pozzanghera

cropped-dsc06341-2.jpg

Per terra si sono addensate

conosciute e sparse meraviglie,

la testa non è più bambina,

separa, classifica, ordina,

ed ogni stupore vive a sé stante.

È mercurio che cerca fratelli,

fino a farne un’unica pozzanghera

riflettente.

selfie ϑεολογία

A volte guardando la stessa fotografia di sé, si riconosce un altro. E poi, in altra occasione, guardando la stessa fotografia, emerge ancora un’altra persona. Sono differenze di particolari. Chi ci ha visto e fotografato, chissà a cosa puntava. Voleva un sorriso oppure il pensiero che attraversava mente ed occhi? Voleva essere rassicurato, tenuto da conto, amato e ce lo chiedeva attraverso l’espessione, oppure si ingegnava di trovare la differenza, indagare su ciò che sino a quel momento non aveva notato chiaramente eppure sapeva esserci. Il lato oscuro, insomma.

Molto più facilmente, avrà fermato un attimo purchessia, e il contesto aveva lo stesso senso della nostra presenza: c’eravamo entrambi, c’era il sole o una pioggia battente, condividevamo, eravamo felici, il luogo era singolare, ecc. ecc.. L’immagine era già nata come un rafforzamento del ricordo, utile per i momenti meno luminosi, un lasciare e tenere traccia d’essere stati. Cosa e come, contava molto meno, questo in fondo, serve poi e lo si lascia alla più fallace e creativa delle facoltà, ovvero la memoria, ma è importante che essa agisca anche per prove. Perché le continuità di questo hanno bisogno, di prove, mentre le passioni, gli innamoramenti o le assenze esigono altro, della poesia, ad esempio, del non stato, del presumere, dell’assenza della verifica.

Comunque sia guardando la fotografia di me vedo un’aria ironica, lievemente sbarazzina, quasi incurante di ciò che sta attorno, come pregustassi una evoluzione. C’è un lampo negli occhi che può essere di ingenuità (il bimbo che emerge?) oppure di contentezza senza un motivo particolare che non sia la comprensione di star bene.

Rivedo la stessa fotografia, dopo parecchio tempo, è uscita da sola nell’immenso salva schermo che toglie dall’oblio il rumore del mondo che abbiamo fotografato. Vedo altri particolari. Mi riconosco vedendo altro di me. Mi studio, cosa chiaramente inutile perché nel vedersi davvero, funziona solo l’intuito e l’impressione. Dall’osservazione analitica  emergono le difficoltà, i difetti d’immagine, la conformità alla maschera che è l’opinione di sé e si colgono le cose che non vanno, ma è superficie, cos’è che va invece ? Tolto il narcisismo, resta il comprendere ed è questo che si dovrebbe fare anche davanti allo specchio, nel selfie, che è sempre un messaggio a qualcuno: chi sono, cosa guardo, a cosa sto pensando e soprattutto chi vorrei essere che m’assomiglia?

 

attesa


  • La vita germina nel segreto,
    e nel mistero
    si nutre di luce,
    e generosamente la ridona.

un albero

Ti sei lasciato scavare, piano, con gli anni, da uccelli che inseguivano insetti,

insetti che volevano cibo e poi talpe, topi,

animali che correvano e lenti innamorati.

Questi ultimi toglievano un po’ di pelle, scrivevano date, promesse, tracciavano cuori.

Era corteccia, ma era pelle, respirava,

ricca d’amore, sensibile al vento e alla pioggia, si godeva il sole e l’ombra che arrivava nel giorno,

fino al fresco della notte.

Rabbrividiva, nel sentire una schiena che si posava,

e una parola incisa la faceva trasalire. 

E in questo imparare, il corpo s’è curvato ad accogliere,

a tenere, aria, vita, acqua, amore.

Di questo essere, vorrei dar testimonianza,

del tuo accogliere,

ed essere storia d’abbracci, senz’altro dire. 

Perché l’abbraccio è da solo una lingua,

una pazienza,

una forma dell’ amore.

ripensamenti

image

Avevo scritto un testo  di getto. Parole che erano uscite a fiotti, dove era solo la meccanicità dello scrivere a far da argine, poi mi sono fermato e ho messo da parte. L’ho riletto stanotte, e l’ho trovato troppo proteso verso qualcosa. L’immagine era quella di uno sporgersi da un balcone cercando di toccare una mano. Nessuna pretesa di afferrare, di usare il verbo avere, ma la voglia di far sentire calore, come si usa nel silenzio e nel linguaggio delle mani che si cercano.

Però mi è sembrato eccessivo, troppo scoperto e nudo e allora ho tolto aggettivi, retrocesso pronomi, impastato i verbi di realtà, sfumati gli assoluti. ( Che poi così assoluti non erano, sembravano, al più, bricole di laguna a cui attaccare una barca, e mentre si riposa mangiando in compagnia, si guarda l’acqua che traccia linee nette, si ascolta il rumore che sciacqua e parla e muove per suo conto conchiglie e piccoli sassi e noi )

A furia di limare ne è venuta una forma tondeggiante. Poteva essere un sasso di fiume che si era rotolato così a lungo da bearsi della sua condizione, ma era pur sempre sasso. E se arriva in testa fa male, e se ci si cammina sopra fa un po’ barcollare, ma almeno non lacera la pelle pur facendo ben sentire la sua presenza. Non mi piaceva la compattezza del sasso e se guardavo il tutto da altra angolazione, il risultato poteva essere una bolla di sapone. Una grossa bolla come quelle che fanno gli artisti di strada, facendola uscire da un telaio e mandandola nell’aria. Piena di fascino e translucida di arcobaleni, precaria di futuro, però felice di un fallibile presente. Mi piaceva questa analogia e avrei voluto che le parole fossero così eteree da sollevarsi dal peso del dire, avere la libertà di scoppiare di significato, lasciando un ricordo fugace, qualche goccia controluce e una sensazione di inafferrabile bellezza.

Allora ho capito che non era rimasto nulla e mi sono sentito più leggero. 

uggia

Oggi la giornata è particolarmente uggiosa, cielo grigio su, foglie gialle giù.  E non sogno California.

Ma cos’è l’uggia che è uscita dalle parole usate e dalle possibilità reali delle vite di corsa? È una condizione umorale del flâneur, del rentier, del fannullone che oggi si chiama neet, oppure essa è scomparsa con l’età ed è stata riservata ai bambini, che corrucciano il labbro, diventano insofferenti e gridano : mi annoio!

Di cosa, di che?

Oblomov frequentava l’accidia, che è anch’essa scomparsa dai vizi, ma era comunque più attiva dell’uggia. Perché l’uggia è l’ombra degli alberi che ammalora le piante sottostanti. Cioè toglie loro la luce e la possibilità di crescere appieno, di godere della propria natura. Se poi l’uggia la portiamo nel sentire, essa diventa la noia che si accompagna ad una leggera inquietudine. Un non saper che fare accompagnato da un senso di incompiutezza. E quindi, forse, colpa. Ma è tutto leggero, può mutare se qualche sole si accende e ciò che non è concesso alle piante, il muoversi, a noi è dato, quindi per uscire dall’uggia è necessaria una luce. Quale essa sia ciascuno può scegliere. Un piacere momentaneo, un’attenzione improvvisa, un cercare nel sensibile oltre l’apparenza.

Non avendo ricette, mi tengo la parola e la scavo per coglierne l’essenza, vedo che essa mi riguarda quando il tempo dell’impegno si sospende, quando esso s’associa al mettere da parte e al tempo stesso attendere una soluzione che mi illumini. Devo mettere argine prima che questo sentire diventi molesto, cerchi colpe dove non ci sono. Abbandono le cose che non attraggono, non devo stare qui, esco e qui l’uggia aumenta. Sono le luci di natale che ormai invadono ovunque. Non è la luce che cerco, sento odore d’affari, di festa fasulla. Il kitsch è così sparso da suscitare repulsione. Capisco che l’uggia si dissolve e sta mutando in rivolta, non sopporto, ma neppure mi rintano. Sono costretto a cercare più a fondo. M’innamoro di un libro, lo apro tra l’odore di carta delle piccole librerie, e trovo :

se un giorno, all’improvviso,

un’anima ordinaria- per ragioni

imperscrutabili- si inceppa,

il canto di lode verso

il mondo più non sale.

Un malessere molle

e penetrante la invade –

corpo e sensi, una nausea

indefinibile l’assale.

(VIII- Franco Marcoaldi, Il mondo sia lodato ) 

Allora non sentendomi più solo, leggero, cerco il senso, non dell’andare, dell’essere, del fine, ma quello semplice dell’essere insieme purché anche in silenzio ci si parli. E per miracolo, l’uggia scompare e resta solo la parola.

https://www.youtube.com/watch?v=0peXnOnDgQ8

il voyeur non incontra mai nessuno

Si sprecano troppe parole utili ad altro sentire. Accade ovunque e così non ci si accorge più della differenza, anzi diventa linguaggio e poi modo d’essere comune. I superlativi, le parole che descrivono emozioni stabili e profonde vengono usate per rappresentare un moto d’animo, una pulsione. Il virtuale ha semplicemente portato alla luce ciò che siamo o vorremmo essere, impedendo a chi comunica con noi di discernere se raccontiamo la verità su noi stessi. Manca il linguaggio del corpo che parla assieme a noi. Puntare tutto sulle parole non basta, serve l’ incontro per capire se c’è qualcosa che resta oppure se si deve relativizzare tutto, crederci per un attimo e poi basta. E cosi nel virtuale, si può essere entomologhi che osservano da distante oppure partecipare profondamente, in fondo è praticare un voyerismo che ha alternative e scruta prima di palpitare.

C’è però il rischio di non varcare mai davvero la soglia del tangibile, di immaginare qualcosa che non c’è e allora ci si ritrova soli a dialogare con un fantasma. Certo c’è sempre quella fragilità del dire e dell’essere letti che ci riporta ad unità, e comunque sia, non si può che essere se stessi, ma è un sentire amputato, parziale.

Eppure non poco viene messo in mostra oltre le parole. E anche il bisogno di parlare del nostro disagio ci rivela: il trattare le ferite è il modo con cui si vive. Siamo sempre reduci da qualcosa che ci ha coinvolto, che ha lasciato tracce e solo la cattiva letteratura racconta che esse siano il nostro passato. Sono i nostri fallimenti ma non ci sono stati solo quelli, per fortuna, altrimenti non ci sarebbe nessuna voglia di raccontare. Le ferite che si raccontano col sorriso sulle labbra sono quelle che quasi non fanno più male. Per le altre serve il rapporto diretto, essere abbracciati prima che compresi e la verità del condividere è in quel l’abbraccio.  

Può fare tutto questo il virtuale? Non credo perché è di per sé immoto, cristallizza la realtà nel frame. Mostra un’ immagine del presente, mentre quando si vuole condividere profondamente si ha bisogno di mettere in comune il senso del tempo. Il virtuale fa altro, chiude qualche lacerazione, aiuta a parlare a sé, a riconoscersi per chi cerca di farlo. Non è poco, anzi, ma se si vuole di più, dopo un po’ la meraviglia del riconoscersi nelle parole dell’altro, per procedere, ci sarebbe bisogno di un passaggio di verità che solo la realtà ci può dare.

auto recensione

Leggo abbastanza addietro e trovo una scrittura puntuta, asciutta. A tratti nervosa. Ricca di insoluti. Un pensiero che borbotta tra sé e poi esce per incontinenza. Più sotto, sento il raffrenarsi perché dire troppo non conviene mai. Spesso le chiusure si sospendono, lasciano i compiti per casa, le soluzioni aperte. E cosa c’è di meglio di una chiusura che apre?

Gli aggettivi non ridondano, c’è una ricerca delle parole nella memoria, non nel vocabolario, si sente che esse portano ad altro e affascinano. Mancano, o sono rare, le similitudini e quindi è attenuata la voglia di trarre un insegnamento generale dal particolare. L’aforisma però è presente, la sua asciuttezza ammalia lo scrivere. È pur sempre un po’ moralistico, ma ha la funzione di mettere in ordine le idee e aiuta chi si contrappone: a nettezza si risponde con nettezza.

Complessivamente è il giorno a fare da padrone: ciò che accade urge e trabocca. C’è un piacere nell’urgenza, ovvero quello del consumare perché il tempo lineare non concede ripetizioni. Emerge la necessità di avere più tempi a disposizione, e lasciare che ognuno possa dare ciò che può. Sono scritti notturni o diurni, formazione che è salita, con gioie e fatiche inattese. Insoddisfazione, che implica necessità di soddisfare. Perfezione e innocenza per andare oltre alla realtà, così imperfetta e complicata di colpe non sue. Autoironia e consapevolezza dei limiti messi in una tensione febbrile, vissuta molto più dentro che nelle parole che anzitutto parlano al sé. Priorità, per fortuna, alterate rispetto a ciò che conviene ed è utile. La ricerca di un equilibrio non è pace, ma oltre. E in questo oltre c’è il futuro.

calura

20150721_142841_003[1]

Questo sole, di noi indifferente,

mentre dìsseca piante e arroventa aria,

si mostra alla sua estate.

Come da bambini cerchiamo pozze d’ombra,

portici, bocche di cantine, 

aria antica e fresca che solletica la pelle.

Non abbiamo più la freschezza delle giovani estati,

l’acqua guasta del fiume,

il pavoneggiar di spruzzi il nuoto,

mostrar l’ardire nell’attraversare.

Ci muoviamo poco,

confinati nel fresco di condizionati luoghi,

usciamo il necessario, 

e anche l’anima ne risente

perché il coraggio di mostrarsi ormai s’è sciolto.

È questa, in fondo, la nostra calura

che sbiadisce i colori del presente,

e fa ondeggiare, in indistinta nebbia,

il pensiero di futuro.

 

dopo la mietitura

I mucchi di paglia s’allineano in file parallele. La macchina sferragliante ha tagliato, separato le spighe ed è sparita assieme ai trattori carichi di grano. Non tutto però, non tutti i grani che ora luccicano nella terra e satollano gli uccelli e i loro piccoli che appena volano.

Il sole cocente e torrido delle ultime settimane ha caricato l’oro degli steli. L’ha persino stancato nella lucentezza, prosciugandolo d’ogni residua umidità. E’ oro antico, quello che giace tra i solchi, ed emerge da un’arcaica classicità. Com’è antico lasciare l’accesso agli uccelli e ai topolini di campagna. Un tempo avevano la concorrenza dei bambini, che raccoglievano i grani uno ad uno, ma comunque lasciavano quello che manteneva uno stato, un ambiente, un equilibrio d’assieme.