albaro fa omo

Visto dall’alto di quell’albero storto, sotto c’era un groviglio, una pazza matassa di maglie colorate, di calzoncini corti, di braccia, di gambe, di corpi sotto teste sudate, ricciute, lisce, rapate. Era un gomitolo di membra che si aggregava e disfaceva e che emetteva solo tre parole: passa, damea, tira. Tutte urlate assieme, confuse nella polvere sollevata da pedate che prendevano terra e stinchi, indecise sull’amico e il nemico, vogliose di quella palla da colpire e gettare avanti. E quella palla, improvvisamente, sbucava dalla selva di gambette, di spinte, di braccia e allora, sempre visto dall’alto, il groviglio diventava un serpente vociante, con scaglie cangianti di maglioni e camicie, un serpente con una testa appena un po’ più grossa, che si spintonava e si sentiva inseguita da quel corpo incalzante di voci e di piedi.

L’albero fa omo. Era quello da cui avremmo dovuto guardare in basso, un pino marittimo grandissimo e piegato di lato, sopravvissuto, lui, al bombardamento del ’44 che aveva polverizzato almeno dieci pagine di storia dell’arte. E anche quella volta era stato giocatore, mentre attorno gli cadevano pietre dipinte, volavano scaglie del colore inenarrabile di Mantegna, pezzi d’angeli del Guariento, il bronzo delle campane, i marmi delle statue. Aveva fatto omo, sponda, finché la polvere s’era posata e la rovina era apparsa, totale.  

Ma l’albero stava adesso giocando, col serpente. E questo dava pedate all’albero, alla palla, alla polvere, al marmo che affiorava, mentre si svolgeva dal groppo di spire, ricomponendosi in linea, in un eroico andare verso una porta dipinta su un muro. Un segno bianco che percorreva la porta antica murata della cappella e lì, tra quelle linee, in attesa, c’era un campione immobile e silente, il portiere, la mangusta che sola avrebbe potuto sconfiggere il serpente, ora diventato biscia sottile con un maglione rosso zuppo di sudore e due gambe marroni di polvere. Tra queste c’era la palla conquistata e dietro la corsa vana dei difensori . Una questione a due, e quelle gambette irte di ferite recenti caricarono rabbia e ingegno da trasmettere alla palla. Partì la pedata, forte, tesa, e insieme alla palla, anche la scarpa di tela Superga sdrucita. La palla veloce puntava verso un angolo della porta e la scarpa sull’altro. Il portiere mangusta si tuffò nella polvere e parò.

La scarpa.

Allora il serpente, che s’era fermato, ammutolì guardando incredulo la sua testa saltellante e il portiere a terra con la scarpa tra le mani, e poi scoppiò in un boato di urla e risate, che di certo arrestò le preghiere delle beghine impegnate nel vespro.

Io non lo sapevo ma avevo imparato cos’era una risata omerica. 

il topo e la buca

programma elettorale

Vorrei rassicurarti caro elettore, non ti dirò poi molto, 13.8 cm di scrittura. È un quadrato d’impegni sulle nostre poche vere necessità, nella certezza che staremo bene assieme. E vale per entrambi, perché cammineremo a lungo in compagnia. Cominceremo a far in modo che l’acqua defluisca senza invadere le case, che la cultura cresca per suo conto trovando spazi e ascolto. Le spazzature se ne andranno la mattina presto, e parlare davanti casa tornerà ad essere un piacere. Risparmieremo il necessario per l’inverno, senza lesinare nel divertimento nell’estate, e ci sarà nuova erba per far correre i bambini e alberi per farli riposare. Pianteremo nuovi fiori perché la primavera ne ha bisogno e rimetteremo in ordine le scuole perché è più bello imparare dove si sta bene. Sarà bello camminare e correre con la bicicletta tra colori e bianco per allietare il giorno e luce sufficiente per far scorrere la notte. Il vigile ci abituerà a non prendere le multe, il poliziotto a vedere il pericolo dove c’è davvero. Ci saranno sempre luoghi aperti a chi non sa più dove andare e una spalla su cui mettere la mano per chi fatica a camminare. Per curare non mancherà un ambulatorio senza orari con medici accoglienti. E ci preoccuperemo della vita di chi ha perso il necessario per sperare. Cacceremo il topo e colmeremo le buche nelle strade. Scegliendo il buono, cureremo il bello, per sentire d’aver vissuto bene in questi anni. E tutto questo non ti sembri poco perché scoprire che si sta bene assieme, ci rassicurerà di esser sempre ricchi di presente e di futuro. 

maresana

Dovete sforzarvi per immaginare un luogo in cui le erbe erano cresciute alte, gli arbusti quasi alberi, e gli alberi sembravano centenari, anche se non lo erano. In un fiume di verde l’ortica fioriva indisturbata e le sue foglie erano motivo di sfida nell’essere prese. Un luogo in città, vicino a un fiume che era almeno fangoso, ad un passo dalle fabbriche ancora in centro, continuazione di un giardino curato e famoso. Li, oltre un’arena romana, una cappella famosissima, un corso che si riversava nella stazione, era il regno della favola, dell’ignoto, dell’avventura, della pesca infruttuosa e delle sanguisughe. Un posto da gatti e non da bambini, da pedofili e non da adulti, un luogo in cui il pericolo aveva il sapore dolciastro del sangue succhiato e l’odore del ferro ed era per questo così affascinante ed esclusivo. Noi c’andavamo, incuranti degli avvertimenti e dei ceffoni, incuranti del pericolo di qualche bomba a farfalla dispersa e mai bonificata, incuranti di chi ne aveva subito violenza. Incuranti come solo può essere un bimbo, invincibile nella sua paura, coraggioso perché la vita non ha ancora significato e i piccoli dolori li conosce, sa che durano poco e poi passano. Anche con una carezza passano. E anche con un ceffone passano. Va da sé che preferivamo le prime. Non desistevamo, e non per riottosità o dispetto, ma per l’avventura che era solo lì. Avventura che selezionava e andarci era cosa da coraggiosi e da racconto. Lì ho imparato a sfidare la paura di arrampicarmi sui muri. Lì per la prima volta ho creduto che sarei potuto morire. Lì ho sperimentato la gioia di essere vivo, ammaccato, ma vivo. Insomma per me, e credo per tutti quelli che lo frequentarono, fu un luogo di emozioni, di crescita e di gioco assieme che non avremmo dimenticato. Eppoi quel posto aveva un nome così selvatico e familiare, così colmo d’altro che lo si ripeteva nell’invito, nel bisbiglio, nel segreto che si negava agli adulti. Maresana era la vasta riva che precedeva l’alto argine delle mura del ‘300, l’inizio del guasto della resistenza alla lega di Cambray, un luogo d’ombra, gatti selvatici e topi della stessa taglia. Visto dall’alto sembrava una boscaglia incolta, nel mezzo si passava per stretti sentieri tra erbe e cespugli, luogo da fionde e frecce fatte di stecche d’ombrello, luogo incanaglito e pericoloso. Insomma era altro dalla normalità. Talmente altro che nell’ignoranza felice dei luoghi tutto travasava in una vita di corse, di fughe e d’attacchi, in piccole gambe rigate di graffi e di sangue, in battaglie cruente di grida, in spaventi, batticuore e risate, in scoperte che sarebbero state solo ricordo, poi soverchiate da ben altro. Ma di tutto sarebbe rimasto un sentimento, d’essere stati, lì, in quel luogo, allora, e l’impressione non se ne sarebbe più andata. Quando ci passo e ne vedo lo spazio ordinato, pulito, ma ormai vuoto di bambini, penso a come abbiamo vissuto, a qual’è stata l’iniziazione al crescere. E non perché ci fosse chissà quale prova, eravamo comunque curati, vestiti e ben nutriti. Noi in città non potevamo avere gli spazi della campagna, gli alberi da scalare, i nidi da raccogliere. Però quello spazio ci educò come altrimenti non avrebbe potuto la strada, i giardini curati, i richiami di nonne e tate. Eh sì, perché eravamo in centro e c’erano pure le tate che si sgolavano quando si accorgevano della sparizione dei pargoli affidati. E siccome i militari erano stati la distrazione che aveva permesso le fughe, la ricerca si allargava al contributo dell’esercito, e diventava vociante di nomi e richiami, con accenti foresti (stranieri di dialetto), avanzate ed ispezioni ad ampio raggio. Non ci prendevano mai nei posti segreti, ma credo sia stato questo cercarci che qualche volta ci salvò dalle esperienze che nessuno voleva fare. E quando il ragazzino veniva trovato, essendo precluso l’uso del ceffone, a lui non a noi, le tate cercavano di capire dove si potesse essersi compiuto tanto disastro, e sbridello di calzoncini, camiciole, berretti. Noi avremmo potuto narrare delle epiche lotte che c’erano state, ma eravamo intenti a scappare, dai ceffoni delle tate, che su di noi si potevano sfogare, e da quelli delle nostre mamme e nonne, che erano più leggeri, ma pur sempre ceffoni erano. Il ritorno alla civiltà, quindi, era un correre ulteriore in una confusione di fughe e in qualche caduta che la sera sarebbe stata debitamente pulita dei sassolini sotto pelle e disinfettata con alcool. Ma si sarebbe tornati.

esercizi di guinzaglio senza cane

Versione A

Stanotte tornando a piedi, penso, la sala dei Giganti era bellissima, e anche l’acustica non era male, Britten gradevole, le voci intonate, sto percorrendo le strade del ghetto, davanti ai bar si ammucchiano bicchieri di plastica e ragazzi, che segmentano la strada, vuota per lunghi tratti poi improvvisamente piena, le case, un tempo piene di famiglie di ebrei, poi di poveri ebrei, poi di poveri, ora ospitano ricchi borghesi infastiditi dal chiasso, per recuperare ogni centimetro cubo le hanno lasciate strette e alte, fino alle altane trasformate in pompeiane, il modo migliore per riflettere le voci in un brusio d’alveare, l’acciottolato delle vecchie strade, massaggia i piedi, sassi tondi di fiume che hanno conosciuto carrozze, rivolte, fughe, miserie, adesso sono incongrui alle scarpe sottili delle ragazze, solidi ai scarponcini prensili dei ragazzi, discreti alle mie, tengono indifferenti, tutti, i sassi, ai lati portici accolgono caldo dalle bocche di lupo, vomito e piscio d’ubriachi, carte, bicchieri, cartoni e sacchi a pelo delle nuove miserie, all’angolo del prato un’impalcatura è stata issata per lavorare di notte al circolo ufficiali, i rumori di giorno, disturbano le guerre combattute in ufficio e alla buvette, schiocchi di lamiere percosse dai secchi che salgono e scendono con carrucola semplice e cigolante, leva del primo ordine per far meno rumore, fallito l’obbiettivo strategico, penso, le case di fronte si lamenteranno, nessuna luce dal circolo, salvo dalle finestre del retro dove si vedono le cucine, lì s’è impiccato un mio compagno di militare, parlava solo tedesco, faceva il pastore, non lo mandavano a casa, nel prato gli alberi sono contornati di luci, una nuvola all’interno del cerchio di statue, il cloud senza dati, chissà perché non lasciano stare gli alberi, penso, e kitch per kitch, non mettono le luci alle statue dei padovani eccellenti, Cattelan è di queste parti l’avrebbe già fatto se l’avesse pensato, sotto il portico del corso, escono dalla pizzeria Orsucciricettasegretad’impasto, pizze in cerca di notti interessanti, e spavaldi ragazzi, forse innamorati, sono seduti ai due tavolini d’ alluminio all’aperto, birre gelate e  desideri evidenti, la città si stira verso natale, per densità decrementanti di persone e di luci auguranti, si avvia oltre la cerchia muraria, i tram si incrociano allo stesso posto, esce calore dalle porte e il soffio d’ aria compressa che le comanda,  qualche scintilla dal trolley, non c’è nebbia, solo il primo freddo, fischio piano seguendo i passi ritmati, tirando boccate lunghe di toscano, qui sto bene, penso

Versione B

Dopo il concerto, freddo notturno, alzato il bavero, mi avvio verso casa, tra città, portici, persone: qui sto bene, penso.

natale


La foto è quella di un albero di natale controluce. C’è una finestra ampia. Fuori non si vede oltre il grigio, facciamo che sia una sfuocatura, anziché neve o nebbia che distrarrebbero inutilmente. L’albero non è granché, forse artificiale, spelacchiato, con fili d’argento e d’oro che s’intuiscono, poche palle e poche luci, senza pretese. Un albero, prima dei bassi costi cinesi. Su un lato un televisore funziona con un’immagine indistinta. Siamo in un soggiorno, un pezzo di divano spunta dall’angolo in basso. Non c’è nessuno. Ovvero c’è il fotografo, ma sta guardando dietro la macchina, quindi è uno sguardo. Solo uno sguardo  ed un pensiero.

Confronto l’albero con il sole cocente di questi giorni  di maggio, è un natale finalmente depurato, senza l’atmosfera costrittiva della festa. Le cose, private dei luoghi comuni, acquistano una dimensione comunicativa nuova.

L’albero parla di qualche affetto esistente, di famiglia forse; ne parla, così in generale, che può essere qualsiasi affetto. Si sente una relazione. Ecco, l’albero parla della relazione senza ostentazione, con poca ricchezza, quasi una necessità di fare. La povertà incipiente della mezza luce del pomeriggio fa il resto ed enfatizza la sensazione. Qualcuno ha messo insieme un rito, adesso le fasi dovranno essere riempite di contenuti emotivi.

Avete presente quando ci si trova ad una cerimonia? Raramente si partecipa totalmente, la testa scivola altrove e tra l’inizio e la fine c’è spazio per il quotidiano, per i desideri, per i pensieri meno nobili, per la noia, per i sentimenti. Accade anche durante i rapporti sessuali, ci sono studi importanti al riguardo, quindi, a maggior ragione, ovunque il canovaccio preveda delle sequenze, la testa è lasciata libera. Ciò che accade dentro, è un miscuglio che approfitta di un contenitore e delle sue cadenze temporali, la forma, i convenevoli/preliminari, l’atteggiamento. Il tutto con pensieri differenti. Nella foto, l’albero e la stanza sono il contenitore, così adesso possiamo metterci il resto. Solo che stavolta non sarà ritualmente scontato, è una rappresentazione di noi, del nostro pensiero. Noi siamo i personaggi assenti, ci confrontiamo con la verità che vorremmo raccontare e che non diciamo.

Permettiamoci di raccontarla: è natale a fine maggio ed i nostri personaggi sono due o più. Meglio due. Hanno qualcosa in testa, torneranno tra poco in quella stanza, non assieme o forse sì, comunque il non detto è già nell’aria. Non lo diranno e lo diremo noi per loro. L’albero assiste e lega tempo e spazio. La rappresentazione inizia…

caldo freddo

Caldo Freddo Sinistra Destra

E-book è di sinistra oppure di destra? E il libro di carta è di sinistra oppure residuo freddo della conservazione? 

Retrò è un caldo pensiero differente e resistente alla normalizzazione, oppure è solo fredda schiuma espulsa dal mare?

Caldo Freddo Sinistra Destra

E’ la sostanza del progresso, racchiusa in un dilemma:  tutti assieme un po’ più avanti, oppure poche avanguardie decise che faranno il pensiero medio successivo?

Il gioco destra-sinistra nel momento in cui siamo orfani delle ideologie e la marmellata si distingue dall’etichetta, diventa un momento divertente di autocoscienza.

La mia moka Bialetti da 2 caffè è certamente calda (col manico consumato, è bollente) e di sinistra, ma quando viene fatta in India e licenziano 200 operai in Piemonte, è ancora di sinistra? Era di sinistra perchè il piacere del caffè, è puro edonismo, rivoluzionario, mattutino, caldo, nero, forte, ma morbido, come si conviene a chi pratica rispetto anche in battaglia. Fusa in conchiglia prendeva porosamente, il sapore del caffè, ed era oggetto da passare in eredità, diffidando dalle imitazioni. E il caffè che borbottava, così caldo e di sinistra, mescolato col fumo pensoso oppure addolcito dal pane abbrustolito e la marmellata, era l’icona del guerriero scaruffato pronto alla lotta. Anche l’ultima briciola, dimenticata sul labbro, portava l’umano verso l’esterno, con la sua sensualità e i suoi dubbi.  Chi toglierà il dolce, perso sulla curva rosea, all’ultimo momento? E come lo toglierà?

La moka era calda nella sua virtù operaia, sbrigativa e pronta all’azione, sorella della popolare napoletana, però attenta e vibratile al progresso ed alla velocità. Ora, nella globalizzazione, è ancora calda la moka, oppure gorgoglia solo da noi mentre negli angiporti di Bombay, dove dovrebbe scottare di consapevolezza, neppure sanno cos’è?

Destra Sinistra Freddo Caldo

Il confine si sposta, il tiepido non dice nulla, l’e-book giace con la sua pancia piena di parole. Lo comprerò e lo metterò nello zaino oppure meglio continuare con la carta su cui spuntare le matite?

Meglio la carta, i libri stazzonati, le rigature con la B4, le guance infuocate di fronte al tramonto, la voglia di fare, di cambiare, di lasciarsi andare, di riprendere: questa è vita calda all’inverosimile. Questa è sinistra pura.

Ed internet è calda? Oppure nella sua medietà di contenitore d’eccezioni e singolarità assomiglia più ad una caserma che ad un campo di battaglia? Per me la rete è di sinistra, troppo magmatica e trasgressiva per essere contenuta, deborderà sempre, ed è calda, caldissima nella sua imprevedibilità. Wikipedia è calda, con le imprecisioni e col suo essere di parte, è di sinistra anche quando è di destra. Il sesso in rete è freddo, di destra, una pippa, ma i blog hanno tutte le gamme del calore e i commenti ancor di più. Caldi, tiepidi, irriverenti e compiacenti di battaglie mai combattute, di parole scoperte nel libro abbandonato al bar, caldi di voglie e di sfoglie (bisogna pur tener conto che le ricette sono un must della rete). Facebook è tiepido, senza spessore, non freddo, ma scontato e senza obbiettivi, meglio Twitter, così rapido da serpeggiare tra pensieri di 160 caratteri. Mentre You tube è caldo, magari per poco dopo che l’hanno venduto, emule è tiepido, anche torrent non scotta, ma verranno chiamate all’arruolamento in nuove armate di contenuti mixati e sorprendenti. Che saranno caldi finchè gelata non normalizzi. Già, perchè il caldo si raffredda se non è di buona marca e muta collocazione.

Destra Sinistra Freddo Caldo

Serve un posto dove collocare i pensieri, i desideri, le paure e l’ansia. L’ansia è di sinistra, è calda come l’inquietudine. Non pasce, e dorme poco. Come l’amore. Ma l’amore è fuori conto, è isotermo,  il sesso, invece, dipende… Quello col dubbio, è caldo, ha una costellazione di riferimento, naviga, naufraga, riprende. Quello di consumo è normalizzato, freddo, ripetibile, un libro mediocre già letto. E la passione? Sconfina parecchio la passione, sta sulle sponde, attraversa il fiume, si bagna, non ha paura della corrente. E’ il fiume che è tiepido, si nutre di pesci e di erbe, aspetta corpi senza futuro.

Caldo Freddo Sinistra Destra

Solo le stagioni soddisfano in medietà, eppure anche al bar il caffè, prenderlo tal quale riesce difficile. C’è chi spaccia orzo per caffè e cioccolato al latte, per cioccolato.

Nella fisiologia politica del gusto il cioccolato è almeno 70% di cacao e  col caffè nero, sta volentieri sulla stessa calda barricata. Caldi, sempre caldi.

Ho trascurato il freddo, che ha grande possibilità di crescere se non si nutre d’ovvietà, ma attendo una finiana svolta negli usi e negli oggetti del vivere. Chessò: un pagar le tasse per pagare la ricerca e la scuola, un distributore del caffè, che è già freddo di suo e di destra , che punti al cuore del consumatore ed alimenti gli scontri politici nei luoghi di lavoro. Aspetto ultras che amino il calcio e non la vanità dei presidenti delle società, vorrei che il freddo scottasse le dita, arrossasse le guance e facesse bollire l’acqua del pediluvio in cui navighiamo.

Caldo Freddo Sinistra Destra

In una fisica della politica in cui le persone contino, la temperatura non è aurea medietà.

 

a proposito, di queste due interpretazioni, qual’è la temperatura? 🙂 

partito palindromo italiano

Nel nostro partito politico manteniamo le promesse.

 

Solo gli imbecilli possono credere che

 

non lotteremo contro la corruzione.

 

Perché se c’è qualcosa di sicuro per noi è che

 

per raggiungere i nostri ideali.

 

l’onestà e la trasparenza sono fondamentali

 

Dimostreremo che è una grande stupidità credere che

 

la mafia continuerà a far parte del nostro governo come in passato

 

Assicuriamo senza dubbio che

 

la giustizia sociale sarà il fine principale del nostro mandato.

 

Nonostante questo, c’è gente stupida che ancora pensa che

 

si possa continuare a governare con i trucchi della vecchia politica.

 

Gestendo il potere, faremo il possibile affinché

 

finiscano le situazioni di privilegio.

 

Non permetteremo in nessun modo che

 

aumenti l’indigenza e il bisogno.

 

Compiremo i nostri propositi nonostante

 

le risorse economiche siano esaurite.

 

Eserciteremo il potere fino a che

 

Si capisca da ora che

 

 

Siamo il partito … , la nuova politica

 

ricevo, modifico e pubblico: si legge dall’alto al basso per i credenti e dal basso all’alto per gli increduli, ma che partito è?

 

 

il gioco della torre

Premetto che non so se riuscirò a fare tutto quello che è richiesto dal thethinkingblog.com, ma Melania, oltre a nominarmi, cosa di cui sono oltremodo arrossito, mi ha permesso di ridurre l’impatto della scelta: i blog che Lei indica li frequento tutti e mi sono più che cari. Ne deduco che la mia scelta è più ampia: i suoi più i miei.

Come porto dentro il simboletto, boh?            

http://www.thethinkingblog.com/2007/02/thinking-blogger-awards_11.html 

I blog che stanno sulla torre sono:

  1. missminnie
  2. coltrane ovvero elodasax
  3. incauta
  4. lineadombre
  5. lp42

Se li frequento assieme a quelli di Melania & c. un motivo c’è ed è che li sento veri, non virtuali, molto vicini e ricchi. Prima, mentre stavo cuocendo le lenticchie con la zucca, pensavo alla molteplicità delle esperienze/intelligenze che incontro e a quanto ricevo. Umanità e sentimenti, passioni e razionalità: come per un medium, vibra tutto su ‘sto blog. Quindi non li esaminerò nella diversità e vado a farmi una camomilla che la cena è stata importante oltre chè buona.

notte notte