primo ottobre

Il banco era troppo alto, eppure ero alto per la mia età, ed era troppo nero, troppo scomodo.
La panca di legno era parte del banco, anch’essa dura e troppo alta.
Ero scomodo e prigioniero di un ordine non mio.
Dietro le tende color ocra c’era il sole
gli spazi in cui correre e giocare,
ma tutto era stato inghiottito da un gorgo, ero in un altro mondo.
Avevo pianto poco, era bastato un abbraccio.
Mia madre aveva un bel tailleur principe di Galles, era commossa e bellissima, ed ero fiero di lei.
Mio padre mi aveva baciato prima del lavoro, avevamo condiviso amore e caffé latte, poi ciascuno per la strada sua.
Cose da uomini.
Eravamo tanti davanti alla scuola,
la generazione della speranza, nati dopo la guerra, conoscevo gli amici dei giardini, dei grandi, infiniti giochi, ma quanti altri bambini esistevano che non conoscevo.
Saliti gli scalini, percorso l’immenso corridoio, condotto alla porta della classe, era emerso lo sconcerto della novità. Ammucchiati come pecore eravamo in attesa d’un luogo dove andare. L’appello e l’altezza avevano assegnati I posti e, seduti, si era sperimentata l’attesa nel
vuoto del fare.
Poi I bell’italiano della maestra,
con un salmodiare per frasi brevi, ricche di parole inusuali.
La mia lingua madre veniva accantonata, ma non lo sapevo ancora. Sarebbe stata la prima violenza a cui resistere, forse la più facile e una delle poche davvero vinta.
Gli alberi del giardino della scuole
scuotevano chiome in via di dissolvimento, volavano foglie e rami secchi, l’occhio esperto valutava la graniglia e lo spessore del terreno, poco buona per correre veloce, ottima per togliere la pelle.
Sarebbe stato un giardino precluso,
tolto dalla didattica, e riservato alle rare adunate collettive.
Eppure in esso c’era il tempo, le stagioni, la libertà vista dalle finestre.
Vicina, possibile, lontana.


Con una macchia iniziava la mia scuola, maldestra la mano, traditore il pennino, infingardo l’inchiostro.
Per cancellare il primo degli innumeri sbagli, ho tolto la pagina,
e invece l’insegnamento era che nessuna pagina doveva essere tolta,
che ogni cosa ci apparteneva, e aveva un posto in quell’aggiungere infinito che iniziava.
Ma questo l’ho capito molto dopo.
E il banco restava scomodo come il dover essere altro.
Alle 12.30, in buon ordine si usciva e mia nonna mi aspettava.

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