del perseguir l’inutile

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Oggi qualcuno, in radio tre, si chiedeva perché e a chi si scrive. Sembrava mi stesse parlando: scrivi per te? E chi se ne frega…

Capisco, bisogna scegliersi un interlocutore. E allora io scelgo te che sei curioso e paziente. Maschio o femmina, ti chiedo di sederti e ti mostrerò le parole che metto in fila. Alcune mi piacciono molto, sono piene di significato e simboli, altre le uso perché sono me, le porto appresso da sempre o quasi, altre ancora mi sono piaciute ma si perderanno, comunque quello che ne esce mi riguarda. Ma qui mi fermo perché la testa è tua e se posso permettermi, quel chi se ne frega, lo puoi adoperare subito, ma è un po’ fascista. Cioè si interessa poco degli altri e in particolare di chi non la pensa allo stesso modo, ha la puzza sotto il naso di chi si sente al disopra. Però se questo è il limite dell’attenzione, allora forse rappresenta in modo improprio, ma bene, ciò per cui uno può scrivere, l’utile ad esempio. Oppure l’attenzione legata a un vantaggio possibile (ancora l’utile). Oppure, ancora, il bisogno d’apparire (che è anch’esso legato ad una utilità personale). Naturalmente ci sono molti altri motivi per cui una persona scrive, ma se guardi bene, il concetto di utilità si troverà spesso. Qui invece c’è molto di inutile, diciamo che al più riguarda i curiosi, i perditempo che si fermano a guardare i lavori e giustamente pensano che li farebbero meglio.

Il rapporto tra chi scrive e chi legge, mi ricorda la fatica di chi guarda, da dentro, l’orologio della torre. Si è saliti per il panorama, ma se si legge l’ora, ascoltando il ticchettare dei meccanismi, è una soddisfazione. Così emerge che, per me è importante ciò che non ha un fine su cui si misurare il successo, e la fatica di leggermi sarà, al più, un andare assieme da qualche parte.

Allora scrivere è distillare parole, lasciare che salga il loro grado alcoolico attraverso il sentire, berle degustando, e pensare ad altro. Ché poi è proprio quest’altro che c’interessa, non l’utile o quello ch’è scritto, ma ciò che ha suscitato.

sidereus nuncius

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le stelle vivono nel giorno, ma

conoscono la solitudine della notte,

il brivido dell’assenza,

i letti vuoti,

l’amore che si disfa piano

in briciole di luce.

Guardi nel cielo e ti meraviglia,

il mistero che si svela,

le cose che si ripetono nuove, 

ma non senti il sommesso grido che l’attraversa,

l’abbraccio che non stringe,

il ruotare vuoto, 

secondo leggi d’abitudine?

Non c’è luce in cielo,

non abbastanza,

a volte è buio pure il giorno,

però genera il barbaglio d’un lampo,

l’ ipotesi d’amore,

l’attesa, 

il mutare che spinge i corpi l’uno verso l’altro, 

e nasce fuoco che trasforma,

perché, come ciò accade?

Emerge dal cuore, cristallina,

l’età dell’innocenza, 

equazione che posa,

invertendo tempo, abitudini, 

orbite,

perenne, il desiderio suo.

dove l’amicizia non può vivere

Il potere non ha amici. Basterebbe ricordarsene quando lo si esercita, ed è un dovere esercitarlo se l’hai cercato e accettato. Basterebbe saperlo quando hai folla attorno, quando le lodi sono eccessive. Lo sono sempre e lo sai. Basterebbe capirlo quando ti parlano male dei tuoi avversari, per cercare il tuo consenso. Basterebbe che te ne facessi una ragione e non cercassi l’amicizia dove non c’è. C’è una diversa solitudine nel potere, una solitudine che inebria, che distacca. Non è la solitudine che acquieta, ma quella che inquieta ed isola. Bisognerebbe combattere il potere che porta via da noi, riportarlo a servizio, a coscienza del non essere indispensabili, ma solo portatori di un’idea che ha la grande occasione di diventare realtà. Basterebbe capire che si è davvero soli, e accettarlo. Per quanto dura. E non cercare di farlo durare per sempre.

l’odore dei libri

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In casa c’è odore di libri e di sole. Lo sento quando entro, quando mi sveglio, quando mi guardo attorno. Mi piace come si mescola con il profumo del legno. Penso sia il mio odore. Ieri sera ero in una grande libreria, un bel prodotto di architettura, ammiccante e furbo, ma c’era odore di soldi e carta più che di libri. Le grandi librerie sono come gli ipermercati, generano confusione di scelta, non diventano luoghi. Il credo del marketing è la quantità, il cliente dev’essere irretito dall’opulenza, chiamato all’acquisto come a una liberazione. E’ prigioniero del sistema e deve pagare un riscatto. Invece sto riducendo gli acquisti, non di libri o di musica, per altri inutili, ma di cose. Esco dalla paura del restar senza. E preferisco le librerie piccole, una in particolare. Siamo amici, è un posto in cui stare. Sfoglio, spulcio tra gli scaffali, leggo. Sono un buon cliente, porto a casa e posso restituire ciò che non mi piace. E’ un piacere andarci. Tornare.

I libri nella casa mi rassicurano, anche se son troppi. Parlano con un fruscio sommesso di pagine sfogliate. Hanno l’odore delle idee, dell’inchiostro usato, della carta che invecchia assieme a me.

E’ questione di stile. Capisco che ora lo stile si è fatto più morbido, conformato a me e rifiuta l’apparenza. Così invito poco, non ho voglia di spiegare. Chi viene non chiede o parla di contenuti, vita insomma e non è la stessa cosa.

utili idioti

E’ riemersa la categoria dell’ utile idiota, magari adesso riscopriranno pure lo scemo di guerra, il marrano, il minus quam… Utile idiota è colui che viene manovrato per un fine da cui non trae vantaggio. Credo che quasi tutti quelli che si sono scambiati l’epiteto, abbiano, in realtà, tratto vantaggio, c’hanno sguazzato, eccome se c’hanno sguazzato tra leggi ad personam e carriere altrettanto ad personam. Confesso che la cosa mi lascia indifferente nell’epiteto, ma molto meno in quello che è accaduto. E sta accadendo. Perché in realtà una possibile utile idiozia è davanti a quella parte di sinistra che appoggerà un governo che tratta solo con la destra. Di fatto da almeno tre presidenti del consiglio, gli ultimi, continua l’apertura a destra e non è come dal sarto che ti chiede dove lo porti per regolarsi, no qui si sta prendendo una piega innaturale dove la sinistra porta avanti programmi liberisti. Allora il mio dubbio è: qual’è il vantaggio della sinistra del PD ad appoggiare un governo che tratterà solo con lo schieramento a destra nel parlamento? Perché per le definizioni di cui sopra, un qualche motivo bisognerà trovarlo. Può essere un buon motivo salvare il Paese? Sì, lo è, ma se lo si salva davvero, ovvero si salvano i cittadini. Proviamo a chiedere ai ceti medi, agli operai, ai milioni di disoccupati se è stato salvato il Paese; questi qualche dubbio ce l’hanno. Poteva andare peggio? Per molti è difficile andasse peggio, per alcuni certamente. Ecco allora che bisognerebbe chiedersi chi si è salvato e perché.

Il nuovo governo farà una patrimoniale? Una legge sul falso in bilancio? Sul conflitto d’interessi? Oppure punterà a ridurre i contratti nazionali, riformare la costituzione, cambiare il titolo V e la legge elettorale? Perché c’è una differenza sulle priorità e sugli interessi preminenti dei cittadini e su questa differenza si capisce se si è utili a qualcosa che non ci appartiene e quindi idioti. Ma l’idiota che lo sa non è tale, quindi è meglio emerga questa utilità che non si vede, perché con l’emergenza si sono nascoste altre cose. La paura di votare, ad esempio, se si fosse andato a votare anziché aver fatto il governo Monti o Letta, qualcuno avrebbe vinto e portato avanti un programma di parte e certamente chi l’avrebbe votato ne avrebbe avuto utilità. Quindi non di idioti ma di persone intelligenti e determinate, abbiamo bisogno. Quello che non ha queste caratteristiche serve solo a portare avanti i problemi, a salvare chi non ha saputo fare. Ma gli italiani sono immemori, di queste cose non si ricordano e se si andasse a votare ancora una volta voterebbero per chi non ha fatto i loro interessi. Strano allora che vi sia confusione nella politica? No, purtroppo, no.

alcuni audaci in tasca l’Unità

Ma quanti comunisti ci sono ancora in Italia? Ieri il numero dei novant’anni de l’Unità è andato esaurito presto, tanto che lo ristamperanno domenica. Nella mia ricerca, gli edicolanti dicevano che di buon’ora erano rimasti senza ed erano loro stessi stupiti. Strana questa cosa in un Paese in cui anche il partito a cui il giornale fa riferimento, il PD, si guarda bene dal considerarlo un modo per tenere assieme idee ed elettorato. Strano che tanti ancora ricordino con piacere e nostalgia, anche se votano altro, il tempo in cui il PCI italiano era il più grande partito comunista occidentale, difendeva i lavoratori, i diritti dei cittadini, le pensioni, e diceva che il capitalismo rende gli uomini ineguali e alimenta l’ingiustizia. Strano che la generazione dei sessantottini, che poi leggeva il Manifesto, si ricordi con piacere de l’ Unità, perché da questo giornale era partita. E’ vero quello che dice Guccini, alcuni audaci in tasca l’ Unità, era un’ostentare una diversità, un’appartenenza. Tanto che la domenica mattina si diffondeva casa per casa, anche dai cattolici che, mai e poi mai, l’avrebbero comprato in edicola. Forse sono solo i vecchi che ricordano le spinte vitali dell’ideologia, le battaglie per il lavoro e i diritti di tutti, la risposta quasi pavloviana tra bisogno e lotta, però la settimana scorsa a parlare di costituzione, i giovani non mancavano, esprimevano disagio, voglia di essere visti oltre che ascoltati. Che bello sarebbe se il giornale che porta nel titolo l’idea dell’essere insieme, della solidarietà, diventasse la palestra delle idee dei giovani, il luogo del confronto oltre le notizie. Gramsci, quando lo fondò, voleva parlare a tutti, ma soprattutto a chi non aveva parola. Era il 1924, l’anno in cui sarebbe stato assassinato Matteotti dal fascismo, che pur vincente, non tollerava la critica e il dissenso, e quindi la libertà. Sembra che la data si perda in un nulla di secoli, eppure se ci guardiamo attorno eguaglianza, diritti, libertà, hanno bisogno di voce, di essere vissuti assieme, di incoscienza dentro al basso ventre. Buon compleanno a tutti i “comunisti” che ancora lo pensano.

doveva essere un caffè

Doveva essere un caffè, ne sono uscite tre ore di conversazione fitta, lacrime, sorrisi pochi. Gli è tardi, mi aspettano, ciao, vai pure, ci vediamo presto, si sono susseguiti. Come i se chiamo posso restare un’altra mezzora, vuoi? Sì, devo chiamare anch’io, avevo un appuntamento. Qui mi conoscono, mi chiederanno delle tue lacrime. Non importa, agli uomini viene perdonato anche quello che non fanno. I tuoi mesi mi sono passati davanti, ciò che ti ha conquistato, il bisogno che avevi, la solitudine scoperta improvvisamente. Sembra tutto eccezionale ciò che ci accade, e lo è. Le storie si annodano finché la vita diventa una rete e ci si ritrova dentro. Ma tu non volevi scappare, ti sei però accorta che dentro la rete c’eri solo tu. Basta dire di no. Quante volte ce lo siamo ripetuti al telefono. quando ancora telefonavi. Difficile dire di no quando si sta bene. Poi il silenzio, per mesi, come fossi andata via. E lo eri. Via da te, non ti vedevi più. Mi hai raccontato che lo specchio non ti rifletteva, lì dentro c’era un’altra. I racconti evidenziano le difficoltà, i dolori, le gioie sono sempre un po’ in disparte. Di certo devi essere stata felice, e credo pure molto. Te lo dico e mi guardi stupita, come non avessi colto il tuo star male, poi convieni che ci sono stati momenti così intensi e pieni di possibilità che tutto sembrava fatto. Le vite attuali si combinavano con quelle future, c’era un mettere assieme che stupiva per il suo incastrarsi e fare un tutt’uno. Un puzzle a quattro mani. Sarà per quello che ciò che è chiaro sin dall’inizio viene sparato innanzi nel tempo? Che il vivere il momento ad un certo punto non soddisfa più e si chiede cosa c’è oltre? Una domanda di troppo, trattenuta a lungo, e infine posta. E tutte le fragilità emergono. Poi il dibattersi sulla riva, manca l’acqua per nuotare, manca il mare.

Mettere le cose in fila, parlare, fa bene, non sei meno triste, però le cose, i fatti acquistano un senso. Non sono un osservatore oggettivo, sono sempre stato spudoratamente dalla tua parte, e se ti ricordo che hai visto ciò che ti era necessario, nessuno potrà mai rimproverarti per questo. Anche essere ciechi fa parte dell’innamoramento. Caffè e cioccolata si freddano, tra parole e pezzi di vita messi in comune, fuori è buio, dovevi cercarmi prima, ti dico. Ma capisco che non sarebbe servito, quasi tutto ha un tempo, anche i bisogni e l’urgenza improvvisa di cercare nelle rubriche telefoniche dopo che il pensiero ci ha riportato a qualcuno. 

promessa

Vuoi tu esser foglia 

ed io albero, 

tu radice 

ed io corteccia? 

Vuoi che assieme ci scuota il vento, 

la primavera ci bagni,

ci spacchi il freddo, 

e germogli in noi la vita?

Davvero questo vuoi?

Allora saprai che anche gli alberi si muovono,

e il mondo gira loro attorno,

mentre nei corpi si depositano

incessanti cerchi di dolcezza.

righe e fantasie

Guardo con attenzione, conosco, e vedo nei volti, la traccia della vestizione prima di un concerto, di una serata particolare. Conosco la camicia che scivola sulla pelle, il colletto aperto, le mani che frugano nell’armadio, indecise tra abiti che apparentemente si somigliano. Pensieri di accordo e di armonia, poi la scelta. La stoffa che non ha l’abitudine usata del corpo. I calzoni indossati e l’insieme che inizia a comporsi. Una cravatta, il nodo. No, non va bene, serve morbidezza. La stessa pretesa dai tessuti che si deve sposare con il sentirsi. La giacca, uno sguardo alla combinazione con la cravatta. Un ripensamento e un cercare tra i colori, le righe o i disegni: trovare il tono proprio nella serata. Sarò così, quel colore, quelle righe, quella punta di contraddizione e differenza, non voglio essere scontato o ripetitivo.

Infine tutto ha forma e si accorda con lo star bene. Che non è ciò che vedranno gli altri, ma come ci si sente. E guardando poi chi sta attorno, si vedrà, oltre i visi, i gesti, ciò che ha preceduto questo mostrarsi. Si riveleranno i caratteri sommari, la generosità o la taccagneria del sentire, il conformismo e la voglia di stupire, l’affermazione che non ascolta e la disponibilità al dialogo. Tutte variazioni sul tema della morbidezza, dal ruvido all’estenuato. Emergerà il gusto, la sicurezza e il suo contrario, la sensualità delle donne, il ritegno, il voler dimostrare degli uomini, la richiesta di approvazione esplicita. Il risultato della vestizione rivela molto più di quanto voglia sembrare, di rado è una maschera. Di rado non lascia trasparire, indica e suggerisce ciò che si è, e si è pensato, per comunicare ciò che pensiamo di noi stessi. 

La prova di un concerto e il concerto sono una metafora e assieme la rappresentazione di ciò che significa armonia, accordo, vestizione e comunicazione. Chi ascolta, al tempo stesso mostra sé e omaggia ciò che gli viene donato.

ci doveva essere del bello

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“Gli uomini cercano il bello, perché la bellezza ricorda loro vagamente il buono. L’arte racchiude una bontà che rischia altrimenti di sparire.” Ulf Peter Hallberg: Trash europeo.

E’ più facile cercare la bellezza nelle cose, nei ragionamenti scritti, piuttosto che nelle persone o nelle situazioni. Anche la razionalità solo nell’attimo acuto della dimostrazione del vero oggettivo ha una sua bellezza assoluta, ma poi degrada nelle singole verità e nella competizione. Diventa brusio del vero. C’è molta più bellezza in dialoghi che evocano e che all’apparenza sono sconclusionati piuttosto che in ragionamenti che cercano di portare la ragione da una parte per interesse, arroganza, intrinseca debolezza.

E ci doveva essere del bello in ciò che accadeva, nelle cose che venivano dette, nel succedersi di parole così piene di umori gettati contro qualcuno, contro un’idea, contro le pareti, il soffitto, visto che anziché guardare negli occhi spesso veniva fissato ciò che stava oltre. Doveva da qualche parte esistere una bellezza che ricomponeva uomini, parole, conseguenze. Se si fosse fermato il momento in una fotografia si sarebbero guardati i visi, i gesti, la noia, la tensione di alcuni, il disinteresse di altri. Ciò che portava quelle persone in quel luogo, e le teneva assieme, era uno scopo comune. Solo che ciascuno aveva una propria idea dello scopo, idee e obbiettivi, anche personali, differenti. Il legante era che altrove la possibilità di un successo, di un riconoscimento della giustezza del proprio sentire, si sarebbe affievolita, sarebbero tutti diventati singoli e soli.

Se c’era una bellezza in quell’esile tenere assieme era difficile farla emergere. Forse per questo sentivo l’ineluttabilità del decidere l’altrimenti da ciò che pensavo, e così speravo finisse presto. Perché comunque la fine è un inizio, comunque è una consapevolezza maggiore, comunque se non insegna, almeno riporta ordine alla possibilità e riapre al sogno. Perché prima di ogni cosa che contenga bellezza c’è un sogno, e nel farsi quel sogno deciderà se contenere ancora il bello oppure attraverso la delusione, puntare oltre. Sognare di nuovo e riprendere il bisogno di una bellezza che si vorrebbe tenere, ma sfugge, com’è giusto sia, perché non c’appartiene. Non appartiene. Il massimo a cui possiamo aspirare è condividere la bellezza. Nulla di più, il resto è al suo servizio.