allumer

Apparentemente ciò che non ha significato perché sparso in pensieri diversi, in pezzetti di discorso, in interiezioni e silenzi, si configura e rapprende, diviene disegno, ma non ancora senso. Così nel vedere i mucchi di fogli, le parole disseminate in questo spazio che mi ospita da 15 anni capisco che tutto ciò che è stato scritto è vita. Se è stato reso esplicito era la felicità del momento che illuminava oppure l’emozione che premeva per trovar modo di uscire ed essere raccontata, quasi rivissuta. E così le impressioni raccolte nei posti magici del mio camminare per la città che amo, si sono mischiate con altri luoghi spersi per il mondo che avevano arcane affinità.

Cosa metteva assieme il canto del muezzin in Africa o in medio oriente con il sapore della prima luce, col caldo che ancora non osa superare le tende sottili e tratta col vento che le muove. I primi suoni prima di quel canto, le notti semi insonni, convergevano verso altri canti, era l’allodola, il primo tubare dei colombi, il verso del rapace ancora in caccia, che si mescolavano per annunciare il giorno. E il primo caffè bevuto in piedi, sentendo il fresco del pavimento salire sulla pelle, non era anch’esso canto alla vita, invito a meditare con leggerezza sulla giornata e le sue tante vacuità necessarie che toglievano l’attenzione a ciò che era davvero importante?

Così la notte, prolungata nel camminare, nel sentire i suoni dalle case, non era forse l’estensione dei pensieri che si mescolavano alle confidenze ricevute, alle parole arrivate casualmente o con intenzione e che non mi avevano lasciato indifferente? Quante volte avevo sommato i passi sino alla stanchezza, ovunque fossi e m’ero reso conto, sconcertato, del cammino che ancora mancava ai riti notturni, alla lettura, al sonno?

Ma queste erano solo piccole macchie nella mappa del vivere, toponimi dove le parole trovavano assonanze, mentre il descrivere doveva fermarsi nel particolare, essendo l’insieme troppo scoperto e nudo di fronte ad un eventuale lettore. Così tutto questo raccontare parziale, spesso criptico, che occultava sensazioni più vaste, desideri, pulsioni, fatiche nel tenere assieme l’urgenza del dovere e del necessario da combinare col lasciarsi andare, era un accenno di biografia del sentire. Parziale, infedele nel tentare l’assoluto, alla ricerca dell’innocenza che si cela sotto il desiderio, sfrontato nel guardarsi allo specchio, timido per tenere da conto ciò che è prezioso, tutto questo e molto altro era, ed è, nel tentativo di conservare una traccia d’essere esistito nella diversità tra molti. Senza giudicare ma lasciandosi coinvolgere, in quello sforzo immane che fa chi ancora non ha la necessaria leggerezza e non rinuncia a vivere come è vissuto, e ancora si cerca, si approssima e nell’altro vede ciò che vorrebbe ascoltare per dire non dove si è eguali, ma dove si è umani e differentemente simili.

cassetti segreti

Non credo che non ci si pensi più, che le cose siano finite. Non ci penso adesso perché non è una prospettiva che ritengo possibile, ma ogni cosa desiderata e negata poi si ripensa. Subentra a ciò che non è stato, ma a pelle, sai già in partenza che quella era cosa … speciale (nonostante la tua idiosincrasia per le cose “speciali” che poi passano).

Non so, da tempo m’interrogo sulla negazione e mi chiedo quanto ci sia di personale e quanto di indotto in ciò che non facciamo accadere.

Se di interi periodi della vita non resta memoria immediatamente disponibile e lasciamo diventi sostanza dei sogni, in essa ci deve essere qualcosa che dev’essere messo da parte per vivere. Di quello che resta per davvero di un allora irto di possibilità, intendo che ci pensi in quei rarissimi casi che sono … casi speciali del vivere.

Ciò che è importante non passa ma muta, evolve, si anestetizza se fa male, oppure si acuisce se fa bene, e nella negazione non è mai tutto personale o tutto indotto, è un mix che
dipende dall’importanza e credo anche che, almeno nel mio caso, non banalizzo mai ciò che mi accade e quindi ci penso. lo vivo ed elaboro
Sai come si dice da queste parti quando ci si accorge che una parte della vita si è davvero conclusa: el se a gha messa via.
Se l’è messa via, l’ha cancellata dal presente, ma mettersela via è un elaborare, un dirsi che non è stato possibile, quindi è una sorta di per sempre rovesciato.

Ciascuno di noi fa i conti con se stesso e trova una ragione,
e se non la trova è peggio,
ma capita a tutti e più c’è passato più è capitato.
Le vite sono possibilità, scelte, poi in bell’ordine si mettono le cose che non sono state in cassetti che conosciamo noi, che sono nostri per intero e come per i lini che si sono comprati e usati in altri tempi, profumano d’amido e di lavanda.
C’è chi riesce a trovare un buon motivo per aprirli con tenerezza, altri con rabbia, altri ancora con indifferenza. Meglio la tenerezza e il voler bene a ciò che si è stati.

relatività generale

Viviamo in un’era di cambiamento mai conosciuta prima. Non sono solo i fatti del giorno, le atrocità che vengono raccontate, ma l’equilibrio del mondo muta e nessuno è in grado di agire senza conseguenze. Come il viaggiatore che si trova su un treno e vede scorrere il mondo dal finestrino, così accade a noi di essere immersi in un luogo di tempo che evolve e muta in preda a forze incoercibili.

Quanto accelera una guerra il surriscaldamento dell’atmosfera e quanto più veloce e imprevedibile sarà il mutamento del clima? E il permafrost che già si scioglie velocemente, quanto accelererà la sua corsa a liberare CO2, metano e virus e batteri congelati da millenni?

Come muta l’equilibrio tra potenze del mondo, quelle grandi e quelle minori e come sarà possibile considerare che ciò che avviene a mille kilometri non sia in realtà sotto casa? Possiamo essere ciechi e immemori, ma anche stupidi? Se ci affidiamo al caso e al giorno, se è solo il presente che conta tutto si muove secondo traiettorie di fortuna, però lo sentiamo che si insinua l’inquietudine, che il mondo e noi siamo in simbiosi, ma che le cose non vanno bene.

Non è solo un problema d’armi e di potenze, bisogna capire che siamo immersi in un tempo e che questo si orienta con noi che abbiamo solo la ragione a disposizione e la possibilità di capire. Capire non è giudicare ma vedere le relazioni tra i fatti e ciò che li determinano e capire è l’unica possibilità per incrementare la consapevolezza di altri, rallentare, mettere una priorità a ciò che conta davvero. Non è un mondo virtuale, ora è la nostra vita, le vite che saranno possibili a chiedere di capire dove e come siamo e perché siamo giunti a tanto.

in parole povere

Quando si conclude la lettura di un libro ben scritto resta un senso di assenza, quasi un dispiacere. I libri che lasciano traccia, che spingono a pensare, che fanno scattare l’identificazione, non sono molti nella lettura contemporanea e non sono privi di conseguenze. Il primo effetto è che annullano molto di quanto si è letto recentemente. In un certo senso, ricollocano i valori e danno una dimensione a chi si è letto. Non si tratta di un giudizio, quello già nasce durante la lettura ed è legato al piacere di essa, ciò di cui parlo è che perdere qualcosa di scritto bene è vissuto (lo vivo) come una perdita interiore. Qualcosa che poteva farmi fare un passo avanti l’ho accantonato in favore di altro che mi ha lasciato com’ero. Il secondo effetto è che chi legge a volte scrive, non pochi di quelli che leggono si sono formati un’autostima su quello che, con fatica e piacere, è uscito dalla loro testa. questo è un processo personale che ha almeno due aspetti: la soddisfazione di un bisogno e la sensazione di avere un pensiero originale che può essere tradotto in parole. Entrambi gli aspetti sono positivi e credo vadano perseguiti come meglio ciascuno crede. Per quanto mi riguarda, mettendomi nella parte bassa dei bisognosi dello scrivere, dopo aver letto qualcosa di importante e bello, considero che le mie sono parole povere, che possono essere scritte ed espresse ma devono avere la loro dimensione di familiarità. Scrivere quasi per se stessi, per i pochi che avranno la pazienza di leggere, pubblicare a proprie spese ciò che di sé verrebbe disperso, è un’azione misericordiosa nei confronti di quel poco che si riesce a trarre da ciò che si è. C’è una dimensione tra l’ascolto e il dire che ci riporta dentro di noi, che ci fa riflettere e a volte prepara una risposta, ma i grandi libri e il conversare profondo non producono risposte, ci mettono davanti alla profondità di ciò che non abbiamo esplorato e mentre cechiamo una mano da stringere, un pensiero che ci accompagni, subentra una grande gratitudine perché la bellezza del mondo è stata riconosciuta. Non scritta da noi, ma riconosciuta e questo non può che renderci un po’ felici di esistere.

luoghi dove si mangia

Pantaloni neri, camicia bianca, a gruppetti i camerieri parlano, si muovono, non capiscono nulla del mondo fuori dal loro momentaneo occuparsi e sembra che lo scopo sia il movimento. Nei vicoli, nelle piazze, ristoranti in cerca di clienti, profumi forti e tavoli di antipasti troppo abbondanti. Resteranno giorni ad invecchiare immersi in finti oli di prima spremitura. Qualcuno osserva il menù, pochi si siedono, c’è spazio tra i tavoli adesso più distanziati per il covid. Lentamente, senza obbligo d’ora, in parte i locali si riempiono, gesti usuali. Togliere una giacca, avvicinare una sedia, distrattamente prende il pane dal cestino e sbocconcellare, osservando. Attorno si infittiscono i dialoghi, le voci si alzano e si abbassano, come onde di un mare che sta sopra le teste, che smuove l’aria di odori e di particelle d’unto. L’unto scende nell’anima, nel cuore, qualche Inquietudine emerge, i sorrisi vagano leggeri. Si parla e non si osserva. Quell’unto che il menù decanta nelle pietanze si rincantuccia negli angoli dove le scope non arrivano, inacidisce, penetra, fornendo il colore del luogo. Ogni luogo è la somma di un passato, di un guasto che si è trascinato in avanti sino a diventare identità. E chi ora è seduto, lo fa per novità, caso o abitudine, deciderà poi se mutare la condizione iniziale, conta il sapido o il raffinato scindersi dei sapori? Già essere seduti in un ristorante, vedere il muovere dei camerieri è una quasi novità che annuncia un mutare della situazione propria e altrui, si diluisce l’ansia dei mesi di cattività.

storielle d’universi paralleli

Da tempo, (si dice così per rappresentare un farsi dei pensieri, un ruminare che per motivi estetici diventa rimuginare, ed è un mettere assieme pezzetti sconnessi di parole, senso e tempi diversi. Tutte cose che una scatola di lego fa molto meglio di noi, solo che quando si è adulti e si vuol dare un senso preciso alle cose, si resta con il mattoncino tra il pollice e l’indice e ci si chiede come meglio approssimare la realtà, notoriamente curva, con qualcosa che è un parallelepipedo) ovvero stamattina, ho sentito una riflessione sulle parole e sul loro approssimarsi e approssimarci dentro di noi. Tiziano Scarpa descriveva il farsi della parola e la sua imprecisione e che quando essa veniva usata era come portarsi all’orlo del precipizio (del senso, immagino). La cosa mi ha colpito perché per me le parole sono contenitori e come usano gli illusionisti, dal contenitore vengono estratti fazzoletti di seta multicolori annodati, conigli, cappelli, magari anche l’assistente, l’illusionista è particolarmente bravo, ma il tutto ha comunque un legame che pur approssimando descrive l’illusione di dare un nome al mondo. Proseguendo nei pensieri, mi è tornato a mente, un blocco di parole che in un romanzo russo contemporaneo, descrivono l’attività soddisfacente di una protagonista. La signora in questione, si chiama Elena, fa la disegnatrice tecnica di motori per carri armati ed è felice che con tre proiezioni assonometriche, finezza di segno e quote, possa essere descritto compiutamente qualsiasi pezzo che diventa da quel momento riproducibile e quindi privo di equivoci. Insomma acquisisce una identità perfetta. Lei pensa che anche le frasi abbiano una loro particolare prospettiva che dà loro senso di cosa ed è somma compiuta di singole rappresentazioni.

Questo produrre cose e dare loro un nome, ha anche un processo nell’immateriale, ovvero descrive l’indescrivibile e allora approssima, ma non per questo diventa incapace di suscitare sia l’immagine di ciò che descrive, sia il suo senso profondo emotivo in grado, miracolo, di mettere in sintonia persone che non si conoscono oppure di approfondire in modo vertiginoso la conoscenza tra chi si crede di conoscere. E tutto questo con un mezzo imperfetto che sostituisce la mera indicazione di un dito e di un suono più o meno preciso che diventa quella cosa. Il fatto è che noi il multiverso e il meta verso lo possediamo in noi e che tutto quello che la tecnologia ci può dare è la rappresentazione imperfetta del sogno e del suo sconfinare nel risveglio. Quindi lo sconnettere la precisione dalle parole sarà seguita dallo sconnettere identica precisione dalle cose e dalla loro immagine. In definitiva possiamo descrivere o compiere o fare entrambe le cose, magari riassumerle in un processo strano che chiamiamo poesia e che ha potenza evocativa formidabile quando è buona. Oppure possiamo usare un’altra notazione e leggere musica, persino scriverla o cantarla e poi riascoltarla indefinitamente e scoprirne ogni volta sensi nuovi. E se alla musica uniamo le parole ottenere insiemi così potenti che in alcuni casi possono sollevare passioni oppure quietarle e sempre con gli stessi segni su un pentagramma se siamo in occidente. In oriente qualcuno o qualcuna, piangerà o si sentirà pieno di vita per parole differenti e accordi meno usuali di quelli che si frequentano nell’altro emisfero, però, e qui concludo, è proprio quell’approssimare che va dritto al senso, differente per ciascuno di noi e che ciascuno costruisce come fosse un castello di lego dove la fantasia rende i vuoti, stanze e i pieni, mura, ma l’insieme è un brulicare di possibilità di accadimenti che hanno come riferimento ciò che ci sembra di conoscere: le vite.

stropicciar di carte

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Nello stropicciar di carte,

pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.

L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,

quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:

così si vanta l’intuito, senza dire,

del suo cervello tattile proteso

e della mia passione di sentircapire il presente tra le dita.

Tutto vero,

anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,

del distendermi che divora sensi trasversali,

di questo ha intuito,

ancora.

Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,

in attesa,

non del caso e della sua arroganza,

ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,

e se al finir della luce ritrovo serenità

nel frusciar di fogli, senza lettura,

sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.

Postato su willyco.blog  e poi mutato

continuum

Fu attimo impercettibile e la tela dello spazio-tempo s’ increspò,

appena, ma tanto bastava perché una speranza sgusciasse bambina.

Tutt’attorno l’universo continuava la sua corsa, trascinando spirali, 

e case, pulviscoli di comete, orli di strisce pedonali, in attese di futuro,

ma nessuno, avvertì quel singulto di possibilità.

Due passioni sincrone per un momento avevano coinciso,

orologi fermi, due volte precisi nello stesso giorno s’erano messi in moto,

ma non avvenne nello stesso posto perché una lama pura d’energia, ne sarebbe scaturita illuminando l’universo.

Nessuno vide nulla ed un altrove generato dallo stesso pasticciare d’atomi e probabilità,

passò, era solo un’increspatura, non l’anticipo di ciò che tutti avrebbero voluto,

desiderato, vissuto senza follia d’impossibile pensiero.

Fu oscuramente chiaro mentre qualcuno portava una necessità a spasso con il cane,

altri guidando nella notte,

non pochi, perduti nei colori distratti dei televisori,

e quando tutti scivolarono nel sonno, il pensiero rimase lì, sul comodino, ad aspettare il giorno,

con la traccia d’increspatura nel telo d’universo già rinchiusa.

Per questo, quando dopo, nel bar, improvviso s’accese un cerino,

e nel vuoto  furono due boccate e mezzo sigaro di pensiero,

tutto senza pietà di simmetrie, fu rovesciato nel freddo di gennaio. 

Ecco, quello fu il momento in cui il tempo aveva ripreso il suo passato.

Posted on willyco.blog 30 gennaio 2011

minimi pensieri 7

Bisogna stare attenti a non esagerare. Percepire il limite. Vale ovunque e con chiunque. Anche con noi stessi. In ciascuno c’è sempre in agguato una ferita mai rimarginata per davvero, e non conta se siamo stati noi a farla. Quei piccoli segnali si dovrebbero cogliere, evitare le piccole nefandezze della disattenzione, oppure lasciare che tutto accada come deve. E se non si coglie la necessità della cura, allora va bene consumare m a almeno assieme. Non è forse il consumo che ci viene insegnato? Il consumo come motore della crescita, del movimento. Dicono. E nessuno più guarda i fiori delle scarpate, neppure li coglie. Strano, sono pieni di poesia e vengono riempiti di rifiuti.

minimi pensieri 6

La misura della rabbia che ciascuno di noi ha in sé diviene il suo rapporto con la realtà. Spesso la sua interpretazione. Senza connotare la rabbia come negazione assoluta e cieca, si vede che in essa ci sono tutte le gradazioni di un’emozione che è motore energetico ed energivoro. Essa non trattiene e richiede azioni che riequilibrino la sua spinta per essere compatibile con la ragione. Poi se ci si spinge nel classificarla oltre il banale che tutto include, si distingue tra rabbia, sdegno, indignazione, disgusto e chissà quant’altro ci indisponga, dando a ciascuna emozione il suo obiettivo interiore, ovvero lo scostamento che distacca il nostro mondo da ciò accade. Siamo arrivati al punto, la rabbia o chi per essa, rappresenta la domanda e la risposta al quesito (cosa che incidentalmente spesso si relaziona con la melancolia) : era questa la realtà per cui abbiamo lavorato e che abbiamo sognato?