la dittatura del presente

Non parlo spesso di politica in questo luogo, se non tra le righe. Ne scrivo altrove, con la consapevolezza di avere una età diversa, storie diverse da quelle attuali. A suo tempo mi sono tolto di torno senza essere accompagnato alla porta. Insomma un vecchio arnese che però non smette di pensare ed agire per quello che considera una passione civile. Non saprei fare altrimenti perché di politica è stata intessuta non poca parte della mia vita, ha determinato scelte che hanno riguardato la famiglia, il lavoro, ha condizionato (nel senso che ha discriminato) tra ciò che era compatibile con quello che pensavo e quello che non lo era. Ma non voglio fare un ritrattino di ciò che è stato, anche perché penso che la mia generazione abbia fatto cose buone e non pochi errori e i secondi meritano di essere almeno in parte, compensati, nei confronti delle giovani generazioni. Penso in particolare a questa generazione che avrà meno dei loro padri, penso a quello che si è determinato come sentire medio del Paese e che ha permutato il privilegio con la meritocrazia, ma non si è occupato, e non si occupa, dell’eguaglianza, delle pari opportunità. Che non riflette sul lavoro e su i suoi contenuti sociali, che accetta un esodo imponente di giovano formati verso l’estero e non attira un equivalente flusso di competenze da altri paese. Basterebbe questo per dire che non siamo un Paese attrattivo, che bisogna intervenire con progetti che riguardino la sostanza della crescita, che bisogna creare condizioni amichevoli perché chi si è formato resti e chi ci vede dall’estero sia invogliato a venire a vivere in Italia.

Ma per fare questo bisogna investire in ricerca e formazione, bisogna essere costanti nelle destinazioni dei fondi e fare in modo che non siano offensivi della dignità del ricercatore, bisogna capire che è il futuro perseguito con lucidità che può cambiare il presente. Un laureato alla comunità costa 125.000 euro, e a questi si devono sommare i costi della famiglia. Ogni anno regaliamo miliardi di euro e intelligenze a chi ci farà concorrenza sul piano dell’innovazione, per questo e molto d’altro, le mancette ai diciottenni fatte di 500 euro non dovrebbero esserci e quei soldi, assieme a molti altri, dovrebbero andare alla scuola e alla formazione.

Quindi esiste un problema di attrattività del Paese che non riguarda solo l’estero, ma i suoi stessi abitanti. Questo problema è stato “affrontato” in una sfida tra nuovo e vecchio, tra nuova visione della politica e vecchio modo di procedere. Se il nuovo si auto certifica come tale è difficile discutere se non in base a ciò che accade, cioè emerge il primato della realtà che parla solo dei risultati e non delle promesse. Se il Paese non cresce significa che le politiche economiche sono sbagliate, cioè saranno nuove ma non efficaci. Se diminuiscono i diritti collettivi, il lavoro continua ad essere fortemente precario significa che la fiducia di chi dovrebbe investire, credere nel futuro del Paese non c’è e che si vive sul presente. Potrei continuare, ma mi voglio soffermare su questa parola e su ciò che contiene in politica: presente. Il presente consente di avere consensi o di perderli ma non genera una coscienza collettiva di un futuro, non sostiene idee forti, non contiene ideali (usiamo anche questa, che a torto è definita ormai una parolaccia), per il semplice motivo che il presente consuma l’attimo e si esaurisce in esso. È un divoratore di futuro, il presente, ma non lo determina se non in piccola parte e in perdita. Diciamo che il presente esalta il potere vero, e lo fa subire anche quando dà l’impressione di poter autodeterminare il proprio destino. La dittatura del presente è la dimensione più piccola della politica che deve provvedere all’oggi di chi amministra, ma anche indicare dove si va, usare la verità per rafforzare la volontà di chi poi determina il successo o meno di un Paese.

Noi, e intendo anche la mia generazione, abbiamo vissuto a credito, per creare benessere presente abbiamo divorato risorse che ancora non c’erano e ci sono, e allora il minimo da fare è che queste risorse ci siano davvero, che lo sviluppo sia reale e condiviso, ma soprattutto che ci sia una idea di crescita e di Paese attrattiva e innovativa. In questo metto le nostre responsabilità generazionali, abbiamo pensato che fosse possibile creare una comunità di persone che avevano al proprio interno possibilità di attuare vite felici. Ci sfuggiva che quella condizione non era data, ma bisognava crearla, attraverso l’economia, il pensiero sociale, l’inclusione, la valorizzazione della differenza come forza creativa. Serviva sì una scuola più libera, ma insieme ad una formazione certa, serviva un’ impresa che cresceva sull’auto imprenditorialità ma nel rispetto delle regole comuni sul fisco, sull’uso delle risorse, del territorio, serviva un diritto che garantisse la legalità e non l’eccezione, il censo, la possibilità di difendersi. Serviva una burocrazia al servizio del cittadino e non di se stessa. Questo non è stato un problema di leggi, ma di politica, per seguire il consenso si sono alimentati i privilegi, si è lisciato il pelo al gatto e intanto il mondo mutava.

Di questo la mia generazione pur nata con buone intenzioni, porta non poca responsabilità. Ma il nuovo che la sostituisce incide su questi problemi? È rigoroso? Non guarda in faccia nessuno? Oppure è solo una sostituzione di gestori del potere. Ecco, io propendo per questa seconda impressione perché la casta resta tale, i poteri veri sono intoccati, cresce l’antipolitica come delegittimazione delle regole, e lo fa la politica stessa salvo poi lamentarsi che la protesta prende strade strane. Cioè il gattopardo trionfa. Qualcuno potrebbe dirmi che noi non abbiamo fatto di meglio, che è solo astio, ripicca per essere stati messi da parte, ma non sono i fatti che dimostrano la bontà o meno di ciò che accade? La mia generazione deve farsi da parte, subito, e dare per quanto può, un contributo senza chiedere nulla in cambio, quello che invece non può accadere è che il nuovo non sia tale, che non affronti i problemi reali: la durata dei processi, la burocrazia, la legalità precaria in molte parti del Paese, il lavoro dei giovani (e di chi giovane non è visto i tempi della pensione), la ricerca orientata allo sviluppo e all’eccellenza. E voi credete che la cosa più urgente da riformare fosse la Costituzione, portandola in senso centralista e più liberista?  Io non credo, ma di questo avremo modo e tempo di parlare.

strani innamoramenti

Là, per congiunzione d’astri, succhi di roccia e di terra, per scorrere d’acque profonde, s’aggrumano e si ricongiungono vite. Chi può o deve, chi non è scagliato dal bisogno, chi cerca un senso, improvvisamente sente il coincidere del luogo, dell’essere, della parola. Son cose da letterati, da cercatori d’inutilità dentro e fuori di sé, cultori di segni, aruspici di parole specchio che ritrovano il sentire in ciò che vedono. Realtà mutate in luogo o persona, e com’esse umbratili e mutevoli, di stagioni, temperature, umori. Nel tracciarli, sulle mappe, questi luoghi sono nomi sconosciuti, fotografie, cittadine, raggruppamenti d’alberi e acqua con case modeste, pietraie, boschi.
Lí lo spirito (significa qualcosa questa parola?) riposa e muove. Trova affinità e sintonia.
Sintonia è un sinonimo di amore, non è una variazione del bene, ma solo amore, perché è corrispondenza tra interno ed esterno. Mano che rovista in ciò che conosce, che estrae con meraviglia e riconosce ciò che era sconosciuto. E lo offre ad un ìntuito simile. È lo specchio che mostra e si mostra. E questo accadere, purché lo si cerchi e voglia, è possibile ovunque. In un luogo del cuore, in una persona, in un’idea e tutte e ciascuna diventano amore. Cioè congiunzione di cose intime e care, di corrispondenze profonde. Per questo i luoghi, le persone, le idee, diventano sacre (ancora una parola che dovrebbe essere scavata) e sono espressione di un’unicità senza confronto.

È così si conservano oltre.
Oltre cosa ciascuno potrà dirlo ascoltando quella parte di cervello che chiamiamo cuore e ci contiene assieme a tutto quelle che si fa Caro.

il dottor divago

Il cielo si sta raffreddando, chiarifica l’aria e si riempie di stelle, di piccole nubi che  riflettono le luci della città. Sono grigie blu sul nero, le nubi, una maestria del pittore che ama le mezze sfumature.

Guardavo e ho visto una stella cadere, bella e veloce nella sua scia, tanto veloce che il tempo non è bastato per un desiderio. Credo che anche i desideri sentano i primi freddi, sono più lenti, si stiracchiano tra le scelte prima di dirsi ad alta voce o dentro di sé. Oppure è l’epoca in cui per desiderare bisogna prima pensare: davvero lo desidero? ce l’ho già? eh no, quello m’ha già fregato…

Comunque il cielo era bellissimo e il desiderio si avvererà.

Una veranda s’è illuminata della luce stanca che annuncia le ultime incombenze prima del sonno. Mi sono incantato a guardarla mentre si stagliava contro il cielo, l’ho sentita intrisa dell’umanità delle piccole quotidiane cose e ho provato tenerezza. Per le stanchezze che conteneva, per il calore tiepido, le parole non dette e sentite ormai inutili, per le domande ad alta voce che sanno le risposte. Stanotte l’aria era frizzante come le vite giovani d’interesse, affamate di futuro. E sono vite con una tenerezza diversa, che si nutre dell’arroganza del tempo ancora poco usato, che vivono di spazi e non di pareti mentre le altre vite trascinano le parole che si sono svuotate con gli anni, s’aggrappano alle dimensioni che conoscono a menadito e hanno paura di chiamarle noia.

Mi perdo e divago. Anche a cena il pensiero, e le parole che lo raccontavano, erano appese a fili esili, congiungevano temi distanti che a me sembravano vicini. Ma non era così evidente. chissà cosa volevo dire per davvero… Era una cena dopo un dibattito in difesa della Costituzione, non in tanti: un gruppetto.

Guardavo i visi, ora rilassati dopo gli interventi, che parlavano di vita, di cose che vanno e altre che non vanno. C’era leggerezza e un discutere che comunicava, come un prendere le misure alla vita e ascoltare per capire meglio. Anche le passioni da percorrere assieme erano pervase di sufficiente allegria. Un’opera dovuta, necessaria, e buona. Da fare insomma. Ho pensato alle tante piccole storie, quelle di ognuno, contenute e traboccanti, misteriose fino ad ogni abbraccio e saluto. Ci conosciamo tutti fino a un certo punto. E chi ha anni può essere la somma di arroganze oppure di molte pedate, ma lì non c’erano né gli uni né gli altri. Forse per questo sembravamo tutti giovani, anche nelle parole e nelle passioni. Siamo usciti. Fuori c’era un cielo blu cobalto e nero e le stelle indicavano la stessa leggerezza che si era dipanata tra pietanze autunnali, discorsi e speranze dubbiose. Poi è subentrata una fretta dettata dal freddo che s’incollava alle camicie ancora estive, di lì il ritorno, lungo e lento. E infine a casa. È il luogo che conosco come utile a ripassare il cielo. Lo guardo con lo stupore che ogni stagione porta con sé: è la differenza lo stupore. Non siamo davvero mai abituati alla differenza. E neppure al cielo così limpido e alla tenerezza siamo abituati.  Ed è bello scoprirlo ogni volta. Così ho pensato.

30 settembre 2016

Amica mia cara,

ho messo l’inchiostro mocha nella stilografica, dismettendo il nero che da troppo tempo tempo rendeva i pensieri più netti sulla carta. Li pensavo dubbiosi e aperti, i pensieri, e loro con quel nero diventavano senza alternative, tanto che alla fine mi sentivo chiuso dalla mia stessa logica. Privato del dubbio. Così ho tolto il nero e sostituito anche le tende estive con queste più chiare che ora si gonfiano di luce. Sul mio tavolo, sempre troppo ingombro di sollecitazioni, di malie, di carte e ritagli, di penne, matite, c’è ora una luce calda che fa risaltare le possibilità del disordine. Interiore ed esteriore, come ai bei tempi. Però attorno vedo le cose in fila, consequenziali, e per quanto capisco, vorrei scriverti del loro stato. Mettere dei punti fermi in questo fluire dove tutto è relativo e il seguente annulla ciò che l’ha appena preceduto. Non è il panta rei eracliteo, quello che ci attornia, è un percorso di singulti, un film tagliato a pezzettini e rimontato, dove la ricerca del senso, alla fine, ci lascia disorientati e un po’ più soli. Non l’avevamo previsto, vero? Non io almeno e neppure tu, anzi ci pareva che tutto dovesse aprirsi, includere, essere più libero e crescere nel nuovo, invece nessuna di queste attese si è avverata, e ci troviamo stanchi e pieni di dubbi. Su di noi, anzitutto, mentre ci sono avversari agguerriti che sfondano il fronte delle certezze, che conformano nuove abitudini, che irridono e rendono ridicoli gli sforzi per tenere assieme, discutere, riflettere. Ricordi? A noi sembrava che questa fosse un’educazione permanente, un modo per andare avanti tutti assieme. Ora non importa chi è avanti e chi indietro e così emerge un disagio sterile, senza analisi né cura, un confronto di infelicità che trovano consolazione in chi sta peggio.

Mi chiedo quante categorie, quanti punti fermi siano rimasti di ciò che abbiamo vissuto. I tuoi anni ti sono molto più amici dei miei, ma non ci si badava poi tanto allora e la tua vita è stata un affermare la diversità, la necessità di essere te stessa. È una parte grande della tua bellezza, del fascino che porti con te, ma credo che anche tu avverta che ora è più difficile essere se stessi. Adesso è più complicato appartenere a uno di quei gruppi tumultuosi che piacevano ad entrambi, dove la discussione durava fino a tarda ora, irta di logica e avvolta di passione.

Dove farla questa discussione, adesso ?

Dopo le riunioni, inzuppati di fumo, uscivamo e sotto qualche luce e balcone si continuava finché non c’era la protesta o il catino d’acqua di chi andava a lavorare presto e ridendo si tornava a casa. Anche noi andavamo presto al lavoro, ma quel tempo ci sembrava irripetibile e prezioso. Ci pareva di essere nel mondo, di contribuire a cambiarlo.

La distinzione era quella di Eco, tra apocalittici e integrati, adesso è tra digitali e analogici. Credo di essere irrimediabilmente analogico, di ragionare sempre per alternative con una pluralità di possibilità. Hai mai pensato a come cambiano i ricordi tra l’analogico e il digitale? Il nostro ricordo interagisce sempre con il presente, ne è modificato. Anche la scelta dei ricordi emerge da un sentire o da domande apparentemente scollegate. Il digitale, invece, è un processo logico, si sa cosa si cerca. E lo si trova nella sua incontrovertibilità, nella precisione delle parole e delle immagini che riportano date e minutaggi, persino il luogo diviene certo, e tutto ci mette soggezione con la sua definitività. Forse per questo lo accumuliamo, perché sembra un punto fermo e ci parebbe di cancellare ciò che siamo stati, ma alla fine di tutto quel documentare non si sa che farsene e lo si sente un giudice severo e sterile più che un amico che cresce con noi e ci modifica. Insomma è inutile come una cattiveria. E così accade in molto d’altro che un tempo faceva parte dell’universo del pressapoco ed ora è così preciso. A noi pareva ed era già molto, le cose si precisavano strada facendo, spesso mai del tutto, ma una direzione c’era.

Cosa ci sta accadendo amica cara, perché siamo così soli, contrapposti, insicuri e senza l’idea di dove vogliamo andare? Mi ripugna e respinge, sia il pessimismo che livella tutto in un male già vissuto e l’ottimismo forzato che non guarda la realtà, il disagio, la sofferenza. Credo che i cinici siano un po’ vigliacchi, per non soffrire si ritagliano uno spazio da cui osservare la sofferenza altrui e si congratulano con se stessi di esserne fuori. Anestetizzati, non aiutano nessuno, perché la sofferenza deve fare il suo corso. È la vita, dicono. Ma anche gli ottimisti forzati hanno una caratteristica che non me li fa sopportare, sono infingardi e perseguono la cecità selettiva. Confondono la loro attesa con la possibilità reale e sono divoratori di presente. Lo mangiano senza ritegno sottraendo agli altri il futuro. Propongono il proprio modello come assoluto e dissipano le possibilità di essere assieme perché chiunque non la pensi come loro viene escluso dal migliore dei mondi possibili. Il loro. E non hanno dubbi.

Noi forse di dubbi ne avevamo troppi, tu sai di che parlo: troppe domande, troppo preoccuparsi per gli altri, per i compagni e per quelli che non lo erano. Eravamo davvero un’entità collettiva con pensieri, destini, desideri e bisogni singolari, ma assieme. Adesso il dubbio è stato spazzato via e ci pensa la realtà a fare giustizia. Come la fa lei, senza guardare in faccia nessuno.

Tempo fa avevo aperto un blog, essilio, in cui pensavo di raccontare le mie crescenti difficoltà all’interno del mio partito che sentivo mi sfuggiva e non rappresentare più l’area di pensiero, di attesa di futuro in cui, assieme a molti altri, mi ero formato. Vedevo questa emorragia silenziosa di passioni che si spegnevano, di ideali che diventavano un peso e un errore se confrontati ai risultati. Sentivo che il futuro per cui mi avevo lottato era caduto sotto l’orizzonte e la vita mia, spesa tra lotte sindacali, politiche, l’impegno amministrativo, il lavoro e le sue scelte sembrava se non sbagliata, inutile. Mi sono fermato dopo pochi post, perché mi sono accorto che facevo parlare l’amarezza e non l’analisi, che quello che scrivevo diventava il diario di una sconfitta personale e collettiva e che questa percezione era meglio lasciarla scrivere ai fatti, ai gesti, sennò ci sarebbe stato il livore e questo non me lo potevo, e volevo, permettere.

Però le cose mutano, amica mia, è passato un anno e tutto sembra così distante anche se in fondo i mutamenti li abbiamo davanti, non a consuntivo. Riprenderò a scrivere di politica, di posizioni mie, perché la politica è sentimento se riguarda il rapporto tra noi e gli altri; che non sono altri ma persone. Riprenderò a scrivere di sentimenti, di realtà come la vedo e quindi di dubbi. Mi manca molto la vicinanza, l’amore che sgorga dalle cose, gli occhi che si illuminano, la voglia di abbracciare e il silenzio che l’accompagna per condividere a fondo l’esserci. Mi manca questa dimensione che è parte di un condividere e che non possiamo riservare all’eccezione troppo spesso fatta di negatività, di disastri. Mi manca proprio il condividere, la parola, gli occhi che sorridono, l’ironia e la voce che tace in un silenzio che ancora dice. Mi manca, dico, ma intanto ci sei, e c’è la vita, ci sono le idee e noi, assieme a tanta stanchezza, indomiti. Ci sarà modo per dircele queste parole, e per me, di fare esercizio d’ironia per stemperare ciò che sembra troppo grande, ma so che ti piace ricevere lettere, meglio se scritte a mano, così ti scrivo. 

È il romanticismo che ci ha fregato, amica mia, o forse è stata la nostra grande risorsa. Comunque sia, è bello aver vissuto e vivere così.

Con un abbraccio che duri quanto serve e un attimo di più.

willy

un dialogo per capello

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Lei non immagina di avere tutto il tempo che le serve? 

Siamo in piedi, la mano ancora stretta nell’accomiatarsi, la luce alle sue spalle. 

No, credo di no. 

Strizza un poco gli occhi, mi mette a fuoco, vorrebbe capire dove vado a parare, ma sorrido. Il sorriso nasconde le intenzioni. A volte.

Vede, ha già dei rimpianti.

Curviamo entrambi le spalle, c’è un effetto specchio che costringe ad imitare inconsciamente chi si ha di fronte, solo che riesce meno bene ed è un accondiscendere. Credo faccia parte del comunicare.

Crede di averli solo lei i rimpianti?

Bella mossa, la parità mette soggezione, annulla il piccolo vantaggio dell’aver detto per primi e rende orizzontale il dialogo. Quante volte cerchiamo un maestro, un tutore, un appoggio sicuro e per questo dimentichiamo che esso, al pari di noi, è soggetto agli umori, ha tristezze, sentimenti, forse passioni che possono evolvere nel corso della giornata. Quante volte parliamo con un’icona pensando che essa sia ciò che rappresenta e non una persona. 

No, certo. Ma alla fine ciascuno si tiene i suoi, li considera così importanti che quelli degli altri sono di serie b. 

È ora di concludere, le mani si lasciano, rimetto lo zainetto ed esco nel buio elettrico delle scale. Scendendo penso che se si guardano le vite, ciò che è accaduto in esse, tutto assieme, con le loro difficoltà e le scelte obbligate, ciò che si vede è un pastrocchio. Un’accozzaglia di colori senza capo né coda, al più gradevole alla vista ma difficile da trattare senza sporcarsi l’umore. Penso che il tempo è ciò che ci differenzia davanti alle cose, che cogliere l’attimo è diverso dal meditarci su, ma non vale solo per il singolo gesto: è qualcosa che si prolunga in avanti e indietro.

È vero, io penso che ci sia tutto il tempo necessario e che ci sia pure un bonus per perdere tempo.  E lui non lo pensa.

Penso che l’importante ci riguardi, ma che esso si ridimensioni a seconda di ciò che facciamo o siamo. Per chi è innamorato il tempo dello stare assieme non basta mai e invece per chi attende, il tempo è sempre troppo, ma non è questo che intendo, è il far accadere le cose che mi interessa e per queste il tempo sembra dentro di noi finché vogliamo davvero che accadano, poi sfuma. Forse il rimpianto è la somma di tutti quei tempi sfumati, di quei tempi stati che non si possono ricreare più. Il πάντα ῥεῖ di Eraclito portato dentro di noi che guardiamo la somma di ciò che è stato e poteva essere.

È un cartone di uova rovesciato sul pavimento: i colori si mescolano, il malanno è fatto, bisogna pulire, ma per un momento guardiamo ciò che si è creato. È privo di senso eppure ha una sua identità. Se il pavimento è sufficientemente colorato, persino una gradevolezza. Se fosse su una tela appesa si cercherebbe un senso al suo interno. E invece quella mescolanza di ragioni un senso non ce l’ha, è stata e ciò che si può attendere, oltre a pulire, è che alla prossima occasione un senso venga dato, un positivo per noi si attui. Per questo penso ci sia tempo.

incoercibile

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Dai piccoli semi di scarto frammisti ai fondi di caffè messi nei vasi sono nate piante di pomodoro e di peperoncino. In questa confusione di semi che vanno e vengono anche una melanzana svetta rigogliosa in cerca di sole. Nessuno ha detto loro che è settembre e che il solstizio chiude l’estate, provano a vivere di quello che c’è e ne prendono tutto il buono.

La vita ha un bisogno incoercibile d’essere che è sfida alle regole, trova un suo modo, lo afferma e si tiene ritta davanti al contraddittorio. Mi sono ricordato che da sant’Erasmo, vengono i piccoli carciofi che non riusciranno mai a diventare grandi, sono le castraure, a Venezia e in terraferma ne fanno fritti con la pastella e sono piatti succulenti oppure li mettono sott’olio come quelli che a fine stagione non hanno la misura per il mercato. Segno di una identità forte che è solo fuori tempo dalla massa ma non dall’amare la vita. Lo pensavo, guardando le coraggiose piante della mia terrazzetta, che anche le stagioni dell’uomo sono fasulle, che non esiste il tempo per apprendere e l’altro per fare, o quello per innamorarsi e l’altro per invecchiare, ma che tutto è incoercibile nella passione di vivere e può partire sempre purché ci sia la voglia di crescere e quello che ne verrà non sarà fuori stagione ma semplicemente la gioia di dare frutto.

oggi si vola

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Oltre la tenda gonfia di luce, c’è un tramestio d’ali, il tubare insistito della concitazione. L’ho aperta di colpo e quattro colombi adulti si sono sparsi sul tetto della casa a fianco. E con essi, travolto dal coraggio e dalla paura dei bambini che si buttano per mostrare d’essere cresciuti, uno dei due colombini è anch’esso volato sul tetto a fianco.

L’ altro, passeggia nervosetto, è solo nel vaso, guarda fuori col tondo occhio dei colombi. Ti fissa e sembra chiedere tempo. Il becco punta avanti e un occhio mi guarda, uno solo, come se l’altro inseguisse il pensiero dell’andare. Ho pensato che il concitare di prima fosse la spinta a volar via, il convincere che è ora. Tra animali ci si spinge ed incita allo stesso tempo. Mi aspetto tornino a prendere il colombino e chi con la voce grossa, chi suadente, gli dicano, tutti assieme: è ora, bello mio, oggi si vola. 

Gaber usa la similitudine tra l’uccello e la realtà e parla di politica. E fa pensare, come al solito, che la verità non si possiede. al più si vede, la si segue, si cerca di comprenderla ed è già più avanti. Facitori di verità fasulle e fruitori umili di piccole verità, basta scegliere.

felicità globale

Stavamo camminando, così tra lazzi e frizzi, e un attimo dopo, senza sapere, eravamo finiti dentro il cambiamento. Le parole si inseguivano, usavamo modi di dire infami all’intelligenza, che pareva esprimessero chissà che.  Erano giaculatorie quelle parole, riempivano i vuoti, sembravano pieni. E le liste di letture per capire: due palle infinite. Come se la realtà disvelata non fosse di per se stessa evidente. 

Anche allora c’era una propensione alla chiacchiera, le promesse si susseguivano, solo che per un poco molti non ci credettero più. E neppure si rispettava più l’autorità, il potere che rappresentava. L’abitudine alla deferenza aveva fatto scordare a chi ricopriva un ruolo che c’erano obblighi, che le parole servant public non erano da raccontare ma da praticare.

Ma cos’era questo autoritarismo da ribaltare e dov’era? Era dentro e bisognava vomitarlo per togliere la tossicità e ritrovare l’innocenza. Più facile ripensare la società, ex novo, puntare sul piacere come strada alla felicità globale. Il piacere era rivoluzionario, la felicità transitoria ma ripetibile. Una condizione comune e un vivere dentro il migliore dei mondi finalmente possibile. Così, pareva, senza inquinamenti di sapere e di analisi, la vita sconfinava nell’essere.

La giustificazione era trovata e molti aderirono subito, altri poi e senza nessuna intenzione di cambiamento. Solo polpa e niente osso.

Utopia? Certo, ma cos’è più fertile di essa? Rimpianti? No, compatibilmente con i limiti che ciascuno sciorina a giustificazione.

Non che i limiti non esistano, ma quante volte sono diventati l’escamotage per negare la spinta, la rivoluzione, il rovesciamento di ciò che è comodo. Oggi che i lazzi sono più complicati e le passioni latitano, pure la realtà viene seppellita sotto cumuli di parole. Basterebbe ripensare cosa davvero ci tiene assieme, se il limite è solo stanchezza. Uno sberleffo e un guizzo d’intelligenza. Un elogio all’irriverenza.

fine della storia ?

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Dovevano trovare un motivo per lasciarsi, e doveva essere dignitoso.

Dignitoso significava adeguato, appellante alla necessità, all’impossibilità di continuare. Doveva essere qualcosa che concedesse all’amore, o a quello che ne restava, di rimanere con il tratto positivo che segna le vite e le spinge, non le fa fuggire da qualcuno o qualcosa. Quel motivo era già stato declinato in modi differenti, giocato sul limite eccitante e pauroso del precipizio. C’era una sorta di assioma in quel non morirà mai che sembrava giocare con il tempo, le contingenze, gli obblighi. E le scelte. Nelle affermazioni incaute del mai e del sempre era pur rimasto l’a prescindere. E su quello si era giocato quel rapporto finché era stato sostenibile. Era necessario finisse negli obblighi non nel suo attrarre e dare senso alla vita.

Il tavolo ad un certo punto aveva alzato la posta chiedendo la radicalità che include l’amore, la necessità di svolte e scelte che alterano tutto il passato e ridimensionando il buono che era stato, perché la dittatura del prima, del possesso, confluisce nel non dipendere dal futuro e sembra libertà dolorosa di scelta, ma impedisce che si accetti davvero la giocata. In quel lasciarsi c’era la conseguenza di un ragionamento binario che includeva una strada e una necessità escludendo l’altra.

Allora si può dire che due necessità si siano confrontate, accade spesso nelle scelte vere, e che la scelta dell’una avesse molte ragioni importanti. Anche l’altra ne aveva, ma era una partita a due e quando si è in due, qualcosa o qualcuno soccombe. Per questo, e per molto d’altro, serviva una soluzione dignitosa. Che non lasciasse fuori tutto il buono che era cresciuto. Cosa quasi impossibile, e allora uno si prendeva la responsabilità e se l’altro avesse amato oltre il limite della contemporaneità avrebbe accettato pur restando ferito. Qualcuno era vittima e qualcuno carnefice, ma era difficile, come sempre stabilire il limite perché il bene dell’altro rovescia i ruoli e allora restava il fatto di interrompere una possibilità prendendosene la colpa. Ecco. Serviva una colpa e una necessità che la scatenava, e attenuava, perché la colpa si può espiare, può essere perdonata. 

Accettare il proprio limite era più difficile perché significava vedersi come si è nel profondo, senza attenuanti, capire che gli aggettivi non contengono le paure, che al più tentano di esorcizzarle. Il limite è l’orlo dell’infinito e tutti lo portiamo dentro: questo è l’abisso.

elogio del piccolo

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Le cose che facciamo non sono quasi mai importanti in assoluto. Non per tutti almeno, e non allo stesso modo. Però continuano ad essere per noi importanti, e ciò che riguarda molti, si allontana da noi. Ci sembra che ci sia stata tolta, chissà quando, la possibilità di essere davvero attori di cose grandi che riguardano tutti, e che il futuro comune si sottragga alla nostra possibilità di influenza. Al più, pensiamo, ne subiamo le conseguenze. Così si torna al nostro piccolo importante, anche per fuggire sensazioni d’impotenza o d’inutilità. 

L’opinione sulle proprie capacità cambia con queste sensazioni, anche se i principi restano, non si spiegherebbe altrimenti il rientrare di molti, per stanchezza prima che per comprensione o età, all’interno di silenzi collettivi. Se poi le sconfitte sono state così ripetute e forti da far rintanare la voglia e la fiducia di poter influire, allora subentra la consapevolezza che ciò che facciamo può essere importante a noi e a chi ci sta vicino, ma non avere altri effetti che in noi stessi. Si perde una dimensione e se ne enfatizza un’altra.

È bene o male?  

È così, e però non vorremmo negarci un modo per rappresentare la nostra singolarità e per proiettarla verso l’esterno. In fondo il discrimine è tra atti pubblici, che riguardano altri, e atti privati, che riguardano noi, e lo scrivere, il dipingere, fotografare, fare giardinaggio o qualsiasi altra cosa che per noi abbia importanza è un messaggio privato, sintetico, di noi, che descrive una singolarità complessa, ma a suo modo esplicita, fatta di cura e di rappresentazione. E così il piccolo cessa di essere tale e diviene grande, perché ciò che facciamo ha sempre una sua grandezza. Forse ci rattrista un poco che questo piccolo esserci nel nostro importante, non venga colto, che si pensi ancora di prenderci in giro raccontandoci storie: siamo capaci di cose grandi epperò nessuno le addita più, si mette insieme a noi a costruirle, si preferisce il racconto del futuro piuttosto che farlo. E tutto questo diventa rumore, chiacchiera.

Ecco, il nostro piccolo importante include l’amore, non la chiacchiera. Non è difficile capirlo.