chissà cosa farà male

Teflon: Ci fu questa grande novità: si poteva cucinare senza grassi, anche senza olio. Bastava non usare forchette e cucchiai e la pentola non si rigava. Così dicevano. Era un’invenzione geniale che Du Pont ha venduto al mondo. È così abbiamo mangiato cibi cotti in pentole di alluminio o di acciaio rivestite di teflon. Per anni, per decenni. Il rivestimento si rigava, poi sembrava consumarsi lentamente e noi mangiavamo verdura e qualche particella di teflon, bistecca o brasato e qualche molecola di teflon. Anche i pomodori al gratin, il fegato alla veneziana, la peperonata, e chissà quant’altro avevano un pochino di teflon. Dipendeva dalla voglia e dalla dieta, e non contava se si era vegetariani, carnivori, vegani o cannibali, un pochino per volta dalla bocca entrava in circolo del teflon. Grave? No, il teflon è inerte o quasi, tiene a bada l’acido solforico, ci fanno le protesi per i trapianti, è sostanzialmente tranquillo fino a 280 gradi centigradi, e allora? E allora perché dovrei avere una protesi diffusa, perché non me l’hanno detto subito? Potevo scegliere se diventare d’alluminio, di acciaio o di teflon, ma non me l’hanno fatto fare, mi hanno solo detto di non strisciare la pentola e così il Politetrafluoroetilene è diventato un pezzo di me, di voi. Non è ben chiaro se nei processi di lavorazione entri qualcosa che può far male in qualche condizione che non conosco, agli uccelli pare faccia male se la pentola si scalda troppo, forse gli uccelli si fanno pentolate di becchime a 300 gradi. Forse. E se comprano pentole cinesi, gli uccelli, a quanto si decompone il presunto teflon?

Pvc: che il pvc fa male lo si sa da tanto, però adesso non me lo scrivono col suo nome. Sulla confezione sta scritto: pellicola trasparente e poi di evitare il contatto con oli e grassi. Anche l’alcol non gli fa bene. I forni deve evitarli, così come i contenitori e i cibi caldi. Già 40 gradi la mettono a rischio questa pellicola. Comunque l’innominata è regolata dal DM 21.3.73  e seguenti modifiche. Che diamine basta andare a leggere… Allora qualunque cosa incarto mi mette un po’ in ansia, quasi quasi comincio a preferire le muffe.

Alluminio: Anche l’alluminio non è proprio inerte. Si commuove facilmente con gli acidi e i grassi sono acidi, cosa combini poi quando entra in giro dentro di noi si sa abbastanza. Anche se ogni tanto gli trovano qualche responsabilità nuova. L’alluminio mi è simpatico, cerco di usarlo bene, di non lasciare nulla  che lo possa corrompere a partire dal sugo di pomodoro, però m’inquieta chi lo  trasforma in padelle e pentole. In Eritrea c’erano delle gran pignatte d’alluminio spesso, molto coreografiche. Era un po’ butterato di puntini neri che, mi dicevano, se ne vanno con le cotture. Restava micro poroso in superficie e sembrava che questa porosità avesse qualche pregio. Ho scoperto quasi subito che derivava dalla bassa temperatura di fusione e la ditta indiana che faceva pentole s chissà che altro usava pezzi di motore in alluminio comprati come materia da riciclare. Pensavo allora, e adesso, che tutta la nostra plastica e metalli e vetro e carta e chissà che altro riciclato ci tornano indietro e non c’è nessuno che verifichi se quello che torna fa bene o fa male. Oppure basta costi poco per giustificare tutto?

Questo mi fa pensare che viviamo nell’ignoranza e che questa è una scelta, che all’inizio ho preso ad esempio qualcosa che teoricamente non fa male per riflettere su ciò che davvero fa male. Perché la conoscenza non rende più sane le nostre vite? Perché qualcuno oltre ad emettere le leggi non ne verifica l’applicazione? Ecco queste sono le domande.

non noi


Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali,
lasciate all’estro che pescava dal profondo,
e di tanta oscurità il colore ne soffriva,
il voler essere cangiante era prigione:
parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini,
chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza,
non noi, così aperti e chiusi,
non noi che donavamo senza risparmio e conto,
eppure di quella necessità d’essere riluceva l’assenza,
il grido acuto che non aveva parole,
non ancora,
o forse mai,
nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno,
mentre da tutto il vero urgeva il noi,
l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.

intercalare

Davvero 

C’è sempre incredulità in un pensiero nuovo. Aria pulita, stupore, e la richiesta di una conferma che ci si rivolge. Si sospende per un attimo la corsa per raccogliere ciò è emerso improvviso e guardarsi attorno. 

proviamo emozioni 

La sorpresa si è sciolta, il passo è leggero. Quella sintesi che si è fatta strada ha mostrato un accesso al profondo, ma è stato un momento e ha lasciato solo un’ impressione. Come un tuffo nell’acqua che risveglia il corpo e gli dice: esisti. 

più per paura 

Ragionare per confronto, per differenza propria, perché senza presunzione, siamo differenti. Da noi, anzitutto. Da ciò che siamo stati e saremo. E il pensiero è la fotografia, sorprendentemente a fuoco, di un momento. Ricca di dettagli, fa uscire dalla velocità che appiattisce le cose, le sensazioni, i desideri. Esce dalla tirannia del presente e ci mostra un modo d’ essere che a volte perdura, ma quasi sempre si perde, dopo aver illuminato e affascinato. Questo è anche motivo dello scrivere: per contrastare un senso di perdita d’occasione alla quale è difficile abituarsi. 

che per passione? 

Nel mio giardino c’è un noce, da san Giovanni si raccoglievano i frutti per il nocino, altri frutti continuavano la loro crescita e poi cadevano senza essere raccolti. Tagliando l’erba, a primavera, vedevo piccole piante che a volte si facevano strada dalla corazza del frutto. Quella forza del crescere mi spiaceva fosse confusa tra gli steli, perché non erano erba ma alberi che volevano fruttificare. Era una foresta che voleva nascere da un solo albero.         Si è chiuso il dubbio iniziale in un nocciolo duro che non ha soluzione; può però germogliare. Lo farà. A volte capita che generi una roccia, altre una ninfea, per questo bisogna camminare leggeri.

Davvero

proviamo emozioni

più per paura

che per passione?

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numeri: l’11

Prende la tensione dell’uno verso il cielo, l’accostamento di coppia che è già intesa erotica, riscatta la banalità del 10, dopo la capriola del 9, ed è l’apertura di una modalità nuova, un impegno sinora sconosciuto nelle sequenze dell’unicità, il confronto con l’altro.

C’entra il palindromo? Non penso, anche perché la convenzione umana di numeri e date è una pallida prefigurazione del mistero delle coincidenze. Ma l’11 non coincide, s’affianca, si confronta e sovrappone, non si ripete, è individuo doppio: mancasse il respiro tra l’uno e l’altro perderebbe la qualità e si disperderebbe nell’unicità. Il palindromo però è un evocatore demoniaco.

Uno dice: in agguato c’è il palindromo, la lettura doppia. Non fidarti dell’evidenza, il palindromo si nasconde nei dettagli, si insinua nei pensieri e perde chi li pensa.  Fuggi dal palindromo perché il palindromo è un gran fascinatore, e via dicendo. E’ il fascino della specularità senza specchio, il luogo dei gemelli, altro grande evocatore d’inquietudine e fascino che implica la ricerca della differenza presi dallo stupore dell’eguale che non si eguaglia. Insomma l’ 11 apre una serie che usa due volte il segno e pure essendo il più semplice tra i doppi apre una porta fantastica, ricca di fantasia che non risponde a regole, ma da destra o da sinistra inizierà la fantasia?  Chi considera il calcio una rappresentazione pratica degli scacchi, non avrebbe dubbi: da sinistra. Là dove c’è il piede e il luogo del diavolo, la maglia di Mariolino Corso e di Gigi Riva, il genius loci imprevedibile che sovverte e vince. 

non dare caramelle agli sconosciuti

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Fuori il cielo è diventato color piombo. Ha anche la stessa consistenza. Solo le nubi verso occidente sfrangiano al giallo. A chi conosce un po’ di chimica qualitativa viene da sorridere perché i sali di piombo sono rivelati dal giallo e l’aranciato. Intanto cumuli nembi, incuranti delle spiegazioni sui colori, si sono caricati di lampi, e adesso tutto si sussegue con quel timore atavico che lega l’uomo alla folgore. Finita la festa di saette, alcune vicine, sarà la pioggia ad avvolgere strade e case.

Tutto consequenziale, prevedibile, si può essere persino grati del rumore sul tetto e del brontolio che s’allontana. Evidentemente, non c’è nulla da capire, basta sentire e vedere.

Nell’uso delle parole, ben più pericolose delle saette, c’è un senso che appartiene a chi le dice. Chi ascolta, non di rado, manifesta una prevedibilità che coincide col desiderio. Si vorrebbe finisse in un certo modo la frase, il racconto, oppure capire così tanto da coincidere con la testa di chi ha scritto. Ma questo è il caso migliore, perché la maggior parte ascolta o legge distrattamente: non vuole fare fatica. Per questo non si deve spiegare, evitare le glosse che peggiorano l’incomprensibilità. Pensate ai vostri anni scolastici o ai libri complicati, chi leggeva davvero le noiose note a piè di pagina, o peggio a fine volume, spesso più oscure del testo e soprattutto quando si leggeva, quell’andare avanti e indietro non peggiorava forse l’attenzione,  rivelando i buchi e l’ignoranza pregressa?

C’era però un fatto piacevole in tutto ciò, l’attenzione sviava verso angoli inattesi, poco spieganti, ma interessanti e fecondi. Spesso emergeva l’idea che superata la fatica quei pensieri così freschi e nuovi sarebbero stati ripresi, che qualcosa di originale sarebbe nato da quello che si comprendeva più o meno. Non andava così, ma l’impressione che qualcosa di utile fosse nato dall’incomprensione restava.

 Per questo bisogna accettare l’oscurità.  Anche propria. Perché è feconda e perché le parole nel migliore dei casi sono imprecise. E poi non si vuole davvero dire tutto, ma ciò che conta è selezionare chi è curioso, e può diventare complice. Cioè talmente vicino da interagire con le nostre presunte oscurità.

E per questo penso sia meglio non dare caramelle agli sconosciuti, le masticherebbero, impazienti, chiedendone altre. Una caramella come una nube, non si spiega, ma  che fine farebbe la dolcezza di ciò che davvero si vuole condividere?

a proposito di enigmi, meglio il primo o il secondo brano? 🙂

pozzanghera

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Per terra si sono addensate

conosciute e sparse meraviglie,

la testa non è più bambina,

separa, classifica, ordina,

ed ogni stupore vive a sé stante.

È mercurio che cerca fratelli,

fino a farne un’unica pozzanghera

riflettente.

selfie ϑεολογία

A volte guardando la stessa fotografia di sé, si riconosce un altro. E poi, in altra occasione, guardando la stessa fotografia, emerge ancora un’altra persona. Sono differenze di particolari. Chi ci ha visto e fotografato, chissà a cosa puntava. Voleva un sorriso oppure il pensiero che attraversava mente ed occhi? Voleva essere rassicurato, tenuto da conto, amato e ce lo chiedeva attraverso l’espessione, oppure si ingegnava di trovare la differenza, indagare su ciò che sino a quel momento non aveva notato chiaramente eppure sapeva esserci. Il lato oscuro, insomma.

Molto più facilmente, avrà fermato un attimo purchessia, e il contesto aveva lo stesso senso della nostra presenza: c’eravamo entrambi, c’era il sole o una pioggia battente, condividevamo, eravamo felici, il luogo era singolare, ecc. ecc.. L’immagine era già nata come un rafforzamento del ricordo, utile per i momenti meno luminosi, un lasciare e tenere traccia d’essere stati. Cosa e come, contava molto meno, questo in fondo, serve poi e lo si lascia alla più fallace e creativa delle facoltà, ovvero la memoria, ma è importante che essa agisca anche per prove. Perché le continuità di questo hanno bisogno, di prove, mentre le passioni, gli innamoramenti o le assenze esigono altro, della poesia, ad esempio, del non stato, del presumere, dell’assenza della verifica.

Comunque sia guardando la fotografia di me vedo un’aria ironica, lievemente sbarazzina, quasi incurante di ciò che sta attorno, come pregustassi una evoluzione. C’è un lampo negli occhi che può essere di ingenuità (il bimbo che emerge?) oppure di contentezza senza un motivo particolare che non sia la comprensione di star bene.

Rivedo la stessa fotografia, dopo parecchio tempo, è uscita da sola nell’immenso salva schermo che toglie dall’oblio il rumore del mondo che abbiamo fotografato. Vedo altri particolari. Mi riconosco vedendo altro di me. Mi studio, cosa chiaramente inutile perché nel vedersi davvero, funziona solo l’intuito e l’impressione. Dall’osservazione analitica  emergono le difficoltà, i difetti d’immagine, la conformità alla maschera che è l’opinione di sé e si colgono le cose che non vanno, ma è superficie, cos’è che va invece ? Tolto il narcisismo, resta il comprendere ed è questo che si dovrebbe fare anche davanti allo specchio, nel selfie, che è sempre un messaggio a qualcuno: chi sono, cosa guardo, a cosa sto pensando e soprattutto chi vorrei essere che m’assomiglia?

 

attesa


  • La vita germina nel segreto,
    e nel mistero
    si nutre di luce,
    e generosamente la ridona.

un albero

Ti sei lasciato scavare, piano, con gli anni, da uccelli che inseguivano insetti,

insetti che volevano cibo e poi talpe, topi,

animali che correvano e lenti innamorati.

Questi ultimi toglievano un po’ di pelle, scrivevano date, promesse, tracciavano cuori.

Era corteccia, ma era pelle, respirava,

ricca d’amore, sensibile al vento e alla pioggia, si godeva il sole e l’ombra che arrivava nel giorno,

fino al fresco della notte.

Rabbrividiva, nel sentire una schiena che si posava,

e una parola incisa la faceva trasalire. 

E in questo imparare, il corpo s’è curvato ad accogliere,

a tenere, aria, vita, acqua, amore.

Di questo essere, vorrei dar testimonianza,

del tuo accogliere,

ed essere storia d’abbracci, senz’altro dire. 

Perché l’abbraccio è da solo una lingua,

una pazienza,

una forma dell’ amore.

ripensamenti

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Avevo scritto un testo  di getto. Parole che erano uscite a fiotti, dove era solo la meccanicità dello scrivere a far da argine, poi mi sono fermato e ho messo da parte. L’ho riletto stanotte, e l’ho trovato troppo proteso verso qualcosa. L’immagine era quella di uno sporgersi da un balcone cercando di toccare una mano. Nessuna pretesa di afferrare, di usare il verbo avere, ma la voglia di far sentire calore, come si usa nel silenzio e nel linguaggio delle mani che si cercano.

Però mi è sembrato eccessivo, troppo scoperto e nudo e allora ho tolto aggettivi, retrocesso pronomi, impastato i verbi di realtà, sfumati gli assoluti. ( Che poi così assoluti non erano, sembravano, al più, bricole di laguna a cui attaccare una barca, e mentre si riposa mangiando in compagnia, si guarda l’acqua che traccia linee nette, si ascolta il rumore che sciacqua e parla e muove per suo conto conchiglie e piccoli sassi e noi )

A furia di limare ne è venuta una forma tondeggiante. Poteva essere un sasso di fiume che si era rotolato così a lungo da bearsi della sua condizione, ma era pur sempre sasso. E se arriva in testa fa male, e se ci si cammina sopra fa un po’ barcollare, ma almeno non lacera la pelle pur facendo ben sentire la sua presenza. Non mi piaceva la compattezza del sasso e se guardavo il tutto da altra angolazione, il risultato poteva essere una bolla di sapone. Una grossa bolla come quelle che fanno gli artisti di strada, facendola uscire da un telaio e mandandola nell’aria. Piena di fascino e translucida di arcobaleni, precaria di futuro, però felice di un fallibile presente. Mi piaceva questa analogia e avrei voluto che le parole fossero così eteree da sollevarsi dal peso del dire, avere la libertà di scoppiare di significato, lasciando un ricordo fugace, qualche goccia controluce e una sensazione di inafferrabile bellezza.

Allora ho capito che non era rimasto nulla e mi sono sentito più leggero.