lettere dalla zona arancione 1.

Questa mattina c’era il sole pieno e un cielo limpido. Stanotte aveva piovuto a lungo e l’aria si è pulita, così le montagne, le prealpi e l’altopiano si vedevano nettamente e illuminati dal sole riflettevano la neve. Per strada c’erano molte auto, ma forse meno di altre domeniche e andavano verso il centro della città o verso il mare.

Ieri notte siamo diventati per decreto “zona arancione”, che sembra meno di rossa ed è più simpatica, ma i divieti sono uguali. Non credo che tutti lo sappiano perché nei bar-trattoria, c’era la solita folla di persone appiccicate dai discorsi e dall’aperitivo, che qui è vino bianco a gotti. Forse quello che ha colpito di più di ciò che avviene sono le partite di calcio senza spettatori, non il virus. Per il resto i discorsi colti al volo erano sulle persone e sul paese, le solite cose scambiate al bar. Però ho notato meno allegria. Il giornalaio vende i soliti giornali, ma davanti all’edicola non ci sono i soliti gruppetti di persone che si scambiano i saluti e perdono tempo in attesa di tornare a casa per il pranzo. Le transazioni nei negozi sono veloci, il tempo di permanenza perde il ciondolare della ricerca e si limita all’essenziale, accelerando il passo. Come a un voler tornare verso qualcosa di più sicuro e meno affollato. Sono impressioni, ma è un insieme di piccoli indizi che fanno quasi una prova: di fatto si vive quasi normalmente e se si deve andare fuori dalla zona rossa ci si chiede come fare Sembra  manchino le certezze e si rinvia il tutto a nuove disposizioni. Se si può.

C’è l’ impressione di qualcosa che non si è capito nella sua profondità, ossia di come cambieranno le nostre vite, perché la realtà è quasi uguale al solito. I cantieri lavorano, i camion intasano le strade, le fabbriche non hanno chiuso, se ci sono preoccupazioni le persone le confinano verso uno dei due ospedali che si trovano appena fuori delle mura del ‘500 e che da sempre hanno fatto la distinzione tra chi è sano e chi non lo è. Forse anche adesso si pensa che solo chi è in ospedale si deve preoccupare, mentre gli altri nelle loro libertà di lavoro, piacere e movimento, hanno ricevuto norme stravaganti che possono essere interpretate secondo buon senso.

Camminando a lungo, anche attraverso la zona industriale, però manca qualcosa. Ad esempio non c’erano stamattina le solite gare di auto, le sgommate, i motori che urlavano in accelerazione. La strada era completamente vuota e attorno nessuna azienda era aperta, anche quelle dove abitava qualcuno. Qualche ciclista non aveva rinunciato alla corsa domenicale, mancavano i podisti e a piedi non si vedevano persone. Persino l’auto lavaggio era quasi deserto. Ho pensato a una sospensione di giudizio, dove ognuno si comporta come crede ma che fa fare di meno e diversamente perché sotto nasconde una preoccupazione. Non si sa quando finirà, né come finirà.

Credo sia un tempo di riesame per molte cose che semplicemente erano e con il loro esistere, rassicuravano le abitudini. È quell’allungare la mano al buio che trova ciò che cerca, ora non si è più sicuri che ci sia.

La luce è così presente, e la primavera rifulge di giorno in giorno, ma adesso procedono per loro conto, scisse da noi. Non capiamo come cambia la nostra vita e sentiamo che se anche non verremo contagiati, comunque ci sarà un mutamento profondo.

La nascita di un virus così veloce e pronto nel saltare specie è un fatto epocale, queste parole di Ilaria Capua, mi girano in testa non solo per il pericolo, ma per la fragilità di tutto quanto si è pensato intangibile. Dalle vite, alle piccole libertà che si esercitano ogni giorno, fino all’economia che sprofonda per pezzi dentro una crisi globale. L’immagine che ho, è quella della battaglia sul lago nell’Alexander Nevskj, con la sicurezza dei cavalieri teutonici che non tiene conto della fragilità su cui cammina e così perde battaglia e vita. Il semplice che si contrappone al complicato, l’umile al superbo e per una volta ciò che accade non è prevedibile e muta la storia. 

Vorrei che di questo tempo restasse una traccia minuta, e di questo scriverò, un vedere particolari che hanno significato solo rapportati a un mutamento. Attorno si vedono, una natura trionfante e indifferente e un tentativo di ordine da parte degli uomini che conformano le vite a una minaccia, ma queste due scie temporali non sono collegate e questo ci dà la misura della nostra piccolezza nel gestire il presente. Il presente è stato ciò che in questi anni ha tolto dall’orizzonte mentale, il passato e il futuro, dando entrambi per scontati. La nostra fragilità è proprio qui, gestire il presente ci mette dinanzi a una smisurata fiducia che tutto si risolverà come pensiamo. Ma non sappiamo davvero cosa pensiamo oltre al bisogno di consumare piacere e sicurezza di vivere.

 

9 pensieri su “lettere dalla zona arancione 1.

  1. È davvero una strana aria quella che si respira. Tutto è fermo, le scuole sono chiuse, le masse di turisti, che solitamente si incontrano a Roma, del tutto scomparsi, le persone cercano di isolarsi, in metro si vedono sempre più bocche tappate da mascherine. C’è poi chi non crede alla necessità di adottare le precauzioni suggerite dal ministero della Sanità, non crede alla pericolosità del virus e fa paragoni con altre epidemie passate che pure non hanno necessitato di provvedimenti così seri. Rimanere a casa non è poi così male: si può leggere, sentire musica, scrivere, cucinare cose che necessitano tempo e, volendo, fare passeggiate in parchi o, come me che vivo al mare, ammirare la meravigliosa natura.

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  2. È proprio così Lavinia, qui è un po’ più strano perché spariscono abitudini, piccole libertà. Sarebbe il tempo ideale per gli amanti che hanno la libertà di stare assieme. 🙂

  3. Qui sull’Isola s’inizia ad andare oltre la sola percezione.
    Molti arrivi anticipati, rispetto all’anno precedente fa pensare più ad una fuga dal coronavirus che al turismo vero e proprio.
    E purtropp così non si sa in che condizioni siano giunti.

    Qui gli ospedali non sono certo come in altre regioni. Se dovessero vericarsi certe situazioni sarebbe il collasso totale.

    Manca la responsabilità e rispetto individuale verso gli altri. Egoismo puro, dei più beceri.

    Siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non riusciamo a camminare uniti sulla terra.

  4. È un tempo sospeso un po’ dappertutto. Il senso di responsabilità individuale in taluni latita, in altri diventa panico e sconcerto.
    Io cerco di attenermi il più possibile alle disposizioni, pur non essendo zona rossa né arancione, ma ho smesso da settimane di andare in palestra o a cena fuori con amici, evito baci e abbracci con persone che ero abituata a baciare e abbracciare ogni giorno e cerco di starmene in disparte sia a tutela mia che degli altri. Se tutti ci attenessimo alle disposizioni ministeriali e alle ordinanze comunali, la situazione forse rientrerebbe più velocemente, ma invece.🙄
    Ti abbraccio Roberto, sono tempi duri ma se non prevale il buon senso collettivo, i tempi potrebbero peggiorare.

  5. Sto leggendo un libro sulla epidemia di “spagnola” che riporta tutti i comportamenti che stiamo vedendo. Il libro è dello scorso anno e potrebbe essere usato come manuale per capire come intervenire, ma siccome ogni azione comporta che vi sia una modifica dei modi di vita per un periodo breve, non se ne fa nulla. Adesso la corsa è al vaccino e al rallentamento della pandemia oltre che il suo confinamento. Da te è più semplice, spero che l’autorità politica se ne renda conto. Camminare assieme a volte implica sopportare il peso di restare distanti per poi essere vicini. Ciao Marta.

  6. Infatti ora il problema è il comportamento di tantissimi: o è la paura che li fa tenere insieme o è proprio la difficoltà a seguire le regole comunitarie.
    Qui è più semplice ma era necessario svegliarsi prima e non solo noi
    Queste misure andavano prese immediatamente.
    Troppo severa?
    Per il vaccino ci vuole tempo, troppo…
    Speriamo bene

    Restiamo uniti e … distanti 🙂
    ciao

  7. Ciao Josè, ti immagino attenta a te e agli altri. Per quanto ti conosco questa sollecitudine ti appartiene e si unisce alla capacità che hai di dimostrare affetto.
    Spero che le cose si possano ancora tenere a bada, anzi sono certo che sarà così, anche se la coscienza collettiva del pericolo latita e fa male vedere che ci sono comportamenti collettivi che non sacrificano nulla se non se stessi e gli altri che avranno la sfortuna di incontrare questi “furbi”. Speriamo bene e se lo accetti dalla zona arancione, ti arriva un abbraccio 🙂

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