buona festa della repubblica

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Possedevo una collezione di cartoline. Erano centinaia e centinaia, formato 15 x 10 , in bianco e nero, alcune colorate a mano, quelle recenti a colori. Le tenevo tutte diligentemente in tre scatole da scarpe, conservate nel mio mobile dei tesori, in soffitta. E lì rimasero in un trasloco poco attento. 

Per costituire la raccolta, conservavo quelle che arrivavano in famiglia, ma la maggior parte le ricevevo in regalo da chi eliminava ricordi o raccoglieva i francobolli e lasciava il resto. Erano per me la scoperta familiare del mondo, le ordinavo per Paese e per città. Qualche volta, con un epidoscopio, le proiettavo sul muro e  guardavo ingranditi, i luoghi immobili, le persone fissate in pose attonite o indifferenti, le fogge d’ abiti e le insegne fuori moda. Le città erano fatte di piazze con statue e caffè, molti Garibaldi e Vittorio Emanuele 2°, tavolini con tovaglie e camerieri in frac, e avventori distratti. Oppure erano chiese, palazzi, presi di mezzogiorno o di notte, quasi sempre vuoti di presenze. Molte terme e file di persone schifate con grandi bicchieri d’acqua in mano. Altre ancora, erano cartoline folcloristiche con donne e uomini in posa nei costumi tradizionali. Il Vesuvio fumava, la curva del Golfo era presa da un angolo che doveva avere un punto geodetico vista la costanza dell’arco. Il mare ovunque fosse, aveva tramonti o albe costanti. Le montagne, a parte qualche appenninica confusione di rocce e bosco, erano scabre: molte tre torri di Lavaredo , oppure le grandi vette del Bianco e del Cervino sbalzate contro il cielo nelle loro nevi immense. Quelle spedite durante il ventennio avevano piazze con edifici squadrati decorati da fasci di marmo e statue del duce. Erano foto di poste, prefetture, case del fascio, in un biancore metafisico che svuotava l’idea che ci fossero state persone attorno. Non poche, durante quegli anni, venivano dalle città nuove dei territori di bonifica: i veneti scrivevano ai parenti rimasti in Veneto. C’erano anche quelle delle colonie che, Asmara a parte, avevano sempre indigeni allampanati con lance e un tucul sullo sfondo. Qualcuna osè mostrava ragazze giovani col seno nudo (a me sembravano bellissime) con un commento allusivo alle libertà sessuali dello scrivente. Venezia era fatta del palazzo Ducale, san Marco, Rialto e la Salute. Torino era la Mole e Palazzo Madama, Milano il Duomo e la Galleria. Firenze, palazzo Vecchio, il David, ponte Vecchio prima della cura. Roma, rigorosamente san Pietro, che in un paio di cartoline facevo fatica a riconoscere in quanto scattate prima dell’apertura di via della Conciliazione. New York  aveva la statua della Libertà, il ponte di Brooklyn, e con Chicago condivideva i grattacieli. Era una iconografia talmente codificata che sembrava uscisse da un libro di geografia. Ma a me sembrava un mondo più vero di quello dei libri, perché qualcuno era partito, aveva visto e spedito una traccia che voleva far conoscere. Guardavo e vedevo città lontane, posti inusitati, due cartoline venivano persino da Tien tsin, la legazione italiana in Cina, ed erano di legno sottile, bamboo penso, senza fotografie e con dei disegni sfumati vagamente montani. 

Immaginavo i luoghi e chi le aveva spedite. C’erano molti anni di cartoline, dalle prime ingiallite dell’inizio secolo, con molte stazioni e strutture di ferro, fino agli anni ’60. E non mi accontentavo di guardare le fotografie o i disegni, leggevo l’indirizzo, i nomi, le frasi. Le parole si ripetevano, da quelle formali, più antiche che davano del lei, rassicuravano sulla salute e sull’affetto in corso a quelle più confidenziali e recenti, che parlavano di pensieri inusuali (il tanto si ripeteva molto), di abbracci, di desideri (vorrei tu fossi qui), di baci non meglio specificati. C’erano gli auguri, qualche notizia sul tempo o sulla città (di solito bella o bellissima), notizie sui parenti visitati, sul cibo sempre abbondante, sul clima. Molte, le più recenti, avevano i soli saluti e la firma. Le calligrafie mutavano negli anni e diventavano più appuntite, meno panciute e accurate, non di rado all’inizio, c’erano firme malferme che nel tempo si erano mutate in geroglifici. C’erano cartoline di emigranti in sud America e negli Stati Uniti,  che raccontavano della voglia di incontrarsi e chiedevano notizie.

Fino al 1945, gran parte delle cartoline erano firmate da uomini, oppure da coppie. Erano rare quelle con firme femminili e comunque erano indirizzate sempre a famiglie o altre donne. Insomma le ragazze della mia raccolta, viaggiavano accompagnate, oppure non scrivevano. Immaginavo viaggi e luoghi prevalentemente maschili, avventure di cui però, non riuscivo a percepire le modalità perché non sapevo come si muovessero per davvero. Qui non serviva Salgari, questa era la normalità eccezionale del viaggiare d’allora: c’erano navi, treni, corriere, ma cosa avvenisse durante quei viaggi non lo diceva nessuno. Così mi facevo raccontare. In famiglia si era viaggiato parecchio per lavoro, così emergevano disagi, tempi lunghi, orari molto precari. Capivo però che non era quello che capitava alle mie cartoline. Dovetti leggere per capire di più e per connettere il senso delle frasi che leggevo con le vite. Studiare sociologia mi ha aiutato a ripensare a quel mondo che si muoveva con relativa difficoltà e per il quale ogni viaggio era una cosa singolare da testimoniare. Parecchi anni dopo capii anche perché luoghi, grafie e messaggi erano mutati. Più stringati, più liberi di dire, più frequenti per le mete di vacanza vera, il mare, la montagna. Senza più alcuna restrizione sul destinatario, con allusioni più esplicite al rapporto affettuoso tra chi scriveva e chi riceveva. Dall’Italia Umbertina, si era passati attraverso il fascismo (spesso le cartoline del ventennio riportavano accanto alla data, l’indicazione in numeri romani dell’anno fascista, qualcuna i saluti fascisti), poi nella Repubblica. Le donne e gli uomini avevano cambiato le loro possibilità di movimento, erano più liberi. E cambiavano i soggetti delle fotografie, meno monumenti e più luoghi di vacanza. Insomma si era messa in moto l’Italia e lo scriveva attraverso una cartolina che testimoniava una possibilità, una libertà e non più una necessità.

Non so perché mi sia venuto in mente questo collegamento, ma credo che la festa di oggi c’entri: buona festa della Repubblica a tutti.

non dare caramelle agli sconosciuti

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Fuori il cielo è diventato color piombo. Ha anche la stessa consistenza. Solo le nubi verso occidente sfrangiano al giallo. A chi conosce un po’ di chimica qualitativa viene da sorridere perché i sali di piombo sono rivelati dal giallo e l’aranciato. Intanto cumuli nembi, incuranti delle spiegazioni sui colori, si sono caricati di lampi, e adesso tutto si sussegue con quel timore atavico che lega l’uomo alla folgore. Finita la festa di saette, alcune vicine, sarà la pioggia ad avvolgere strade e case.

Tutto consequenziale, prevedibile, si può essere persino grati del rumore sul tetto e del brontolio che s’allontana. Evidentemente, non c’è nulla da capire, basta sentire e vedere.

Nell’uso delle parole, ben più pericolose delle saette, c’è un senso che appartiene a chi le dice. Chi ascolta, non di rado, manifesta una prevedibilità che coincide col desiderio. Si vorrebbe finisse in un certo modo la frase, il racconto, oppure capire così tanto da coincidere con la testa di chi ha scritto. Ma questo è il caso migliore, perché la maggior parte ascolta o legge distrattamente: non vuole fare fatica. Per questo non si deve spiegare, evitare le glosse che peggiorano l’incomprensibilità. Pensate ai vostri anni scolastici o ai libri complicati, chi leggeva davvero le noiose note a piè di pagina, o peggio a fine volume, spesso più oscure del testo e soprattutto quando si leggeva, quell’andare avanti e indietro non peggiorava forse l’attenzione,  rivelando i buchi e l’ignoranza pregressa?

C’era però un fatto piacevole in tutto ciò, l’attenzione sviava verso angoli inattesi, poco spieganti, ma interessanti e fecondi. Spesso emergeva l’idea che superata la fatica quei pensieri così freschi e nuovi sarebbero stati ripresi, che qualcosa di originale sarebbe nato da quello che si comprendeva più o meno. Non andava così, ma l’impressione che qualcosa di utile fosse nato dall’incomprensione restava.

 Per questo bisogna accettare l’oscurità.  Anche propria. Perché è feconda e perché le parole nel migliore dei casi sono imprecise. E poi non si vuole davvero dire tutto, ma ciò che conta è selezionare chi è curioso, e può diventare complice. Cioè talmente vicino da interagire con le nostre presunte oscurità.

E per questo penso sia meglio non dare caramelle agli sconosciuti, le masticherebbero, impazienti, chiedendone altre. Una caramella come una nube, non si spiega, ma  che fine farebbe la dolcezza di ciò che davvero si vuole condividere?

a proposito di enigmi, meglio il primo o il secondo brano? 🙂

parole magiche

I bar, o le caffetterie come pomposamente si chiamano ora, sono comunque incipit, pagine con larghi spazi bianchi. Scenografie di tavolini, fatica unta di caffè e tramezzini malfatti, di noia, di piedi gonfi e tempo lento. Troppo lento. Guardate gli occhi dei baristi veri, trincerati dietro a un banco per difendersi dal mondo: hanno visto tutto. Tutto quello che poteva emozionare, tutti i film lunghi che iniziavano all’alba e finivano a notte fonda, tutte le sbronze in divenire, insomma la vicenda umana quando mostra i panni sporchi e lieti, a loro resta l’attesa che finisca tirando giù la serranda.  Ma se osservate bene l’angolo della caffetteria, ovunque, ha almeno un tavolino con tre sedie. Di solito si siedono in due, nella terza sedia finisce una borsa, una giacca. Sono un lui e una lei, oppure due lui o due lei, ma è l’angolo in cui accade qualcosa che dura. Quando si siedono sembra venga innalzato un separé, e dopo poco inizierà una conversazione intima.  I bar sono spazi da riempire. Luoghi di fretta e incontri, luoghi per speranze e per addii. Non sono mai indifferenti, per questo il nostro barista che ha visto quasi tutto e allora non guarda più, capisce al volo. Gli amanti, le coppie clandestine, quelli che sono ancora titubanti ma vorrebbero, i timidi, gli arroganti, i perduti, i violenti, gli stanchi, i lasciati. Molti finiscono in quel tavolino d’angolo. Come adesso.

Lei ha due occhi bellissimi, lui un viso perplesso ma determinato. Le dita cercano un luogo alle parole, tormentano bustine di zucchero, orli di tazza, il tavolo. Le dita accarezzano nervose i silenzi, incespicano sul dire e il tacere.  C’è un lasciare e un trattenere in azione. Vincerà il lasciare. Il barista lo sa e non guarda, ma noi sì. Forse è meglio si lascino, quando si finisce in quel tavolino per un addio è già accaduto tutto, c’è stata una sequenza infinita di rotture e rappezzi, di desideri malcelati e insoddisfatti, c’è stata, soprattutto, una svolta. Silente prima e poi via via più netta e rumorosa. Di quel rumore dolente che non si vuole sentire, ma c’è. Quel rumore a cui ci si ribella, che si pensa di aggiustare con un po’ di nuovo e molto di vecchio, con quel riandare al prima, al ricordo, senza sapere che non serve a nulla se non a perdere la ragione, perché il passato una ragione la possiede, ma il presente è carente di ragione. Torniamo ai nostri due partendo dall’età. Lui è più vecchio di lei, più grande come si dice ora, lei è bella per difetto di alternativa, dev’essere bella per lui. Ma ha il dubbio che non basti, allora si sminuisce, si critica, subisce anche l’aspetto. Se fosse oggettiva si sentirebbe davvero bella, e sarebbe bellissima, vedrebbe il suo viso e non le rughe, sentirebbe il suo corpo aderente, il muoversi armonico che ha quando corre o quando si stira svegliandosi, ma non avverte questa sua superiorità. Lui ostenta sicurezza, per lui rompere significa liberarsi da una colpa che ha messo in disparte ma c’è, coltiva la speranza che finisca presto. Però vuol fare l’innamorato che deve chiudere, per cui spinge le cose in modo che sia lei a decidere. È una porcheria, lo sa, ma non desiste, pensa sia meglio. Altre volte ha ostentato un dovere perché gli è già accaduto di chiudere, di lasciare, e a quel dovere s’è appeso per dire di no. Ha fatto un guaio maggiore perché ha fatto sentire qualcuno meno importante della sua vita banale, si è dimostrato egoista. Solo che l’altra non ha capito e non l’ha subito odiato per questo, ma si è fatta coinvolgere, l’ha giustificato. Ascoltiamo qualche frase:

Lui: Mi mancherai. I giorni non saranno più gli stessi senza di te. 

Non la guarda bene negli occhi, se lo deve imporre. Le mani si muovono e dicono altro. È imbarazzato, vorrebbe fosse già finito tutto, uscire da solo, sentire che qualcosa è alle spalle.

Lei: E allora perché ci lasciamo, proviamo ancora, è già accaduto, poi ci siamo capiti, abbiamo trovato soluzioni comuni. Noi ci amiamo, vero? Ci amiamo, no? … Allora perché non dovremmo risolvere tutto, l’amore ci aiuterà. 

Lei sa che la risposta alla domanda sull’amarsi è terribile, già il silenzio è eloquente e una qualsiasi frase non la rassicurerebbe perché adesso non valgono le sfumature dell’amore, ma i fatti che esso genera e allora si risponde da sola: ci amiamo, si dice. Lo vuole credere, vuole pensare che l’amore sia lo stesso per entrambi.

Lui: Lo sai che non è possibile, questa volta no. Non ce la faccio, non è come le altre volte, si è rotto qualcosa dentro, ho bisogno di capire. Non amerò mai un’altra donna come ho amato te, ma non possiamo continuare. Ci facciamo solo male.

Lei tace, vorrebbe dirgli che così per lei il male è assoluto, che con lui sparisce la speranza, che non riesce a pensare ad un altro uomo. Vorrebbe odiarlo, ma è paralizzata, non sente nulla, solo dolore. 

Qui si innesta un pensiero, lasciamo i nostri due ex innamorati e cerchiamo di capire cosa accade in un addio dalla parte di chi lascia, anche quando c’è molta buona fede. Ci sono due parole magiche che seguono gli addii : mi mancherai. Che poi è come dire: per sempre, che è vero quando lo si dice ma non in assoluto, perché il per sempre si costruisce con caparbietà e non sempre se ne vede la ragione. Forse bisognerebbe dire, col senno di poi :può essere che mi mancherai parecchio o tantissimo, che nulla sarà come prima, ma comunque il tempo attenuerà, non svanirai, mi interesserò a te ma non mi mancherai come adesso, nel momento dell’addio. Ma non lo pensiamo e non sarebbe bello dirlo anche pensandolo, le saggezze negative sono un po’ stronze proprio perché naturali e vere. A volte il discorso, consumate le parole definitive, scivola nella possibilità: la vita ci porta altrove, forse ci ritroveremo, diversi magari ci ameremo più di adesso, di sempre, ma fino a quel momento sarò altro e non mi mancherai più come ora. Mancheranno le cose che non sono state, ciò che si è consumato, ma anche questo si ridimensionerà nel tempo e troverà il suo posto bello di ricordo. Vorrei che fosse che non mi mancherai ed io non mancherò a te, non sarebbe forse un atto d’amore più bello e più vitale, non sarebbe forse augurarti il bene e togliere il fiele?  C’è una speranza che finisca così, sarebbe una bella liberazione per chi lascia avere anche la possibilità di riserva, sennò la stronzaggine mica ci sarebbe. Diciamo che quelli bravi ci riescono ma nella testa di lei dovrebbero formarsi queste parole: Eh no, mio caro, non funziona così e se tu mi manchi vorrei avere almeno lo stesso trattamento, ovvero mancarti fino all’infelicità, anzi un pochino di più.

I nostri due innamorati quasi ex, perché mica finisce subito, si sono alzati. Lui ha pagato, lei ha pianto con molta dignità, adesso stanno uscendo. Fanno pochi passi assieme, poi si separano. C’è stato un abbraccio, ma è meglio non indagare su quanta disperazione asimmetrica si porti dentro. Il barista ha alzato gli occhi, ha guardato, e poi si è voltato per fare un caffè. Lo beve lui stavolta.

la gioiosa fatica dell’incerta direzione

Quando emergeranno le conseguenze nessuno di quelli che aveva sostenuto ciò che le ha generate riconoscerà l’errore fatto. Questa certezza mi fa pensare di essere sempre dalla parte sbagliata, di non vincere mai davvero e questo mi rincuora, mi dice che è sempre l’evidenza a cambiare le cose oltre a quello che posso fare. Un senso di onnipotenza che se va, un essere minoranza congeniale al dubbio, al non avere fedi trascendenti. I dogmi, i proclami, rassicurano chi avrà sempre ragione, vincono più che convincere e al loro rovesciarsi diranno che è la storia, la logica, a determinare le conseguenze. Ma questa è una storia diversa da quella in cui confido, perché una fede sotto sotto ce l’ho ed è nell’uomo, nella somma positiva che genera la sua voglia di vivere. La stessa voglia che prima gli fa credere alle chiacchiere che non includono la realtà ma una sua visione di comodo e poi lo spingono a disfarsene. E così mi fido di ciò che accadrà, dell’ evidenza che fa combattere le battaglie che si pensano giuste, che non rincorre un consenso di potere, e alla fine, quando si sbaglia, è pure contenta e fa riconoscere il proprio errore. È questo vedersi in movimento, nella gioiosa fatica dell’incerta direzione contraria che fa sentire vivi e dentro al mondo. Quello che ci approssima e quello che è.

lasciare

Comincia quando ci si rende conto e ci si prepara al lasciare. C’è sempre un senso strano nel finire un’esperienza. Il senso dell’incompiuto e della possibilità interrotta, ad esempio, ma anche le soddisfazioni e l’interagire forte. Poi la stanchezza per le sconfitte, ché queste sempre fanno capolino nei bilanci, assieme al senso di onnipotenza frustrato dalle cose. E questo non è male, perché insegna la misura e l’ autoironia nel vedersi fare. Senso del proprio tempo, cosa diversa dall’età, percezione dell’essere il prodotto attivo di un passato che ha una sua visione sul futuro. La libertà che è connessa a questo è impagabile se non giudica, se è curiosa, perché possiede la partecipazione e il distacco.

Cosa resta di un anno vissuto nella novità e nel confronto? L’aver appreso cose inusuali, visto le solite piccolezze, i contrasti umani che definiamo umani per tollerarli, sentito la propria inadeguatezza e allo stesso tempo la spinta a fare cose nuove. Insomma materiale importante per l’area grigia che precede ogni futuro.

Ci sono anche molti chilometri percorsi. Hanno un senso strano i chilometri, sono occasione di vedere, scoperta, stanchezza, stazioni di servizio, mutare delle stagioni e del tempo, lavori in corso, file, ritardi e anticipi, pensieri. Soprattutto pensieri che non possono essere fissati, che evaporano e si respirano, pensieri che accompagnano e quindi amici. Anche pensieri grevi, decisioni, contrasti, insofferenze, sconfitte. Ecco che torna questa parola, sconfitta, ed è il lasciare che la fa emergere perché la rende definitiva. Senza una possibilità di cambiamento. Riscatto si sarebbe detto un tempo quando sembrava che le cose davvero potessero mutare per nostra collettiva volontà. Lasciare e non essere mandati via, c’è una voluttà nel pensarlo che allevia il senso dell’incompiuto. Lasciare per volontà è una bellezza che ci si dedica. 

p.s.volevo titolare queste righe con un termine poco usato: onusto. È quello che associamo alla pienezza di un fare, riservato ai condottieri, ai pensatori forti, ma io credo, anche a chi ha davvero vissuto. Purtroppo e per scelta sono un miles, quindi l’essere onusto non mi appartiene, perché il miles ha tutte le difficoltà dell’incompiuto e il sorriso consapevole che a far danni non si smette mai.

 

il tempo dell’elicriso

Fuori piove. L’elicriso ha rallentato la fioritura, così la lavanda e il rosmarino. Nella mia immaginazione, essi s’interrogano perplessi degli improvvisi sbalzi di temperatura. Ieri era un caldo quasi estivo e oggi fa freddo. E sarebbe tempo di coccole e calduccio di pelle con un tempo infinito e vuoto davanti. Un tempo in 3D. Da riempire oppure sospendere, da bere e assaporare, tempo proprio e non d’altri. È un’invenzione recente il tempo. Quello esatto e invadente, intendo. Prima trionfava un tempo pressapoco. Come quello dell’elicriso: è ora di fiorire, di mandare profumo di sera, di godersi il sole, di passare verso la maturità del verde, toh, guarda, fa freddino, è ora di scivolare nel letargo vigile dell’inverno. Tempo regolato sull’altezza del sole e sul succedersi delle lune. È bello il tempo regolato dalle lune, stabilisce quando è ora di crescere e di declinare, incessantemente. Dà una sicurezza che il tempo esatto non fornisce, ovvero quella che qualcosa comunque accade. In questo sta il tempo lento del riempire, il tempo 3D, che non è retta, freccia, ma è vischioso o fluido, e ha quella piccola baulatura della tensione superficiale che fa credere che qualcosa spinga da sotto. Come ci fosse un sentimento che vuol emergere, che rende vivo il tempo. Ecco il tempo dell’elicriso è un tempo del sentimento. Dell’amore sospeso e di quello impellente. Dell’amore ciclico che rinnova se stesso e di quello fedele a ciò che muta. Un tempo che accade, esattamente come l’amore, cioè pressapoco.

il sud, la magia e me

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… il violinista fa il barbiere il resto dell’anno. Cito a memoria, era il violinista che suonava la taranta in Sud e magia, e penso che pochi libri sono stati così importanti per farmi capire che c’era un’ Italia silente, presupposta e sconosciuta. E arcaica in modo alto e sapiente perché conteneva il mito, la tenebra vischiosa che albergava in noi ancora visibile, il prima che era oscuramente adesso.

Cos’è primitivo? Quello che precede, e non è un giudizio di valore. Con la tipica esterofilia e con i pregiudizi politici che ancora esistono tra le pieghe della nostra accademia, negli anni in cui De Martino scriveva i suoi libri di antropologia dedicati alla “sua” quistione meridionale, alla piccola taranta, alla magia, si celebravano nelle nostre università e sui giornali, Levì- Strauss e Margaret Mead. E lui, era altrettanto grande. Anche di più, ma negletto perché demoliva i luoghi comuni del sottosviluppo, il facile giudizio dell’intellettuale che bollava come inferiori le culture povere, e cercava tra noi le ragioni dell’irrazionale e del reale dell’uomo. Quello che viene prima, qui, conteneva, come oggi contiene, il mitico-religioso, quel bagaglio/fardello culturale che serpeggia nelle nostre giornate, che è superstizione, e rifiuto del male prodotto dall’ambiente. Certo, scegliere gli umili, gli sconfitti, è una parte della realtà, oggi più di allora si celebra il falso egualitarismo delle possibilità: tutti possiamo ascendere la scala sociale, tutti possiamo essere felici. E questo distoglie dal contesto, ovvero dal perché siamo in basso e perché siamo infelici. De Martino dava una risposta indiretta, e rendeva evidente la contraddizione. Introduceva concetti come appaesamento, domesticità delle soluzioni, l’essere nel mondo comunque. Evidenziava il ruolo della magia e riportava la follia nel disagio infinito dell’estraneità. E per farlo, andava sul campo, ascoltava, metteva insieme alle situazioni. Non rifiutava il magico, non lo espelleva dal reale. Se intervistava la figlia della maestra, come la madre, anch’essa maga, le faceva dire degli incantesimi, ed allora emergevano gli amori asimmetrici e disperati, le gelosie, le paure per la salute, la malattia senza risposta.

“Il mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone”. Ed io nelle cose che leggevo di De Martino, riconoscevo racconti che avevo ascoltato da bambino, la presenza della magia nelle case, nei letti, le malattie strane come le guarigioni, gli incantesimi e gli scongiuri, segno che tutte le culture arcaiche s’assomigliano e sono fatte di uomini che cosificano il disagio, non diventano loro stessi cosa. Mi colpiva la nettezza con cui emergeva una questione sessuale, un’ interpretazione del desiderio in chiave mitico religiosa, l’estensione del concetto di possessione come de responsabilizzazione di fronte al disagio. E le risposte erano ancora presenti nella presunta razionalità dei riti, nelle benedizioni, nei giudizi che partivano da presunzione di realtà. Ma ancor di più mi colpiva la considerazione sul camminare: noi eravamo la somma di atti ripetuti che avevano cambiato la condizione dell’ominide, tanto da renderla naturale ed automatica, ma quell’ancestrale scatto verso l’alto, un affrancamento dal suolo, era una condizione che conservava il pregresso. Il prima, il primitivo. E così era con la magia. Sembra strano oggi parlare di magia, ma oltre al razionale apparente, se si scompongono gesti e pensieri, emergono le stesse paure, le risposte apotropaiche attualizzate ai nuovi/antichi disagi. De Martino per me arrivò troppo tardi, anche se ero molto giovane non ebbi il coraggio e la forza di lasciarmi attrarre da una strada possibile di impegno di vita. Più facile fare altro, ma oggi se qualcuno portato ad essere sensibile a ciò che avviene attorno e agli uomini, mi chiedesse cosa studiare, gli direi: studia filosofia, sociologia, economia politica, biologia e antropologia. Non so se troverai mai un lavoro, ma di sicuro troverai tante domande da non annoiarti mai.

 Riporto tre, tra le tante citazioni che allora, come ora, mi colpirono.

l’Antropologia è “un modo di pensare noi  stessi come altri”.

“Felice oblio quello per il quale io non debbo totalmente impegnarmi ogni momento a mantenermi nella stazione eretta, ma avendola appresa da infante con l’aiuto degli adulti, e avendola appresa la specie umana già con gli ominidi,  io posso “perdermi” in quel mondano che è l’abitudinario camminare sulle gambe, restando “disponibile” per fare una passeggiata conversando con un amico. Felice oblio quello di una “domesticità” nella quale mi muovo, e delle cose con i loro “nomi”, sonnecchianti nella semicoscienza o sprofondati nell’inconscio, onde ogni cosa “dorme” con la sua etichetta di potenziale operabilità, e solo così può dormire, altrimenti si sveglierebbe come problema ed io perderei me stesso e il mondo, non potendo più scegliere e valorizzare ‘qui ed ora’ solo questo o solo quello. Quando si parla di carattere inaugurale dell’economico in quanto progetto comunitario dell’utilizzabile, si deve porre mente ‑ fra l’altro ‑ alla forza liberatrice condizionante del ‘dimenticarsi’ nel mondo. Nel che risplende di nuova verità quella necessità di perdersi per salvarsi che sino ad ora ha avuto un significato religioso proprio perché non è tentato a riconoscere all’ economico il carattere di valorizzazione inaugurale del mondo…”

“Come si delimita l’orizzonte ‘mondo? Come una immensa possibilità  da cui viene emergendo, nella continuità di un concreto esserci, una graduale limitata attualità culminante nella presentificazione dominante del momento. Il mondo: cioè gli spazi cosmici, il nostro pianeta, gli astri del cielo notturno e la luce solare di quello diurno, le piante, gli animali, gli uomini e tutto questo nel tempo, che abbraccia la storia del mio esserci, e quella di tutti gli altri esseri umani, e che retrocede verso un infinito passato e avanza verso un infinito futuro. Questo è il mondo che dorme in me, cui sono legato mediante il mio corpo e il mio inconscio: un dormire tuttavia che è un potenziale svegliarsi. Ogni mondo, quindi, e anche il mondo magico, è un mondo che legittima la sua esistenza sul piano della creazione culturale collettiva, mentre il mondo del folle è un “mondo” che non riesce a formarsi proprio perché pretende di nascere sganciato da quelle ovvietà preliminari che non devono costituire più un problema: il mondo del folle pretende di formarsi sganciato da un mondo dove si risvegliano continuamente i significati dormienti, in un balbettare oscuro intorno a eccessivi problemi che lasciano la realtà sempre indecisa e pericolosamente vischiosa.”

e per continuare a ragionare, tra il tanto a disposizione:

Il mondo magico di Ernesto De Martino

http://www.siderlandia.it/2.0/da-ernesto-de-martino-a-pier-paolo-pasolini-una-difficile-eredita-2/

 

un cavalier dalla losca figura

C’è un cavalier dalla losca figura e s’aggira per il mondo. È l’incipit d’un picaresco romanzo capitalista, è un suono di metallo, l’odor del ferro e del suo sapore in bocca. E chi lo vede? Attorno sembra importante solo lo schermo luccicante, una applicazione e lo smartphone ben carico di comunicazione. Distratti dall’affetto sparso a piene mani nelle frasi, negli emoticon, diventiamo ciechi e privi di tatto. Scorriamo la realtà col dito e così i visionari s’afflosciano. Debosciano in un futuro prossimo tragicamente uguale al presente. Di supposta sicurezza ci si spegne, di presunto futuro ci si infuria, né l’uno, ma né l’altro lasciano segno. Cosicché di quel cavaliere non nasce l’epigono antagonista, colui che capisce e sa dove la lama penetra. E neppure nascono santi perché nessuno si danna più, infatti cos’è l’anima dell’occidente se non una pasciuta distesa di pornografa vista, d’incapaci tentazioni, di equilibri anoressici tra cibo e vino. L’anima satolla si spegne nelle parole ripetute, estasiate di sé e infine prive di senso che dura. Colpa come motore del mutare del bianco cavaliere e consapevolezza che gli stazzoni anima, mantello ed armatura. Che lo induca a capire, a cercare assoluzione e non espiazione, a uscire dalla colpa e cambiare. Definitivamente o per un poco, cambiare. Ed allora anche un cavalier dalla trista figura va bene. Un sognatore di passato che crei il futuro e sia appassionato. Anche appiedato va bene, purché dia un’alternativa, un senso che faccia finalmente vedere dove siamo e andiamo. 

sei maggio

Erano le nove di sera, più o meno, e ci fu la scossa. Lunga come solo l’interminabile e il definitivo sanno essere. E con essa la paura, lo stupore, la ricerca scomposta di una soluzione. Poi in strada. Ma noi eravamo, seppure vicini, lontani e il disastro era altrove. La memoria diventa personale, poco interessante, resta la sensazione che questi fatti siano uno spartiacque nelle vite, nella coscienza collettiva. Ci fu in Friuli, un nascere di un metodo friulano nell’affrontare i disastri che non fu replicato in Italia. Eppure ci furono altri terremoti importanti, come altri ve n’erano stati prima. Paghiamo ancora, non le vittime, ma le mancate ricostruzioni di città andando indietro fino al terremoto di Messina. Non è un panegirico sulla capacità e sulla determinazione degli abitanti di un territorio che non volle essere ricostruito altrove, neppure un acritico dire che tutto andò bene. Fu la manifestazione di una identità, di un appartenere e sentire come veri i valori del luogo, degli affetti, delle relazioni. La cosa era possibile perché quei luoghi e quelle persone sapevano cos’era la diaspora e la piccola patria del cuore, sapevano che il com’era e dov’era non erano valori estetici, ma sostanza per non essere sradicati. Andarono molti soldi nel Friuli Venezia Giulia, meno però che in altre occasioni consimili, solo che in questo caso le cose si fecero e ci fu una rinascita produttiva che dura ancora. Fu anche l’occasione per rimettere in ordine il patrimonio, per rendere più bello e accogliente quello che già era un punto di possibile attrazione. Di questo vorrei ricordare che tutti fecero la loro parte, da chi abitava e aveva lutti a chi era volontario e cercava di dare una mano. Prima le case e poi le chiese, anche i preti erano popolo, anche monsignor Battisti, vescovo di Udine, tra Andreotti, capo del governo e i comitati dei terremotati, scelse i secondi. Questo per dire che se il potere si mette al servizio dell’uomo, lo ascolta, ne ricava una forza incredibile nel fare. Genera un noi. Dopo quarant’anni ricordare non riguarda i vecchi, ma proprio quella generazione che nacque allora: il passato non è tutto da buttare, ci sono state cose grandi e uomini grandi e non servono per costruire i calendari o intitolare le piazze, ma per imparare a fare il futuro.

lavoro e libertà

Tra le tante cose inutili che penso e quelle, per fortuna molto meno numerose, in cui credo c’è una correlazione forte di concetti, una specie di sillogismo tra lavoro e libertà. Li penso collegati da un sentimento del sé a cui tengo molto: la dignità. Non c’è libertà senza lavoro e se questo è privo delka libertà di proporsi, dire, contrsttare, allora subentra la dipendenza e la costrizione. In questo che per il pensiero al governo è volterrianamente il migliore dei mondi possibili, la vera rivoluzione è nel proporre il diritto al lavoro come esercizio di dignità e libertà individuale.

Ho ripensato a una canzone di Rino Gaetano, Aida, e l’ho sentita come la storia di donne che conosco, che con fatica rivendicano la dignità di essere che è la storia della libertà in questo paese, ma il tema può essere tranquillamente privato del genere perchè le storie nelle difficoltà s’assomigliano.

Per passare dalla privazione di libertà -e cioè dal fascismo- fino alla libertà è stata necessaria una guerra di liberazione. Oggi non siamo in quella condizione ma l’esercizio della dignità di essere viene precluso a non poche donne e uomini e allora sarebbe utile riflettere su chi erano e cosa pensavano del lavoro e del suo ruolo, le donne e gli uomini che cadevano davanti ai plotoni di esecuzione, nelle città e in montagna. Pensavano che da questo sarebbe nata il riscatto e la dignità di un popolo. Il benessere, certo, ma non solo quello, c’era l’idea che lavorare, essere indipendenti e utili fosse una condizione vitale, un diritto.

La mia generazione, che venne dopo quelle della guerra, interpretò questa necessità con la stabilità del posto fisso, più per reazione all’indigenza e alla miseria che era la condizione da cui uscire che per mancanza di fantasia. Era difficile anche allora pensare di avere una famiglia e non sapere se l’avresti mantenuta, per cui le lotte si riferivano a quella condizione in cui precario significava a rischio di povertà. Oggi ci sono le stesse domande in un contesto apparentemente diverso. Solo che qualche anno fa, si sapeva che il lavoro era un diritto e la libertà si difendeva in piazza. Oggi la soluzione non è il posto fisso e in piazza non ci va nessuno. Obnubilamento? Poca coscienza che i diritti e la libertà non sono conquiste permanenti? Oppure come riferisce una recente ricerca molti baratterebbero la libertà in cambio della tranquillità economica, del posto fisso e sicuro. Chi si preoccupa, infatti, di un futuro incerto quando il presente di certezze non ne ha nessuna. Ripensare nuovamente il nesso tra lavoro e libertà diventa allora essenziale e non posso pensare di chiudermi nella mia sicurezza, la libertà non è un lusso da ricchi ma una necessità collettiva. Il presupposto per cui il mio pane sicuro non diventi inutile e raffermo.