nodo e gropo

Un nodo. Come quelli che mia nonna mi insegnava a sciogliere.

(In realtà lei mi insegnava la pazienza e il nodo lo chiamava gropo. Che era cosa meno raffinata e suscettibile di analisi, ma la sua ruvidezza lo rendeva scioglibile. Sciogliere è riportare le cose in un ordine accettabile.)

Solo che questo nodo è dentro e riassume altro.

Cosa include la topologia di un nodo oltre all’evidenza ?

La complessità.

Cioè tutto quello che non si riesce a maneggiare: il futuro, i ricordi, le cose non fatte e quelle, purtroppo, fatte, i no non detti a tempo, il muro dei sì, ciò che si è tenuto a forza e ciò che si è tagliato. Beh, tagliato è una parolona visto che dentro al nodo c’è anche quel legame.

Un nodo tiene assieme e impedisce di andare dove si vorrebbe. Come i cani a catena. E questo nodo non si scioglie. Non con la sufficiente velocità, almeno. E non va né su né giù. È lì a ricordare che solo con le dita che portano al cervello si può agire per non aggiungere complessità.

Il contrario della complessità non è semplicità, ma scelta, errore, pazienza.

Ecco, tutto qui.

Semplice essere complessi, molto meno trasformare i nodi in gropi per scioglierli davvero. 

blu

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Hanno scoperto un nuovo colore. Un blu così intenso che mai si è visto prima. Per caso, come accade spesso per i colori sintetici, mescolando indio, manganese e chissà cosa. Cercavano una fibra conduttrice e dall’imperizia di uno studente è venuta fuori questa nuova frequenza d’onda. Naturalmente l’hanno brevettato, sia il colore che il procedimento, e visto che gli americani sanno cos’è il marketing, adesso c’è un concorso per il nome. Solo giovani. Attempati e perditempo, astenersi. Magari non hanno pensato che il blu appartiene proprio alle generazioni più agé e che i giovani frequentano con molta libertà altri colori. Quello che mi ha fatto pensare è che il blu della cappella degli Scrovegni era fatto di lapislazzuli mescolato con chissà quali resine organiche ed è venuto il blu di Giotto. Oppure osservando i maggiori abitanti del pianeta, gli insetti, si scoprono variazioni infinite nel pantone della natura. Che se ne frega dei brevetti e continua imperterrita a produrre variazioni d’onda utili. A che? Alla salute, all’accoppiamento, all’allegria e alla vanità, al mimetismo e chissà a quanti altri usi pratici. Mi piace l’idea del caso che inventa e ancor di più quella del caso che si diverte. Tanto che alla fine mi sembra che di caso abbia ben poco. 

non muto

Se si finisce per giustificarsi, se le conversazioni sono un canovaccio che si potrebbe riempire prima di iniziare, compresi tempi e silenzi.

Se questo dirsi attiene molto al passato e quindi agli errori, ché tanto i meriti saranno sempre scontati, se tutto ciò è ricorrente, qualche errore presente pure ci sarà.

Nessuna buona indole giustifica la ricerca dei colpi scontati, neppure la speranza di cambiare chi ci colpisce oppure l’evolvere nostro. È solo un innaturale, incongruo, assurdo senso di colpa privo d’oggetto a cui ci si assoggetta. Ovvero il senso di colpa dell’esistere e dell’essere come si è, e se di chi ci ha ferito poi si riesce a dire : chissà perché di te io ricordo solo cose buone, in questa frase chissà quante illusioni o rabbie sono state sollevate.

Lo penso ora, che di più capisco e meno faccio per adeguarmi. E non muto e d’altro mi curo.

Si può vivere per approssimazione a se stessi, cercando di assomigliarsi quanto più si può, ma non essendo altri. Ogni notte ne verrebbe una colpa da annegare nel sonno, forse per questo la bussola è semplicemente essere, cancellando ciò che può far male.

Fruà

Strette strade fuori dalle antiche mura, tra siepi e case
il regno del libero gatto
e dell’indifferente beffa ai costretti cani.
L’aria corre e s’imbeve di rose: a sera faranno gara coi gelsomini di minuscoli giardini.
Qui c’è quiete e grandi storie
un tempo fatte di cura e di centrini,
d’edicole devote a madonne e santi
e di rosari a maggio.
Adesso tra voci incerte e negozi chiusi
si trattiene un vicinato di piccole notizie e stagioni dispettose.
Son passati i grandi amori:
le luci a lungo accese,
le diaspore, gli obblighi affogati nei silenzi,
si sono scrostate le passioni come i muri che mostrano le argille della bassa,
e si son fusi, mattoni e vite, un tempo state
e più spesso consumate.
Fruà usa la mia lingua antica per l’ abito troppo a lungo adoperato,
però ancor comodo come nessuna nuova vita sembra poter fare,
e così nella scelta del mattino tornano al vecchio abito pulito,
come un’abitudine che tiene assieme il giorno
con la notte appena consumata.

la festa della liberazione

Il palco era collocato in una posizione inedita, tra l’università e il municipio. Guardava entrambi come se la libertà riguardasse il sapere e l’amministrare. L’università medaglia d’oro della resistenza da cui era partito il richiamo alle coscienze di chi aveva asservito anche il sapere alla dittatura. Il municipio avrebbe aspettato il 28 aprile per cambiare idea, non molti cittadini che ritrovarono nella parola libertà il modo di fare i conti con se stessi e con le proprie scelte. Questo pensavo mentre i discorsi proseguivano e il cerimoniale, così rigido e anacronistico, scandiva il susseguirsi delle corone da porre davanti alle lapidi dei caduti; la retorica evaporava significati che invece dovrebbero essere parte delle vite.

E così guardavo la traduttrice per la lingua dei segni, i suoi gesti che erano parole sintetiche e così esplicite da riassumere, non il ieri raccontato, ma l’oggi. La costrizione, il suo rifiuto, il disastro dei corpi e degli spiriti, l’ascesa della libertà, il dentro e il fuori, rappresentati e chiari nella nettezza delle mani che raccoglievano il senso e lo redistribuivano. Ero affascinato dal suo muoversi controllato ed essenziale, che non era un riassunto, ma il senso per quanti erano sordi. Le sordità e l’indifferenza senza gesti che le richiamino alla coscienza sono nei fatti, sinonimi. Adesso l’oratore parlava delle ultime, ancora più inutili stragi, delle torture efferate che si erano svolte in un palazzo poco distante, e le mani riportavano a sé quel dolore che le parole dovevano esprimere. Non erano cose lontane, in altri luoghi stava accadendo lo stesso. Resistenza e libertà, venivano prima l’una e poi l’altra e non erano gratuite.

Bisognerebbe avere coscienza che gli uomini sono unici quando viene praticata l’eguaglianza, l’asservire toglie ad essi la loro unicità ancor prima della libertà.

Le parole e i gesti della traduttrice aiutavano a riflettere, a considerare che fruivamo  di un privilegio che non era costato nulla ai figli e ai nipoti ma molto ai padri.

La religione della libertà di Croce mi è tornata a mente quando è stato evocato il nome di Antonio Gramsci, il cervello a cui doveva essere impedito di pensare, secondo lo stesso Mussolini. Oggi è l’anniversario della sua morte, ma quel cervello non smise mai di pensare, restò libero preparando la libertà di altri.

Così la cerimonia ufficiale finiva tra battimani e fanfare, si formavano i capannelli di persone che si conoscevano da sempre. Molti sorridevano perché si era sentita una giornata differente. Guardavo la traduttrice che ora parlava con le autorità, c’erano molti militari sul palco e pensavo che le sue mani, ora quasi ferme, avrei voluto spiegassero di nuovo quel gesto che aveva fatto alla fine. Sì, quando era stata chiesta, per la pace oggi minacciata, un’ azione agli uomini liberi, lei con le mani, aveva mimato la colomba che vola verso il cielo e mi era sembrato bellissimo.

.colore

 

La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
di mischiarli col verde e col giallo del campo,
e perdendo lo sguardo nell’azzurro,
tra gonfie nubi nel cuore tutto si fonde.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce
e aspira, si rende ape e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa.
A me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e ogni inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

chissà cos’è passato

In questi giorni, camminando, i pensieri rincorrevano le nubi e mi pareva di aver molte cose da scrivere. Ma le ho perse nel cielo e tra il verde, seppellite sotto molta musica, letture appassionate e soliloqui notturni. Poco male. M’hanno detto, molto tempo fa: quando scrivi sei incommentabile; non si sa con chi parli, alludi, insegui cose tue che dai per scontate.
Già, anche questo nella sua verità è dimostrazione di una ricerca di pochi simili, o forse, più banalmente, è il limite comunicativo che mi porto dietro. Borbotto, curvo parole per far loro seguire l’arco delle idee, mi sospendo a pensare davanti a un bivio. Percorro un po’ di strada in un senso, torno indietro, verifico, scelgo. A volte capisco e spesso no e se un discorso resta sospeso, forse lo finirò, oppure resterà appeso in attesa di qualcosa che trovi un pezzetto di memoria, un’esperienza, anche solo una conseguenza logica che lo porti avanti, ma non di una scusa che motivi un punto fermo.
Se mi annoio dell’ascoltarmi come biasimare gli altri. Potrebbe essere un epitaffio per il tentativo di colmare sempre quei contenitori che chiamiamo parole. E che poi restano quello che sono: mezzi e solo parole.
Vedo che rarefano i passaggi, capisco e non cambierò. Resteranno i curiosi, i passanti. Ci sarà chi chiede al vicino: ma cos’è stato, chi è passato? E a uno scuotere perplesso del capo, se ne andrà pensando ad altro.
Ed è bene così.

il tempo dell’assenza 1.

“…una storia d’amore, ossia l’abdicazione della ragione a favore della passione; è sintomatico, direbbe il buon dottore. È una forma di resistenza. Per Sarah l’amore è solo un insieme di contingenze, nel migliore dei casi il potlach universale, nel peggiore un gioco di dominazione nello specchio del desiderio. Che tristezza. Sarah cerca di proteggersi dal dolore degli affetti, non c’è dubbio. Vuole tenere a bada ciò che può scalfirla, si difende in anticipo dai colpi che potrebbe ricevere. Si isola. ”  da Bussola di Mathias Enard edizioni e/o pg.346 

In quel succedersi di piazze, di portici con plateatico di tavolini all’aperto, di visi ignoti che ti riconoscono, di saluti e indifferenza, che è la mia città, passano conoscenze inattese. Si attende l’uno e arriva l’imprevisto altro e così mentre il sole scendeva tra i palazzi, è apparsa una figura nota. Riconoscibile e cara nel ricordo di qualche anno vissuto molto assieme. Poi, accade senza un motivo preciso, la presenza si era rarefatta sino a temerne una malattia non raccontata perché le poche volte che ci si incontrava il discorso era svagato e frettoloso di lasciare. Infine la sparizione, il succedersi delle richieste di notizie, i mi pare, mi hanno detto, fino al non so comune: l’assenza.

E adesso, dopo l’abbraccio, ha subito iniziato a parlare come un torrente bisognoso di strada, saltando antefatti e interi capitoli poco utili alla storia, il tutto innescato da una domanda così generica che si aspettava risposte svagate e che restava appesa e stupita di tante parole. Quel dov’eri finito ha fatto fatica a connettere le cose che arrivavano a fiotti, almeno all’inizio: mancavano le cause e c’erano fatti raccontati con precisione; come in quelle storie in cui c’è subito l’assassino ma manca un movente e alla fine neppure l’assassino è certo. Con distacco analitico parla di un amore passato. Della sua insensatezza dilapidatoria, così simile al potlach senza il beneficio del prestigio. Ne ha ricavato una caduta a spirale verso un centro (un buco) che non prevedeva l’unione ma il suo contrario, così ha detto, ed era la scissione definitiva da sé, dal suo pensarsi, dalla sua immagine. Il prezzo di quella passione che l’aveva portato via, era stato un distacco che trovava nel dubbio, nella spogliazione delle idee maturate con adesione e fatica, l’estraniazione da sé. Assentiva, così ha detto, ad una visione dei rapporti tra persone, tra amori che non era la sua, eppure l’accettava lo stesso provandone un piacere d’ignoranza per non averla saputa sino a quel momento e d’umiliazione per non sentirla proprio. Ed era un piacere a cui si piegava, come una flagellazione d’insufficienza.

Nell’economia dell’amore l’attesa del ricevere si ricaccia nel profondo, anche se è pronta a balzar fuori se ripetutamente contraddetta, però intanto si rovescia nel dono e si scioglie in un sorriso quando lo si sente accettato, nel suo caso erano accaduti tanti e tali dinieghi che non c’era più neppure la ritualità del convenire l’accettazione. Non sapeva come fosse accaduto, ma ciascuno difendeva un ruolo, dove da una parte c’era una pretesa silente e accusatoria e dall’altra un dare presuntivo di miglioramento, un gettare in una fornace le convinzioni, ciò che aveva di caro e ogni volta ritrovarsi senza nulla sentendo la propria insufficienza, e dover dare ancora. Alla  fine aveva cercato con sempre maggiore frequenza giustificazioni e colpe. Si lamentava in silenzio, faceva il broncio, si sentiva ridicolo mentre incupiva. Era diventato impossibile a se stesso. Era questo un amore? E sembrato attendere una mia risposta, ma non era vero perché ha continuato. Era amore l‘ansia di accettare ed annullarsi come fosse un atto espiatorio, oppure dovevo attendermi gioia, pienezza, condivisione? Di sicuro la seconda, lo sapeva, eppure per molto tempo (non tanto nella cronologia che mi faceva, relativamente breve, un anno o poco più, che per lui doveva essere stato un tempo infinito) aveva sperato, cercato con tristezza crescente che i fatti e le parole coincidessero, che i silenzi avessero senso, che la ferita e l’offesa fossero guariti da un mutare di entrambi, ma questo non veniva e continuava a scendere nell’insoddisfazione, fino al momento che s’era fermato sull’orlo di qualcosa che non sapeva.

Mi ha descritto un’atonia senza limite, un prostrarsi e disperare determinato, cioè la ragione, ha detto proprio questo, aveva preso il governo della passione e pian piano la smontava, la mostrava chiedendo un motivo per ciascuno dei pezzi che sottoponeva ai suoi occhi ed egli, anche se si ribellava, però veniva pian piano convinto a vedere ciò che non aveva voluto.

Come si fosse generata questa estrema resistenza prima dell’indifferenza non lo sapeva, ciò che invece capiva era che era necessario allontanarsi e la modalità prevedeva solo due possibilità: il taglio netto o un processo di riconquista della negazione. Quel no, ripetuto dapprima all’idea di amore guasto, poi alla scissione di questo dal soffrire, l’aveva gettato sulla passione per spegnerla un poco per volta. Ed era andato avanti e indietro, staccandosi con immensa fatica, sperando che un fatto esterno risolvesse, ma non era venuto, così si era operato da solo.

Per capire e cercare di mettere un ordine, e un nome, gli avevo chiesto com’era accaduto. Mi parlò allora di un momento di gioia glorioso, di un incontro, della conquista presunta, del trionfo che in realtà era solo tronfio culto del narciso. Mi disse che erano stati mesi in cui governava le cose e decideva cosa si poteva fare e cosa era precluso, ma questo era avvenuto sino al momento in cui si era trovato talmente legato che era subentrata la gelosia, il sospetto. E chiedendo ragione aveva sentito il rispondere evasivo, e anziché indagare aveva cominciato a dare di più, a credere tutto finché erano assieme e a dubitare su tutto quando non lo erano. Lì era caduta la difesa della ragione e si era consegnato a un evolvere inatteso.

Si era fermato dal parlare. Pensava e si vedeva dalla tensione che ripercorreva qualcosa. Ecco, mi disse, ho accettato che fosse vero il sospetto e cercato di riportarlo in una modalità di amare che non era esclusiva. Insomma volevo mi andasse bene tutto purché alla fine scegliesse me. Tu pensi che questa sia stata una forma d’amore?  No, non lo era perché io stavo rinunciando non ad un rapporto esclusivo, ma a me stesso. A ciò in cui credevo. E non ne veniva un balzo in avanti, ma una precarietà e un abisso che si apriva. Questa discesa è continuata a lungo, alcuni mesi, una vita, finché ero talmente sconvolto da un continuo essere entro passioni contrastanti che mi sono bloccato. Cioè ha funzionato qualcosa di automatico, il sonno, la stanchezza, il vuoto, e ne è venuto un periodo altalenante fino a vedermi e capire che dovevo scegliere. Doveva essere un taglio netto e invece ho scelto di riconquistarmi. È stato un bene e un dolore aggiuntivo. Ma un bene, alla fine. È stato un tempo dell’assenza perché c’ero ed ero altrove, in una vita che immaginavo e che dovevo vedere per capire che non era reale. La realtà ero io allo specchio la mattina, nei gesti che facevo a memoria e che, per la prima volta, dovevano ricevere un ordine: lavati, raditi, pulisci i denti, fai la doccia, bevi il caffè, vestiti, esci, vai. Questa era la realtà, non dov’era, con chi era, perché non ero con lei. Questo ogni giorno per mesi, inframmezzandolo a ciò che c’era attorno. Dovevo rispondere alle domande, gestire la vita normale eppure non c’ero se non quando mi imponevo di esserci. Ero naturalmente assente e ragionevolmente presente, fino al silenzio notturno quando mi lasciavo andare e allora lo scuotersi, la tentazione del chiamare, la curiosità malsana mi aggrediva, e ancora dovevo riconquistare un governo della presenza. Sonniferi e negazioni, infinite negazioni per essere me. Per questo capisco chi si difende e nega anticipatamente e capisco chi si lascia andare e si perde, entrambi scelgono.

Nel mio caso non sarei più stato lo stesso, lo capivo e non avevo scelta, e ora sono in grado di vedere ciò che è accaduto. È stato un errore, di valutazione, di percezione, ma necessario perché mi sento differente, più maturo. Gli errori hanno bisogno di un’ assoluzione e forse questo raccontarmi a una tua domanda su un ricordo comune, è anche questo, ma sarebbe togliere forza all’errore se non lo considerassi parte di me. È una sorta di faglia che può essere riattivata e che resta dentro, perché in fondo è me. Se mi innamorassi di nuovo potrei sbagliarmi nuovamente ma non sarebbe lo stesso errore, non ci sarebbe una coazione a ripetere perché sono stato gettato innanzi da me stesso e nell’inferno ci sono già sceso. Dovrebbe essere un nuovo inferno, e si è fermato, con un sorriso appena accennato, ha ripreso, o un paradiso. Ammesso che noi non conteniamo sempre entrambi.

E ha cominciato a sorridere, ad abbracciarmi per andare via perché aveva fretta. E ringraziava e voleva ci vedessimo presto e contraeva e distendeva il viso e io non sapevo se avevo riconquistato un amico oppure se era definitivamente andato. Questa volta con una spiegazione.

a proposito di tenerezza

Il bisogno di tenerezza si esprime, chiede, cambia la voce e il gesto. E’ disponibile a dare subito e condividere.

Dove si è generato? Quale mano ha cominciato a scavare e creare una voragine che non si colma se non per momenti, tempi brevi, e poi ricomincia?

Comunque è qualcosa che si è avuto e ha creato un’abitudine di piacere oppure qualcosa che è mancato e sin da allora si è cercato?

E questo bisogno è apparentemente collegato e scollegato da ciò che accadde, sembra che la sua natura sia qui e ora. Forse per questo i fortunati(?) ne conservano un equilibrio, una ragione, mentre gli altri sono senza un limite che dica basta. Confondendo con altro il bisogno di tenerezza, surrogando e surrogandolo, oppure facendone scorpacciate infinite è un bisogno che non si placa. Che si legge in ogni gesto, parola, abitudine che viene porta.

Il contatto tenero e fisico inizia con l’abbraccio, in un accogliere che già nella sua gamma di intensità, rivela molto d’altro. Sì perché la tenerezza non si chiede e dà solo nella gioia, ma allo stesso modo nel conforto.  Anche una spalla e un silenzio, e il lasciarsi bagnare di lacrime tiene molto assieme.

amo l’inutile e il suo riempire la passione

Amo l’inutile che riempie di fretta le passioni:

inutile come le cose che ci cambiano davvero
inutile come le parole che sono solo nostre e di chi le ascolta,
inutile come parlare nel buio,
Inutile come una lingua morta che rivive dentro,
inutile come tutti i libri che contano davvero e parlano di noi,
inutile come essere la minoranza della propria ragione,
inutile come il presente che non osa,
inutile come una recensione,
inutile come l’amore che non può crescere,
inutile come il tempo non usato.

Inutile, amo l’inutile, il privo di senso che si cerca, il limite che si supera, la paura che lo precede, il tempo che verrà e quello che ho usato senza senso. Apparentemente.

In questa immensa catasta di inutilità incombuste arde il senso che solo nel gesto gratuito ci sia grandezza e che quando si è troppo ragionato, l’intuito si sia rintanato offeso. L’errore ha dovuto essere giustificato e un senso di sconfitta rimproverata ci ha preso. Eravamo sotto giudizio, la cosa più utile per dire che non eravamo. Ecco, l’utile ci dice ciò che non siamo per davvero.