precari equilibri

Ogni cosa trova equilibrio,
la disattenzione è ripagata,
il bello offerto viene corroso
e nulla serve riordinare le cose.
Se di ciò che serviva si è stati poco generosi,
e l’inutile invece si è profuso,
cosa resta dei nostri baricentri instabili,
delle attese violate,
di ogni parola non detta.
E dei sogni, delle convinzioni, che resterà
se anche il silenzio mente al desiderio,
e ogni cosa possibile è stata messa da parte:
resta solo il coraggio dell’addio,
il rimpianto di non essere stato.
E sono il punto che chiude la parola e genera il silenzio greve,
del come non fosse mai stato,
ciò che invece è stato.

la speranza

Questa mattina mi sono lasciato invadere dalla speranza,
è pericoloso di questi tempi in cui sembra tutto fatto,
e deciso nel peggio che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce i forse che sono già dei no,
ma stamattina le parole erano colorate,
il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’ asfalto,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri,
eppure c’era colore e
il viola sposava il blu e parlava arancio.
Sembravano parole ed erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
e quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e spesso non ha un’ attesa precisa
ma si muove e tu sai che è vita.

12 variazioni sul tema

Il cuore ha una sintassi che si muove e sempre qualcosa sposta.
Scrive con pennini grossi o sottili
ciò che sente.
Lo mette in fila con i gesti e sorride per come conduce la vita.
Sorride anche quando piange,
e se si dispera lascia sempre un battito che apre un pertugio,
o una finestra non chiusa in cui s’ insinua luce.

Una parola m’è venuta d’ un tempo che c’è stato: unisono,
ed era un battere che coincideva con te,
illuminando angoli sconosciuti
in cui l’anima rideva.

kintsugi

 

l’intero si fonde nella parte,
testimone il kintsugi di ciò che è stato nell’attenta rinascita,
perché nascere è il nuovo e l’antico,
seminato, cresciuto e ri composto.
Il tatto sente il leggero curvare, 
d’ un corpo che si rapprende in sé, e suona.
Fosse così il cuore quando si rabbercia
nel sentire che si quieta 
e smussa la punta d’un desiderio che ancora non tace. 
Silenzio di parola, profumo lieve d’essenza
di metallo che sfalda e tocca il gusto per l’ attimo del sentire,
come pensiero che non pensa, guarda e ascolta, 
la spirale compiuta che fugge,
e avvolge, il mio tiepido cuore.

te lo manderò domani

Te lo manderò domani, sarà un testo o delle immagini che resteranno lontane, imprecise. Ti chiederai a chi assomiglia quell’uomo. Quelle parole. Sentirai l’accento, l’assonanza, i modi di dire. Poi piano ti chiederai di me, dell’orlo della nebbia, dei buio che cala presto. Ti distrarrai e poi il pensiero tornerà alla stranezza dei ricordi, ai rimasugli di sabbia tra le dita, al sole che ha fatto il suo mestiere, quando lo lasciavamo fare. Le negazioni resteranno nascoste, come i sorrisi: pochi, o molti, meno di quello che poteva essere ed è stato. Ti chiederai distrattamente perché si ricevono parole che sollevano polvere e luce assieme, come quando si cammina in Africa o sulla riva d’un mare con la sabbia come talco, poi qualcosa ti distrarrà in questo tempo che Indugia sul futuro. Ti chiederai se io manderò qualcosa che si possa non leggere, lasciare in disparte per dopo, per quando il tempo avrà esaurito il suo corso per ricordare e parlarne assieme. Dopo. Sarà dopo.

leggere come viene

C’è chi ha una posa poltrona, bracciolo, avambraccio, mano che inforca il libro e chi mette il libro sul tavolo. C’è chi legge steso e s’addormenta con soddisfazione, chi ha bisogno di seguire con il dito l’evolvere della vicenda. C’è chi legge la frase e non capisce. La rilegge e ancora non capisce ma non rinuncia e cerca un senso che non è nel testo ma nella sua testa. C’è chi legge tra le righe, chi ha bisogno di finire e chi vorrebbe non finisse mai. C’è chi legge in treno, in piedi in libreria, in auto mentre attende qualcosa o qualcuno. Leggere è un fatto personale, come si legge è un fatto che modifica ciò che si legge, cambia il testo, il suo effetto, la vita di chi crede di aver capito e in effetti ha compreso ciò che voleva. Leggere non precede lo scrivere, un libro è un magazzino di parole ma ben presto si capisce che la merce non è tutta uguale nelle preferenze dell’autore, che ha i suoi modi di dire, i pensieri (si spera) contorti il giusto tanto da assomigliare a quelli del lettore. Leggere è una attività romantica o rabbiosa, un’amaca dello spirito o una lotta furiosa e in mezzo a queste disposizioni ci sta tutto quello che ciascuno mette in campo per arrivare alla fine.

Del libro accarezzo il dorso, individuo la parola che resterà tatuata nella mente, lo apro a mezzo, poi a un quarto, colgo una frase. E’ disgiunta da qualsiasi contesto, eppure è l’autore, in essa c’è un pezzo della voglia, del pensiero e del momento in cui è stata scritta. Non c’è storia è solo una frase che esprime un pensiero conseguente quel tanto da stare in quella parte di pagina. Se dal libro estraessi a caso 20 frasi, condotte solo dall’aprirsi e dal puntare il dito che ne verrebbe fuori? C’era chi lo faceva con i libri sacri per trovare un senso alla propria vita, comunque iniziava un dialogo interiore che portava fuori qualcosa. E allora, miei signori, credo che le frasi di qualunque libro, con  le parole così messe in fila, con le loro sintassi e stacchi, delineerebbero un qualche discorso profondo, cioè ci sarebbe qualcosa in noi che cercherebbe di rimettere un senso e un ordine e lo troverebbe riempiendo spazi vuoti con pezzi di proprie storie, oppure immaginandole e collegandole tra vero e verosimile, perché il lettore è questo: un assemblatore che indaga nel suo profondo in cerca di corrispondenze e senso. Senso proprio, ma senso.

Tutto ciò è fatica, impresa oziosa e per lettori incalliti che mai s’accontentano e allora lasciamola agli arditi, che oltre a leggere, vogliono lasciarsi travolgere dalla pagina com’essa fosse un dipinto, una foto che muta leggermente nel guardarla, che si lascia scoprire in un riflesso, nel particolare trascurato, come un film che si vede entrando a metà spettacolo, come si faceva un tempo e non era scandaloso, era solo un esercizio utile per l’intelligenza che ricostruiva ciò che non aveva visto e poi lo verificava allo spettacolo successivo.

I lettori a salti sono una specie rara che maltratta lo scrittore, ed è piena di mite arroganza che interpreta, dà pacche sulle spalle di chi non conosce e s’innamora. A volte s’innamora proprio di quell’unica frase letta e da questa nella sua testa ne fa un romanzo. Cosa per raffinati iconoclasti.

 

domani smetto

Tutto questo dire, parlare di sé nella prima o nella terza persona singolare, fatto di parole cercate, accumulate in pile ordinate come fossero moneta sonante. Usate per acquisire, scambiare, cedere. Oh sì cedere, nella consapevolezza che il cedere è sempre un avere l’inatteso altro che parte dal muovere all’ascolto e confluisce nel contrattare silente. E che dire delle sparizioni, che poi sono silenzi certamente pieni di contenuti sciorinati altrove, di piccoli tradimenti delle attese, di consequenzialità interrotte, scomposte, riformulate in novità: tutto serve a nascondere le evidenze e ciò che non si vuol dire. Deve sembrare quel confessare virtuale che non è mai tale, irto com’è di reticenze e deviante; non è la confessione orale degli antichi che azzerava lo spirito su una linea d’innocenza e poi poteva iniziare una nuova narrazione, ma una sorta di glorificazione di sé al negativo che si auto limita e riduce a grigio il nero profondo del non dire.

E chi avrebbe mai questa pretesa del vero, del nascosto, del mai rivelato ad altri? Nessuno, non foss’altro che per la reciprocità che poi verrebbe pretesa, ma tutto si muove e alzando virtualmente la mano al cuore qualcuno dice: in verità. Mentre tutto è in attesa di un riscontro; che chi è davvero interrogato parli. Insomma diventa un parlare di sguincio, evitando di vedersi allo specchio e scoprirsi davvero.

Lo specchio non mente e accoglie, rimette ordine tra le rughe dell’anima, le enumera e dà loro un senso, indaga le espressioni, il tirar su il sopracciglio, scandaglia il sorriso e lo porta ad essere ciò che è, ovvero l’ironia nascosta delle cose che abbiamo fatto e che sono rimaste impigliate dentro. Lo specchio accetta il giudizio e lo migliora, ma solo se si vuole e si guarda disarmati. Cosa ben diversa dall’apparire, lo specchiarsi è vedersi rovesciato eppure essere lo stesso. Rivela perché guarda dentro e racconta, ma non esiste un luogo virtuale delle verità, forse perché sarebbe un insieme di atolli e di naufraghi felici. 

Ancora parlo, mangio aria, attivo sinapsi, cerco ciò che non so dove sia eppure ha una traccia in me, quindi esiste. Vana immagine d’un suono, riproduzione che non rispetta l’acutezza di ciò che vorrebbe avere rappresentazione. Così si dice: basta piccole verità nascoste tra le righe, nessuno interpreta, è ora, domani smetto. E sono minuscole bulimiche vanità.

 

 

traballanti comprensioni

Chi capisce male forse ha necessità di ulteriori spiegazioni, ma non è sempre vero, più spesso gli basta dare l’impressione che ciò sia avvenuto.

Dipende, non si deve capire tutto, qualcosa si recupera poi, A volte. .

Troppo spesso spiegare è un prevalere sul capire, un’aggiunta comunicativa che si ingarbuglia in esempi. Quasi un giudizio su chi ascolta. Meglio tacere e lasciar correre se a chi non ha compreso non interessa davvero.

Ci sono molti livelli d’importanza e ciò che ciascuno rappresenta ha nella nostra mente un accesso di attenzione. Non si può amare ognuno, ma rispettarne la dignità, questo sì. E lì ci si ferma.

Tra tutte le persone che questi mesi di cattività hanno gratuitamente selezionato, è utile capire chi è rimasto, degli altri basta il ricordo allegro e lieve d’un incontro.

Saremo tutti più moderati? Meno mobili? Più attenti ai particolari? Forse.

Gli interessi si nutrono di molte piccole attenzioni e a volte capire è quasi superfluo, basta sentire. Anzi dagli equivoci, se c’è fiducia reciproca, nasce ilarità posticipata. Oppure ricordi traballanti che attendono più voci per diventare comuni.

Degli amplessi desiderati non resta memoria, ma una sensazione di aver vissuto, questo è solo strano oppure contiene qualcosa di non capito?

appunti

Il luogo dei corpi é il luogo dei confronti reali

Il resto è storia, storie. Quante storie generiamo che non riusciamo a raccontare e che restano dentro sino a trasformarsi in desideri delusi. 

L’esperienza dell’amore
non è la sua conoscenza e non fornisce certezze. La durata dipende da entrambi, ma esistono amori che non siano asimmetrici?  Ovvero ognuno ama qualcosa che non coincide con ciò che è amato. Forse è così che i corpi e i desideri si uniscono.

Supponiamo l’eguaglianza, ma la differenza ci affascina e ci sconcerta perché diversa dalle nostre vite.

Vedere il cervello nudo, i pensieri allo stato puro. L’erotismo è una condizione dell’anima, non del desiderio. O almeno non solo.

Sacerdoti di un rito in cui basta comprare, contare i soldi in tasca e ancora comprare. Con la carta di credito non c’è limite al rito. E’ come un lavacro di consenso, togliere i divieti, saturare le papille acquisitive. Poi il dubbio: sarà bello? È ciò che volevo? L’acquisto successivo cancella il precedente. Vorrebbero che le nostre vite, la loro etica fosse un eterno acquisto immemore. Vorrebbero chi? Individuare i mandanti e verificare se sono dentro di noi.

 

ausencia

La potenza generativa di un algoritmo umano, fatto di vene, di sangue veloce, di connessioni elettriche e di mediatori chimici, di misteri che si annodano, di serpi e di code di gatto, di ricordi, di meraviglie spalmate su un tempo che è presente eppure è già futuro e passato assieme. Ciò è ansia, intrisa d’attesa e di rilassato lasciar fluire.

Il fiume ci trascina e ci guardiamo, perché siamo riva e acqua che discriminano, separano e dicono ciò che resta e ciò che scompare indietro. E di questo tempo rimane ciò che ha la forza di guizzare assieme, un moto d’acqua nel pensiero e l’algoritmo s’acqueta, diviene solida certezza, speranza condivisa e soprattutto amorosa relazione. Ciò che si perde nel vortice improvviso era sale destinato ad andare altrove, sciolto in un tenersi, assaggiarsi, ma le cose poi hanno separato. Poteva, ma non è stato. È triste l’addio che non si consuma, che non diventa parte di un vissuto comune, che non s’acquieta nel sogno. Se non accade c’è l’infingere che parla d’altro, ma era finito il percorso, sciolto l’arcano e ora il mistero è svelato, rivelando il poco rimasto.

Tristezza nelle cose micragnose, consumate per trascuratezza, come in una reazione chimica veloce in cui tutto decade per assenza d’ossigeno, È stato un veleno che ha impedito il coagulare, che ha rinfocolato l’ impazienza di andare senza capire o salutare, e un altro algoritmo ha portato ad altra soluzione. Così si è ripartita la responsabilità in una reazione che non avviene e forse è maggiore d’una parte rispetto all’altra, ma che importa, non è avvenuto e ciò che non avviene non esiste se non nella nostra mente. Non nella corrente, non sulla riva, ma solo in quella potente macchina che immagina e connette ciò che non ha capi, la memoria, e solo lì poi improvvisamente si svela, prima di sedimentare in strati di ricordo. Ma è già finito: prima d’iniziare s’è compiuto. A suo modo perché nulla si compie per davvero se non in una fusione di molecole che altro genera. Ciò che prima non c’era e ora c’è. Può bastare tutto questo per dire che non c’è stato?