la sera e l’acqua fonda

Scurisce l’aria, a onde lunghe, progressive. I fiori del mandorlo sono una macchia che scivola dal rosa al pallido bianco. Un’idea della notte. La stessa che si sprofonda nell’acqua. Che diventa fredda e si cela per gelosia di altra vita: misteriosa minaccia nel suo buio. Sulla riva onde lunghe muovono piccoli sassi e sabbia, spostano conchiglie. Le regalano alla terra e le riprendono. Incessanti e quiete. Il cuore si sintonizza col rumore che diventa suono e s’acquieta. S’accontenta della riva e dei sogni che in essa arrivano già franti: rimasticature d’eventi accaduti. Da ricomporre in nuovi disegni.

E non si ferma il moto mentre l’aria si fa fresca e si gonfia di profumi. Di odori forti. Lì c’è una casa, un’attesa e una luce calda, mancano solo i passi per raggiungerla. Poi tutto ridiventerà normale. Persino la quiete scomparirà d’incanto lasciando un brivido che caccia l’ultimo freddo. Quello ingiusto perché non desiderato, perché non avvolto in un abbraccio. Perché rammenta una solitudine non appresa.

La notte entra per le finestre aperte ad accogliere la luce, entra scurendo gli angoli, smussando le asperità dei ragionamenti e vorrebbe assomigliare all’acqua, ma di essa conserva solo ciò che piano muta. E si cela nel profondo d’ombra. Rinquatta come bestia che cerca il sonno e la protezione della tana.

Il buio avvolge gli ultimi luccicori d’una porcellana, spegne un riflesso sul vetro molato degli specchi. Si stende, riposa,  avvolge. Entra dentro, sussurra che poi ci saranno i sogni, il sonno, l’interruzione del pensare e del dover fare.

In cielo le stelle compongono i loro alfabeti. Da giorni non passano più aerei, resta il silenzio che si sovrappone al vecchio tacere delle cose a sera. Sono onde di silenzio e d’oscurità che il cuore ora apprende e teme per quell’oscuro che non ha nome, ma è gorgo e vertigine di sé che si esplora di rado perché è come fondo che non si vede, come le erbe silenti nel fiume che si muovono sinuose alla corrente, come ciò che s’acquatta tra esse e gioca a rimpiattino con la percezione.

Avere coscienza d’ogni cosa ci è già stato tolto, è rimasta la nostalgia di un’assenza che dev’essere scoperta: si crede contenga felicità quiete. Consapevolezze. Non è così il conoscere che guarda nel buio dentro, ma il pensiero è oltre la riva che carezza il cuore, oltre lo scuro che ora ha invaso le stanze, oltre gli occhi che si chiudono cercando.

 

sollecitudine allegra

Oggi ho letto un testo, bello. Era bello e tenero, parlava delle persone in questi giorni. Delle persone che si riconoscono, dei condomini immensi che si riscoprono pieni di persone, di vite, di bisogni. Non solo rumori, assemblee per trasformare le porte in fortilizi, ma parole scambiate, piccole necessità, premure per sconosciuti. Parlava di una realtà che s’illumina negli smartphone, nei tablet, ma che improvvisamente alza gli occhi e rivede un vicino. Non una porta ma chi ci sta dentro. Mi è sembrato bello perché era positivo, non si fermava al lamento, anzi non si lamentava per niente. Neppure parlava dei tempi della normalità.

Ho pensato, ma qual è la normalità? Perché ci serve un evento per alzare gli occhi e nuovamente vedere e sentire chi ci sta attorno. Questa è la parte malata sul serio di questa società, lascia perdere chi è appena oltre un pianerottolo, chi ha un orario diverso. Non vede e preferisce il rumore alle parole, al capire.

C’era profumo di pane in casa e ho pensato a quando si fa un dolce e se ne offre al vicino. A quando si condivide e a un certo punto le età si confondono, restano i bisogni. Diversi, con urgenze differenti, ma sono sempre una carenza di qualcosa. E ho pensato ai sogni. Ne ho avuti molti. Ancora ne ho. A quanti ne ho condiviso, di quanti ne ho parlato prima di tacere. Di questi sogni poi si è avverato altro, che non era da buttar via, ma era il terreno per altri sogni. E così sono stati i fallimenti che hanno contato più dei silenti successi. Sono stato fortunato, felice, triste, malinconico e chissà quante altre cose. A quante persone davvero l’ho detto, che pure non erano distanti, che potevano capire?

E della mia piccola pazzia, ho lasciato trapelare solo a volte il lato allegro, l’ho condita di troppe parole perché si nascondesse nelle malinconie di tutti. Ecco che assieme al riso si sarebbe potuta condividere la malinconia e i biscotti. Quelli che faccio bene, per mangiarli assieme. E tutto questo senza che ci fosse un evento per alzare la testa, per spingere verso l’altro con allegra sollecitudine.

Di questa parola vorrei tenere il senso dentro e dopo questi giorni: sollecitudine allegra. Un po’ pazza, leggera, tenera, ma sollecitudine per chi vive attorno e sogna. Proprio come me.

lettere dalla zona arancione 3.

Adesso che tutta l’Italia è arancione queste piccole note hanno meno senso, lo sento come una scelta d’altri, dura, necessaria. Tutto è ancora precario e ci si affida a ciò che da sempre ha funzionato con le epidemie: il confinamento e l’attesa. Solo che ora è l’intero paese in quarantena e chissà come questo viene percepito dentro e fuori Italia. Leggo in questi giorni il libro di Laura Spinney 1918 L’influenza spagnola. È un libro di tre anni fa, ma contiene quasi tutto quello che è accaduto e che accadrà, ora si aggiunge la potenza della medicina molecolare, degli antivirali che dovrebbero aiutare moltissimo a uscire dalla pandemia, ma se ascoltassimo di più le meccaniche della biologia e della vita probabilmente il mondo sarebbe più pronto ad affrontare le minacce.

Mi piacerebbe molto che la comunicazione aumentasse. Che il livello profondo di essa superasse l’occasionalità di un evento che diventa tale perché da fatto cambia le vite. Un poco. Quello che basta per rendersi conto dove si è e cosa si sta facendo. Dovremmo scambiarci in questi giorni le impressioni, ciò che si sente di nuovo e ciò che manca in conseguenza di una cattività imprevista. Quelli che non sono malati cercano di non diventarlo. Stamattina sono passato per un laboratorio medico, al posto della ressa e delle 50 persone che abitualmente occupano ogni spazio eravamo in 4. C’era più personale che pazienti, e il personale era bardato di tutto punto. E tossiva dietro alle mascherine tanto che serpeggiava il timore di essere in un posto a rischio pur con tutto il disinfettante e i camici sterili. Se le persone rinviano esami e visite significa che il timore per ciò che non si vede è ben più grande di ciò con cui si convive. Mi hanno confermato che è così ovunque, sia nella struttura sanitaria pubblica che in quella convenzionata, le persone ci vanno solo se l’esame o la visita è indifferibile.

Per strada e al supermercato poche persone. Non ho visto controlli e al bar, a debita distanza, ho parlato con il capo dei vigili che in questo momento si affida anche lui, più al buon senso delle persone che ai blocchi stradali. Qui passano strade di grande comunicazione e sarebbe impossibile, se non per blocco totale imposto, che ci fosse un vero controllo capillare dei motivi per cui le persone si mettono per strada.  

Di questa consapevolezza nuova, se c’è, mi piacerebbe parlare, di come essa muta tra luoghi diversi.  Di come si vive in casa e nell’ambito della necessità ridotte alle funzioni essenziali. Di cosa sia il piacere e l’allegria al tempo della costrizione. Sarebbe interessante ci fosse uno scambio tra parti del Paese, tra percezioni differenti, con particolari e adattamenti diversi. Qui l’arancione è entrato nelle case e ha mutato già qualche comportamento, ma ora è la durata che farà la differenza perché appena i numeri lo consentiranno, le persone si troveranno nella terra di nessuno dell’indecisione.

Questo fatto inaspettato e davvero significativo ha già prodotto un effetto sulla politica. Tutta. Vietando le  riunioni, con le dichiarazioni superate dai fatti, le intemerate che cambiano richieste sino ad ammutolire, la politica muta e regredisce. C’è da chiedersi chi comanda in questo momento in Italia? Il governo certamente, perché ha un potere costrittivo, ma è esso stesso prigioniero dei numeri e dei tecnici. E in Europa perché non accade nulla? La pochezza della politica europea, oltre la gestione della banca centrale, si fa sentire, siamo sull’orlo di una doppia crisi, sanitaria ed economica, ma non c’è una decisione comunitaria. L’Europa si è ritirata nei palazzi e nel silenzio e dopo la vergognosa visita ad Atene, non è neppure in grado di dire cosa farà con quello scempio di speranze, di vite che offende ogni senso di umanità. Strumentalmente Erdogan ha ricordato che il diritto d’asilo è un fondamento dei paesi europei, lui può permettersi di fare ciò che crede perché gli è stato permesso e come in Libia, è stato pagato perché i profughi fossero tenuti a bada nei campi di detenzione anziché affrontarne il problema razionalmente, ovvero come poterli includere nel modello di civiltà capitalista e occidentale. Sono qualche milione di persone che non hanno più nulla da perdere, se non la vita, si pensa ci sia una soluzione umana ed europea? Di questo non si parla più. Credo che sia uno degli effetti, non solo della pandemia, ma della sostanziale mancanza di raffronto tra realtà che dall’informazione transita poi nei discorsi delle persone. Comunque la politica, anche quella molto locale, è annientata dagli eventi, cioè apparentemente tutto funziona, ma i meccanismi di decisione e di controllo non si capisce bene dove siano. È il tempo ideale per l’abuso, perché la distrazione è somma. Non sto dicendo che avviene ma che nessuno se ne accorgerebbe.

La pubblicità continua a mostraci brigate felici di giovani, divertimenti all’aria aperta auto da acquistare, supermercati felici da frequentare. Balocchi e profumi, ma forse è meglio così, le persone pensano che una normalità fatta di acquisti e di tempo libero, di viaggi, di alberghi e di ristoranti sia questione di pochi giorni.

Tutto tornerà come prima è il messaggio e invece ne usciremo diversi, questo è certo. Una situazione simile non è mai stata vissuta dalle generazioni che ora vivono nel mondo occidentale. L’economia e la finanza sono due termometri della normalità farlocca che conosciamo e che fa parte del nostro mondo, e loro danno i segnali di ciò che scricchiola. Quanto tempo impiegherà il nostro Paese a uscire dall’idea di essere un luogo contaminato? E le imprese, che pur lavorano, per quale mondo produrranno? Noi possiamo vedere ciò che ci fa male oppure tornare a un prima che non sarà più lo stesso. Possiamo riflettere e cambiare su due temi fondamentali per l’umanità : i rapporti sociali tra persone e sull’economia del pianeta. E cercare di mutarli in modo da stare meglio. Sarebbe un buon uso di questa situazione se essa aumentasse la consapevolezza delle fragilità su cui camminiamo. Se aggiungessimo ai problemi l’ambiente, se ci si chiedesse se davvero era così che volevamo vivere. Se invece si considererà tutto questo solo un episodio che passa, allora saremo liberi di uscire e di consumare esattamente come prima, per un po’ forse, ma il danno più grande sarà stato l’incapacità di capire che non si vive di solo presente.

lettere dalla zona arancione 2.

In questo secondo giorno di cattività relativa, alcune cose sembrano chiarirsi. Ad esempio chi può muoversi e perché, ma soprattutto la percezione che non è davvero tutto come prima ovvero poco più di un’influenza. Stamattina sono andato in centro, dovevo, ho usato l’auto, il traffico era poco. Tutto il da farsi si è risolto in un tempo inusualmente rapido. Tornando verso casa guardavo i parchi vuoti di bambini, come fossero a scuola e mi sono chiesto cosa penseranno in questi giorni di vacanza che non è tale. Per loro è un’esperienza diversa che per noi adulti, in quanto ancora abituati ai cambiamenti, cosa che per noi, così ricchi di abitudini, è più difficile.

C’è molta discussione sui social, ma è il posto della solitudine che improvvisamente diventa l’agorà della socialità esterna perduta. Questo vale per quella parte di persone che hanno improvvisamente più tempo, mentre gli altri continuano a lavorare. Come prima e con qualche difficoltà in più per chi lavora fuori provincia. Non è visto bene e sembra che lo stigma geografico conti anche tra contigui. È cosa ben diversa dal ritorno in massa verso regioni che finora non hanno avuto episodi importanti di contagi e che hanno strutture meno capienti di queste a nord, ma anche qui si sente un confine. Per il resto sembra non sia mutato nulla o quasi: il cantiere vicino a casa, le aziende della manifattura che non possono lavorare a distanza, i trasporti. C’è la sensazione che sia tutto un po’ meno di prima ma solo per alcune parti dell’area del fare economico. È crollato il turismo, la ristorazione, lo spettacolo, persino la politica ha riti nuovi e frastornati, ma il resto continua a funzionare come prima o quasi.

La chiusura dei bar alle 18 sta avendo effetti strani sulla socialità familiare. Non ci sono solo i giovani che tirano tardi, ma anche quelli che di anni ne hanno di più e magari hanno famiglia. Questo essere in casa cerco di immaginarlo come possa essere percepito e se stia cambiando qualche abitudine. Non ho riscontri, ma credo che ognuno si arrangi e che nuovi equilibri di presenze inusuali, si trovino per amore o per forza. Continuo a pensare che questo è il tempo degli amanti se sono liberi di stare assieme, per gli altri le cose si complicano. 

Ormai si sa che anche i paesi piccoli, di solito fatti di abitudini e di poca trasgressione,  hanno casi di contagio. Il bollettino appare sulle pagine dei tre giornali che riferiscono la cronaca locale, riempita di consigli e fatterelli singolari. Però è difficile che dello stesso fatto si riporti un’unica versione, l’altro ieri una coppia è stata travolta dal treno, le locandine andavano dall’accidente fortuito al suicidio, fino al litigio. Forse per questo sensazionalismo che impera da anni nelle notizie, c’è meno attenzione agli avvertimenti e ai numeri che riguardano la pandemia. A questo si aggiungono norme che sembrano stravaganti e derogabili, quelle sulle distanze ad esempio. Impossibili da rispettare in un bar o in un mercato. Ho colto scetticismo su queste regole che dovrebbero essere sostituite dall’imperativo: state a casa se potete e se dovete uscire state distanti quanto potete dalle persone. Siate puliti, in casa e fuori, cercate di proteggervi da ciò che non si vede e non si sa dove sia.

Nei discorsi sentiti a pezzi tra l’acquisto di un quotidiano e un’attesa alla cassa, qualcuno manifesta un pensiero molto radicato in questi luoghi, ovvero che le norme siano fatte per quelli che non sono furbi. Qui sono tanti ad essere furbi e nessuno si pente quando viene pizzicato, al più pensa che è accaduto, e la prossima volta dovrà stare più attento. In positivo comincia ad emergere il ricordo dell’altra grande preoccupazione invisibile, Cernobyl, quando si lavava di più la frutta e si mangiava più carne nostrana. Solo che allora la minaccia non riempiva gli ospedali, era una condanna differita che si poteva evitare o limitare, mentre ora sono i numeri a impressionare assieme alle mascherine che si vedono in ogni negozio e anche per strada.

C’è una paura sorda, che ciascuno affronta o esorcizza come crede, magari banalizzando oppure pensando che non toccherà a lui. In fondo nelle conte è sempre così, però c’è inquietudine accanto alla trasgressione, le cose non sono uguali, i tram girano vuoti e se ancora la convinzione non è profonda, verrà nei prossimi giorni, spero. O quando si capirà che l’equilibrio di ciò che si può fare ci riguarda personalmente e che stranamente l’egoismo di star bene coincide con la solidarietà del non contagiare chi amiamo.

 

 

 

 

lettere dalla zona arancione 1.

Questa mattina c’era il sole pieno e un cielo limpido. Stanotte aveva piovuto a lungo e l’aria si è pulita, così le montagne, le prealpi e l’altopiano si vedevano nettamente e illuminati dal sole riflettevano la neve. Per strada c’erano molte auto, ma forse meno di altre domeniche e andavano verso il centro della città o verso il mare.

Ieri notte siamo diventati per decreto “zona arancione”, che sembra meno di rossa ed è più simpatica, ma i divieti sono uguali. Non credo che tutti lo sappiano perché nei bar-trattoria, c’era la solita folla di persone appiccicate dai discorsi e dall’aperitivo, che qui è vino bianco a gotti. Forse quello che ha colpito di più di ciò che avviene sono le partite di calcio senza spettatori, non il virus. Per il resto i discorsi colti al volo erano sulle persone e sul paese, le solite cose scambiate al bar. Però ho notato meno allegria. Il giornalaio vende i soliti giornali, ma davanti all’edicola non ci sono i soliti gruppetti di persone che si scambiano i saluti e perdono tempo in attesa di tornare a casa per il pranzo. Le transazioni nei negozi sono veloci, il tempo di permanenza perde il ciondolare della ricerca e si limita all’essenziale, accelerando il passo. Come a un voler tornare verso qualcosa di più sicuro e meno affollato. Sono impressioni, ma è un insieme di piccoli indizi che fanno quasi una prova: di fatto si vive quasi normalmente e se si deve andare fuori dalla zona rossa ci si chiede come fare Sembra  manchino le certezze e si rinvia il tutto a nuove disposizioni. Se si può.

C’è l’ impressione di qualcosa che non si è capito nella sua profondità, ossia di come cambieranno le nostre vite, perché la realtà è quasi uguale al solito. I cantieri lavorano, i camion intasano le strade, le fabbriche non hanno chiuso, se ci sono preoccupazioni le persone le confinano verso uno dei due ospedali che si trovano appena fuori delle mura del ‘500 e che da sempre hanno fatto la distinzione tra chi è sano e chi non lo è. Forse anche adesso si pensa che solo chi è in ospedale si deve preoccupare, mentre gli altri nelle loro libertà di lavoro, piacere e movimento, hanno ricevuto norme stravaganti che possono essere interpretate secondo buon senso.

Camminando a lungo, anche attraverso la zona industriale, però manca qualcosa. Ad esempio non c’erano stamattina le solite gare di auto, le sgommate, i motori che urlavano in accelerazione. La strada era completamente vuota e attorno nessuna azienda era aperta, anche quelle dove abitava qualcuno. Qualche ciclista non aveva rinunciato alla corsa domenicale, mancavano i podisti e a piedi non si vedevano persone. Persino l’auto lavaggio era quasi deserto. Ho pensato a una sospensione di giudizio, dove ognuno si comporta come crede ma che fa fare di meno e diversamente perché sotto nasconde una preoccupazione. Non si sa quando finirà, né come finirà.

Credo sia un tempo di riesame per molte cose che semplicemente erano e con il loro esistere, rassicuravano le abitudini. È quell’allungare la mano al buio che trova ciò che cerca, ora non si è più sicuri che ci sia.

La luce è così presente, e la primavera rifulge di giorno in giorno, ma adesso procedono per loro conto, scisse da noi. Non capiamo come cambia la nostra vita e sentiamo che se anche non verremo contagiati, comunque ci sarà un mutamento profondo.

La nascita di un virus così veloce e pronto nel saltare specie è un fatto epocale, queste parole di Ilaria Capua, mi girano in testa non solo per il pericolo, ma per la fragilità di tutto quanto si è pensato intangibile. Dalle vite, alle piccole libertà che si esercitano ogni giorno, fino all’economia che sprofonda per pezzi dentro una crisi globale. L’immagine che ho, è quella della battaglia sul lago nell’Alexander Nevskj, con la sicurezza dei cavalieri teutonici che non tiene conto della fragilità su cui cammina e così perde battaglia e vita. Il semplice che si contrappone al complicato, l’umile al superbo e per una volta ciò che accade non è prevedibile e muta la storia. 

Vorrei che di questo tempo restasse una traccia minuta, e di questo scriverò, un vedere particolari che hanno significato solo rapportati a un mutamento. Attorno si vedono, una natura trionfante e indifferente e un tentativo di ordine da parte degli uomini che conformano le vite a una minaccia, ma queste due scie temporali non sono collegate e questo ci dà la misura della nostra piccolezza nel gestire il presente. Il presente è stato ciò che in questi anni ha tolto dall’orizzonte mentale, il passato e il futuro, dando entrambi per scontati. La nostra fragilità è proprio qui, gestire il presente ci mette dinanzi a una smisurata fiducia che tutto si risolverà come pensiamo. Ma non sappiamo davvero cosa pensiamo oltre al bisogno di consumare piacere e sicurezza di vivere.

 

consequenzialità

Effettivamente le parole seguivano gli occhi
e così nascevano i pensieri, guardando le linee che il sole tracciava
in purezza, o attraverso le cose, nelle ombre sui muri, sulla pietra, sull’asfalto,
sulle cose che diventavano altro da sé.
Ancora altro.

La bellezza confonde,
rende invisibili, mentre rimescola ciò che sembra certezza,
nasconde ciò che è solo ripetizione. Così la città diventa contenitore,
di troppe storie uguali, irritanti nel loro non vedersi;
è una scatola di apparenze che il sole scopre,
e rende vere e così povere nel loro gridare silenzi d’aiuto,
che è incoercibile la voglia di fuggire
e dire, steso, al cielo, senza guardare, la misura di tutti gli slanci finiti in cadute,
l’inanità che prende e ha bisogno solo di cura.
Di andare via, di dare, di ricevere, denudati sino alla giusta carezza.
per vivere, ancora un poco d’eterno, vivere, con speranza.

 

cose un po’ fruste

 

A volte mi commuovo. Senza una ragione apparente, si affolla ciò che è stato ed è poi altrimenti evoluto oppure s’è spento senza far rumore, come accade a chi parte e poi non torna. C’erano state promesse e speranze, ma sin dall’inizio si sapeva che quel salutarsi era un addio. Un chiudere che l’illusione e la speranza rendevano meno doloroso, ma era nell’aria, nelle parole trattenute, nello scambio che durava molto più di quanto sembrasse necessario. Questo è il farsi delle scelte, del caso e di ciò che accade, la testimonianza di aver conosciuto e profondamente vissuto che resta dentro di noi con quell’insoluto che ogni scelta ha comportato, ogni pienezza ha generato, ogni cosa ha incorporato. Dovrebbe bastare, ma non è mai abbastanza come accade in tutti gli amori, compreso quello per ciò in cui si è creduto con tale forza da piegare il desiderio, da posticipare la necessità. Di questo, nella mente e attorno a me c’è larga traccia e così mi prende una vaga nostalgia per il contenuto delle cose che non sono mai davvero tali per chi le conosce per davvero. Per chi le ha scelte, le ha tenute appresso e consumate con l’attrito che genera quel rapporto che non è mai solo uso, ma piuttosto un parlarsi, un gettare tra l’inanimato e il sentito, un dialogo.

Guardavo fuori, la campagna che s’accosta alla città, che si ricorda di ciò che era nei fossi e nei campi appena arati. Che ha piccole macchie d’alberi selvatici, testimoni di litigiose eredità oppure d’attese di cambi di piani regolatori già troppo permissivi. Nel tramonto guardavo il cielo che s’aranciava di luce e nubi strette, il pensiero andava al rumore del legno che brucia nei fuochi improvvisati nella spiaggia e vedeva, e sentiva, il crepitio dell’alta catasta dell’inutile che bruciava a bordo del campo.

Nei ricordi e nel presente, ho un filo e nessuna traccia, uno svolgere che non tesse perché non conosce chi sia all’altro capo. Non è forse questo il gioco di ciò che è ancora in attesa di noi, che aspetta per dirci, non il consueto e l’abitudine ma il nuovo che vorrà coinvolgerci? Parlo a me, alle cose, al buio e alla luce. Ricordo. Un ricordo qualsiasi.

Quella mattina era poco dopo l’alba quando cominciammo a camminare. Era luglio e il caldo ci avrebbe colti per strada, ma con buona parte del cammino fatta. Era già un’avventura fare colazione mentre fuori c’era la notte. Fremevo impaziente, nei calzoncini corti avevo i pochi soldi per il ritorno in treno, un coltellino, uno zainetto di tela verde con l’acqua e due panini. Chissà come avevo convinto mia madre che sarebbe stata una camminata lunga e sicura. Forse perché eravamo in tre coetanei e le madri si parlano e si sorreggono nel convincersi. Uscimmo e andammo. Poi, appena usciti dalla periferia, c’era la strada, polvere, campi, paesi sconosciuti, fontane con acqua fresca e una meta. Quanto parlammo. Mi resta solo l’impressione del parlare perché avvenne ed eravamo in fila, scherzando ininterrottamente su quella strada con tre diversi motivi per farla. Chi voleva ringraziare per la promozione ottenuta, chi per dimostrare l’indifferente vigore fisico, chi, ed ero io, il bisogno d’esserci senza avere un merito né qualcosa per cui ringraziare. Forse volevo connettere qualcosa che da tempo era disgiunto e non trovava sintesi. Un sentire differente che implicava un passaggio attraverso qualcosa di banale e più grande, com’è per ogni iniziazione. E io non sapevo cos’erano le iniziazioni, non sapevo nulla delle discontinuità del tempo, dello strapparsi della tela che mi sembrava così determinata, conseguente e sicura nel suo andare da qualche parte e poi improvvisamente ti lasciava solo davanti a te.

La nozione dell’ignoto, chissà davvero quando si matura, diventa una scelta che accende le guance, rende urgente l’andare, chiude ciò che precede e spinge incoercibilmente oltre. Per alcuni non viene mai ma lei, la nozione, ci prova e quando si è bambini o poco più, accade che ci sia un protrarsi dell’insufficienza propria, del sentirsi inadeguati, né una cosa né l’altra soddisfano appieno. Allora servirebbe ci fosse chi capisce che si è sull’orlo dell’ignoto, chi aiuta a decifrare le parole che non si conoscono, chi ridà un senso a ciò che si rifiuta e renderà fulgida parte della vita che si vive e si vivrà. Ma così non accade e non era così quella  mattina, né lo è stato per molto tempo innanzi e forse neppure ora. I segni di un’antica lotta non si cancellano mai, al più s’imbellettano sotto altro finché non diventano cari.

Comunque, con i piedi stanchi e gonfi arrivammo, facemmo il lungo portico in salita. Ci inginocchiammo nella chiesa. Ciascuno pensò qualcosa, ma non per molto, e uscimmo. Fuori c’era il sole a picco del mezzogiorno, una vasca colma sotto la fontana in cui immergere i piedi a turno, l’acqua fresca e un prato in cui stendersi sotto un albero a piedi nudi a guardare il cielo tra le foglie. Ricordo il silenzio tra scoppi di parole. I propositi per la sera, le prese in giro scherzose e quel silenzio in cui ciascuno metteva l’utile e l’inutile di quei 40 chilometri di fatica. Il senso. Perché c’era un senso che riguardava ognuno di noi. Non me ne accorgevo ma le vite un po’ si separavano. Una bocciatura, un andare al lavoro prima d’altri, un percorso di vita che seguiva per ciascuno un daimon differente. Eravamo amici e lo restammo a lungo, ma le vite andavano seguendo un filo di cui si aveva solo il capo dopo che i nodi dell’infanzia, delle prime avventure, si erano sciolti in piccole distanze. Avevo un coltellino rosso, piccolo e affilato quanto bastava per fare la punta a un bastoncino. Lisciarlo della corteccia e lanciarlo verso il cielo, oppure ricavarne una fionda per future imprese. Credo di averlo fatto anche allora, ridendo perché ormai eravamo troppo grandi per quelle cose. Nel primo pomeriggio tornammo verso la stazione, e in treno verso casa. Già la sera non fummo insieme. Quel coltellino c’è ancora, consumato e messo in un cassetto. Non può dire nulla a nessuno se non a me, non può sciogliere nessun nodo se non i miei. Forse per questo a volte, senza ragione mi commuovo, perché le cose un po’ fruste e invecchiate con me mi ricordano altro ed è difficile, forse un delitto buttar via, parlo dei ricordi, ciò che per poco non è stato, oppure lo è stato davvero ma non come avremmo voluto.

Sono i nostri piccoli fallimenti, le ferite che c’hanno fatto male e insegnato, che tracciano una mappa di ciò che abbiamo camminato. La nostra mente conosce bene quella mappa, la dispiega, e se la guarda bene, vede che sono loro, i nodi di ciò che siamo, che ci chiedono di camminare ancora. 

 

transiti apolidi

Tirar fuori la bellezza, dopo la notte
accogliere la luce, fidenti del giorno che s’appresta.

Dentro una rivoluzione fatta di cocci amorosi,
siamo seduti in attesa d’un vento che risvegli
anche l’ultima cellula dispersa e la ridoni

al mondo, come luce ogni mattina.

Ma soprattutto a noi che usiamo abitudini,
orecchie cieche,
spirali per dire l’insofferenza priva di nome. E luogo.

 

l’abitante

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Non accadeva nulla. Il sentiero saliva, a destra il bosco, a sinistra il rudere di un tentativo di abuso edilizio. All’interno di quello che forse sarebbe stato un soggiorno era nato un albero ora grande e pieno di foglie. L’abitante senza vicini umani e con molti uccelli e piccoli voli tra i rami. Salendo non accadeva nulla che non fosse ripetibile, qualcosa di così memorabile da costituire un ricordo singolare. La vita scorreva con il ritmo del respiro e non aveva una trama che potesse diventare narrazione: avrebbe ripetuto i passi, la scaglia del calcare che spuntava tra il muschio, il resto di un reticolato con un fiocco di lana, erba, fiori incauti e rami seccati. Lontano il suono di una campana. E’ un vecchio dilemma quello dell’artificiosità delle storie, dei ricordi che si intrecciano con la necessità di interessare, di rappresentare una singolarità in cui ci sono protagonisti, decisioni, eventi che si configurano come emblematici. E’ il tema del divenire, il bisogno di un passato per costruire un futuro mentre siamo nell’entità più inafferrabile e banale per la grandissima parte della vita, ovvero l’adesso. Così il sentiero che si muoveva tra bisogni lavorativi dei boscaioli e le abitudini di escursionisti. Di certo portava da qualche parte, quasi certamente era, o un percorso circolare da case a case oppure un andare e ritornare su se stesso tracciato dal bisogno e dal piacere non dall’utilità e dal programmare futuri percorsi.

Ciò che fa la differenza è la persona che percorre il sentiero non la traccia e ciò che le sta attorno. Sono i pensieri diversi di ciascuno, il movimento degli occhi, il collegare le cose, la congiunzione dell’adesso con il conosciuto, il nuovo intreccio che esso può provocare nel passato. Oppure, i più bravi, vuotano di pensieri la testa e lasciano che ciò che è all’esterno entri e non diventi solo esperienza, ma vita, modo d’essere.

Il bisogno che accada qualcosa testimonia la lotta diurna contro il vuoto della noia, la forza vivifica dell’accadere contrapposta al succedere; nella prima c’è l’idea di poter influenzare le cose, nella seconda esse semplicemente si succedono senza un nesso che ci riguardi ma con una fortissima logica interna. A quella logica, che poi sarebbe quella del fluire, si può appartenere o meno, ma ciò che dovrebbe essere chiaro è che essa è disgiunta dalla felicità.

Non si è felici per caso, questa era la tesi che mi seguiva anche in quel sentiero, ma per volontà di voler mettere assieme cose disparate e controverse oppure per abbandono, per una resa così incondizionata che, come per il bimbo coccolato ogni movimento dell’accadere diventa carezza e occasione di allegria, in noi diventa un lasciarsi andare allegro e meravigliato.
Quasi sempre non accadeva nulla e questa era la storia, quella vera, quella che i 17 miliardi di individui che dalla comparsa del genere homo hanno abitato il mondo, hanno vissuto, con qualche rada eccezione che a pedate ha spinto innanzi tutto il genere. Non accadeva nulla e non avevo la facoltà di entrare nel pensiero altrui. Di questa seconda consapevolezza ero contento, non perché mi dispiacesse indovinare un desiderio di chi mi è caro o capire meglio chi ho di fronte, ma per il semplice motivo che gran parte dei pensieri sono sconclusionati, saltano di palo in frasca, sono ossessivi nel ripetersi, cercano soluzioni a problemi spesso privi di senso e stare nella testa di un altro a condividere il guazzabuglio che già ben conosco non aveva nulla di attraente. Se viene glorificata l’utilità del pensare e del fare, è perché essa genera plusvalore per qualcuno, ma anche e soprattutto perché il pensiero è fondamentalmente privo di essa, è anarchico e vitale come l’istinto, si muove per meandri sconosciuti, ma soprattutto è indifferente a ciò che dovrebbe provocare reazioni immediate. Insomma agisce per suo conto ed è pure duro di comprendonio. Se così non fosse giustizia e bellezza sarebbero perseguite e invece capitano per caso, come accidenti più che per volontà comune. Come quell’albero, unico abitante della casa in rovina e nato per caso dove doveva esserci altro, che faceva altra utilità rispetto a quella umana, ma era successo e ne aveva approfittato. Semplicemente vivendo.

nostalgie operose

Il pensiero torna a terre che mi sono care,

declivi e bosco ceduo, radi cacciatori, pietre che rotolano con un suono di percossa canna.

Curve verso l’ignoto in strade solitarie e sughere rosse di vergogna ai lati.

Da case che non conosco esce il fumo forte della quercia,

un sedile di sughero è vicino alla pietra che ospita la fiamma.

Ne conosco la consuetudine antica, le rade parole, il seguire pensieri nelle faville che s’alzano e il riposare l’occhio nella brace.

Accanto qualcosa cuoce o s’arrostisce senza fretta e parole mute aspettano.

Di solitudine si muore oppure ci si rafforza tanto da sentire incessante l’onda di ciò che attornia e si sminuzza negli infiniti discorsi delle cose,

dove ognuna ha una sua ragione, urgenza, bisogno d’attenzione,

un dire sommesso, che altrove, frettolosamente, vien chiamato amore.