono ferme. E’ agosto. Speriamo su settembre, così m’hanno detto. Quando cala il lavoro, spariscono i sogni. Era un sogno, abbiamo sognato tutti, ma poi ci siamo svegliati. Qui c’era benessere e piena occupazione, adesso no e allora comprano il necessario al supermercato e scelgono le marche e i costi più bassi.

Attraverso il piazzale, entro in un altro edificio commerciale, qui c’è anche una palestra per fare free climbing, ci sono ragazzi che arrivano con la loro borsa, si mettono la tuta, e cominciano ad arrampicare. Ci sono anche ragazze che arrampicano, snelle nelle loro tutine, si parlano finché sono in parete, scherzano, ridono. Sotto c’è un bar, ma siamo solo noi a consumare. I ragazzi vengono, arrampicano, si rivestono e ripartono. A fianco del bar c’è un negozio specializzato in attrezzature e alimenti dietetici da palestra. Qualcuno entra, guarda i bottiglioni, poi saluta ed esce. E’ importante essere educati sempre. Noi intanto parliamo, diciamo, prevediamo. Troviamo un accordo, ci salutiamo. Ognuno va verso un punto cardinale diverso. Punto ad ovest. Fa caldo e me lo godo, apro il finestrino. E’ mezzo pomeriggio, il piazzale è ancora mezzo pieno. Comincio una sequenza di strade statali e provinciali. Sullo fondo c’è l’azzurro delle prealpi. Azzurri tenui, nostalgia. Quando cammino a lungo in montagna, mi sorprende sempre la distanza che si riesce a fare a piedi:. Si vede una montagna lontana e si comincia a camminare. Poi pian piano si sale e si arriva in cima, si guarda e si vede lontana la pianura, il posto da cui siamo partiti, neppure si scorge. Poi si ridiscende e si torna dov’era rimasta l’auto o la casa, e in mezzo alla stanchezza ogni volta capisco la percezione fasulla che ci portiamo dietro. Distanze, luoghi, oggetti, tutto alterato. Non credo sia solo un mio problema, è proprio che non sappiamo dove saremo, come fa un corpo che porta se stesso a spostarsi così tanto e restare se stesso. A me meraviglia sempre, magari per gli altri è normale.

La pianura è un susseguirsi di alberi ai lati delle strade, case, capannoni, e più dietro campi. La pioggia insistente ha reso tutto verde. Inopinatamente così verde d’agosto quando il giallo e il marrone erano ben presenti. Alla radio, Molesini parla del suo ultimo libro. E’ ambientato al Lido, allo scoppio della prima guerra mondiale, al grand Hotel Excelsior. Mi torna a mente il gran ballo con lo stesso nome, il positivismo, la nascita di tutto quello che oggi conosciamo. Einstein con quattro articoli cambiava la fisica e la percezione del tempo e dello spazio e così ci consegnava in luoghi che ancor oggi non capiamo bene per le loro conseguenze. Freud cercava di dare ordine logico alla mente e alle sue manifestazioni, la pittura, l’arte faceva esplodere la percezione e tutto prendeva il volo o velocità. Su terra, mare, aria. Facile dire adesso, piroscafo, transatlantico, ma allora c’erano ancora navi di legno e vele. Tutto ribolliva e il mondo sembrava un’ immensa femminilità feconda che forniva piacere e nuovi figli. Poi i padri avrebbero sacrificato i figli in un immenso massacro. Ben presenti da queste parti le tracce di allora. Ogni uomo contiene una meraviglia: i suoi anni, bisognerebbe dargli modo di viverli, sia quelli passati che quelli futuri, ma pare sia difficile viverli davvero bene. Anche da giovani. Forse di più da giovani adesso.

Strade, rotatorie, pubblicità, altri centri commerciali, città piccole che per chi ci abita sembrano grandi e minuscole allo stesso tempo. L’attività umana non è solo cose, oggetti costruiti, simboli, denaro, successo con tutti i loro opposti. Attività umana sono anche questi campi di grano ceroso che alimentano la più grande pianura per animali da carne d’Europa, sono questi fossati mal tenuti, i canali, la gora di un mulino che gira una ruota di un ristorante, gli infiniti filari di prosecco che rigano le colline. Attività è il dubbio, l’indecisione tra un amore per il proprio lavoro, la terra, il guadagno, la contraddizione di tutte queste case, villette, giardini e aree industriali che sono ingresso e arrivederci dei paesi.

La strada è quasi una schioppettata e sino a Bassano non ha dubbi. Lì poi dovrà scegliere, o puntare su Trento inerpicandosi per la Valsugana, oppure continuare a lambire i monti per andare a Vicenza e poi a Verona. Altrimenti si sale sull’altopiano, ma questa è un’altra storia. Quelle montagne che erano azzurre ora sono verdi e grigie di rocce, schermano la luce, la ricevono dalle nubi che riflettono. Tutto si corruga, si semplifica e si addensa. I prati, le case, i capitelli, le strade che perdono le intersezioni. Nella mappa dell’andare in quest’arco sotto le prealpi, emana pensiero, cura dell’esistente, stravolgimento, ferita, violenza, riordino, ipotesi mal riuscite e slanci d’ingegno. Poi qualcuno si ricorderà il nome di un ristorante famoso, ma non saprà nulla della gipsoteca del Canova a Possagno, né della bellezza di Feltre, però calzerà scarponi iper tecnologici, senza dolersi di non sapere che da queste parti è nata la stampa a caratteri mobili. Ci saranno evidenze che lo colpiscono, ci passo in mezzo, qui si vende la cultura di un fare antico, sia esso un formaggio o una ceramica, un vino, un assale, un liquore, che qui è nato, anche se poi non sempre viene fatto qui. Però spesso lo è, ci provano. Andrea Molesini parla di un tempo sospeso: è il 28 luglio 1914 e in un grande albergo, la notizia che il mondo entra in guerra dev’essere filtrata, ricondotta alla normalità. Anche qui il tempo è sospeso, pare anche normale lo sia, ma per fortuna non c’è nessuna guerra, solo che non si sa più dove andare. Cosa accadrà. Per questo rallento e guardo attorno, come per apprendere risposte da ciò che mi circonda. E che non dev’essere muto. Sono io che non capisco. Deve pur significare qualcosa tutto questo dimostrare d’essere, costruire, fare, mutare. Ascolto e cerco di recuperare un senso, ricucire uno strappo, trovare un nuovo futuro, ché quello vecchio ormai non ha più risposte. Così penso mentre vado e viene sera.

eccessi e finte virtù

canon 100 (91)

Camminando, dove non ci sono strade, ci si accorge della semplicità e rarefazione dei simboli rimasti. Le cose perdono ambiguità e ridiventano ciò che sono. Si semplificano, apparentemente, acquistando identità e profondità. Non o che effetto abbia tutto ciò sul corpo, magari qualche neuro scienziato lo spiegherebbe con i flussi, stimoli elettrici e quant’altro, ma sarebbe leggere una mappa, non sentire un territorio. La mia sensazione è che il corpo si accordi e forse da questo -e dalla fatica antica e nuova- si svuota la mente e subentra una serenità legata al luogo. Anche per questo dovrei spegnere il cellulare e casomai raccontare dopo.

Decodificare in continuazione stimoli e simboli affatica, anche se è in automatico. Riempie di semplicità apparenti, perché molti simboli contengono divieti. Lavora la testa e non il corpo. Nella natura, e non occorre che fatichi, le cose per me s’invertono, è il corpo che sente e comunica.

Ho l’impressione che si sia confusa la razionalità con l’intelligenza e l’efficienza con il benessere. Ciò che mi consente di comunicare mi rende più difficile sentire, come agisse costantemente un giudizio di valore che mi dice ciò che è buono e ciò che non lo è, e che tutto questo confliggesse con il piacere, ma per analogia non per esperienza. Una cultura edonista che ghettizza il piacere nel momento in cui lo esibisce in forma di eccessi o lo sottopone a finte virtù, ha ben poco di naturale, al più è un altro sistema di regole che si aggiunge ai precedenti. I limiti, in natura, sono più sinceri. Si può frequentare il pericolo, ma non a lungo perché la natura non lo tollera ed espelle, quindi il cammino è più piacevole , meno adrenalinico. Il corpo ascolta e dice, stabilisce ciò che fa bene. Anche sui pensieri lavora. E quando non libera mostra almeno una strada, e la lascia al nostro arbitrio. Finalmente libero.

lettera di ferragosto

Mia cara, 

in questa estate che si spegne, l’acqua percuote il tetto, riga i vetri, si unisce in rivoli gagliardi e gorgoglia intrepida verso i chiusini. L’auto, è sotto i faggi del confine e si riempie di foglie. Stanotte il vento ha scosso a lungo i rami e anticipato l’autunno. Tornerà il bel tempo, il sole, il caldo, com’è da te credo. Pensavo prima al mare, al suo calore indolente, alla bellezza del lasciare che il tempo ci percorra stesi, ai pensieri e ai sensi pigri, i desideri senza fretta, le cose che non urgono. Anche qui non urge nulla, ma i pensieri non si sciolgono e penso che a volte siamo troppo densi di significati. Per natura, forse, come attendessimo qualcosa che riveli l’arcano di nascoste connessioni e trovi il legame profondo con chi vorremmo e con quello che ci sta attorno. Ma,troppo immerse nel divario tra attesa e presenza, le cose s’annodano come capelli ricci. Se volessimo dare un nome a questo sentire, incongruo a noi e al tempo, dove per uso l’utile soverchia i progetti e le vite si consegnano all’ immediato, dovremmo concludere che questa persistenza del sentire profondo, è una lingua della terra del romanticismo. Una piccola penisola, spesso flagellata dal mal tempo della fretta, ma splendente nei giorni di sole e che si stacca lieta dal continente dei luoghi comuni e della conformità di pensiero.

Sarà per questo essere fuori tempo,e nel sentire la malinconia che a volte t’invade, che mi prende la voglia dell’abbracciare muto, del silenzio al posto del racconto. Ascoltare e basta, mentre il respiro si accorda, come un avvolgere e tenere. Dei tanti abbracci possibili questo mi viene, partecipe e senz’altro scopo che non sia l’esserci. Come si può e meno di come si vorrebbe. Poi le vite serpeggiano, trovano la loro strada, ma al contrario dell’acqua che si raggruppa e sceglie il percorso più facile e breve per la sua forza, chi ha densità di pensiero, ondeggia, torna sui propri passi, ristà. Mi torna in mente l’infinito dibattito sulla memoria delle cose, e mentre loro, per qualche sensitivo, conservano i desideri nostri , ciò che le ha tenute, toccate, volute, e per altri sono solo oggetti, per noi la memoria indugia sull’impalpabile che ci ha deluso, su ciò che ci ha lasciato monchi di una possibilità. Era, a noi grande, e su di essa, si era generosamente investito, così luoghi e cose, diventano i testimoni di quello che non è riuscito a essere e sembrano avere la nostra impronta di tristezza. Mi pare allora che da questa memoria togliamo ciò che siamo diventati, la crescita che è seguita al dolore e così la possibilità futura ci pare tanto distante e piccola, da giustificare la malinconia dell’assenza di ciò che non è stato. Mi verrebbero, parole inutili, così è meglio il silenzio che avvolge e rincuora chi abbraccia e condivide. Di questo ci si rende poco conto, ovvero come la malinconia scavi in chi nell’altro l’avverte, e che quel vuoto chieda d’essere colmato. C’è chi fa l’indifferente, chi semplicemente non si cura, chi vorrebbe, per una volta, essere un guaritore che cancella le ferite. E per chi non è nessuno di questi uomini, che resta? Resta il partecipare, il mettere assieme, il sentire.

La pioggia ancora cade, morbida e fitta. Nella casa vicina, qualcuno ha acceso il camino, alla finestra s’avvicina una donna che fuma e tiene i vetri socchiusi. Mi guarda e non mi vede, chissà a che pensa. Forse alla stagione. Preferirei pensasse a sé, a come scorre la vita e se la imbeve oppure se le scivola addosso. In paese stamattina, rincuoravano i villeggianti raccontando di antiche nevi d’agosto, come a dire che al peggio c’è sempre qualcosa da aggiungere, mi veniva da sorridere e pure gliel’ho detto che bisognerebbe ricordarsi di quando siamo stati bene e felici non dei momenti bui. Ma questo pare non dia speranza nel futuro e così, attorno il verde, che non lo sa, cresce a dismisura e nessuno lo guarda con meraviglia. Eppure mostra, in piccola parte, cosa sarebbe questo piccolo angolo di monti senza le nostre strade e case di villeggiatura, senza i recinti e i boschi limitati dall’interesse di chi costruisce.

Sulla strada corrono auto verso qualcosa. Ci sono molti posti e luoghi per dimenticare le domande utili che il tempo ci pone. Mangiare ad esempio. Oggi i ristoranti saranno pieni, più del solito ferragosto in cui anche i prati facevano la loro parte. Le pasticcerie saranno state prese d’assalto stamattina, e molti, riempiendosi di sapore, cercheranno la conferma del momento buono, del benessere raggiunto, del futuro quieto e positivo, oppure solo di scordare il presente poco amico. Una tranquillità del non pensare e del trovar conferma nelle cose, quelle tangibili e che hanno ricordi di possesso. In fondo l’esser pieni ha molti significati e per fortuna, qualcuno positivo e felice.

In questi giorni avrei voluto parlarti di ciò che penso di me, dei libri che leggo e soprattutto di quelli che non leggo, delle ultime musiche che mi hanno dato gioia, di ciò che m’ha annoiato. Ci sarà tempo, per chi scrive il tempo non manca. E in quell’abbraccio che ti ho mandato, ti stringo e t’ascolto. Ti sento nella pioggia che nutre e parla del suo andare senza voglia, ti sento vicina e questo è più che abbastanza.

palliativi

Ho bisogno d’aggiustar qualcosa,

un orologio, una penna, un libro,

anche una cornice potrebbe bastare.

Ho bisogno di piccole cose che corrano per il tavolo,

di vitine da stringere a fatica tra le dita,

della necessità di mettere a fuoco, 

e aguzzando gli occhi, intanto pensare

perduto in problemi che hanno soluzioni.

Si potrebbe pensare che ciò sia metafora di qualcosa,

che altra sia la pena o il disagio

ma che conta se dalle risposte ingegnose,

verrà poi una strana pace

senza guerra né oggetto?

.

bradipo

Corro, divoro vita.

Io no, aspetto che mi venga addosso. Ho esaurito da tempo l’idea che la corsa mi dia di più del capire, che l’esperienza abbia un valore se non mi da nulla e non mi rende almeno per poco felice. Ho anche l’impressione che non sia la corsa ma la leggerezza il vero modo di andare innanzi. Che nella leggerezza ci sia un puntare all’essenza, un trovarla e poterla scambiare con chi ha tempo per condividerla.

Magari sono gli anni che si accumulano, ma la stagione delle corse ormai non mi attrae più. Ciò non significa che rinuncio ad andare incontro al nuovo, anche se mi attrae più la bellezza della novità. E la bellezza ha bisogno di tempo e leggerezza. Per accoglierla e per darle spazio dentro di noi.

Credo ci sia generosità nella bellezza, che sia un uscire da sé che non ha equivalenti se non nell’amore. Eppure è difficile trovare categorie morali nel fruire della bellezza. In una astrazione immemore di limiti  è davanti a noi e si propone, basta coglierla. Sì credo ci sia generosità e semplicità nella bellezza. Se c‘è una cosa che il pidocchioso non potrà mai fare è innamorarsi della bellezza, perché vorrà possederla. Ma la bellezza è qualcosa che oltrepassa i mezzi, stabilisce un rapporto dove l’impossibile non è il possedere ma il non esserne posseduti e prigionieri. E dopo tutto diventerà più opaco e privo di luce, se la si perderà come cognizione. Per questo nella velocità e nel nuovo mi chiedo se c’è bellezza, e quando c’è non è né veloce né nuova, al più lo è a me che la scopro. 

8 agosto: nasce la categoria politica del dissidente

Non vorrei scrivere così tanto e spesso di politica. E neppure sono sereno ed equanime al riguardo. Oggi si è approvata una riforma costituzionale importante, spero che chi l’ha fatta non voglia dirsi padre costituente al pari di chi scrisse la Carta nel 1947. L’Italia esce nei suoi equilibri più sbilanciata e fragile, da questa prima lettura parlamentare e purtroppo difficilmente questa legge verrà modificata nei successivi passaggi. Resterà il referendum. In futuro, con l’italicum, la legge elettorale già approvata alla Camera, che assegna gran parte del futuro parlamento, ovvero del potere legislativo (ed elettivo degli organi di garanzia) ad una minoranza del corpo elettorale, chi vince potrà vincere tutto. Essere controllato e controllore. Era questo che il Paese voleva?

Non ho apprezzato il modo con cui la maggioranza del mio partitto ha condotto il dibattito e il confronto, neppure l’opposizione del m5s e di sel, mi è piaciuta. L’una e l’altra più rivolte alla stampa che alla sostanza delle cose, entrambe accomunate dal calcolo politico a futura memoria più che al risultato in aula.  Ringrazio invece i ‘dissidenti‘ per aver rappresentato chi, come me, vuole modificare le cose e dire la propria opinione, lottando fattivamente. A Felice Casson, Vannino Chiti, Walter Tocci, Corradino Mineo e gli altri liberi dissidenti, va la mia gratitudine per la battaglia combattuta anche in mio nome. Da oggi essere dissidente assume una nuova dignità, diventa categoria politica e qualifica chi pervicacemente ribadisce una visione, una alternativa,  senza sentirsi minoranza, perché la ragione non può sentirsi tale. Essere dissidente oggi travalica la questione di coscienza, il sentire personale, diventa una possibilità collettiva e libera di far politica, di modificare la società. Un modo per impegnarsi e lottare senza per forza uscire dalla politica e mettersi in disparte o cambiare bandiera. Praticare il dissenso come coerenza a sé e alle proprie idee, praticarlo ovunque, senza pretestuosità e attese personali, andare in direzione contraria per far emergere le contraddizioni e la ragione, diventa categoria collettiva e quindi politica.

In questo giorni ascolto e penso a quanto sta accadendo in Italia e altrove. Non sono pessimista, spero solo che ciò che è sbagliato non sia irrimediabile. Capisco però che continuando a questo modo, non si risolverà molto: il tempo verrà perso su questioni importanti sì, ma non urgenti né centrali per la vita sociale. Come a Bisanzio si disquisisce e il turco scorrazza dentro i confini. Vorrei astrarmi ma non riesco a non pensare a ciò che capisco, Renzi, ieri sera, invitava ad andare in vacanza tranquilli che tanto ci pensa lui, è una idea che sotto intende che le cose non ci debbano coinvolgere poi tanto. Ci penserà qualcun altro. Una variante del non disturbare il manovratore. Mi spiace non condividere, è così semplice assentire, ma la vacanza aiuta a vedere più chiaro, e così non sono affatto tranquillo. Mi viene in mente l’ashtag per Letta, lo stai tranquillo di pochi mesi fa e anche se parlo poco, sento il peso di ciò che accade. Penso e cerco di capire, se parlo, parlo troppo, ed è come se si desse stura a un contenitore in pressione. Si è accumulato troppo in questi anni e non vedo chiarezza fuori. Ho idee semplici, distinguere tra amici e avversari, tra equità e mercato, tra solidarietà e carità. Vedo un’economia che non viene scomposta dai suoi veleni, vedo sopraffazione e iniquità. Tutto uguale? no, non lo è. Quindi le priorità per me diventano chiare: il lavoro, la giustizia, il falso in bilancio, l’evasione fiscale, i privilegi, la tutela dei giovani e delle parti più deboli della società. Non so quanti sentano le stesse cose, l’impressione è che si seppelliscano i dubbi perché implicano il coinvolgimento e in fondo, vacanza o meno, si vorrebbe che qualcuno risolvesse i problemi senza che fossimo obbligati ad occuparcene, non è mai stato così e quindi non c’è alternativa, o chiudersi in casa e quello che sarà sarà oppure essere dissidenti. Basta scegliere.

la necessaria attenzione

La vogliamo quando parliamo, quando siamo in compagnia con gli amici o con gli estranei. La vogliamo facendo all’amore e quando ci arrabbiamo. La vogliamo persino quando siamo soli e non per prenderci sul serio, ma per essere unici. Quali noi siamo. Di tutte queste affermazioni di noi, del bisogno che abbiamo sin da quando abbiamo pensato di essere indipendenti. Sin dal momento in cui ci siamo distaccati, non dall’amore che ci avvolgeva, ma dalla sua dipendenza. L’abbiamo sperimentata, per poi tornare le prime volte piangenti e poi man mano più sicuri e spacconi. E abbiamo sempre pensato, anche da disperati,  che comunque l’amore non se ne va. L’abbiamo imparato allora, già in mezzo alla paura di perderlo, l’abbiamo trasposto in ogni amore successivo. Abbiamo sentito che come uno specchio si poteva infrangere, perdere la sua forma perfetta eppure continuare a rifletterci in mille immagini parziali. Ma non era quello che volevamo. Una voglia d’assoluto, di cose che restano. Per questo in ogni situazione che ci coinvolge vogliamo, vorremmo, ci serve, la necessaria attenzione Per esserci all’altro, per stabilire che in una forma spuria di bene, noi siamo accolti e tenuti. Questo in fondo sempre vorremmo, essere riconosciuti, tenuti per ciò che siamo, mai ignorati.