dopo la mietitura

I mucchi di paglia s’allineano in file parallele. La macchina sferragliante ha tagliato, separato le spighe ed è sparita assieme ai trattori carichi di grano. Non tutto però, non tutti i grani che ora luccicano nella terra e satollano gli uccelli e i loro piccoli che appena volano.

Il sole cocente e torrido delle ultime settimane ha caricato l’oro degli steli. L’ha persino stancato nella lucentezza, prosciugandolo d’ogni residua umidità. E’ oro antico, quello che giace tra i solchi, ed emerge da un’arcaica classicità. Com’è antico lasciare l’accesso agli uccelli e ai topolini di campagna. Un tempo avevano la concorrenza dei bambini, che raccoglievano i grani uno ad uno, ma comunque lasciavano quello che manteneva uno stato, un ambiente, un equilibrio d’assieme.

luci di notte

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Inquietano le luci della veglia, la notte dovrebbe ospitare il sonno.

Tornano a mente luoghi in cui le notti si sono consumate senza riposo. Corridoi con piccole luci, sale vuote illuminate da neon impietosi, finestre aperte sul buio denso che inghiottiva la luce.

E da qualche parte c’era chi vegliava.

La veglia è altra cosa da chi non dorme indagando un piacere, oppure mete fatte di piccole eternità.

Svegli e diversi, inseguendo qualcosa che sembra appartenerci oppure appare poco distante da noi. Veglie con gli occhi che si chiudono, e si lasciano andare al sonno e altri che si costringono attraverso singulti di realtà ad esserci. Oltre la stanchezza, oltre il pensiero di sé.

Così tra tante notti consuete, ci sono notti gioiose e altre che scrivono pagine di pensieri con inchiostri intinti di buio.

Allora c’è un demone che non s’acquieta: nella pagina si confondono le righe, la lucidità perduta insegue un pensiero che s’avvita. Sembra chiudersi il sonno nei grigi orizzonti, nelle spirali che perdono sbocchi. Forse allora non bisognerebbe respingere il sonno che porta con sé il sogno…

Il sogno, bestia d’ altre realtà vorrebbe donarle, renderle vive. Anche quando porta a spasso per sentieri su cui i passi non piegano l’erba, quando apre stanze dense del colore che abbiamo dentro, quando affretta la luce pur contenendone una propria. Vorremmo sogni normali quando l’eccezione ci viene donata.

Ma anche i santi sognano e i loro sogni mostrano solo i desideri d’una vita che non li contiene.

una pace intersecata di lampi

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Sta arrivando il temporale. Dal bianco lontano il cielo si sovrappone in dense nubi che infittiscono nel grigio.

Per radio leggono Oblomov. C’è un’ indecisione malinconica nelle parole intrise di mute possibilità perdute. Emerge l’ansia di Stolz per la felicità di Olga: sente che sarà felice se la felicità è di entrambi. Oblomov è distante, le vite si sono svolte e accontentate. Così in quella preoccupazione di Andrej per quel passeggiare muto, per le verità inespresse e temute, una frase di lei, si fa carico di entrambi e rimette ordine nei cuori ansiosi: Infelice? Sì, io sono infelice perché sono troppo felice.

Convincersi del bene possibile come esso fosse assoluto. E farsene una ragione come accade quando la ragione e il cuore non trovano accordo con un’altra ragione e un’altro cuore.

Nel cielo grigio ora ci sono canti d’uccelli e quiete. Brontolii di tuoni e un piccolo vento fluisce morbido come carezza tra i capelli e muove il folto oleandro della casa a fronte. La campana chiama alla sera, ma suona poco, prima di diventare anch’essa vibrazione di silenzio.

Tutto fa un passo indietro,

Quanta pace attorno intersecata di lampi.

la dote

Alla fine bevi sempre con gli stessi bicchieri, mangi negli stessi piatti, cucini con le stesse pentole. Cambia il cibo e cambiamo noi, ma poco o nulla i mezzi. Impariamo a degustare, mettere i vini nei bicchieri giusti, ma accade ogni tanto e così la fraterna tirannia delle cose d’abitudine c’accompagna. Sembra che queste siano fatte per accompagnarci, per avere un rapporto particolare con noi, e non ci stupiamo che corrispondano nei risultati. Conosciamo una pentola e ciò che è in grado di fare e lei ci ricambia. 

Da piccoli magari avevamo una tazza, o un cucchiaio, o una forchetta che erano solo nostri. Era un elemento di proprietà che ci dava una differenza, un posto particolare a tavola, un inizio di identità. E abbiamo continuato ad avere cose solo nostre, anche se le credenze e i cassetti intanto si riempivano di stoviglie che sono invecchiate con noi. Servizi che passeranno ai nostri figli e che spesso non vorranno. Il modernariato è una grande assemblea di desideri realizzati da altri, di occhiate alle vetrine, di regali tenuti con cura prima e con indifferenza poi.

Guardando i ripiani ricolmi si capisce la ridondanza, la sua gentilezza che contiene una mancanza, un ordine interiore naufragato sugli scogli dell’utile. I dono e il desiderio hanno accumulato un bello destinato a non raccontarsi quasi mai. E questa è la mancanza, ovvero quello che si è mostrato come sicurezza e possesso non ci ha allietato. Così tra gli scaffali che rivelano piccoli ricordi dimenticati emerge il bisogno di semplicità, un tributo all’innocenza possibile, un’altra possibilità di vita.

Avevo una forchetta d’argento. Era la mia, forse residuo di qualche dote sciupata. Con tre rebbi, da frutta, andava benissimo per le dita bambine. Decoro San Marco. Molto evocativo e veneto. Chissà dove è finita. Mia madre diceva: no la ghe xe? la sarà ‘ndà a san Lazaro. A san Lazzaro c’era la discarica. Dava la giusta importanza alle cose, mia Madre. 

elogio dello shampista

Ci sono molti birignao, luoghi comuni, paccottiglia e saggezza a metro. Cose che sembrano prive d’intelligenza e di profondità. Collage e rimasticature. Ma prima di girare la testa infastiditi, perdiamo un minuto per capire cosa c’è dietro quello che consideriamo kitsch. Cosa pensano queste persone che sembrano avere un pensiero superficiale e sopratutto sembrano non pensare per loro conto. Chi le ha educate a dare forma alle loro emozioni con pensieri altrui? Le loro non sono forse le stesse emozioni che prova chi ama indipendentemente da intelligenza o grado di cultura? Oppure si pensa che l’emozione sia funzione della capacità di apprendere? Non c’è una eguaglianza nella capacità di sentire? Perché se così fosse, ed è una tentazione non solo snobistica, alla superiorità economica e a quella intellettuale, si aggiunge quella del sentire, il che basta per mettere un dominio nel dominio, una discriminazione nella discriminazione. In fondo l’intelligenza dà il meglio di sé quando attacca il potere, ne dimostra l’inconsistenza dei presupposti partendo proprio dall’eguaglianza. Quando attacca il comune sentire rifiutandolo e basta, quando non ha la funzione di far emergere la persona, si pone oggettivamente al servizio del potere che l’asserve. Si può pensare alto, essere comprensibili solo a sé, ma bisognerebbe ricordare che nel luogo comune si annida la stessa trappola e la stessa intelligenza di chi sa usare bene il rasoio di Occam. Allora indagare nelle pieghe del banale fa scoprire non poco di noi e forse lo rende meno banale, nei sentimenti in particolare, visto che sono così eguali. Forse la sfida maggiore non è la tecnologia, è piuttosto innalzare il senso comune, renderlo un po’selettivo, magari schifiltoso, ma cosciente. 

fuori, il semaforo

Il sapore di caffè satura il gusto. Rimane un amaro temperato, un preannuncio di dolce.

Le parole sono saltellate da una bocca all’altra, hanno screziato di lampi divertiti gli occhi, prima disteso e poi tirato il viso, e i sorrisi non sono mancati.

Le mani hanno manipolato l’aria, fornendole contenuti e forse lei s’è stupita di ciò. Un tono di voce ha fatto girare una testa, l’altra già guardava, e per un attimo, sono stati stupiti e curiosi, gli sguardi, poi sono tornati estranei, distratti da uno scroscio improvviso di tazze.

Un guaio? Forse no. Ma tutti, per un attimo, siamo diventati un po’ vergognosi d’innocenze immeritate, prima di tornare a guardare gli occhi e le mani.

E le parole e i silenzi sono ripresi, gli argomenti rimessi in moto, come le auto ferme al semaforo, oltre la vetrina schermata agli sguardi.

Il rosso, il verde, il giallo, si vedono. Basta alzare gli occhi verso il cielo e sono li che schermano le stelle e contengono, in quello scorrere di piccoli minuti, pensieri che portano a luoghi, idee, obbiettivi. 

C’è un senso di ripetitività nell’aria, che mescola, con la luce, i gas di scarico. Radicali d’azoto e carbonio, liberi di fluttuare verso abitacoli e ciclisti.

Cambiamo discorso? Ma no, mi piace parlare, non ti accorgi che…non c’è noia, c’è solo il tempo che scorre troppo in fretta e s’illumina di verde, di rosso, di giallo, nella sera che viene.

niente da dichiarare

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Ronzano le notizie del giorno, cose già accadute, consumate. Guardo verso il cielo, c’è un azzurro stinto che sfuma in grigio, nuvole colorate. Lo so che non è vero, ma il freddo sembra mangiarsi la luce. Più bassi, tra le case, alberi zitti, facciate colorate che perdono brillantezza, balconi aperti solo dove si vive. Ieri notte, dagli appartamenti che ospitano studenti sul corso, finestre aperte, musica ad alto volume e voci punteggiate di scoppi di risa. L’appartamento a fianco era buio e silenzioso, ma le finestre erano altrettanto aperte. Le vedevo tra il fumo denso di sigaro e il vapore del fiato. Erano tutti altrove e forse al rientro la casa sarà sembrata meno accogliente, ma la disattenzione è giovane e incurante di utilità, è un tratto d’essere, uno stile. Si invecchia nell’attenzione alle cose.

La luce scema, diminuisce a vista d’occhio, i lampioni sottolineano l’assenza. Magritte ci vedrebbe l’inquietudine malinconica dello spettatore. Chi osserva è privato di qualcosa che altri hanno, fosse solo il tepore giallo d’una casa. L’osservatore non ha ancora pensato agli affetti possibili che sembrano esserci in un posto caldo e intimo, eppure già ne sente la mancanza. Nelle infinite variazioni della curiosità, l’assenza non viene considerata un movente, è quindi possibile muoversi in una scala senza limiti, c’è un desiderio insoddisfatto, una ricerca, una coscienza d’esso quando è già diventato altro. Nel nostro metereopatico oscillare tra stagioni, luce e calore, portiamo le storie in contesti indifferenti. Nulla di oggettivo, solo un ricordo intenso che riallaccia questa sera in un desiderio vissuto chissà dove. A Kiel, forse, oppure a Venezia, o a Odessa, o a Trieste. Era bisogno di calore, nostalgia, affetto, oppure futuro andante, ma molto, molto mosso e precario. Allora cosa conta il luogo? Nulla. Ricordo perfettamente che la luce scemava, si scioglieva tra le case e dietro d’ esse si sentiva rumore di mare, c’era un profumo di legna, il freddo che cresceva, e la sensazione che la solitudine entrava nelle ossa, scorreva dentro e usciva attorno. Non era ancora aggressiva, era curiosa e con la fatica di vivere che cresceva. Si sarebbe potuta riposare entrando in quelle finestre piene di luce, in quel suono di pianoforte, in quella sensazione di caldo che emanava la grande casa fiduciosa. Era tutto inerme e trasparente, e non c’erano persone visibili che passassero da una stanza all’altra, intente a cose belle e loro. Così l’assenza di figure includeva tutto: la pace, il calore, il rifugio contro il freddo e la notte, l’affetto possibile, l’odore tiepido della pelle nell’abbraccio che accoglie, il profumo che si spande quando si è molto vicini, le parole, i sorrisi, il sentirsi. E includeva pure il silenzio che non viene mai detto, quando si è assieme, eppure è così pieno e dolce …

parole

Una infinita cascata di parole inzuppa il Paese. E come in un giorno d’estate, ritornati bambini, tantissimi si lasciano bagnare. Eppure le condizioni materiali dei cittadini non sono migliorate in questo anno di transizione (si spera) verso qualcosa di differente. Ma cos’è, dove sia e come si possa raggiungerlo, questo mutamento positivo, non è certo. Le parole offuscano le relazioni causa-effetto, ed evocare un cambiamento, spesso punitivo, non basta ad essere certi che per un sacrificio ci sarà una ricompensa. In questi giorni ho sentito un profluvio di immagini, di similitudini, di metafore. Una girandola variegata che ha portato gli occhi altrove dagli esuberi Alitalia e Meridiana, dai licenziamenti Tyssen Group, dalle casse integrazioni senza ormai azienda in cui tornare, dalle 160 vertenze aperte presso il ministero del lavoro. In piazza san Giovanni, la segretaria Camusso, arrancava con le parole un po’ usate: diritti, lotta, sciopero, contrattazione. Altrove tutte queste parole venivano irrise, giudicate vecchie, parte di una generazione di ideali vetusti e portate innanzi da persone incapaci di capire come funzione un iphone, una macchina digitale, un computer. Il vecchio e il nuovo che malamente si confrontano, dove il primo chiede di discutere con gli strumenti che conosce, con quello che è stato elaborato in decenni di confronti con risultato positivo e il secondo gli risponde che non è più un soggetto portatore di soluzioni, di cultura, di problemi. Ma davvero è una questione generazionale, un modo nuovo di capire la realtà? oppure è un diverso modo di usare le parole, di offrire una risposta verbale ad un Paese stremato, che non lotta più e vuol darsi una tregua, una speranza (che come tutte le speranze non ha bisogno di motivo e neppure pretende di diventare certezza). Leggendo il materiale a disposizione sui decreti delegati del Job Act, capisco che non viene indicato il lavoro vero che ci sarà alla fine, se spariranno le decine di contratti atipici, se chi lavora -o vorrebbe lavorare- sia esso giovane o meno giovane, troverà un lavoro e non solo una precaria occupazione. Però sentendo le parole sembra che tutto questo ci sia, allora capisco che ci sarà uno jato tra realtà e promesse, che ciò che davvero manca è una indicazione, un piano per lo sviluppo del Paese che da decenni latita e lascia alla sola iniziativa privata il compito di provvedere alla crescita. Ma questa iniziativa si è dimostrata insufficiente, spesso incapace, e allora torno sulle parole, quelle nuove, colorate e troppe da una parte, e quelle vetuste, logore, grigie, dall’altra. E mi convinco che siccome di parole ce ne sono state sempre più del necessario, dovrebbero essere i fatti a dare speranza, a dimostrare la giustezza di ciò che si fa. La realtà è una dura maestra. Ma la realtà rende flebile la speranza, la circonda di dura fatica, la mette in un percorso in cui chi conduce ha lo stesso rischio di chi è condotto. Proprio lo stesso rischio, non quello delle liquidazioni d’oro dopo i fallimenti. E troppi sono ancora le scialuppe per la prima classe e troppo pochi i salvagente per quella economica. Falso in bilancio, evasione fiscale, carcere per i reati finanziari, tutele per la fuga di capitali, ecc. ecc. non fanno parte del lessico trionfalistico di questi giorni perché parlare di questo, non dà colore ai discorsi, non infiamma, fa scappare i finanzieri d’assalto, i bon vivant, e al più racconta di equità e giustizia in un Paese che sembra preferire i furbi agli onesti. Forse per questo queste idee, a me care e importanti, sono diventate rare e difficili. Perché non si vede la riva, e così, finché si nuota, ci vengono raccontate storie e parole che non ci appartengono, ma che ci invitano a immaginare una salvezza facile e vicina (naufraghi, ecco quello che davvero siamo, di idee, di progetti comuni, di certezze), e questo ci espone tutti ad una scelta: valuteremo la realtà di ciò che viene promesso, oppure ci accontenteremo del calore delle parole che tratteggiano un futuro possibile? E’ una scelta drammatica, disperata per certi versi. Emerge in molti la tentazione di lasciare ad altri il compito di analizzare, riflettere, indicare soluzioni, come se la stanchezza del vedere la realtà ora fosse impossibile da superare. Credo invece che tutti dovremmo essere coinvolti, non dalle parole, ma da un progetto che condividiamo. Si usano esempi affascinanti ma poco italiani, è strano evocare Steve Jobs in un Paese che non ha più nessuna filiera tecnologica innovativa leader mondiale. E’ strano parlare di investimenti quando i privati se ne vanno dopo aver lucrato per decenni sugli aiuti di stato. E’ strano immaginare che i talenti che abbiamo restino senza un piano che investa denaro pubblico per le start up, per le nuove tecnologie, per la ricerca, per il lavoro che non sia solo occupazione, ma contenuti, competenze, abilità innovativa. C’è una strana mescolanza tra le parole: futuro, tecnologia, presente. Come se ciascuna di esse fosse automatica negli effetti e gratuita. Come se il futuro, per il solo fatto di tratteggiarlo, fosse già presente. La parola vivifica ciò che vorremmo, ma non lo rende reale, lo rende perseguibile. E questo costa fatica. Allora la domanda oltre le parole è: siamo disponibili a far fatica, sacrifici, condividere un percorso per raggiungere qualcosa di certo? E questo obbiettivo è di ciascuno, di alcuni, oppure è di tutti? 

spunti sull’amore sino al luogo dei corpi

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Nell’incontro supponiamo l’eguaglianza, la vogliamo, ma è la differenza che ci affascina, e ci sconcerta, gettando luce diversa sulle nostre vite.

Nel timore di non essere adeguati a quanto accade, dapprima non ci si mostra come si è ma come vorremmo essere visti. Ed è inutile perché l’altro vede ciò che vuol vedere. 

Prima o poi si capisce che l’esperienza dell’amore è necessaria, non la sua conoscenza.

Solo nell’amore si vorrebbe davvero vedere il cervello nudo.

Il luogo dei corpi è il luogo dei confronti.

E delle sintesi.

gli uomini del fango

Se fossi in loro mi offenderei.

Per l’assenza di soluzione ai loro problemi e per la somma di luoghi comuni di cui sono oggetto. Per la fuga dei cervelli, per le bombe d’acqua, per la tragica fatalità e per il tutto era già previsto che gli raccontano. Mi offenderei per la presa in giro d’una realtà raccontata, così pelosa e inconsistente da essere sui giornali per tre giorni e poi archiviata. Come si potesse archiviare la realtà…

Angeli del fango. Chissà cosa significa?

Che non si sporcano a spalare merda e fango? Che sono buoni e che rappresentano una sorpresa positiva nell’indifferenza di chi è stato graziato dall’incuria o dalla sorte? I giovani che stanno dando una mano a Genova, sono quelli che abbiamo attorno tutti i giorni. Che troviamo per strada e sono allegri o tristi, che vediamo a piedi, in bicicletta, in motorino. Che vivono in una scuola indecisa su cosa dargli, tra datori di lavoro che invece sanno cosa dargli, cioè poco o nulla. Sono gli stessi giovani che vogliono divertirsi, ma anche avere un futuro. E se credono sempre meno nella politica è perché la politica gli ha detto che hanno meno speranze dei loro padri. Però sono giovani, non ancora consumati dall’indifferenza di chi comunque ce l’ha fatta, e allora si rimboccano le maniche in cerca di un posto di lavoro, studiano, s’impegnano sperando che davvero serva per avere un mestiere.

Nello spalare fango e liquame c’è il massimo della solidarietà e il minimo dell’efficienza. Per spalare con efficienza vanno bene le ruspe, ma se non ci sono o non hanno conducenti, che si fa? Si rispolvera la solidarietà e ci si mette a spalare. Solo che lo stato sono le ruspe assieme alle braccia dei cittadini e se mancano le prime allora è lo Stato che manca. Questi ragazzi non se ne rendono conto, ma ciò che buttano nei rivoli verso il mare è il prodotto di quello che ha reso difficile la loro vita. Uno Stato che interviene a posteriori, che non provvede all’evidenza, dove chi governa il territorio ha paura o peggio, altri interessi, dove la fragilità non è il fatto idrogeologico, ma la vista e la memoria. Uno Stato che sta per adottare un provvedimento che renderà ancora più facile il cemento e l’ha chiamato sblocca Italia, ma non ha ruspe, non ha giudici efficienti, non ha condotte fognarie, canali che portino a mare, non ha coscienza collettiva.

Quello che ci tiene assieme è il minimo dell’efficienza, lo sperare che vada bene. Questo fa parte della coscienza che nasce in famiglia e riguarda i beni comuni, ma a tutti, fuori, i principi che vengono insegnati riguardano il successo di sé, e sono la competitività, la velocità, l’efficienza, la brevità, la resilienza. Sì, anche la resilienza perché in un autoscontri vince chi reagisce meglio alle botte. Qualcuno parla anche di solidarietà, ma sottovoce perché non è di moda come fondamento della politica e così sembra riservata all’antica carità cristiana: la pietà per chi non ce la fa, non il mettersi assieme per cambiare le cose. Renzi non è ancora andato a Genova, luogo difficile in questo momento, Grillo ci va domani, aveva la kermesse 5 stelle a Roma. I due non sono la stessa cosa, preferisco chi proverà a fare, non chi distrugge ogni cosa che tocca. In questi giorni parlare di peste non è bene, abbiamo tutti una vaga inquietudine per Ebola, e abbiamo visto troppi film di fantascienza. Credo che mettere assieme sia la cosa più difficile, che urlare e additare nemici sia più facile. Chi amministra è marginale nel movimento di Grillo, vorrà pur dire qualcosa. Confesso che la mia generazione ha molte colpe, una è quella di non aver ascoltato, o visto, o provveduto. Nel ’66 a Firenze ci potevano pur stare gli angeli del fango, già nel ’70 a Genova (eh sì, accade spesso) era difficile, ma se i figli e i nipoti di quelli di allora sono ancora a spalare, qualcosa nella coscienza ce lo portiamo. I ragazzi di quasi 50 anni fa, una speranza l’avevano, ora questa non c’è, si deve creare. Può nascere una speranza dal fango? Sì, se una coscienza di un giorno, di una settimana, diventa una coscienza comune, se si crederà alla realtà e non alle parole, se quelli che ora sono angeli diventano uomini. Ben più terribili degli angeli, e sporchi di realtà, gli uomini. Un esercito di giovani determinati al cambiamento può cambiare la fatalità, i luoghi comuni, la protezione civile con l’aspirina, la metereologia che non c’è, l’Italia. Sono grandi gli uomini del fango.