osservare un incrocio

Le persone parlano se trovano qualcuno che ascolti. E io ascolto. Non di rado le parole sono imprecise, al loro posto vengono adoperati modi di dire oppure parole pluri significato che sono abbastanza larghe da contenere anche ciò che vuol essere detto. Intanto il corpo, il viso e le mani si muovono e parlano per loro conto e precisano il senso, negando in parte quanto viene detto. Basta attendere poi verrà dell’altro. Non di rado la comunicazione finisce in un vicolo cieco, proseguendo dovrebbe dire troppo e allora si avvita su se stessa, cerca di tornare indietro. Basta attendere e poi riprenderà il filo.

Le parole non sono mai sufficienti, bisognerebbe ci fosse corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si ha dentro e usare i silenzi quando serve, allora il sentire uscirebbe in pienezza e sarebbe in accordo con gli occhi, la bocca e le mani finalmente distese. Ma non è facile: bisogna fidarsi e non è facile fidarsi di un quasi sconosciuto che ascolta e non parla di sé.

Invece il bisogno di comunicare riguarda tutti, anche chi ascolta e l’ascolto è una forma di comunicazione che non aggiunge, accoglie, rispetta. Non è forse di questo che spesso si manifesta come bisogno forte. Ora che viviamo in una forzata clausura, ancora di più, perché le abitudini e il timore accentuano l’isolamento e i pensieri si accumulano dentro, formando strati su strati che poggiano su un terreno oscuro e malfermo.

Tutta questa immaterialità credo ci faccia male. Ci espone a un confronto continuo e superficiale, a una narrazione reticente od ostentata, chiede una continua risposta o presa di posizione su cose che non si conoscono e annulla il tempo che potrebbe essere dedicato alla ricerca interiore, a capire di cosa abbiamo davvero necessità per il nostro benessere. Uscire dai social è possibile ma ha un costo immediato: piombare in una solitudine comunicativa a cui non si è abituati e la stessa ricerca del riscontro per qualsiasi cosa venga pubblicata ne è dimostrazione.

È notizia un po’ datata, qualche anno fa un blogger nordico puntò la telecamera collegata al suo computer sull’incrocio con semaforo, sottostante la sua casa. E la lasciò accesa e in connessione alla rete. Ogni giorno, e vieppiù la notte, un pubblico notevole si metteva a guardare per ore da casa propria nei più svariati mondiali orari, quell’incrocio, attendendo che accadesse qualcosa. Questa pratica è stata ripetuta e pare procuri uno sballo meditativo, come fissare un nulla mantenendo attiva l’attesa. Sembra anche che questo guardare sia sostitutivo di altre pratiche, sonno compreso.

Cercando meglio ho trovato che questa comunicazione ha vari gradi di sviluppo e che non sono pochi quelli che lasciano il computer e la telecamera perennemente accesa, questa volta fissata in una parte della loro camera o in altre parti della casa e hanno il loro pubblico di fans scelti oppure lasciano al caso l’incontro tra un bisogno di guardare nella vita altrui e la sua soddisfazione. Come guardare dentro una finestra aperta la vita che si svolge altrove. Pirandello, in una delle sue novelle, Il lume dell’altra casa, parla di questo guardare e di come esso possa entrare nelle vite dei protagonisti, ma ciò che è sottostante è sempre un bisogno comunicativo dove il pensiero interpreta la vita altrui e la confronta con la propria, sinché non capisce quale sia la soluzione che lo riguarda.

In questo ascoltare è necessario ci sia qualcosa di vero, un mettere a disposizione che chiede conferma o almeno una dialettica di esperienze. Kieslowski, in Film Rosso, mostra un giudice che spia le case degli altri e ne ascolta le telefonate per confermare a se stesso che non c’è possibilità di comunicare davvero e che la gente mente, poi il film si incaricherà di far emergere il valore della comunicazione profonda e si chiuderà, dopo tante menzogne, con una speranza. Credo che solo il comunicare possa davvero cambiare le vite e portarle verso qualcosa che le approssima nel profondo, ma questo è ciò che credo io.

tre modi di scrivere, almeno

Scrivere facendo il resoconto fedele di ciò che accade ed è accaduto,.

Scrivere interpretando la realtà, costruendone una nuova che è conseguenza e comprensione di ciò che avviene.

Scrivere come si fosse altro da sé perché la vita si è disgiunta in noi con frequenza e ha generato un piano parallelo del reale.

Di tutto questo scrivere, che spesso ho usato in tutti tre i modi, avverto il fascino e l’inutilità, appena superabile se non viene scelto il luogo opportuno dove esso si possa esplicare.

Un tempo, per la frammentarietà del mio scrivere, a volte gonfio di parole, oppure fatto con pennellate rapide che descrivevano un sentire, pensavo potesse essere un blog, il luogo adatto.  Era il succedaneo pubblico di un’ abitudine antica fatta di foglietti, notes, quaderni, diari. Non lo penso più, anche se continuo a scrivere in questo luogo pur riscontrandone la progressiva disattenzione.

I miei libri, pochissimi e in tirature limitatissime erano un altro modo per scrivere. La carta offre una materialità che consente di ritornare su se stessi e sui mondi che si contengono, vedendone l’evoluzione. Cosa che l’immateriale rende difficile nella sua ridondanza. Scrivere in questo modo costa in termini di attesa delusa, anche se offrire ciò che si pensa agli amici è pur sempre un dono. Costa perché difficilmente questo scrivere entra in un circuito del dibattere, del comunicare: sono bottiglie con messaggi che vengono lasciati al caso.

Infine resta il tornare alla scrittura su carta, mai peraltro abbandonata e pensare che essa, è il dialogo con noi. Lo specchio che non ci mostra sempre come siamo ma che ci porta nel nostro profondo. Ha un difetto, che in essa il limite di sé s’ avverte più forte e manca la speranza di un comunicare intimo, cioè il vero senso dello scrivere che è insieme introspezione, fantasia, fiducia, attesa. E riconoscimento di sé nell’altro quando questo risponde. In fondo anche questo è il senso delle lettere: scrivere per sapere, perché ci preme conoscere cosa accade in un’altra anima. 

ciao come stai?

Ciao, come stai? Qui la giornata è uggiosa, con molti pensieri, il tempo si sbriciola e assomiglia molto all’indifferenza che esso ha per le cose degli uomini. Pesa questo periodo in cui i progetti diventano piccoli, anzi scompaiono e hanno orizzonti temporali che non dipendono da noi. Essendo le giornate fatte di incombenze e consuetudini, scopro che mi addormento per non pensare, ovvero per entrare in una realtà diversa. Questo non costruire che sembra figlia dell’uggia nella sua definizione di noia mista a inquietudine, sembra una risposta ad una sorta di impotenza che si è scordata cosa deve fare e ne ha la sensazione ma non la forza né il ricordo preciso o la voglia.

Diversa la condizione di chi deve e penso a te nel nel tuo vivere non facile, e che intuisco, comunque pieno, tra figli e lavoro. Così sento che i miei sono problemi da poco, i progetti si sciolgono nel raccontarli e la stessa società è distante e imbelle nel mutare, così da generare per davvero una voglia di cambiamento. Però ho bisogno di fare cose, di esprimermi, e se la scrittura diventa un esercizio in cui cerco di mettere verità e sentire, cerco altre forme del comunicare. Prima ho ripreso in mano la macchina fotografica. La fotografia per me, è una delle tante cose di cui mi accontento, pur avendola amata e ancora amandola, del succedaneo di uno smartphone. Gli attrezzi, esigono impegno e attenzione, ragionamento, non basta il colpo d’occhio alla Cartier-Bresson, bisogna costruire e allora mi concentro sull’inquadratura, sul particolare, sul significato che le cose assumono per me come luoghi del vedere e della memoria. Guardo siti di fotografia e ne sono affascinato. Vedo che le persone, che a me piace fotografare, sono trasfigurate in immagini che restano. Come se ogni opera fosse davvero corrispondente a un’idea. Questo mi fa sentire inconcludente persino nei miei poveri tentativi in quest’arte apparentemente tecnica ma in realtà appartenente al comunicare profondo.
Ci sono troppe cose attorno e troppi pensieri e sento che dovrei acchiappare il vivere silente e confuso di questa stagione, per farlo più mio. Trasformare in spazio la necessità di silenzio e di distanza, togliere le troppe parole prive di contenuto e lasciare che prenda forma in poche piccole attività della mente, una nuova comprensione di sé. Una clausura senza porte che non siano quelle del bisogno di riordinare e dare importanza a ciò che accade.

Ho capito una cosa che dovrebbe essere banale e che ci riguarda ma che forse è una modalità della vita. Penso alle amicizie che si sono succedute e che ora rarefanno, anche con coloro a cui, in un determinato tempo, siamo stati molto vicini. Accade a tutti credo e certamente tra persone che sentono il bisogno dell’altro, che poi questa vicinanza si faccia meno forte e infine diventi solo un pensiero. Un pezzo di vita vissuta. Lo so che è naturale sia così ma capisco che accettare che lo sia, mi toglie qualcosa, mi fa sentire sbagliato nelle meccaniche delle relazioni. Ormai sono passati gli anni in cui saltavo da un pensiero al successivo e questo cercare di capire il bisogno di comunicare diventa più forte.

A Natale e Pasqua, un tempo, a casa, si scrivevano cartoline che compravamo nelle bancarelle delle piazze, c’erano immagini allegre di villaggi pieni di neve o di pulcini ansiosi di uscire dal guscio, e le parole erano sempre le stesse, una richiesta di com’era la salute, una finta ansia di vedersi presto, i saluti e gli auguri. Ti sembrerà strano ma questo filo esile e retorico, una fatica che mi veniva assegnata, teneva assieme persone distanti con DNA collegati, affetti tenui e ricordi antichi che affondavano in molti decenni precedenti. Quando si è gradatamente smesso di scriverci le vite si sono slegate e sono volate come palloncini lasciando al caso e alla buona volontà di comunicare le notizie su come davvero andavano le vite. Poi più nulla, come si fossero sciolti i vincoli che tenevano assieme storie e famiglie. Dobbiamo arrenderci a questo processo che ora sembra accelerare e se succede con la gran parte degli antichi amici, dispiace accada alcune persone, poche, che ciò che sembra una legge sui rapporti interpersonali sia così ferrea e che tutto si riduca al fatto di chi prenderà l’iniziativa per scrivere o fare una telefonata. Nell’epoca in cui non è mai stato così facile comunicare i rapporti diventano ancora più labili, si condensano in bolle e piccoli grumi che poi si dissolvono nel gran solvente della miriade di sollecitazioni da cui veniamo attratti. Così non so davvero di te e tu non sai di me ed è un discorso interrotto che ha lasciato molto da dire.

È un pensiero forse egoista, ma credo che le persone che restano siano poche e che questo dipenda da noi.
Fuori il tramonto ha dimostrato la sua capacità di rendere bello l’inquinamento, ma nei prossimi giorni il tempo peggiorerà e tornerà il grigio e il freddo, com’è giusto sia.

Buona serata e che la tua vita sia piena di presente che si fa futuro.

quando invademmo la germania

Non erano cene leggere. Dopo stinchi e spalle affumicate, caraffe di birra, crauti e grappa di ciliegie, iniziava il tour digestivo. Fuori poteva essere un caldo da luglio, con i ragazzi in maglietta e calzoncini che si radunavano a crocchi e parlavano forte e suonavano chitarre e bonghi nelle piazze della città vecchia, oppure uscendo dal locale caldissimo, il freddo era una lama tra le costole che faceva chiudere stretti i cappotti e alzare i baveri. I ragazzi erano sempre a gruppi, anche con la neve a terra. Bevevano birra e vodka , facevano fuochi bruciando appunti di lezioni noiose . Si scaldavano le mani protendendole verso la fiamma e sembravano sempre poco vestiti. Accanto a loro si accumulavano mucchi di bottiglie e vomito.

Il giro digestivo seguiva i canali e le birrerie, alzava le voci, si fermava a guardare i colori delle insegne illuminate sull’acqua. Commentavamo l’assenza o quasi, di senzatetto, quelli che si vedevano erano rari, pacifici e dormienti dentro sacchi a pelo molto consistenti. Avevano un tetrapack di latte vicino al viso e un involto di carta. Mi dicevano che i gruppi caritatevoli facevano il giro presto, alle nove, e chi era sveglio beveva il latte caldo e mangiava il panino, chi già dormiva avrebbe fatto colazione all’alba. Anche perché alle sei tutti dovevano andare altrove: passava la nettezza urbana con le macchine pulitrici.

Camminavamo per aiutare l’affumicato a farsi strada . Ogni tre bar aperti, una birreria e una sosta. Una birra scura fresca e forte, un passaggio di toilette e poi, dopo discorsi che sembravano seri o faceti a seconda di chi ascoltava, di nuovo fuori. Credo che la città vecchia e non solo quella si percorresse ripetutamente sino all’una di notte, quando tutto era ormai chiuso e per la terza o quarta volta appariva l’albergo. Chi era più saggio diceva: vado a letto. Così tutti si entrava e c’era l’ultima birra prima di dormire, dove la parola dormire significava una lotta notturna con il piumino in un avvolgersi e srotolarsi in sincronia con i movimenti cinetici dello stomaco, in un sonno ricco di ripetuti risvegli tra incubi di discreta fattura. L’ascesa alle camere era forse per questo lenta, perché ciascuno sapeva cosa lo aspettava e il giorno seguente sarebbe stato impegnativo. Come da programma notificato per tempo e ben organizzato nei tempi scanditi e nei risultati da raggiungere. Così il tempo ridotto di un riposo sudato doveva compensare e mantenere le ottime pubbliche relazioni raggiunte, mantenere l’onore del Paese di provenienza e la capacità di resistere, con qualsiasi tempo, alle agende dei momenti di divertimento. E se qualcuno vedendoci, sogghignava, il giorno appresso si sarebbe accorto che le menti non erano confuse, i reni ben funzionanti e lo spirito alto. Poi sarebbero venuti dalle nostre parti e allora si sarebbe restituita l’ospitalità e il tasso alcolico. Come a dire che se la battaglia non era vinta sbaragliando il campo, era un po’ più che patta, ma dalla nostra parte.

il mare è sera

C’è qualcosa che attorno non va,

il tempo non procede ,

s’arrotola e mostra trame in cui si leggono figure.

Il mare è sera della terra,

l’accarezza e deposita doni,

sfregola i sassi in cristalli lucenti

ed è luce che sfuma il silenzio,

nel lieve pigolio d’uccelli smarriti.

Volevi tornare nel caldo d’un luogo a te noto:

non amavi i brividi

e neppure il gioco

che sull’arenile scommette con l’onda.

Altrove era il conosciuto che rassicura;

mentre nella spiaggia l’aria ormai tiepida

accoglieva rade distanti parole,

mettere a dormire ombrelloni e sdraio

non richiede grandi discorsi,

ma se avessi sentita l’acqua che sfiorava la sabbia,

avresti visto dove nasce la notte,

e colto il tepore che si prolunga

nell’inermità del pesce che mostra al buio l’argento del ventre.

Avresti capito il cane, dimentico di casa e padrone

che ora annusava felice ogni cosa

rincorrendo la schiuma dell’onda sulla riva.

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. È la gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. 

È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Entanglement si chiama e non è un fenomeno ma una proprietà: che esista un’anima della fisica?

E quella degli umani, che solo a fatica sentono, che guardano minacciosi altri umani dietro un filo spinato, dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore. Uno che ci conosce oltre il conosciuto, che sa dove iniziamo davvero..

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene la paura e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, sulla soglia c’è il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

different posted on willyco.blog 28 ottobre 2016

tempeste e ordine

Le manovre finanziarie passano, s’accumulano, come i debiti d’usura mai si estinguono. Un tempo era l’usuraio benefattore che se non prestava a strozzo la vita, gli uomini lo risparmiavano, ma neppure lui dava del suo e soprattutto nei conti in ordine, nel mastro segreto, sotto file di cifre c’era un totale. Era la vita che s’accumulava del disordine e della difficoltà d’altre vite: lucrava sulla sfortuna e gli errori naturali del vivere.

Ma nessuno di questi errori aveva l’ordine della risacca, il mutare preciso del vento, neppure il rivolgere e neppure il togliere di sabbia per mostrare la miseria sottostante aveva. Non c’era in nessun conto se non la pretesa, ché in questi casi è offesa, d’essere uguali nel totale e indistinti nella somma, cosicché nulla e nessuno, prima o poi, s’ instillava nelle menti. Diceva sussurrando: sarà forza di natura che arrovescia e stravolge l’ordine nell’eseguire i compiti di bilancio. Non sapeva che i bilanci servono alle aziende e non alle vite. Doveva essere miseria che accumula miseria e disordine sociale che prendeva nome di diseguaglianza crescente.

Lasciamo fare alla natura e chi naviga conosce il riparo, casomai insegni a chi ne è avvertito, il modo di riportare le cose a misura d’uomo e di giustizia sociale, il resto verrà da sé.

forte scirocco da sud

È in arrivo un forte vento di scirocco da sud. I venti spazzeranno le isole e poi saliranno liberi per i nostri mari, attraverseranno le foreste dopo aver scosso spiagge e porti, disseminando foglie e sabbia nell’appennino e nelle pianure. Forti piogge e poi nuovamente il vento che da scirocco diventerà garbino. Le prime nevi prima di quietare la stagione che al contrario degli uomini, alla fine torna a parlare con dolcezza alla natura. Fin qui le previsioni ma gli uomini dove sono?

Un residuo di vita passata, ogni mattina mi consegna una virtuale rassegna stampa economica. Lascio fare, leggo raramente. Confesso che gli indici e le previsioni economiche sono più una breve curiosità che una irruzione nella capacità di prevedere, cosa che tutti esercitiamo. Parliamo della ricchezza delle nazioni dal nostro piccolo angolo che ci dovrebbe far decidere cosa manterrà quella indipendenza economica che significa dignità e libertà. Non dover dipendere se non da se stessi è in realtà qualcosa di più profondo che si insinua nel nostro rapporto con gli altri e la società. Anche per chi con l’età diventa orso non c’è dispensa dal vedere la miseria crescente di chi lavora senza riuscire ad avere ciò che gli serve per vivere. E non c’è uno straccio di riflessione profonda su cosa oggi significhi il lavoro in senso collettivo oltre al PIL. Si capisce che mancano le persone dai conti e che non si sente la sofferenza che si diffonde. Si preme sull’individualismo anche negli indici dell’econometria che non diventano mai scienza sociale, disagio, fobie, rifiuto del lavoro, sussistenza precaria.


Pensavo a quanto leggevo qualche giorno fa, in uno scritto poi cancellato. Era una dichiarazione d’amore di una madre a un bimbo piccolo che dormiva. Una meravigliosa ninna nanna del pensiero e dell’amore che parlava di speranza, di dolcezza, di accudimento e questo sentimento così profondo era una speranza comune. Una preghiera perché il mondo andasse nel verso giusto e permettesse a questo e ad altri bimbi, di crescere e di sentirsi umanità. Ma come fare perché tutto l’agire adulto si trasformi in fattivo amore, e in cura, dove il sé è profondamente congiunto agli altri?
Certamente non con gli articoli che ricevo e che mi danno lo stato del potere in atto, neppure con l’odio sparso con larghezza verso altri simili in condizione di bisogno e inferiorità. Forse la risposta a come trasformare il tempo che minaccia tempesta e nuove devastazioni nei prossimi giorni, è leggervi un segnale che giunga in quella parte del sentire dove mettiamo il presente e il futuro di chi amiamo.

Segnali di una ribellione delle cose che, pur inanimate, non sopportano la mancanza di cura. Di questo abbiamo bisogno, di capire i segni e di ritrovare la cura che avvicina le persone, dà un senso all’amore, lo trasforma in gesto economico che comprende la serenità, il benessere, a volte la felicità, e sempre la consapevolezza di essere parte di un tutto. Quel bimbo attraverso le parole della madre, l’ho amato pur senza conoscerlo e per lui e per lei ho desiderato che il mondo sia clemente e gli uomini più coscienti del bene collettivo.
Vedere i bisogni, i timori e poi l’economia per metterla al servizio della cura ci meriterebbe il futuro, nostro e altrui, insieme.

Ho vissuto


Posted on willyco.blog 31 ottobre 2015


… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. … (P.P.Pasolini, Corriere della Sera, 14/11/1974

I chierici hanno sempre tradito. Non tutti, ma molti pur avendo capacità di discernere, intelligenza, strumenti per capire, collegare, esercitare la profezia logica che dice cosa accadrà a tutti, si sono astenuti. E si astengono, perché il potere corrente paga, mentre quello futuro è un cattivo pagatore. Gli intellettuali non esercitano la loro forza e lasciano che l’equivoco trionfi. Non è compito dell’intellettuale avere una verità assoluta, quello è lo spazio delle fedi, suo compito è insinuare il dubbio, far emergere la contraddizione, smascherare le verità apparenti, colpire il parlare vuoto, mostrare i fini celati. Insomma svelare il vero volto del potere. Invece viene scelto il conformismo di massa, il lisciare il pelo al potente di turno contro l’evidenza e l’intelligenza. La coerenza, non è un problema della politica, né del potere, è un problema di chi capisce, di chi non confonde intelligenza con furbizia, sostanza con affabulazione, disegno con improvvisazione. Chi ha questo potere ha una responsabilità e una scelta, deve non mentire a se stesso, nello scegliere la strada comoda con consapevolezza, come pure nell’alternativa di seguire la strada scomoda del rivelare, del dire. Insomma non relativizzare per giustificare la propria incoerenza.

Lo stesso compito ce l’ha chi si oppone al conformismo di massa. Chi sceglie di essere minoranza senza protezione, senza diritti particolari se non quello di poter dire liberamente. Mi si dirà: ma chi impedisce di dire, siamo in un sistema democratico dove tutti possono affermare la loro visione della realtà. Apparentemente nessuno impedisce, solo che il messaggio si distorce, non si veicola, non raggiunge i destinatari. L’informazione è parte del potere e il suo uso libero è uno dei problemi della democrazia. Non crescono le idee se l’informazione non da a tutti la stessa voce, pur consentendo di parlare. Una persona afona non eviterà mai che si cada nel precipizio. Un tempo ci si distingueva tra apocalittici e integrati. I secondi possono vantare il fatto che nessuna apocalisse globale è accaduta, nonostante le previsioni dei “gufi” di allora, ma se ci guardiamo attorno, pur senza apocalissi globali, molto è accaduto. Il fatto è che viene attesa una catastrofe immediata mentre quello che invece accade sono piccole deviazioni, frane delle regole condivise, dell’etica dei beni comuni, disfunzioni, e tutto viene inglobato, accettato come risolvibile dalla tecnica o da un demiurgo di turno. O da entrambe le cose.

Il potere si adatta e si riproduce usando ed essendo usato. Un libro di pochi anni fa, si chiede perché i potenti delinquono, la risposta è disarmante e piena di protervia, sostanzialmente mettono alla prova la loro impunità, il loro potere. Aggiungo che possono contare sul conformismo che consente loro di mutare il senso comune della morale pubblica. E si fanno beffe del potere di voto, perché lo piegano, lo incanalano verso soluzioni a loro conformi.
Davvero non è accaduto nulla in questo Paese, dalle stragi denunciate da Pasolini e dall’atto d’accusa verso il potere di allora? Davvero tutto era consequenziale e non modificabile, passando per tangentopoli e la rivelazione della corruzione diffusa? Il berlusconismo era necessario per mutare in meglio il Paese? Davvero non c’erano poteri occulti, mandanti? Mandanti è una parola che l’intellettuale ha il compito di nutrire di fatti e di nomi. E lo stesso compito ce l’ha chi è contro il potere e il modello di società che questo attua. Dire e non tacere. Dire sapendo che non si ha la verità, ma il dubbio e il dubbio è eversivo. Solo il potere vanta la realtà e la verità, ma non sono quelle dell’esperienza di ciascuno. Ebbene, in direzione ostinata e contraria, non è un vezzo, ma un dovere di chi vede, di chi sa, di chi può collegare le cose, dare sostanza ai fatti. Essere contro e intelligenti ha un prezzo, sempre. Sia che ci si conformi, sia che si decida di dire ciò che si vede davvero.

Non mi piace chi giudica, chi chiede conto, però vorrei poter rispondere così alla domanda: ma tu cosa hai fatto? dov’eri?

Posso dire di aver vissuto, con le contraddizioni, con gli abbagli, con le verità incomplete, ma non ho taciuto.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html

le non notizie


Nel mondo delle non notizie il cambiamento perde consistenza, in continuo si alza la soglia del vero e gli attori si anestetizzano. Sembrano dormire e recitano, vivono, fanno cose eccezionali che durano lo spazio d’un attimo e non lasciano traccia. Eccezionali per chi non le farà mai, eccezionali perché serie, perché mettono in gioco le vite. Almeno per un po’ non sono come chi guarda e critica. E dice al più: avanti un altro. Ma c’è una scelta di campo nell’eccezione che il tempo ci impone e nel maturare che si accelera. Basta non prendersi sul serio mentre si compie qualcosa che ha a che fare col mondo e non guardare la miseria degli applausi del Senato, quando viene sconfitto il diritto d’essere differenti.

Mi hai raccontato della tua lotta per la libertà, delle tue letture maturate nei luoghi della rete dove non esiste il virus e i numeri dei morti sono inventati. Neppure il Papa ti piace più anzi dal tuo racconto emergono le piccole comunità di quelli che vogliono il ritorno a una rigorosità che conculca ogni piacere e ogni libertà. Apostati, sono gli altri o voi ? Non dovrebbe interessarmi, con le mie poche certezze e invece mi ferisce la libertà agitata in conformità ad assiomi presunti e labili.

Avresti applaudito anche tu nel Senato che a suo tempo certificò la nascita di Ruby Rubacuori come nipote di Mubarak? Credo che quelle urla sia andate al cuore della tua presunta libertà, che questo tempo di ferro sia lo spartiacque di chi sta da una parte e chi dall’altra. L’odio gli indifferenti di Gramsci riprende consistenza e non è possibile stare a mezzo, essere senza patria nelle scelte. Con chi eri e con chi sarai? hai già scelto e non il dubbio. Quando il blocco d’argilla che dovrebbe generare una pietra si scinde, la prossima scelta sarà ancora più lontana e il tema della lontananza, dell’affinità verrà liquidato in piccoli circoli di pensiero conforme.

Non importa, in questo universo le cose accadono perché il presente è dato e il futuro ne è conseguenza.

Oggi ero in uno di quei luoghi che non sono più normali, Asylum, li chiamavamo studiando sociologia, perché lì dentro le regole si sospendevano, le libertà si spegnevano in scelte drastiche e terribili e vigeva il fidarsi. Guardavo attorno e vedevo persone, code, paure, attese e non sentivo i pensieri, le speranze frantumate dai dubbi. Ciascuno era chiuso nella sua necessità. Come nella riva era giunto e chiedeva una soluzione al suo problema a chi poteva dargliela. Semplice e difficile, è questo che neghi e fuggi ? È l’assenza di una rotta comune? Del non essere più tutti, ma solo individui portatori di bisogni? Ci si divide e ci si scinde, nel scindersi una parte resta e l’altra prosegue, ma quando ci si divide nessun pezzo dell’altro ti segue: è una scelta di vita che comporta che il precedente sia visto come un errore e che esso non ci appartenga. Per questo non c’è più indifferenza raccontata e gli ignavi, gli infingardi, i furbi si nascondono in una maggioranza grigia che non dice nulla mentre altrove lampi scindono il cielo comune. Da una parte o dall’altra.

Ti ricordi la “Tempesta” di Giorgione, è questo il mondo: come allora una riforma era alle porte assieme a una guerra dei cent’anni. È questo il mondo dove semplicemente si è da una parte o dall’altra e la cingana che allatta è il mondo che nasce, senza il pudore di vivere, di essere, di sperare, mentre il soldato vestito e armato, è il vecchio senza inermità e capace di offesa, ma è il passato che il cielo laverà tra poco. Pensa che sotto quel soldato la radiografia del quadro ha trovato un’altra figura di donna bella e nuda che si lavava nel fiume, era la congiunzione delle bellezza nel tempo che scorre. Poi Giorgione ha sentito arrivare il ferro e la peste di cui sarebbe morto e ha cercato la bellezza nel reale e nello stato di natura la salvezza. Oggi è la scienza che si allea o contrasta la natura e il fulmine che squarcia il cielo ci riporta all’oggi: abbiamo bisogno di luce e non di oscurità. Questa è la scelta ed è così radicale che ci sarà un prima e un dopo e anche un progressivo cancellarci in ciò che non abbiamo voluto comprendere: che il presente prepara il futuro.