Nell’infinito flusso di parole della rete, le storie zampillano ignare. Stamattina c’era un telefono lasciato aperto, dialoghi sullo sfondo, e un insistere da parte mia con quel pronto, pronto, pronto, che non significa nulla. Pronto a che? Ad ascoltare? Ad essere ascoltato? Estote parati. Siate pronti al futuro, ma qui è tutto presente, tutto cronaca e carta da cassonetti: avanti un altro presente. Un tempo con la carta di giornale si facevano molte cose, dall’incartare il pesce sino alle pulizie intime, nell’era della specializzazione al più serve la fibra cellulosica e allora a che serve il presente? È forse quel pronto senza risposta? Una richiesta che oggi potrebbe essere un aiuto. Aiuto, nessuno mi ascolta. Oppure un ci sono, eccomi, sono un po’ come tu mi vuoi, o ancora un come sta andando, ti ricordi di me? Di sicuro il pronto è una relazione. Chi ordina non lo dice il pronto: tu devi essere pronto. Neppure ti dice chi è, passa all’oggetto della chiamata, non chiede un contatto ma una disponibilità assoluta, non invoca aiuto e certamente non lo dà. C’era una pubblicità che diceva qualche anno fa : il telefono, la tua voce. Anche, ma la voce significa oltre le parole, è flusso di sensazioni e ora il telefono non è telefono, a volte usa la voce, spesso altro. È semplicemente un medium che non divina. La tecnologia ci modifica quanto e come l’evoluzione biologica, ma non è l’evoluzione biologica. È un cartoccio di parole che si getta ritualmente nel cassonetto del presente, solo che esso ritma il pensiero: non si scappa. Slavoj Žižek , ha appena pubblicato un ulteriore saggio, il cinquantesimo credo, sull’immaginario e sulla sua relazione col reale, partendo dal presupposto che ora è l’immaginario a determinare il reale. Žižek datti una regolata, 50 saggi sono immaginario, non sono reale, sono sms lunghi trecento pagine, sono glossolalia filosofica, come possiamo accontentarci della seconda e terza di copertina e pagarla 22 euro,, lasciaci il tempo di assorbire, di dissentire, di convergere e di modificarci.Alimenti il terremoto di parole, i 28.000 titoli nuovi che compaiono ogni anno, così le scosse continuano e ci rendono insicuri di tutto, a partire dalla nostra sconfinata incapacità di esserci davvero nel presente. Gli umani lettori forti, leggono più o meno tremila libri nella loro vita. Ci perdiamo ciò che deve restare a favore dell’attualità, che poi è anch’essa un pronto, una richiesta d’aiuto, che sarebbe a dire: aiutatemi a dare un senso al futuro.
Pronto?Ci sei davvero? Siamo il giorno dopo le elezioni e migliaia di pagine sono riempite dal nuovo, dalla percezione/interpretazione della novità, ma cosa si spiega? C’è qualcuno che dica che l’essenza è tutta in quel pronto senza risposta mentre sullo sfondo altre vite che ci escludono proseguono? In quel pronto c’è la partecipazione negata dall’arroganza di chi pronto non lo dice mai, c’è il desiderio di condividere negato, ma c’è anche il presente e la sua dittatura, c’è la tecnologia e il problema del disagio che essa non toglie, casomai amplifica. Vanno forte i siti della sfiga politico sociale, del lamento, delle storie personali che esigono la pacca sulla spalla, solo che anch’essi, scelto il target devono continuamente restare nel ruolo: una infinita storia di cadute. Sono il pronto che riceve una risposta ma non esaurisce la domanda. Il pronto come gadget comunicativo.
Al posto di Žižek, mi leggo l’arte del viaggio di Cesare De Seta. Viaggiare è una attività lenta, dove il pronto qualche risposta la riceve, Slavoj aspetterà e intanto magari scade come il latte: il presente e l’immaginario lo rendono vecchio, anche se ciò che dice vecchio non è. E cioè che in ogni cambiamento chi ha osannato senza critiche il vecchio, si conformava allora e poi diventa alfiere del nuovo, e nuovamente si conforma. È la sua natura, vive nel presente e in ciò che esso può dare. Magari Renzi ne sa qualcosa. Pronto?
c’è un tempo che non ho voluto, era libeccio, venuto in faccia, inatteso, alito caldo, e non c’era luogo, né ora, per farsi offendere, per farsi consumare: non avevo viso da farmi accarezzare. In quel tempo mi son perso, in quel tempo ritrovato, è bastato poi un fiammifero e un mondo ch’era torbido improvviso s’è schiarito. Potrei parlarti delle dita, d’un fiammifero consumato, ma quel tempo non m’apparteneva mi è stato regalato.
È passato del tempo, allora come adesso, mettevo in forma di lettera, dialoghi, considerazioni che venivano dopo, quando il passo era meno importante di ciò che si era scatenato prima. Nel parlare tra se c’è questa attenzione caparbia ad un oggetto, l’inseguire code di pensieri che si dileguano dispettosi, scegliere porte spalancate ed ammiccanti. E noi parlavamo di temi sensibili, importanti davvero, del che fare della vita, convinti entrambi delle proprie scelte e ragioni, ma ascoltando. C’è una attenzione amorosa nell’ascoltare, un lasciarsi stupire e l’ammettere il dubbio. In questo c’era amore nel confrontare le nostre due diverse concezioni, la mia viscosa, rallentante, che sbottava verso la leggerezza come capacità di lasciare impronte lievi e la tua, bruciante, veloce, piena dell’impeto che spinge e fa vibrare. Confronto impari perché la bellezza s’accoccola sempre nel fascino del pensiero altrui, così è da parte mia ma era anche puntigliosa, la mia difesa, anni di ricerca non si buttano per aria facilmente. Sai cosa emerge in questi casi? Il timore del fallimento totale, aver sbagliato quella prima porta che poi ha reso il resto un cumulo di errori giustificativi, di seppellimenti del fastidioso nella glorificazione del parziale successo. Usare la lentezza come costruzione di se stessi. Dopo il fascino giovanile per me la velocità era divenuta nemica della riflessione. Non siamo militari, mi dicevo, non dobbiamo decidere come uccidere il prossimo nemico per non essere uccisi, non dobbiamo sbaragliare nessuno, e questo lo penso ancora perché la riflessione sospende, rallenta, porta alla considerazione dell’alternativa e quindi argina il desiderio, la sua soddisfazione. E chi ha detto che desiderio e felicità coincidano? Anche se noi cerchiamo la seconda anche attraverso il primo. Come vedi non penso in termini di mortificazione, di assenza, ma di lentezza, ben sapendo che essa contiene veleni importanti e discreti, quelli a cui ci si assuefa guardandosi l’ombelico, contemplando la bellezza e non vedendone le domande, curando il corpo come immutabile perché pensato coincidente con la mente, con il pensiero fecondo, vitale. La lentezza si può trasferire nella dimensione propria di una terzietà, di un guardare distaccato che la velocità, nella sua ansia di bruciare tempo e vita, non ha.
Thanatos, desiderio e rifiuto/ricerca della morte. In un confronto da giganti, l’assalto al cielo degli dei, ecco cosa mi suggerivi, ascoltandoti, e interpretando con le mie lentezze, la tua ansia di corsa vitale. Volevo avere il respiro del mare, contenerne la furia sapendo che sono le maree che contano e con esso portare l’annessione del cielo al proprio piccolo, miserrimo, mondo. Così importante e fondamentale che trovarne misura è impedito. Questa era la mia proposta. Ciò che facevo. Lentezza e velocità messe di fronte, con sorrisi e scambi veloci di parole e silenzi. Io taccio quando non so dove poggiare i piedi, avresti dovuto accontentarti di seminare dubbi come papaveri, ma da buon miles riottoso ho sempre avuto una trincea in cui resistere: questa era la percezione del fallimento. Nel fallire non conta ciò che si è stati, ma ciò che si è diventati. In questo il fallimento assomiglia molto all’innocenza, nell’uno c’è la coscienza che l’errore è stato più grande di noi, l’abbiamo attivato, ci siamo misurati, è stato un confronto perseguito per orgoglio, per delirio di onnipotenza, per impossibilità di fare altrimenti: avevamo poveri mezzi a disposizione del sogno, alcune tecniche di sotterfugio imparate faticosamente e ammantate di sincerità, una capacità infinita di auto convincersi, e una fiducia sterminate di riuscire. Eppure abbiamo fallito. Potevamo fare altrimenti? No, anche se era certamente possibile, ma che fine avrebbe fatto la sfida con la dissoluzione, la coincidenza tra vita e possibilità di dare forma e soddisfazione ai desideri? C’era Thanatos e la sua sfida, sempre aperta, dietro, e sapendo che alla fine essa vince, meglio fuggirle correndole incontro, meglio alzare continuamente la posta, mettere milioni di sogni e di chilometri tra una immagine nostra e il tempo che si confronta con noi. Sai perché il fallimento assomiglia all’innocenza? Perché contiene la stessa impossibilità d’essere altro, quando l’innocenza si percepisce già non è più tale, quindi dev’essere senza saperlo davvero, oppure la consapevolezza di essa si deve arrestare, esattamente come il fallimento, appena prima. Dove si differenziano è invece nei tempi dello svolgersi, thanatos è una fuga continua, l’innocenza sembra immota mentre si muove. Hai fatto caso che entrambe prescindono dalla vita? Questo dovrà pure significare qualcosa. Forse che il dualismo non è così automatico e non esiste una scelta radicale nell’essere innocenti o nel correre, ma un’ approssimazione, una conformità a ciò che si è e non a ciò che ci pare di essere. Potrei usare le tue parole, le tue distinzioni tra cose e pensieri, tra sentimento e piacere, tra decisione e dubbio. In fondo ci si dice che vorremmo avere l’apparenza di qualcuno, ciò che in lui lenisce le nostre ferite, non le sue sconfitte, i suoi dubbi, la tenebra che contiene. Chi persegue la lentezza vorrebbe avere il piacere della velocità e chi è veloce sa che può rallentare se ha superato la paura di essere raggiunto. Ho pensato che se alla fine di un discorrere così partecipe perché entrava nell’intimo, esponeva la propria nudità fatta di paure prima che di desideri, se nel considerare che il fallimento è sempre parziale e che esso è una molla per una impresa ulteriore, se tutto questo resta e affolla la mente, avevamo parlato davvero. Cambiando ciascuno per suo conto, alimentando piccoli dubbi che pizzicheranno la pelle nelle notti poco assonnate, e non è poco perché questo è uscire da una inutile vita grama. Sbagliando, ma provandoci. Non ho nulla da celebrare, nulla, e questo stranamente mi rende sereno, fiducioso, partecipe. Chissà se sono più attaccato a me o al mondo, ma sono attento a ciò che muta, proprio per l’assenza di certezze e rallento.
Visto dall’alto di quell’albero storto, sotto c’era un groviglio, una pazza matassa di maglie colorate, di calzoncini corti, di braccia, di gambe, di corpi sotto teste sudate, ricciute, lisce, rapate. Era un gomitolo di membra che si aggregava e disfaceva e che emetteva solo tre parole: passa, damea, tira. Tutte urlate assieme, confuse nella polvere sollevata da pedate che prendevano terra e stinchi, indecise sull’amico e il nemico, vogliose di quella palla da colpire e gettare avanti. E quella palla, improvvisamente, sbucava dalla selva di gambette, di spinte, di braccia e allora, sempre visto dall’alto, il groviglio diventava un serpente vociante, con scaglie cangianti di maglioni e camicie, un serpente con una testa appena un po’ più grossa, che si spintonava e si sentiva inseguita da quel corpo incalzante di voci e di piedi.
L’albero fa omo. Era quello da cui avremmo dovuto guardare in basso, un pino marittimo grandissimo e piegato di lato, sopravvissuto, lui, al bombardamento del ’44 che aveva polverizzato almeno dieci pagine di storia dell’arte. E anche quella volta era stato giocatore, mentre attorno gli cadevano pietre dipinte, volavano scaglie del colore inenarrabile di Mantegna, pezzi d’angeli del Guariento, il bronzo delle campane, i marmi delle statue. Aveva fatto omo, sponda, finché la polvere s’era posata e la rovina era apparsa, totale.
Ma l’albero stava adesso giocando, col serpente. E questo dava pedate all’albero, alla palla, alla polvere, al marmo che affiorava, mentre si svolgeva dal groppo di spire, ricomponendosi in linea, in un eroico andare verso una porta dipinta su un muro. Un segno bianco che percorreva la porta antica murata della cappella e lì, tra quelle linee, in attesa, c’era un campione immobile e silente, il portiere, la mangusta che sola avrebbe potuto sconfiggere il serpente, ora diventato biscia sottile con un maglione rosso zuppo di sudore e due gambe marroni di polvere. Tra queste c’era la palla conquistata e dietro la corsa vana dei difensori . Una questione a due, e quelle gambette irte di ferite recenti caricarono rabbia e ingegno da trasmettere alla palla. Partì la pedata, forte, tesa, e insieme alla palla, anche la scarpa di tela Superga sdrucita. La palla veloce puntava verso un angolo della porta e la scarpa sull’altro. Il portiere mangusta si tuffò nella polvere e parò.
La scarpa.
Allora il serpente, che s’era fermato, ammutolì guardando incredulo la sua testa saltellante e il portiere a terra con la scarpa tra le mani, e poi scoppiò in un boato di urla e risate, che di certo arrestò le preghiere delle beghine impegnate nel vespro.
Io non lo sapevo ma avevo imparato cos’era una risata omerica.
C’è sempre incredulità in un pensiero nuovo. Aria pulita, stupore, e la richiesta di una conferma che ci si rivolge. Si sospende per un attimo la corsa per raccogliere ciò è emerso improvviso e guardarsi attorno.
proviamo emozioni
La sorpresa si è sciolta, il passo è leggero. Quella sintesi che si è fatta strada ha mostrato un accesso al profondo, ma è stato un momento e ha lasciato solo un’ impressione. Come un tuffo nell’acqua che risveglia il corpo e gli dice: esisti.
più per paura
Ragionare per confronto, per differenza propria, perché senza presunzione, siamo differenti. Da noi, anzitutto. Da ciò che siamo stati e saremo. E il pensiero è la fotografia, sorprendentemente a fuoco, di un momento. Ricca di dettagli, fa uscire dalla velocità che appiattisce le cose, le sensazioni, i desideri. Esce dalla tirannia del presente e ci mostra un modo d’ essere che a volte perdura, ma quasi sempre si perde, dopo aver illuminato e affascinato. Questo è anche motivo dello scrivere: per contrastare un senso di perdita d’occasione alla quale è difficile abituarsi.
che per passione?
Nel mio giardino c’è un noce, da san Giovanni si raccoglievano i frutti per il nocino, altri frutti continuavano la loro crescita e poi cadevano senza essere raccolti. Tagliando l’erba, a primavera, vedevo piccole piante che a volte si facevano strada dalla corazza del frutto. Quella forza del crescere mi spiaceva fosse confusa tra gli steli, perché non erano erba ma alberi che volevano fruttificare. Era una foresta che voleva nascere da un solo albero. Si è chiuso il dubbio iniziale in un nocciolo duro che non ha soluzione; può però germogliare. Lo farà. A volte capita che generi una roccia, altre una ninfea, per questo bisogna camminare leggeri.
Il pennino è schincato, graffia la carta. Se tu fossi più in sintonia con il tuo tempo non avresti questi problemi. Poi si rimette in ordine, il pennino, ora il segno è fluido: aveva accavallato le gambe, incrociato le braccia: neghittoso. Bella parola, neghittoso, ha l’aria leggermente infastidita, si rifiuta con cortesia, un po’ il Bartleby di Melville con una varietà maggiore di parole. Fuori dal finestrino scorre un paesaggio a 240 km/ora. Campi, alberi, case. Pennellate grosse di verde, di arancio mattone e il grano, che ha già quel biondo che scivola verso l’oro. Ci sono pochi papaveri, la selezione delle sementi rifiuta i nullafacenti, i mangiaufo utili solo allo sguardo. E il tempo si vendica, irride le fatiche e in certi campi sembra che un gigante si sia rotolato tra le spighe. Ci sono segni, misteriosi e da interpretare, di gigantomachie, solo che Zeus ora siamo noi. Si è rovesciato il cielo, qui l’Olimpo e i tuoni, lassù le nubi gonfie di pioggia e di presagi. Le F.S. mi offrono uno snack: dolce o salato? Dolce. Tortino al limone, Riso Scotti, 144 kcal a porzione, però tedesche, perché la tortina è fatta in Germania per conto della Riso Scotti snack. È la globalizzazione bellezza, o forse noi non siamo piu bravi a fare i dolci. Non oso indagare sulla provenienza dei taralli. Del resto, mangio pesce africano o indonesiano, però l’Europa non vuole le braccia di quei paesi e tanto meno donne bambini. Sono come i papaveri: poco utili. Chissà se ha ragione, dottor Scotti, noi mangiamo la globalizzazione e intanto la globalizzazione mangia noi. A che servirà quel grano già pronto a essere tagliato? Aveva ragione il mio pennino neghittoso e schinco: cosa c’è da scrivere se non si medita e se si medita, passa la voglia di scrivere.
Eppoi queste suonerie col fischio del merlo hanno stufato, la scortesia ha stufato, sto diventando fastidioso. Sarà il tempo?
Ripetutamente. Se associata al pensiero di una persona, questa parola, evidenzia un’attenzione particolare. La si dissemina per dire altro in un discorso intimo. Ripetutamente è l’insistere del pensiero nel voler far parte, nell’essere assieme oltre il normale e il consueto. Testimonia un comunicare profondo che penetra il giorno, lo riporta a sé senza bisogno di un motivo. In positivo e in negativo.
Nel negativo la costrizione del ripetersi diventa gabbia, prigionia, recinto del pensiero. Lo impoverisce perché lo priva della curiosità allegra, lo priva di ciò che sta attorno. È un pensiero che vuole risistemare le cose, fare ordine e ricondurre a razionalità.
In positivo, il pensiero ripetuto, se non è ossessivo, ma allora è già scivolato di crinale nel negativo, è lieve e curioso. Intendiamoci, è lieve come una carezza che sa andare in profondità, sollecita sia la tenerezza che il desiderio. Coccola perché vuole scoprire, ma pazienta e il disvelarsi è attesa dolce. È un ripetersi che fa bene, che toglie dall’usuale, dalle abitudini. È terapeutico e fertile se dosato con la giusta leggerezza, se tiene lontano il veleno dell’ossessione. Contiene quella leggerezza che apre il sorriso, che chiede, svagata nel quotidiano, che il mondo si riveli un poco attraverso una persona. Teniamo questo ripetutamente da conto, ne esistono altri, ma in questo c’è l’esercizio dell’attenzione, della curiosità partecipe e della gentilezza. L’ascolto insomma, più che il dire, il bussare alla propria porta interiore piuttosto che lo spalancare.
Prende la tensione dell’uno verso il cielo, l’accostamento di coppia che è già intesa erotica, riscatta la banalità del 10, dopo la capriola del 9, ed è l’apertura di una modalità nuova, un impegno sinora sconosciuto nelle sequenze dell’unicità, il confronto con l’altro.
C’entra il palindromo? Non penso, anche perché la convenzione umana di numeri e date è una pallida prefigurazione del mistero delle coincidenze. Ma l’11 non coincide, s’affianca, si confronta e sovrappone, non si ripete, è individuo doppio: mancasse il respiro tra l’uno e l’altro perderebbe la qualità e si disperderebbe nell’unicità. Il palindromo però è un evocatore demoniaco.
Uno dice: in agguato c’è il palindromo, la lettura doppia. Non fidarti dell’evidenza, il palindromo si nasconde nei dettagli, si insinua nei pensieri e perde chi li pensa. Fuggi dal palindromo perché il palindromo è un gran fascinatore, e via dicendo. E’ il fascino della specularità senza specchio, il luogo dei gemelli, altro grande evocatore d’inquietudine e fascino che implica la ricerca della differenza presi dallo stupore dell’eguale che non si eguaglia. Insomma l’ 11 apre una serie che usa due volte il segno e pure essendo il più semplice tra i doppi apre una porta fantastica, ricca di fantasia che non risponde a regole, ma da destra o da sinistra inizierà la fantasia? Chi considera il calcio una rappresentazione pratica degli scacchi, non avrebbe dubbi: da sinistra. Là dove c’è il piede e il luogo del diavolo, la maglia di Mariolino Corso e di Gigi Riva, il genius loci imprevedibile che sovverte e vince.
Nella cura ci sono le piccole notizie dell’inizio del giorno: come ho dormito, l’impressione dei sogni, lo svegliarsi e la prima consapevolezza della giornata. Poi tutto accelera, l’essere verrà sostituito dal dover essere, ma di quel primo accogliersi ci sarebbe necessità di memoria di futuro, perché è vero che c’è un utile e un dovere collettivo però non è così primario come lo si dipinge. Una gigantesca menzogna circola per il mondo ovvero che gli uomini non abbiano prezzo mentre tutto dimostra il contrario. E lo cogliamo in ogni mancanza d’attenzione, in ogni competizione perduta, in ogni attesa senza soddisfazione. E allora disvelare a sè il proprio valore prescinde dall’attesa di un giudizio positivo, si esce dal lamento silente ed è la cura del vedere e del vedersi, l’ascolto di quella persona che abita in noi e che non può vivere solo nel sogno, che prevale.