sul mio scrivere

sul mio scrivere

Si capisce abbastanza presto che non si riuscirà ad essere un genio nelle scienze esatte. Non è questione di autostima, ma del fatto che non viene fuori il nuovo. Non basta capire, serve di più: coraggio e fuoco per imbarcarsi in un’impresa in cui si è sicuri di non sbagliare anche quando si sbaglia. Nelle scienze umane la cosa è più sfumata, cioè ci si impiega un po’ di più a capirlo, ma la faccenda si risolve che se non si è arrivati a dire qualcosa di veramente nuovo a 30 anni, il resto servirà più a noi che agli altri. E allora la domanda è: il resto della vita come lo si impiega? Nella ricerca di ciò che è apparente, nella medietà del sentire. Essere un po’ piacioni, insomma, oppure può andar bene coltivare ciò che piace senza altra ambizione che non sia il piacere in sé?

Lo pensavo leggendo la prosa bellissima di Cortazar, seguendo il caleidoscopio che evoca e al tempo stesso pensando che tra le tante cose che leggo ormai la distinzione è tra chi mi colpisce davvero, chi mi diverte, chi mi farebbe perdere tempo se continuassi a leggerlo. E il cerchio si stringe, sono davvero pochi quelli che stupiscono e attraggono nella pletora di pagine scritte che dureranno un paio di mesi. Vale ovunque, nel cinema, nell’arte, nella poesia, ma anche nelle scienze esatte, ciò che non ti cambia dev’essere almeno interessante. Il rischio che a fronte di tanto rumore per nulla si perda qualcosa di importante per noi, ma tanto non ce ne accorgeremmo. E quando lo si è capito sparisce il dolore del non essere in sintonia col mondo e si acquisisce una opinione precisa di sé, anche in una piccola cosa come lo scrivere. 

Ho concluso abbastanza presto che non sarei stato uno scrittore,  e certamente non grande, molte delle cose che scrivevo erano interessanti a pochi curiosi, ma ciò che mi piaceva davvero interessava solo me. Come potevo pretendere che ciò che mi attraeva o sentivo fosse importante a molti? Eppoi se si parte dal sentire, si fanno subito i conti con il mezzo: le parole. E queste mi affascinavano, come mi affascinano ora, le vedevo come scatole infiocchettate che avrei voluto aprire per espanderne il profumo e la densità, e quando lo facevo emergevano tanti e tali significati che mi perdevo in essi e loro diventavano la storia.  

Così il mio scrivere si è involuto in questi anni, dalla ricerca della semplicità, attraverso il togliere sino a far sanguinare il senso e sperimentando il vuoto, sino all’opulenza ammiccante degli aggettivi, con il conseguente rigonfiarsi delle frasi. Uno scrivere che s’è riempito d’aria, perché troppe sollecitazioni lo percorrono, e i pensieri si sovrappongono ai pensieri, cose apparentemente insignificanti prendono identità e significato, le parole assurgono a demiurghi tolleranti e vicende attuali e ricordi si mescolano come se l’uno volesse parlare o peggio insegnare qualcosa all’altro. Così sono arrivato alla conclusione che mancando il genio, bisogna adottare un piccolo discrimine: se una cosa interessa, e fa bene (come lo scrivere) allora è divertente farla e la si fa senza uno scopo che non sia il piacere,  e in questo caso non ci si accontenta, ma si gode e basta. Se invece diventa altro, e il genio non c’è, allora è artificio, inutilità, depressione, e alla fine non porta nulla che serva davvero, né a sé né agli altri. 

8 pensieri su “sul mio scrivere

  1. Ottimo articolo. Lampi d’intuizione perfetta. Condivisibile in pieno. La “verità del momento” che non è che purissimo piacere. Quello che fa star bene. Che rinnova le energie,creandone di nuove pur ripetendosi. Un “filo stabile” che con lo stesso piacere le raccolga senza altro porsi se non la visione “intensa” della parola suscitata. Ciao,Mirka

  2. Aggiunta.

    Quando ero ragazza sognavo di percorrere la Terra e lo Spazio su l’emozione di ogni parola cantata. Ora che ragazza non sono più Vivo su l’emozione di ogni parola scritta che lascio volare affinchè un “ragazzo” come me la raccolga vivendo la mia stessa emozione.

  3. Penso che non si possa fare a meno di comunicare. I tentativi sono già, di per sé, encomiabili. Se poi si riesce anche a trasmettere qualcosa, allora è un piccolo miracolo.
    La tua scrittura sicuramente ci riesce. Eccome!

  4. @ dopodilei: Credo sia necessario il senso di chi si è, saperlo aiuta il piacere dello scrivere o di qualsiasi altra cosa che ci parla. 🙂 grazie

  5. Il genio è stravagante e sommamente arbitrario e, in ultima analisi, è isolato.
    Tutti i geni autentici, hanno la capacità di assorbirci, interiorizzare qualcosa come attraverso i pori, catturare tutto l’interesse e l’attenzione di qualcuno, assimilare pienamente.
    L’anima nostra viene per così dire innalzata sotto la spinta del vero sublime, e preso possesso di un superbo trampolino di lancio, si riempie di gioia e d’orgoglio quasi essa stessa avesse creato quello che ha udito.
    Il genio, attraverso i suoi scritti, è la via migliore per raggiungere la saggezza, cosa chi io ritengo essere la vera utilità della letteratura per la vita..
    La vitalità è la misura del genio letterario. Leggiamo alla ricerca di più vita e solo il genio può darcela. Il più profondo desiderio del nostro animo solitario è la sopravvivenza, sia che sia quì e ora o in un altrove trascendentale. Essere accresciuti dal genio di altri significa aumentare le probabilità di sopravvivere, almeno nel presente e nel prossimo futuro.
    caratteristiche comuni al genio sono: la vivida individualità di ragionamento, la spiritualità e la creatività, devono fondarsi sull’originalità, sull’audacia e sulla fiducia in se stessi.

    Harold Bloom

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