sera di settembre

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Come i buoni romanzi, letti e riletti
con le parole da ripetere lente
c’è bisogno d’entrare dentro alle cose dell’anima,
altrimenti non s’aprono, e si perde il profumo
geloso esso d’amore esclusivo,
e goloso degli anfratti di senso.
Tutto convince così poco che solo il sentire resta,
e anch’esso ha bisogno di verità.
Con le mani lavate due volte:
la prima per lo sporco, la seconda per l’innocenza
posso dire, non sono stato io, 
mentre si confondono i visi,
mentre cala la luce,
e scompaiono prima le rughe, poi le bocche
e senza rumore sbiadiscono i sorrisi.
Camminando nell’aria d’un settembre d’estate,
s’impara che dispersi I pensieri, il poco sapere,
sono imprecisi i ricordi:
a qualcuno era destinato un dire attinto dal cuore,
un bacio anche sul bordo d’un treno.
Chissà s’è ancora in attesa del suono d’una emozione capita,
oppure s’è anch’essa disciolta nelle parole
e nel tempo
e ne resta solo l’eco smarrita.

È l’ora in cui la sera esita,
e nulla attorno accade,
un televisore parla per persona interposta,
sono notizie e fanno male,
non come a chi le ha subite,
non come a chi è davvero coinvolto,
e forse per un attimo,
ci pensiamo innocenti,
poi confusi, sovrapposti,
indecenti ci scambieremo l’uno per l’altro.
Così unici
e così poco necessari per molti.

l’amor ormai dato

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È il caffè che lasci sfiorire
nell’amaro senza senso,
un pensiero che molesta,
dopo il calore profumato,
così l’amore attende
in tazze di porcellana,
e trasparenti cuori fragili,
col tenue segno in cui si legge
d’un tempo la fragranza.
Una riva e oltre c’era il mare
in cui non s’è proceduto.

questa estate ch’è autunno

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Siamo la somma di troppo presente,
chiunque e comunque,
tutto ci è indifferente
e il differente fa paura.
Non lo sentite questo scontento
che alita freddo nei cuori,
fuori l’estate si protende,
è drago che alita fuoco
inzuppa le notti di meritato sudore,
stropiccia la luce d’ogni mattina,
eppure tutto diventa accettabile verità declassata,
opinione è il senso che gira nella ruota del criceto.
Assuefatti e in cerca di equilibrio
siamo noi a reprimere lo sdegno
della pace disprezzata.
Indifferenti all’ ingiustizia sociale, al povero,
allo straniero inerme,
al lavoro gettato come pastura
senza dignità,
ci lasciamo togliere l’umanità.
Non si muove un moto d’orgoglio,
e già da tempo i venti di guerra agitano le bandiere,
chi fermerà l’ingiustizia somma di perdere di noi la pietà?
Chi protesterà la nostra innocenza davanti all’orrore?
Ci si assuefa alla rabbia,
alle parole senza verifica di senso,
dicono sapendo di mentire
e il credere si perde nel silenzio della mente
cosi nulla trapela dell’ennesimo sconfitta.
D’altri il compito, la responsabilità,
ma noi dove siamo per non dire dove eravamo.
Qui, ora si impasta il presente con il futuro,
qui ora, ogni sentire umano ha senso,
la vita nostra e di quelli che verranno,
dopo finirà questa estate del possibile
ch’è già autunno,
e sarà l’inverno.

domenica al lago

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Era l’ora di pranzo,
nei pontili gli aperitivi e i sorrisi,
un suono di voci che s’avviava,
verso tavole imbandite e sdraio.
C’era un suono basso di ghiaia e d’onda.
un mormorio di sole e voci.


Sul prato vicino è arrivata una frotta di figli,
la pelle scura,
aiutavano i genitori a stendere tovaglie,
le ragazze e ragazzi con magliette e calzoncini,
erano allegri
e scherzavano tra loro
ed entravano tutti in acqua
e uscivano ridendo.


Ignaro s’è compiuto un rito,
che attingeva al mistero dell’innocenza,
all’ombra che ristora
e non è assenza di luce.
Celebravano i giorni infiniti dell’umana creazione,
quando il cuore è leggero di battiti,
e non serve ragione per essere vivi.
E parevano felici.
Senza problemi.
Forse siamo noi che abbiamo problemi.

lievi arroganze

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Al mattino riempio la brocca d’acqua fresca,
la trasparenza contiene la trasparenza,
non trattiene la luce eppure è luce.
Nei gesti che attendono, riposa il pensiero,
si muove nel sopore del tempo
seguendo sogni d’alterità,
si ordina, posticipa,
è trasparenza che guarda.
Ci sarà tempo costretto e anche fatica, ma verrà poi
con rumore di ferro
e l’odore della ruggine
maturata nel buio
di attese non tue.
Ora le cose parlano,
nella cura del primo caffè,
sento che il piacere viene sempre donato,
e così è il sorseggiare profumato che guarda
ed è guardato:
il verde che splende, la pioggia attesa,
le estati passate,
le ore che attendono d’essere colmate.
Attorno le cose pensano al modo dei gatti
quiete, pronte al balzo e alla carezza.
Tutto inizia altrove
e prima,
tra lievi arroganza d’essere e disporre,
nelle mattine di altre attese,
ora sento una coltre di pensieri,
d’altri e miei,
e in essa il tempo si rapprende.

17 agosto

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Ieri avresti compiuto gli anni,
e continuerai a farlo finché qualcuno si ricorderà di te,
o compiterà per caso la targa di bronzo che ti ricorda
tra i centomila che ti fanno compagnia.
Poi nessuno immaginerà del prima
e di ciò che dopo è accaduto:
persone si sono susseguite,
vite che oggi portano traccia di te
e tu l’hai sperato e voluto.
Lasciare memoria ormai si usa poco,
i racconti non li ascolta nessuno,
ma tu sei stato
e come ogni realtà hai generato realtà e vita.
Ho cercato la dolina delle bottiglie,
dove cinque giorni dopo il tuo compleanno,
t’hanno ammazzato.
Adesso è in Slovenia,
e non so s’era proprio quella,
c’erano le pietre bianche, aguzze,
un grande avallamento da granate,
tra alberi stenti una casa,
dall’altro lato il bosco.
È passato così tanto tempo,
e gente, che il nome s’è perduto,
però era giusto cercare,
farti arrivare che chi non hai conosciuto ti pensava,
perché la continuità ha radici,
e tempo,
e storie che nessuno ascolta più.
Come ciò ch’è accaduto
e ciò che non è stato
ma ha continuato.
Altrove, in altro modo.
Se io sono è grazie a te,
buon compleanno nonno.

cruciverba senza parole

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S’accompagna, improvvisa consapevolezza, al brivido,
e l’emozione si sospende,
sembra non finire,
mentre scuote fibre ch’erano assopite.
Non sapere appieno
emerge allora dalla nebbia
dell’incongruo sentire,
è il tempo rattrappito dell’abitudine,
dove non ci sono più parole solide,
e camminiamo su ninfee,
consci e rassegnati.
Di notte viene d’andare,
spinti da una sorda furia,
in cerca di riposo,
via dalle solitudini senz’accordo,
del capire, l’essere e il desiderare.
Andare per spegnere l’energia scabra di creanza
ma onesta nel mostrare ciò che manca:
s’è persa nel gorgo,
la calma lieve e infida
del capelvenere che copre la pozza.
Appena lontano dalle case,
nel regno della serpe e della rana
convivono armistizi e fughe,
non noi,
che scandiamo ogni giorno
per cucirlo al precedente
e chiediamo il futuro al sole
ricevendo la notte in cambio.
In essa ancora alberga il senso,
del sogno con le sue parole
di certezza e d’assoluto,
e l’altro nostro sé, sino all’alba
che ogni possibile cancella.
E di nuovo la ragione contempla attonita il suo vuoto.

essenze

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L’essenza vuole ciò che le spetta
e non transige.
Chiude l’insoddisfazione in piccoli angoli di cuore,
ed è schiuma che trabocca
come birra dai bicchieri,
il dito la raccoglie,
sulle labbra è l’amaro freddo.
Apparenza per il vento, l’albero,
ma è nelle radici che ama,
e chiede la luce che gli spetta,
offre i frutti che non vorrebbe colti,
ma li cresce nel fulgore,
e sogna siano avvolti da amorosa mano,
e tenuti preziosi al dono.
La luce e il frutto,
sono sentieri che conducono al profondo,
chi potrà accedervi
se tu non lo dischiudi?
Ogni bisogno è un giardino solitario,
in esso c’è l’universo che racchiudi.

si andava al mare

Si andava al mare quando si poteva, ma su questa sponda dell’Adriatico. Per anni si erano frequentate le rocce e il mare cristallino dell’Istria e della Croazia, poi era scoppiata una guerra e si era tornati alle solite spiagge. Sembrava una cosa dappoco, doveva finire presto e senza grandi danni, il tempo di un accordo, in fondo eravamo tutti civilizzati dall’ultimo conflitto, no? Eravamo europei allora, anche più di adesso, e in Europa non ci sarebbero state più guerre. Era un patto chiaro e semplice, tra Stati moderni e civili. E noi saremmo tornati al mare senza sabbia, al pesce a buon mercato, al sole senza limite.

Però quanto accadeva si vedeva da distante, dal mare, che poi era lo stesso, a Barcola, a Costa dei Barbari, come a Lignano o Jesolo, si continuava a fare il bagno, a prendere il sole. Nessuno pensava che arrivasse una barca dall’altra parte, che ci fossero profughi, anche se, con un buon motoscafo, erano distanti un paio d’ore di mare.
Gli scontri però non finivano, crescevano gli eccidi, le bombe. Sarajevo e il suo ponte che saltava, Ragusa bombardata, Spalato, Zagabria, ma ancor più Tuzla, Skopje, Pristina, fino all’orrore di Srebrenica. Come un corpo che si fosse risvegliato impazzito, quella che per noi era ancora la Jugoslavia, si scrollava pezzi di carne viva e pezzi si staccavano, ritrovavano ragioni e assetti che risalivano a conflitti antichi di luoghi, religioni, di guerre tra turchi e cristiani.
L’estate continuava, diventava autunno e la guerra non finiva, anzi si estendeva.
L’occidente anziché cercare la pace, prendeva parte, bombardava.
Ciò che doveva finire subito continuava, chi non condivideva la logica delle armi, aiutava i profughi in Istria e in Dalmazia.
In fondo si relativizza sempre anche se allora nei telegiornali, nelle fotografie degli inviati di guerra, c’era molta più verità e l’orrore cresceva.
Però la Bosnia, il Kossovo, sembravano così distanti…
Come l’Ucraina adesso. Alcuni dicevano: sono fatti così, sono slavi. Come ci fosse un’abitudine all’atroce che riguarda alcuni e che periodicamente risale dal profondo e noi ne fossimo immuni. E così anche l’estate dopo si andava al mare e non ci si pensava più di tanto. Era vicino, ma per le nostre teste tarate sui percorsi delle auto che ci portavano a quelle spiagge, sembrava tutto distante.

Anche oggi andiamo al mare e non capiamo cosa avviene sull’altra sponda di questa pozza che chiamiamo Mediterraneo, non diamo importanza, sembra non ci riguardi. Anche perché in Iran mica ci andavamo al mare, magari in Marocco o in Tunisia sì, ma quando mai in Iran. Sembra basti restare da questa parte e poi passerà.

Noi andavamo al mare vent’anni fa o giù di lì, e si pensava finisse presto. Eravamo distanti dalla realtà più che dai luoghi, perché quella realtà non ci piaceva, come adesso, non era quella che avremmo voluto, non è quella che vorremmo. E allora bastava metterla distante e non pensarci più.

In ricordo di un uomo grande: Alexander Langer. Perché per essere uomini bisogna vedere e capire e lui non si rifiutò mai di farlo.

a Occam il rasoio

Il tempo che ci serve lo consegnamo agli dei di passaggio,
per questo la luce riassume il vuoto lasciato,
ed è misericordiosa
mentre entra nella notte e promette un mattino.
Non uno qualsiasi,
non quello stanco d’ogni intelligenza del nuovo,
ci concederà un nocciolo d’energia,
simile a quello che ha generato un piccolo universo.
La speranza che ci sia ancora felicità,
oltre le lettere non spedite,
dopo ogni decisione che devia la strada,
perché i bivi non sono alternative
ma equilibri insani di timore,
infedeli alla strada del cuore.

Ovunque specchi per capire chi siamo,
e nell’approssimare l’immagine al desiderio
sappiamo che nel profondo si depositano verità che torneranno,
e sono pellicola sensibile
che ricorda, crea, domanda
s’era questo che avremmo voluto e che siamo.