mai come ora abbiamo bisogno di umanità

Tra noi ci sono cattiverie che non strisciano, i rapporti si guastano per ogni gentilezza mancata, per ogni negazione di umanità. Così l’indifferenza si somma alla paura, resta solo l’amore, lo stringersi più forte, tentare di portare il bello dentro di sé e far fluire quel buono che abbiamo con atti minimi di cortesia.

Ad Alicante, era marzo, ma già il caldo si faceva sentire, un signore passeggiava con bastone e mantello. Un cappello a tesa larga, il viso magro, bellissimo di vita vissuta, la mano sollevava il cappello all’incontro con la persona che gli chiedeva qualcosa o verso un volto conosciuto. L’ho guardato a lungo scendere nella passeggiata che attraversava i giardini e le palme. Una figura che era metafora e ricordo. Pensavo a Pessoa, ma non ero a Lisbona e non c’era il caffè dove spesso lui sedeva la sera ad attendere amici e innamorata, una chiesa dei Gesuiti ci sarà pur stata da qualche parte, ma non era quella vicina, ai piedi della discesa e nei bar non c’era nessuna cortesia antica.

La figura era una macchia nera che lentamente si confondeva con le persone. Emergeva e spariva tra corse di bimbi e mamme che richiamavano, mi sembrava di cogliere il gesto del braccio che usciva dal mantello e si portava al cappello assieme a un sorriso lieve. Ma era un desiderio che confondeva la vista e attorno, nei locali all’aperto, c’era una confusione che ora non c’è più, anche la fretta che si accompagnava al muoversi lento di alcuni, era un camminare che ora sembra perduto. Eppure gli umani ci sono, nelle case e fuori si muovono, fanno finta che ci sia una normalità dietro l’angolo. E allora che avrebbe scritto il mio scrittore preferito stanotte? Che dialoghi sarebbero scaturiti dal seguire un filo che si dipanava nei suoi ricordi, cosa avrebbe costruito che non fosse banale e insieme scoprisse l’umanità che si nasconde in tutti noi, ma che solo alcuni portano alla luce e la donano, perché l’umanità è l’unica cosa che mentre si racconta tiene assieme. E degli annegati nel mare mai come ora Nostrum per responsabilità e per occasione di essere mare di pace, che avrebbe detto? Non l’indifferenza dei numeri, mai diversa dall’indifferenza che circonda i numeri della pandemia. Avrebbe detto che ognuna di quelle vite come ogni scarpa o cartella mostrata nei musei degli olocausti conteneva un futuro, un futuro che ci riguardava perché dalle vite viene spesso il bene per molti o anche solo l’amore per pochi, ma viene qualcosa che nessuna indifferenza riesce a colmare.

E cosa avrebbe detto il signore col mantello e che toglieva il cappello per salutare, alla persona che rifiuta una gentilezza, un gesto di misericordia, una pietà che riguarda apparentemente qualcuno ma in realtà è l’unica via che abbiamo per essere umani, per avere una casa calda, un amore, un ritorno e un sonno che non pesi su altri.

Cosa diciamo alle nostre coscienze per non essere umani, per dimenticare quello che accade eppure fingerci normali e poi convincerci che non c’è alternativa, che è così, che è colpa di chi muore, di chi è contagiato, di chi non ha più possibilità da spendere. Cosa diremo ancora che oscuri ogni bellezza, ogni possibilità che essa sia condivisa, che ci sia una equità e una giustizia che riguardi tutti. Cosa diremo per essere umani e soprattutto come riusciremo a pensarlo senza amore?

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