altra epoca ma sempre 25 aprile

Spesso parlava di quegli anni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche idee da esprimere a mezza voce, ceffoni presi e accettati, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Poi c’era stata la liberazione, la fatica delle macerie da recuperare in qualcosa che serviva e ancora l’abbandono di ciò che non era più esigibile. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. E ascoltare le voci forti degli oratori che venivano per il referendum, le elezioni. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come la ricorrenza del 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto ma poteva ancora avvenire, per le promesse mancate, per il tempo che passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato e di cui si parlava tornando verso casa. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Qualche domenica pomeriggio, ma erano rare occasioni, nella sede del partito si ballava. Era un palazzo storico della città vecchia, la strada dell’antico decumano, lui non lo sapeva e forse poco gli importava considerate le troppe città viste, il mondo assaggiato per forza. Andava con sottobraccio la sua donna, il vestito buono, di lana inglese e il bambino tenuto per mano con la promessa di un gelato o di un dolce per dopo. Era domenica o il 25 aprile, comunque era festa e il lunedì o qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna il sabato o a fine mese, più difficile era stato prima. Nella guerra. A lungo, E ancora per tutta la dittatura, per il tempo in cui non si poteva essere chi si era e solo la vicinanza con un sovversivo riconosciuto era un sospetto permanente e quei sovversivi erano un amico, un vicino che mai sarebbero stati traditi. La fonte di domande, il tono mellifluo, lo schifo e la repulsione che provava per chi le faceva, generava il vincolo di essere reticente per lui, così chiaro e semplice nel dire ciò che pensava. Ora era ancora difficile, tante illusioni si erano perdute assieme a una giovinezza mancata. Come tanti altri. Ma c’era il presente e si poteva dire ciò che non andava bene e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.

mai come ora abbiamo bisogno di umanità

Tra noi ci sono cattiverie che non strisciano, i rapporti si guastano per ogni gentilezza mancata, per ogni negazione di umanità. Così l’indifferenza si somma alla paura, resta solo l’amore, lo stringersi più forte, tentare di portare il bello dentro di sé e far fluire quel buono che abbiamo con atti minimi di cortesia.

Ad Alicante, era marzo, ma già il caldo si faceva sentire, un signore passeggiava con bastone e mantello. Un cappello a tesa larga, il viso magro, bellissimo di vita vissuta, la mano sollevava il cappello all’incontro con la persona che gli chiedeva qualcosa o verso un volto conosciuto. L’ho guardato a lungo scendere nella passeggiata che attraversava i giardini e le palme. Una figura che era metafora e ricordo. Pensavo a Pessoa, ma non ero a Lisbona e non c’era il caffè dove spesso lui sedeva la sera ad attendere amici e innamorata, una chiesa dei Gesuiti ci sarà pur stata da qualche parte, ma non era quella vicina, ai piedi della discesa e nei bar non c’era nessuna cortesia antica.

La figura era una macchia nera che lentamente si confondeva con le persone. Emergeva e spariva tra corse di bimbi e mamme che richiamavano, mi sembrava di cogliere il gesto del braccio che usciva dal mantello e si portava al cappello assieme a un sorriso lieve. Ma era un desiderio che confondeva la vista e attorno, nei locali all’aperto, c’era una confusione che ora non c’è più, anche la fretta che si accompagnava al muoversi lento di alcuni, era un camminare che ora sembra perduto. Eppure gli umani ci sono, nelle case e fuori si muovono, fanno finta che ci sia una normalità dietro l’angolo. E allora che avrebbe scritto il mio scrittore preferito stanotte? Che dialoghi sarebbero scaturiti dal seguire un filo che si dipanava nei suoi ricordi, cosa avrebbe costruito che non fosse banale e insieme scoprisse l’umanità che si nasconde in tutti noi, ma che solo alcuni portano alla luce e la donano, perché l’umanità è l’unica cosa che mentre si racconta tiene assieme. E degli annegati nel mare mai come ora Nostrum per responsabilità e per occasione di essere mare di pace, che avrebbe detto? Non l’indifferenza dei numeri, mai diversa dall’indifferenza che circonda i numeri della pandemia. Avrebbe detto che ognuna di quelle vite come ogni scarpa o cartella mostrata nei musei degli olocausti conteneva un futuro, un futuro che ci riguardava perché dalle vite viene spesso il bene per molti o anche solo l’amore per pochi, ma viene qualcosa che nessuna indifferenza riesce a colmare.

E cosa avrebbe detto il signore col mantello e che toglieva il cappello per salutare, alla persona che rifiuta una gentilezza, un gesto di misericordia, una pietà che riguarda apparentemente qualcuno ma in realtà è l’unica via che abbiamo per essere umani, per avere una casa calda, un amore, un ritorno e un sonno che non pesi su altri.

Cosa diciamo alle nostre coscienze per non essere umani, per dimenticare quello che accade eppure fingerci normali e poi convincerci che non c’è alternativa, che è così, che è colpa di chi muore, di chi è contagiato, di chi non ha più possibilità da spendere. Cosa diremo ancora che oscuri ogni bellezza, ogni possibilità che essa sia condivisa, che ci sia una equità e una giustizia che riguardi tutti. Cosa diremo per essere umani e soprattutto come riusciremo a pensarlo senza amore?

espungere

Di alcune persone non resta neppure il bene del telefono e si sa perché. Si è formata l’idea che nel flusso in cui scorrono le vite, l’allontanarsi fosse una cosa naturale. Accade, ma poi anche il filo esile dopo troppe ( quante tre, dieci?) telefonate, messaggi, a vuoto, si sia spezzato. E non giova tener conto delle responsabilità di ciascuno: le persone si perdono come accade a ciò che diminuisce d’ importanza. Se accade anche a luoghi e abitudini dove si andava spesso, perché era un posto di luce, per chi stava attorno, per le parole scambiate e per la voglia di fumare un sigaro senza essere rimproverato e poi anche questo s’allontana perché qualcuno manca, altri prendono altre strade e abitudini, perché non dovrebbe accadere anche alle persone? Flusso. Così il ciangottare ripetuto e profondo diventa trama lisa, poi anche quella si strapperà senza il bene di una telefonata che concluda. Resta aperta una porta . Uno spiraglio ma è un ricordo, non una realtà. Il crivello dei rapporti funziona così, resta l’importante, presente o meno ma questa è la legge meccanica che consente di guardare innanzi. Un tempo si usavano agendine di carta, erano fitte di numeri e preziose. Il mondo e ciò che si era si trovava in quelle pagine, poi altri numeri erano nella mente, persino nei sogni si cercava di formarli.

Perché si perdono le persone? E perché si perdono le cose? Forse una ragione precisa, un flow chart del perdere non esiste e questo consola perché non c’è meccanicità, ma c’è l’abitudine, il non detto, l’interesse che scema oppure che si rinnova altrove. Sono segni che già fanno un fatto. Non danno ragioni ma tracce di un percorso che improvvisamente s’interrompe e passa in archivio. A questo serviamo? Siamo bibliotecari distratti di sentimenti da maneggiare con cautela e nella goffaggine perdiamo il senso e la preziosità di ciò che sfugge? Oppure c’è altro e tutto è così labile attorno ad un nucleo di poche luci che tutto il resto offusca.

n’dare in desgrassia

Ad un certo punto, per cause non sempre ben definibili, qualcosa o qualcuno n’dava in desgrassia. Poteva essere per un lasso di tempo, breve o medio, e poi le cose tornavano come prima, oppure era per sempre. Nei cibi era sintomo di qualcosa che covava: il caffé, i sughi, qualche ortaggio, oppure i sapori forti, perfino il vino raccontavano che l’organismo rifiutava. E se rifiutava il vino era perché lo stile di vita era proprio sbagliato. Ma anche le persone potevano andare in desgrassia, i dissapori, gli sgarbi, i soprusi, o le baruffe della convivenza forzata, comunque questo significava che qualcosa si era rotto e che quella persona veniva cancellata dalla cerchia. No lo pol vedare in spiera al sole, (non lo tollera neppure alla vista, la spiera era il raggio di sole), questo era l’anatema, il passo ulteriore alla desgrassia, qualcosa che giustificava l’atto ostile non la semplice indifferenza e l’allontanamento. Quindi il rifiuto partiva da cose piccole o grandi ma aveva sempre le stesse caratteristiche, ovvero il rifiuto assoluto e il bene si trasformava in veleno per la mente e il corpo. Si potrebbe riportare tutto nei meccanismi di odio/amore che il corpo e la mente incessantemente elaborano passando dal favore alla negazione, ma non è così facile, non si accende un interruttore o lo si spegne. C’è un processo di consapevolezza che riguarda anzitutto ciò che sembra non avere razionalità, può essere il cervello che abbiamo nel nostro stomaco e che decide cosa ci fa bene o meno, oppure addirittura le cellule che rifiutano un contatto che prima era gradito. Le allergie ne sono una dimostrazione, segno che tutto a suo modo ragiona dentro di noi e che occorre tempo perché le cose arrivino a una decisione di rifiuto. Come se venissero lasciate molte possibilità prima che qualcosa si trasformi in rifiuto. 

Mi fa riflettere questo maturare lento il rifiuto, come se sempre venissero concesse prove di riserva e che le scelte istintive avessero un tempo lungo per maturare il cambiamento. L’esatto contrario di ciò che definiamo istinto. Oppure che il rifiuto debba nascere da una delusione senza prova d’appello e che dopo la mente si debba sintonizzare con il corpo che già ha trovato altre vie e scelte. Se penso agli ultimi 10 anni vedo una tale congerie di percorsi che si sono esauriti e mi chiedo il perché le cose siano mutate quasi senza saperne il perché. In fondo lasciamo una serie di tracce, di residui di cose state che sono gusci vuoti di un tempo che non si è sviluppato eppure sono un cammino che è riconoscibile. Siamo noi soprattutto attraverso i nostri rifiuti o l’essere rifiutati. Cioè non si riflette sull’accoglienza perché la si dà per scontata, ma ci si sofferma su ciò che sembrava e poi è diventato altro. E ciò che stupisce è che questo rifiutare sia una cura, un rimettere in ordine le cose tra il dentro e fuori, come se il corpo avvertisse a livello profondo sia quello che fa  bene come pure il rifiuto che viene dall’altro anche se mascherato. Questa condizione del capire prima di noi indurrebbe ad affidarsi e a prendere decisioni per tempo e non a ragion veduta.

È inutile insistere ci viene detto da dentro, fa male ed è un male inutile. Non devi fartene una ragione è qualcosa che non funziona, ti fa male e ti coinvolge, allora taglia e trasforma in ricordo il buono che assaporavi e cerca dell’altro buono che ancora non hai assaggiato. Non perderti nelle prevenzioni ma lascia che il tuo istinto scelga e che mentre ti libera da ciò che non ti serve, tu possa imparare a dialogare con lui. Per il presente e per il futuro. Non ce l’ha insegnato nessuno e lo dobbiamo imparare da soli, così si passa oltre.

perché impediamo di essere scelti?

La delusione fa parte del processo di apprendimento. Me lo devo ricordare, magari annotare in un paio di righe che restino appese alla mia bacheca. E accanto a queste dev’esserci la considerazione che la delusione non esaurisce altro che un passato non riconosciuto come tale. Deve cioè aprire il pensiero e l’agire, non crogiolarsi nel recriminare e sfociare nell’acrimonia e nella colpa.

La delusione è la speranza che prende coscienza, il perenne ripetersi di una fiducia data e malriposta, ma anche il regno della disattenzione. La domanda mi si nota di più se ci sono o non ci sono è un eufemismo della coscienza, quando essa appare si è già scomparsi dall’orizzonte e non si conta più, se mai si è contato.

Tutta questione di narcisismo, immagine di sé e necessità di dare forma alla propria sensibilità. Pensateci un momento: senza sensibilità, senza sensi che dialogano e compongono il reale, il nostro reale, saremmo prigionieri di convenzioni, di regole e conformismi infiniti, perennemente alla ricerca di essere altro da sé. La sensibilità ci libera. Prende forma e ci da forma, anche il corpo ne viene trasformato e noi non siamo più l’immagine estranea dello specchio ma un insieme unico di sentire e di capacità di leggere noi stessi e il mondo. Questo provoca necessità di comunicare, di mettere assieme le sensazioni. La ricerca di qualcuno in grado di scambiare, di avere la stessa capacità di trasformare il banale in unicità, diviene un accessorio del vivere. La condizione per lasciarsi andare. E sembra che questa persona si trovi, se si tratta di una persona, ma potrebbe essere una corrente artistica, i coautori di un progetto d’ingegno, un partito politico sorretto da forti ideali e volontà di cambiare la realtà, un cenacolo letterario o delle persone con cui si condivide una passione profonda.

Tutti deludono, prima o poi, ma non alla stessa maniera e la delusione è il processo che ci costringe a rivederci per come siamo, a spingerci ancor oltre nella sensibilità e nel mettere assieme realtà interiore ed esteriore, per questo la delusione insegna. Non smette di spingere ma solo fornisce un portolano di quello che è accaduto e non dovrebbe ripetersi. Delle scelte sbagliate e di quelle giuste ma non sufficientemente sviluppate. È il superamento di un limite e la richiesta a noi stessi, non di essere più prudenti ma diversi e di credere ancora di più nella capacità di sentire in maniera unica il mondo. Come per il DNA, non esisterà mai nessuno che potrà leggere allo stesso modo le cose, vedere gli stessi particolari, sentire il significato unico e pieno di alcune parole che traducono i pensieri. Nessuno potrà cercare di assomigliare a noi stessi se non noi, in una perenne ricerca di una coincidenza che ogni volta che troveremo ci riempirà d’entusiasmo e ci spingerà a cercare qualcuno con cui condividerlo.

La delusione non ci dice che siamo sbagliati ma rende attuale la domanda che ci si deve porre quando apparentemente scegliamo : quanto noi impediamo di essere una scelta? 

che accade all’amore?

Se ne andava con la pazienza di chi guarda, tra strade improvvisamente meno frequentate e indifferenti. C’era tutto quello che serviva, palazzi, portici, pietre improvvisamente bianche  per carenza di smog e radi passanti. Per lo più studenti che non avevano voluto tornare a casa. Pensò, al perché si va via e poi si torna. Alle vite che hanno stagioni diverse e non più confrontabili. Alle età che si stratificano e trascinano in confusioni che assomigliano ad edifici in cui l’opera si aggiunge e sembra una comodità, una bellezza aggiunta ma in realtà rende meno intelleggibile il confine e le età della vita come gli stili diventano indefinite. Non c’è più un’età dell’andare e del tornare con esperienze nuove che facciano crescere chi è rimasto, ma piuttosto un’inquietudine da cercare che sposta in avanti il mometo in cui fermarsi. Così, con facilità, ora l’umanità occidentale, e non solo, s’era messa in movimento ed era diventata nomade rifiutando le stanzialità, ma portando con sé le caratteristiche che poi le lingue non mimetizzavano, le città non annullavano, neppure la difficoltà che accompagnava ogni nuovo stare, nascondeva nella speranza di un meglio che si contrapponeva al luogo da cui si era partiti, perché tutti abbiamo un luogo, una savana o una foresta vicino al cuore. E quel sentire, che in fondo caratterizza la specie, che si traduce in binomi difficili come amore, abbandono, appartenenza e libertà erano una serie di verbi da coniugare in nuovi e antichi modi. Come a dire che l’essenza delle cose resta tale e in fondo ciò che conta è come si ama e come si è amati. Così gli venne in mente un passo di Americanah:

Come hai potuto farmi questo? Sono stato così buono con te!

Già guardava alla loro relazione con la lente del passato. La sconcertò come l’amore romantico fosse capace di trasformarsi, con che rapidità la persona amata potesse diventare un estraneo. Dove andava a finire l’amore? Forse l’amore vero era quello familiare, in qualche modo collegato al sangue, dato che l’amore per i figli non moriva come l’amore romantico.

E questo delimitare l’amore in quello romantico non era forse l’incapacità di una evoluzione che non c’era statat e che ora, nella pandemia diventava un serrare le fila, un fidarsi di pochi, com’era accaduto  ai tempi dell’aids e ancor prima in ogni momento in cui fidarsi era il portare fuori l’amore che c’era dentro.

Cosa stava accadendo per davvero? Ce lo stavamo chiedendo oppure ci rifugiavamo in territori dove la sicurezza viene assicurata da altri. Il vaccino oppure il suo rifiuto, la banalizzazione o il terrore della malattia. E i bollettini giornalieri che effetto avevavno nei confronti di chi era attento oppure di chi voleva ignorare. Come tornare nel buio dell’umanità sapendo che ovunque si era c’er auna possibilità e un pericolo e che la scienza poteva salvare chi credeva in essa ma anche chi non la stimava. Tutto questo per avere una possibilità di una normalità nuova dove gli aspetti fondamentali del vivere avessero un senso, anche una prospettiva. E con chi ci si schierava, con chi voleva arginare o con chi spingeva verso un nuovo distopico e senza alcuna garanzia?

Camminare nella vecchia città dava una dimensione alle cose, non alle persone. Le persone al tempo della pandemia avevano scelte binarie, passioni improvvise e necessità di capire di chi fidarsi. Non bastava la mascherina perché il distanziamento, sepur selezionando doveva cadere per alcuni o alcune. Ci doveva essere un ritorno alle funzioni, ai desideri, alla spinta delle pulsioni che si combinasse con il pericolo per un po’, ma anche evolvesse verso qualcosa di più solido dell’amore romantico. E rivolgersi alla specie non era sbagliato, come non era sbagliato andare e parlare lingue nuove. C’era un sottointeso mutare che prendeva consistenza e diventava società. Era stato così più volte nella storia dell’umanità ma mai con così tanti mezzi in campo e tanta indeterminatezza del futuro. La domanda da porre e porsi era: come poteva essere nuovo il mondo senza un nuovo uomo e senza un amore dato e ricevuto che aggregasse, rendesse più vivibile la vita. In fondo tutto questo era accaduto per ignavia, per non aversi saputo opporre a un mondo divorato dagli interessi di pochi e se questi fossero continuati avrebbero divorato gli uomini e l’amore. Così capiva che il tradimento banale che aveva originato quel dialogo in Americanah, era stato un incespicare nella difficoltà di avere idee chiare su di sé. E le idee chiare nascevano dal coraggio di scavare dentro ovunque si fosse, non solo dall’andare. Che la morale stessa, le forme dell’amore potevano nascere solo dalla ricerca che avveniva in ciascuno che cercava un altro che avesse lo stesso sentire e lo stesso afflato verso il mondo. Insomma l’amore al tempo della pandemia evolveva con questa e aveva il pregio di essere una cosa che dipendeva da ciascuno, non solo un insieme di norme e comportamenti. Che accadeva all’amore quando si sarebbe cambiato il permanere in un essere cambiati e nomadi. Questo dava una prospettiva a un nuovo genere umano che si spargeva ovunque e trovava risposte nette per sé. E tutto questo gli pareva si fosse messo in moto e mutasse il mondo. 

del tuo amore asimmetrico

Del tuo amore asimmetrico la brioche s’è inzuppata,
quasi traboccava il cappuccino dalla tazza
e lacrime e briciole si sistemavano attorno.
È solo una faccenda di sesso, hai detto,
la voce era appena sussurrata
ma tutti si sono fermati
come attendessero il resto,
ed era evidente che l’amore tuo non aveva confine
Mi chiedevi che fare, ora che è inutile scappare,
ma da te non saresti mai fuggita
neppure quando avresti potuto.
Ti ho dato affetto, parole e silenzi
mentre tu, con la punta del dito alle briciole davi ordine
e cercavi il tuo cuore.

la speranza

Questa mattina mi sono lasciato invadere dalla speranza,
è pericoloso di questi tempi in cui sembra tutto fatto,
e deciso nel peggio che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce i forse che sono già dei no,
ma stamattina le parole erano colorate,
il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’ asfalto,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri,
eppure c’era colore e
il viola sposava il blu e parlava arancio.
Sembravano parole ed erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
e quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e spesso non ha un’ attesa precisa
ma si muove e tu sai che è vita.

kintsugi

 

l’intero si fonde nella parte,
testimone il kintsugi di ciò che è stato nell’attenta rinascita,
perché nascere è il nuovo e l’antico,
seminato, cresciuto e ri composto.
Il tatto sente il leggero curvare, 
d’ un corpo che si rapprende in sé, e suona.
Fosse così il cuore quando si rabbercia
nel sentire che si quieta 
e smussa la punta d’un desiderio che ancora non tace. 
Silenzio di parola, profumo lieve d’essenza
di metallo che sfalda e tocca il gusto per l’ attimo del sentire,
come pensiero che non pensa, guarda e ascolta, 
la spirale compiuta che fugge,
e avvolge, il mio tiepido cuore.

te lo manderò domani

Te lo manderò domani, sarà un testo o delle immagini che resteranno lontane, imprecise. Ti chiederai a chi assomiglia quell’uomo. Quelle parole. Sentirai l’accento, l’assonanza, i modi di dire. Poi piano ti chiederai di me, dell’orlo della nebbia, dei buio che cala presto. Ti distrarrai e poi il pensiero tornerà alla stranezza dei ricordi, ai rimasugli di sabbia tra le dita, al sole che ha fatto il suo mestiere, quando lo lasciavamo fare. Le negazioni resteranno nascoste, come i sorrisi: pochi, o molti, meno di quello che poteva essere ed è stato. Ti chiederai distrattamente perché si ricevono parole che sollevano polvere e luce assieme, come quando si cammina in Africa o sulla riva d’un mare con la sabbia come talco, poi qualcosa ti distrarrà in questo tempo che Indugia sul futuro. Ti chiederai se io manderò qualcosa che si possa non leggere, lasciare in disparte per dopo, per quando il tempo avrà esaurito il suo corso per ricordare e parlarne assieme. Dopo. Sarà dopo.