osservare un incrocio

Le persone parlano se trovano qualcuno che ascolti. E io ascolto. Non di rado le parole sono imprecise, al loro posto vengono adoperati modi di dire oppure parole pluri significato che sono abbastanza larghe da contenere anche ciò che vuol essere detto. Intanto il corpo, il viso e le mani si muovono e parlano per loro conto e precisano il senso, negando in parte quanto viene detto. Basta attendere poi verrà dell’altro. Non di rado la comunicazione finisce in un vicolo cieco, proseguendo dovrebbe dire troppo e allora si avvita su se stessa, cerca di tornare indietro. Basta attendere e poi riprenderà il filo.

Le parole non sono mai sufficienti, bisognerebbe ci fosse corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si ha dentro e usare i silenzi quando serve, allora il sentire uscirebbe in pienezza e sarebbe in accordo con gli occhi, la bocca e le mani finalmente distese. Ma non è facile: bisogna fidarsi e non è facile fidarsi di un quasi sconosciuto che ascolta e non parla di sé.

Invece il bisogno di comunicare riguarda tutti, anche chi ascolta e l’ascolto è una forma di comunicazione che non aggiunge, accoglie, rispetta. Non è forse di questo che spesso si manifesta come bisogno forte. Ora che viviamo in una forzata clausura, ancora di più, perché le abitudini e il timore accentuano l’isolamento e i pensieri si accumulano dentro, formando strati su strati che poggiano su un terreno oscuro e malfermo.

Tutta questa immaterialità credo ci faccia male. Ci espone a un confronto continuo e superficiale, a una narrazione reticente od ostentata, chiede una continua risposta o presa di posizione su cose che non si conoscono e annulla il tempo che potrebbe essere dedicato alla ricerca interiore, a capire di cosa abbiamo davvero necessità per il nostro benessere. Uscire dai social è possibile ma ha un costo immediato: piombare in una solitudine comunicativa a cui non si è abituati e la stessa ricerca del riscontro per qualsiasi cosa venga pubblicata ne è dimostrazione.

È notizia un po’ datata, qualche anno fa un blogger nordico puntò la telecamera collegata al suo computer sull’incrocio con semaforo, sottostante la sua casa. E la lasciò accesa e in connessione alla rete. Ogni giorno, e vieppiù la notte, un pubblico notevole si metteva a guardare per ore da casa propria nei più svariati mondiali orari, quell’incrocio, attendendo che accadesse qualcosa. Questa pratica è stata ripetuta e pare procuri uno sballo meditativo, come fissare un nulla mantenendo attiva l’attesa. Sembra anche che questo guardare sia sostitutivo di altre pratiche, sonno compreso.

Cercando meglio ho trovato che questa comunicazione ha vari gradi di sviluppo e che non sono pochi quelli che lasciano il computer e la telecamera perennemente accesa, questa volta fissata in una parte della loro camera o in altre parti della casa e hanno il loro pubblico di fans scelti oppure lasciano al caso l’incontro tra un bisogno di guardare nella vita altrui e la sua soddisfazione. Come guardare dentro una finestra aperta la vita che si svolge altrove. Pirandello, in una delle sue novelle, Il lume dell’altra casa, parla di questo guardare e di come esso possa entrare nelle vite dei protagonisti, ma ciò che è sottostante è sempre un bisogno comunicativo dove il pensiero interpreta la vita altrui e la confronta con la propria, sinché non capisce quale sia la soluzione che lo riguarda.

In questo ascoltare è necessario ci sia qualcosa di vero, un mettere a disposizione che chiede conferma o almeno una dialettica di esperienze. Kieslowski, in Film Rosso, mostra un giudice che spia le case degli altri e ne ascolta le telefonate per confermare a se stesso che non c’è possibilità di comunicare davvero e che la gente mente, poi il film si incaricherà di far emergere il valore della comunicazione profonda e si chiuderà, dopo tante menzogne, con una speranza. Credo che solo il comunicare possa davvero cambiare le vite e portarle verso qualcosa che le approssima nel profondo, ma questo è ciò che credo io.

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