È più facile comunicare il dolore fisico che il disagio interiore. Le emozioni, s’approssimano di parole. Forse è la loro natura che attinge dove non c’è parola che le rende difficilmente comunicabili e quando qualcuno dice “ti capisco”, in realtà pensa a sé, alla sua esperienza. Non sente davvero chi gli ha raccontato, il disagio che prova, ma ciò che in lui assomiglia e pensa sia la stessa cosa.
Vale anche per la gioia e la contentezza, altrettanto difficili da comunicare e spesso fraintese in quello che dà loro singolarità, ovvero il legame personale con il ricordo e l’emozione del nuovo che s’affaccia. Solo un amore condiviso raggiunge la possibilità di comunicare un’emozione e condividerla con le stesse parole mute, perché s’avvale del corpo, se può, e comunque dell’esperienza erotica.
Questa difficoltà a far corrispondere con le parole le emozioni genera insieme attenzione e frustrazione, non è facile l’ascoltare empatico senza un dialogo profondo. Questo, credo, sia il limite che troviamo talmente diffuso da essere considerato normale e che isola la persona nell’emozione e nel malessere.
Siamo soli se non ci cerchiamo, se non amiamo, riamati.
Questa pioggia sporca dentro, e noi, fatti impermeabili, fuggiamo preoccupati di vestiti e scarpe. È sporca l’acqua che cade nella città simmetrica viene dal cielo oleoso che galleggia sui risentimenti, è ostaggio e preda, di chi lascia e come sempre accade, nei ricordi, ci sarà la rossa lacca delle sue unghie, non i tuoi poveri sorrisi senza tempo, ma i suoi, già espliciti, come l’affollarsi dei no e del the che si è versata addosso sentendo la parola smisurata.
Il caffè, un biscotto caramellato, il cielo si scurisce e poi, inopinatamente, lascia sfuggire un raggio di sole, come una contentezza, una ilarità improvvisa tra pensieri cupi. Inopinatamente è la parola della giornata, bisogna lasciare che faccia la bambina allegra che si nasconde, che trova da ridire quando non te l’aspetti, che sembra sonnecchiare in momenti importanti.
Di topico non c’è niente da queste parti, il topicida ha sterminato le parole ratto, tutto sembra scorre come il tram che s’incrocia sempre allo stesso punto con il suo omologo in senso avverso. Anche l’avverso del tram mi piace, include un incontro, due parallele che possono al più salutarsi, scontrarsi verbalmente ma fisicamente mai. E nella fermata di scambio dall’una e l’altra parte scendono passeggeri, mamme con carrozzina, extracomunitari, anziani con bastone, studenti che hanno ”bruciato” e ora non sanno che fare del tempo, donne con le borse della spesa, sfaccendati che si guardano attorno perplessi, badanti moldave che parlano al telefono.
Vengono dall’una e dall’altra parte della città, e ciascuno ha un motivo per scendere o salire. Qui ed ora. Hic et nunc, come un amore che urge, un desiderio da soddisfare subito. Come l’amica che andò in chiesa e disse chiaramente: caro santo, voglio un innamorato, qui, subito, adesso. E il bello è che questo arrivò sul serio, poco dopo che era uscita. Qualche problema l’aveva: sposato, quasi separato, diceva lui. Il vantaggio era che abitava lontano, tutto di corsa. Era o non era un ferroviere. Il resto l’ avrebbe sistemato presto, ma con calma. Forse fu per questo che la cosa non accadde. Però era innamorato e furono mesi di passione assoluta, prima di stemperarsi nell’abitudine. Il santo aveva fatto il possibile, con quello che offriva il mercato attorno alla chiesa, eppoi lei mica era stata così chiara.
L’ inopinato era accaduto, un miracoletto di serie b. Ecco la definizione di inopinatamente: uno stupore per qualcosa di possibile che non ci si aspettava, e invece era tra le cose che potevano accadere. Un miracolo tascabile che magari non dura, ma che serviva per dirci che la vita è anche sorpresa, non solo abitudine e routine.
Le persone scendono e salgono alle due fermate contrapposte, guardano attorno, come fosse un appuntamento, uno dei tanti, con la piccola storia personale, la storiella giornaliera. E infatti sembra non accadere nulla, le teste sono immerse in pensieri propri, però il raggio di sole alza gli sguardi al cielo, qualcuno nota i buffi campanili della chiesa, altri le nubi squarciate, qualcuno vede la ragazza alla finestra che parla al telefono e si liscia i capelli. E’ un momento, poi tutti sciamano, seguendo pensieri differenti: supermercato, farmacia, bar, tabaccaio, pasticceria, portici, chiese. Solo il vecchio ucraino si ferma vicino al supermercato e s’appoggia al bidone cilindrico delle piccole spazzature da passeggio. E’ curioso quel bidone, sembra l’ogiva di missile, con la punta a cono per evitare che qualcuno si sieda sopra, lui appoggia il gomito, sorride e neppure stende la mano, attende, qualcuno qualcosa gli darà.
Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo.
Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari.
Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa facendo proprio un percorso aperto. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e neppure il vicolo non si può più percorrere, anche la vista verso l’alto è stata preclusa. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato giocato vicino nei pomeriggi d’estate. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora divenuto un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, poi una saracinesca di garage con un altro telecomando e salgono nelle case con il loro esterno fatto di pensieri, sensazioni che si adegua al vicolo chiuso, alla casa: ora sono prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il portico di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti adulti prigionieri.
Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di banale lamiera, senza la creanza d’un fabbro e gli alberi, che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia, sembrano guardare oltre. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, è tutto così stretto che le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo che rende inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.
Camminando con intenzione curiosa, mi accorgo che la città che ho in testa non è la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, che scambiano e confrontano; quella che vedo è una città che fugge da sé. Non la città dei futuristi, che sale verso un nuovo, sferragliante avvenire e neppure la città storica, pur così presente in queste strade, ma è una città che si chiude, che gira il capo e non ascolta.
Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, per far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi, per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, si potrebbero coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere che accoglie ed è parte del fluire verso la città comune. Le parole non hanno mai un senso a caso.
Dentro un dolore senza limite. Fuori una tranquillità assoluta: questo era il campo di concentramento, l’ospedale, il carcere, la caserma. Luoghi terribili, non confrontabili perché generatori coscienti di sofferenza indifferente. Asylum è asilo o luogo di sofferenza, a volte assieme l’uno e l’altro. Esistono altre prigionie meno evidenti e organizzate, quella dell’io, ad esempio, che non trova canali di comunicazione, che non riesce ad esternare la diversità ma la porta dentro a gonfiare la coscienza. Quell’io che tenta di uscire, di dirsi, ed è respinto dal poligono di forze che lo costringe, è certamente altra cosa, ma è sofferenza che esiste ed è battaglia quotidiana.
Nelle tante sensibilità che ciascuno può avere, e che mutano con il tempo perché il tempo aggiunge conoscenza, spesso fornisce risposte a domande che aprono altre domande più difficili, la sensibilità di essere permeabili all’esterno, al dolore che circola per il mondo, si mescola con la nitida coscienza di sé. Della propria incapacità nel relativizzare le cose rimettendole al loro posto, si comprende che la differenza è il sentire, le sue modalità e gradi di penetrazione negli strati più profondi dell’essere e che questo rende afoni e soli.
La leggerezza che deriva dall’affidarsi, è una meta. Una fede enorme nell’altro, nelle cose per come accadono, nel lasciar scorrere la vita senza cercare di modificarne il corso ma restando dentro a quell’alveo che ciò che si è diventati per virtù propria e per costrizione altrui, ha costruito. Estraniarsi significa vedere, cogliere la bellezza, interpretare il tempo, ma anche rinunciare al pensiero, alla razionalità per dare spazio alla ragionevolezza.
Ah, il limite, che è il piacere e il confluire dello sforzo volto a togliere pensiero traboccante, eccedente le possibilità per affidarsi ai sensi, cioè alla percezione e alla fede che ci sia una cura che ci riguarda. Cura come espressione di amore, di confluire dell’attenzione verso l’accogliere, il comprendere. Se mi sento dentro l’attenzione, la cura, esco dall’asylum che ho costruito, capisco che esiste una porta che farà uscire il buono e il peggio accumulato, che consentirà di vuotare i pensieri quando sono diventati ferita infetta. Esiste quindi una speranza che libera nell’affidarsi, Esiste un modo di usare il tempo che fa uscire dai suoi obblighi. Stamattina pensavo a una conversazione sulle piccole sorelle di Focault, sul lavoro, sul tempo per se e sul tempo per gli altri. Conversazione difficile per un agnostico, ammirata per la forza della semplicità che mette assieme chi ha fede nel dare una concretezza a questa fede e che non pensa a chissà quale salvezza ma alla presenza. Nel naufragio che ogni solitudine contiene c’è una zattera che con difficoltà può essere usata, un equilibrio tra l’interiore che vorrebbe esprimere se stesso e ciò che all’esterno è in grado di accoglierlo. L’errore comunicativo, ovvero il rivolgersi alla persona sbagliata, sentirne la carenza di attenzione, è prevalente perché mancano crivelli sicuri che seguano l’evolvere del nostro accumulare consapevolezza, percezione, elaborazione, sensibilità e che aiutino a scegliere. C’è chi non sceglie, fornisce gesti di cura e un livello di empatia che aiuti a renderli importanti, preziosi. Questi incontri non risolvono le vite, come la bellezza non riesce a riportare ordine nel pensiero e nella vita interiore, sono elementi salvifici non definitivi che consegnano a noi una possibilità di riordinare, di rompere legami inesistenti o nocivi, che portano verso l’accettazione di sé e il pensiero leggero che ne consegue. Affidarsi, rinunciare all’onnipotenza, accettare l’errore, ricombinare la vita.
Guardavo il finocchietto selvatico che a novembre ancora vuol fiorire. E così fa la rosa che si ostina a emettere radi boccioli in cui mettere ogni sua forza, contro l’inverno del cuore, contro la disperazione del mutare. C’è più forza e rifiuto del pensiero negativo in un vegetale che in molte considerazioni che attanagliano lo spirito. Vivere e pensare leggeri, uscire dalla caserma, dal luogo della costrizione perché si sono rotti i fili che tenevano imprigionati, compiere piccoli gesti di gentilezza verso di sé e verso chi conosciamo o non conosciamo. Rompere i fili e togliere il pensiero quando è la percezione a chiedere di essere accolta. Ascoltare e guardare, con ogni senso.
Il sommaco non lo sa che c’è un confine tra un prato e una dolina. È un residuo della vecchia cortina di ferro, sia pure di seconda categoria, dove si passava a piedi. Ora nessuno ti controlla perché la casa dei doganieri è vuota e neppure la sbarra c’è più. Il sommaco non lo sapeva neanche prima e macchiava di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente libero. I fiori, l’erba, si distribuiscono e radicano con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. Un tempo la commistione era facile, parlava più lingue, condivideva il letto, la tavola, la culla e il camposanto, adesso è più difficile. Questa è una rotta di terra per chi emigra e l’ospitalità che metteva assieme le umanità, tace. Così questo cammino ci pensano gli stati a renderlo difficile. Per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio, tutte cose che un emigrante è disponibile a fare, ma non chi ha convinto i poveri ad essere nemici di chi è più povero, non chi si abbarbica al molto che ha e che non vuole accogliere. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, come fa questa terra difficile e generosa per chi la coltiva. Si sono generate da oltre un secolo, distinzioni, identità e sospetti: paure immotivate e cieche. Mentre l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Lo faceva la Repubblica Veneta, l’impero Austro-Ungarico, il Turco, poi è cambiato tutto e fascisti e nazisti hanno scavato solchi ben più profondi delle foibe.
Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada, la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono disposti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, ci sono grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci di ferro, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. È come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto, la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli, mentre i grovigli di fili vengano nascosti in case senza finestre che hanno in cortile trasformatori possenti che friggono l’aria. Ci sono cabine e case per l’elettricità perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, sembra non ci sia nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. Così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado, fuorché la pietra e la selva che esplode dove si è fermata la fatica del coltivare e li anche gli uomini sono rari. E allora per chi è tutta questa bellezza?
Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi scendo a Trieste. La città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Solo nella piazza vicina alla stazione, si raduna chi non sa dove andare, chi giunge lacero come Lazzaro, ferito, da innumerevoli tentativi di passare frontiere e Lorena Fornasir con il marito, con i volontari della sua e di altre fondazioni, cura ferite, fascia piedi, sfama e dà abiti integri, senza chiedere nomi né religioni a uomini trattati come tali. Sono persone che andranno via subito, diretti in centro Europa, con storie terribili da portare con sé, con anni di cammino, di angherie, truffe, tormenti, morti di compagni e incrollabili speranze. Quella piazza Libertà, dove tutto questo accade, è un molo d’approdo e di partenza, ma anche un luogo di retate per chi non ha documenti validi per restare. Per questo oltre al dolore e alla necessità c’è la paura di essere ricacciati indietro nel gioco dell’oca dell’inumanità. È un limes, piazza Libertà, dovrebbe essere una terra di nessuno in cui vale il discorso della Montagna, un luogo da dedicare all’umanità che si fa concreta. Non lo è perché l’opulenza non tollera la povertà di chi va in cerca della propria vita altrove.
Trieste era una capitale senza regno, un coacervo di genti, sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge la bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un passeggio stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.
Sarà lo stesso vento che nella notte spingerà i profughi di decine di paesi verso la frontiera per tentare di passare oltre, per andare verso parenti e amici che attendono nel cuore d’Europa, quell’Europa matrigna che con il loro lavoro resterà pulita, costruirà case e coltiverà cibo per tutti, ma che non vuole essere come il sommaco che si stende libero tra boschi e altri fiori, fiero di vivere in armonia con essi.
Imparare il silenzio quando si posseggono le parole “Prima di parlare, l’uomo deve anzitutto lasciarsi reclamare dall’essere, col pericolo che, sottoposto a questo reclamo, abbia poco o raramente qualcosa da dire” ” Heidegger”
Quando non si vuole rispondere a una domanda si parla di cose inerenti, interessanti, ma d’altro. Forse quella domanda non ha risposte in noi, eppure ce la siamo posta, magari da sempre la evitiamo perché affonda nel buio e il buio fa paura. La domanda resta, la si può coprire d’altro, anche per sempre, ma condizionerà a suo modo la nostra vita. Se è una domanda sui sentimenti, farà fare qualche omissione, dirà mezze bugie fino al suo esplodere o soccombere nell’implosione dell’impotenza affettiva, e allora devierà risposte e attese, fino ad essere consumata dalla vita.
Per questo il silenzio dovrebbe preparare la verità che deriva dall’ascolto e dalla comprensione che muta, non essere il modo per fuggire da sé e dagli altri. Per questo silenzio serve apprendere e l’umiltà di ascoltare.
Apparentemente è qualcosa di non fatto, un non essere come tu mi vuoi, oppure semplicemente l’ assentire forzato che considero obbligato. Mi adatto a fatica, non sono molto adattabile. Non è una qualità, l’uomo dovrebbe adattarsi all’ambiente in cui vive o adattare l’ambiente a sé. Io al più convivo con esso.
Eppoi sono geloso del mio tempo, mi creo un ordine in testa che mette alcune cose prima e altre poi. Direte: lo fanno tutti, ma il mio è solo mio. Credo che anche questo accada a tutti, però così gli ordini non sono sovrapponibili. E non è solo importanza è un equilibrio faticosamente raggiunto.
A volte emerge, nel bene, un sottile ricatto: la paura d’essere lasciati soli si trasforma in una priorità di attenzioni. Non credo funzioni così, l’attenzione se c’è, si esprime secondo le modalità conosciute. È qui, forse, nasce quel mi spiace che si nutre di sensazioni, quella tra tutte di non corrispondere come verrebbe richiesto.
Assomiglio più a un rivolo, a una vena d’acqua che a un onda, il molteplice sono io, non ciò che m’investe. E per capire mi chiudo in un silenzio profondo, per rimettere il mio ordine dentro. Con un silenzio che è una pausa alle risposte. A tutte le risposte che si devono dare per non ricevere altre domande.
Siccome non do ragione dei miei malumori, poi mi spiace. Allora cerco d’aggiustare l’incrinatura, di spiegare l’inspiegabile, il parziale, l’imperfetto, ma dovrei spiegare me. Fatica aggiuntiva e improba, giustificata nel momento e poco utile, perché la sensazione tornerà.
Non sono migliore di altri e forse basterebbe aggiungere: non sei tu la fonte del dispiacere.
C’è chi si ferma sui numeri impietosi delle elezioni, non per quanto ha guadagnato la destra ma per quanto ha perduto la sinistra, governando il Paese. C’è chi attende il disastro del governo Meloni scordando che esso accentuerà la povertà dei ceti medi e renderà insostenibile la vita ai poveri. Ci sono gli appassionati di sondaggi, che attendono la resa dei conti dentro alla destra, che i travasi già avvenuti si ripetano all’inverso e quindi scatenino le battaglie del fuoco amico. Nessuno pare si renda conto che le questioni fondamentali per ripartire sono la pace e l’emergenza ambientale. Gli accrocchi della politica politicante non funzionano più con queste due minacce fondamentali che comunque cambieranno la società mondiale in una scelta tra ancora più divisiva tra ricchi e poveri oppure, se le cose prendessero la piega della ragione, in una nuova concezione dell’economia dove vivere coincida con il diritto inalienabile della dignità e del necessario e quindi nella redistribuzione dei beni comuni ora di pochi.
Queste considerazioni semplici non spiegano perché l’Italia e il continente stia smottando verso destra, ovunque ci sono popoli che hanno problemi. In Italia questi si chiamano lavoro, un ascensore sociale fermo, un benessere decrementante e una povertà crescente. E nonostante queste condizioni viene scelta, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo ciò che più mi convince è che il votante non sa più come salvarsi e che manca una politica radicale di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica disgiunta dal presente e senza speranza di cambiamento. Allora vorrei soffermarmi sulla base delle questioni epocali che stiamo vivendo, pace e emergenza ambientale, su una parola molto usata a sinistra: compatibilità. È una parola che si è esercitata attraverso le leggi unicamente verso il basso, cioè si è chiesto ai poveri o a quelli che stavano per diventarlo, di essere compatibili con i bisogni dei ricchi o degli straricchi. Di mantenere una diseguaglianza che diviene iniquità. Questo evidentemente ha provocato un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Ha alterato una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. Escludendo il conflitto e il confronto con i bisogni e la realtà, il conflitto perde oggetto ma si radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia ma ora l’intera Europa e non solo, perché la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro senza trattativa.
Di fatto è una specie di guerra che si aggiunge alla guerra che sta rimodellando il potere nel mondo, che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, che rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, altera la verità a favore di chi ha il potere di creare una realtà non verificabile, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali. Naturalmente non tutti sono così ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentir pronunciare e si è annullato il passato, la ragione, la logica della diplomazia nei conflitti combattuti. È la dittatura del presente in cui alberga di tutto, la glorificazione di una democrazia che si applica a chi fa comodo per ragioni di potere, l’esaltazione immemore del furbo che cancella i suoi misfatti in cambio di un aiuto per conservare lo status quo, la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio. Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati per mitigare il costo dell’energia o con il moderato aumento di beni necessari, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra, deve cioè rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli che ci sono, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.
Deve scegliere la pace come obiettivo inalienabile per la vita e il progresso dell’equità del vivere in una logica sovranazionale, planetaria, che salvi la specie dalla emergenza climatica, passando dallo sfruttamento indiscriminato alla necessità e utilità di ciò che si produce, scambiando beni e risorse. Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme il pensiero di molti, senza far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari, non è tutto uguale. Neppure il presente è uguale per tutti e bisogna che questo cambiamento venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il Paese continui a smottare verso la destra nell’ attesa di un uomo forte che sostituisca la politica. Già dai primi provvedimenti, dall’alterigia che alza il capo e si somma alla condizione più becera del potere: io posso, stiamo assistendo a ciò che è stato creato ovvero la peggiore destra da quando è nata la Repubblica, al potere.
Lui soffriva di malesseri speciali, non riuscendo ad essere felice. Lei si sentiva inadeguata e in colpa per questo. Questo generava il non avere luogo, essere virtuali anche in carne e ossa.
Avrai altro da fare. Ci sono attese che hanno l’attenzione della punta del coltello, non di un’arma, e neppure della sguaiata funzione dell’ utensile di cucina, ma del coltellino piccolo che animava le tasche ragazzine. Una forza da adulto, come fosse d’altri l’impegno che lo muoveva a incidere, sul legno, mentre ora altra punta vuol tacitare gelosie, attento a non far male troppo. Come esistesse un troppo nei minuti, già ore indifferenti, all’ombra nel cuore e al farsi della distanza immota. .
Cos’è necessario per essere felici? Ascoltare il desiderio che trova strade oscure dentro, la sofferenza per il suo latitare e poter dire entrambi con parole scarne mentre attorno tutto sembra facile e trabocca. Nani e giganti immaginari si confrontano, né l’uno o l’altro, la stessa lingua possiede, solo l’incrociare dei desideri che non parlano ma dicono. Con libertà dicono prima d’essere spenti, sconfitti, gettati in un infinito che si spegne e non lascia tracce nel ricordo.
Ricordi tu la notte del corpo che non ha, dell’anima che non trova e a cui non basta il poco, il niente, la penuria, l’appena sufficiente, l’errore, il non richiesto. La tenebra anziché la luce. La libertà è il silenzio, ma nessuno sa vivere nel silenzio che esso stesso emana, ne sente l’oppressione, e la libertà diviene scelta come è possibile, si cerca in essa ciò che è fondamentale per un equilibrio che generi senza dolore.
Rumore bianco, pulsare di stelle, radiazione fondamentale che aspira ad essere materia. Desiderio indotto di creazione del tempo. Del proprio tempo. In un mescolarsi di senso e di impalpabile luce. Nel ricordo di ciò che poteva essere si fonde ciò che è stato e diventa libertà di tempo. Aspirazione alla bellezza, all’equilibrio, all’inaspettata felicità del connettere ciò che prima appariva disgiunto. Bellezza sparsa e sciolta nell’aria, gioia del vedere, del capire, del sentire. Unione del sé esteriore con quello profondo e interiore. Le età sono l’una nell’altra e la bellezza antica si rivela all’attuale. Coincidono.
Perché la facilità di avere degli oggetti dovrebbe rendere più felici o più liberi? Il possesso si confonde con la stima degli altri, spesso travalica nella stima di sé e nell’identità. Cos’è il merito se togliamo il parametro della capacità di creare valore economico? È forse misura della persona e di quanto essa faccia progredire gli altri a iniziare da chi gli sta vicino? Quanto vale il saper compiere azioni che non hanno apparente valore ma contribuiscono alla felicità di sé e di qualcun altro? Le cose sono la paga del merito, il senso della dimensione sociale in una società dove non la persona ma la sua possibilità di acquistare beni, anche beni comuni, anche di segregare bellezza viene valutata come correlato del merito. Sviluppare questa cognizione porta a ridimensionare l’assoluto che sembra contenere. La possibilità di acquistare cose ne provoca l’accumulo e ne impedisce l’uso, la stessa tecnologia apparentemente mette a disposizione strumenti che permettono di fare più cose, cose che non avremmo fatto mai oppure da compiere con fatica e relativa soddisfazione e che ora nella bulimia del possibile scompaiono senza lasciare traccia. Non c’è differenza, non c’è ricordo solo confusa necessità d’aggiungere.
Il necessario come diritto sociale della persona dovrebbe essere ben più di un enunciato delle costituzioni, che infatti non prevedono la povertà ma i diritti individuali temperati dai diritti collettivi.
Necessario, questa parola evoca nell’epoca in cui tutto trabocca, la penuria, l’appena sufficiente, mentre è la libertà da tutto ciò che opprime con un desiderio indotto. Libertà di essere con dovizia se stessi, senza risparmio di tempo e bellezza, che sono disponibili per chi sa usare i sensi e goderne e quindi, non di rado, coincidono.
Hai passeggiato con i piedi tra le foglie? E il vento è scivolato sul viso carezzando? Qui l’aria è mite. Dai tavolini all’aperto, parole brevi, sussurrate, protese, tra sorsi piccoli di cioccolata, sfiorare di dita e sorrisi, mentre attorno il giallo invade l’aria. Le foglie si sovrappongono in mucchi gioiosi: c’è un desiderio di gesti semplici, necessari e pieni di dolcezza.