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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

neanche un grazie

Dev’essere qualcosa che ha a che fare con l’attenzione, troppe cose sono date per scontate. Oppure è l’invidia che porta a scartare ciò che le dà fastidio. Forse è il giudizio, che ridimensiona e toglie dalla vista ciò che viene dato senza una pretesa particolare che non sia un gesto, un sorriso, un riconoscere. Come se tutto fosse dovuto, tutto insufficiente o peggio, non avesse valore e così venisse disperso nel consueto. Quante volte accade nei sentimenti che una attesa sia delusa. Non accade con i bimbi, sempre in grado di sorprenderti e anche se non capiscono ciò che gli viene dato, magari con sacrificio, nel loro bisogno immenso di amore e di protezione, la cura la restituiscono in gesti improvvisi di affetto e di tenerezza. Ma tra adulti dopo l’innamoramento, quando l’amore si trasforma, quando cominciano le piccole perdite di attenzione, il non vedere il valore di ciò che sembra abitudine e non lo è, allora già una piccola crepa si è aperta e ciò che era equilibrato non lo è più. 

E nel lavoro, l’attenzione in più, il gesto di responsabilità che supera ogni orario, ogni retribuzione quante volte viene preteso senza essere riconosciuto. Di quegli anni ho il ricordo pieno: le difficoltà del mercato, i debitori che non pagavano, il lavoro da trovare e le lotte intestine tra soci e poi nello stesso personale, a disfare ciò che con molta fatica era stato costruito. Discordie tra persone, errori inammissibili, piccoli interessi personali e la sensazione che un ambiente prima forte e sereno, si deteriorasse dal di dentro. Perduta l’idea di essere qualcosa di unico come sentimento comune, cosa restava? Lo stipendio a fine mese. E in un’impresa, come in amore, bisogna essere unici, non fungibili, perché questo è il valore aggiunto, l’unicità che si può mettere sul mercato assieme all’onore di fare le cose per bene.

E nella politica, dove è vietato essere ingenui, non avere un’attesa personale più alta del valore vero che si può dare, come ha funzionato? Allo stesso modo, perché serve essere parte forte di un’idea, perseguirla, ma anche avere i collegamenti, costruire le amicizie, le reti, mettere assieme il consenso. Non sono spesso le opere che determinano il successo, ma il racconto di esse, l’idea di una diversità perseguita come tratto proprio, come solitudine, non è apprezzata. Avere qualcuno a cui rispondere e a cui portare consenso, funziona molto meglio che impiegare tutta la propria attenzione e impegno per qualcosa che dev’essere fatto perché serve davvero. E raccontare la verità, naturalmente la propria e chi lo fa onestamente ne è ben conscio, non porta bene, anzi mette ai margini.

Anni di mazzate, silenti e sorridenti. Anni di confine, fino a dire mai più. Non si misurano così i fallimenti, ossia ciò che non si è fatto e si sarebbe potuto fare? C’è un sistema infallibile per capire come funzionano le cose: le richieste  di favori. Funziona ovunque per misurare assieme importanza e indifferenza, e quando cominciano a rarefare le richieste, significa che già qualcosa si è definitivamente rotto. Se tutto è dovuto, allora ci si misura con se stessi e ci si chiede dove si è costantemente sbagliato. Gli errori non sono mancati, le mosse sbagliate, qualche eccessiva fiducia in sé, ma alla fine credo si possa accettare di aver vissuto come si credeva opportuno, giusto, ciò  che invece è più difficile da accettare, e questo è in qualsiasi attività o sentimento si abbia, è che non ci sia neppure un grazie. Per questo, per ciò che in misura differente capita alla gran parte di noi, bisognerebbe ricordare che una gentilezza, un gesto gratuito restituisce qualcosa a qualcuno che, magari non a noi, ma ha dato e ha bisogno di sentire che non è solo. 

 

ogni giorno una cronaca

Ogni giorno una cronaca, una fila di piccoli fatti che si ripetono, anche se non siamo formiche che alimentano una tana, però scavano sotto le case, sasso dopo sasso portano via le fondamenta del dire, del basamento che sostiene una colonna, così nasce una crepa. Ogni cronaca un giorno, ma questo è il ricordo, la teoria dei bivi, quello non scelto dove avrebbe portato? E comunque il percorso ha almeno due bussole a disposizione: la ragione e il sentimento, quasi sempre divaricano, oppure si mettono d’accordo, abili politici trovano il compromesso che è la strada da percorrere con quella punta di assenza che non si colmerà. Siamo generatori di assenze, perlopiù, e ci si nota parlando di chi ha scelto altra storia, altra cronaca. Ogni strada ha una cronaca, ogni giorno un grido di troppo, uno sbattere di tappeti che non dovrebbe essere fatto. Non sai mia cara quante cose si annidano nella polvere che uno spettrometro di massa potrebbe rivelare? No, non lo sai e in questi giorni in cui i percorsi sono fintamente rettilinei potresti pur pensare  che in realtà giriamo in tondo. La pena è questa, non quella del tornare in una casa ma tornarci quando qualcuno ha deciso per te, come quando scegli al bivio e non il tuo intuito ma una spinta ti manda avanti. Tanto tornerò indietro a vedere e invece non si torna mai indietro, c’è una freccia del tempo che è come quella di Cupido, va al cuore e innamora o delude ma non lascia indifferenti perché, ricordi, sono le assenze che si accumulano. Ogni strada una cronaca, ogni angolo un segno, ogni casa una scatola in cui si sono rinchiuse parole, sentimenti e soprattutto silenzi. Di queste vite si può scegliere se soffermarsi sull’abito, o sulla posa del corpo, sul sorriso, sulla bellezza o la bruttezza, sui sentimenti che si sono incrociati, le passioni e le nefandezze. Conosco strade con palazzi bellissimi che in ogni angolo conservano una falsità, una conseguenza che ha prodotto dolore, non di rado hanno spento le vite con una indifferenza che all’esterno non si sarebbe notata se non fosse stato per i percorsi circolari dove nulla alla fine scappa e una parola sussurrata ne pretende un’altra e poi altre ancora e gli aggettivi, dapprima cauti poi divengono sfrontati, finché tutto sembra chiaro. E non lo è, ma non importa perché in una cronaca conta solo il fatto, il resto, ovvero la sostanza, le determinanti e le conseguenze si omettono. Semplicemente perché non si sanno oppure perché non è nel tema raccontarle e non sarà mai nel tema.

Perché, mi chiedo, hanno intitolato una piazzetta a una cultrice dei classici, ma delatrice fascista, solo perché poi la sua carriera e il suo formare generazioni di studenti con molto sapere e amore per la cultura, l’adesione a un partito che capiva il passato e guardava ad altro, ha cancellato quelle passioni giovanili, quei nomi fatti a chi veniva a prendere, torturava, incarcerava? Nella cronaca questo non conta e tra poco, manca davvero poco, qualcuno si chiederà chi fosse quel nome e perché con delibera di consiglio comunale lo si sia voluto indicare in un toponimo. Non sapeva il consiglio comunale che poco distante e dopo pochi anni, lì ci sarebbe stato un luogo dello spaccio, un bighellonare in attesa di clienti, un ballare fino a notte fonda con grandi radio portate sulla spalla. Non, non lo sapeva che la realtà mette a posto le cose, per questo ora è inutile recriminare sulle scelte: a un bivio qualcuno spinse in quella direzione e sembrava buona cosa.

I percorsi sono circolari come nelle carceri e sia chi sta dentro e ha un’ora d’aria, ma anche chi fa tintinnare le chiavi percorrono circolarità. Senza mai tornare nello stesso luogo direbbe Eraclito, ma non è così perché c’è una cosa che si chiama abitudine e porta sempre negli stessi gesti, nei pensieri che sembrano diversi ma non lo sono e questo è il punto di rottura che non ci sarà mai in nessuna cronaca: l’abitudine.

Nel mio romanzo quotidiano, non è forse un romanzo osservare le vite altrui, confrontarle con la propria, contare i cucchiaini di zucchero che vengono messi in un caffè distratto, seguire la traiettoria degli occhi, guardare la piega della bocca nell’ascoltare, conservare una traccia di quel muovere silente di labbra, e poi immergersi nei particolari. I particolari che sempre fanno un insieme ma sono autonomi e insieme dipendenti gli uni dagli altri e che sono una passione di chi solo chi osserva senza troppo darlo da vedere perché c’è un punto in cui al posto dei gesti, dei volti, delle parole, si collocano dapprima i pensieri, poi i desideri e infine i fatti, la cronaca, e li si incrociano secondo una cabala del presunto caso dove un saluto non è mai un solo gesto distratto ma un lampo che ha collegato qualcosa a qualcos’altro. C’è quel luogo ed è il foglio bianco da riempire: ogni giorno una cronaca, ogni cronaca un pulviscolo di mai narrato, non per quella vita, non per le vite. E in fondo noi siamo pulviscolo, percorsi circolari dopo molti bivi, palazzi e lastricato di trachite: depositari di un possibile che forse è stato ma aveva almeno un’ alternativa. Storie non cronache. Storie che non interessano a nessuno o quasi. Storie che hanno geometrie definite dal mito e i-mitano, credendosi nuove mentre sono solo differenti, ma nel pulviscolo, nella polvere che finisce nell’aria e qualcun altro respira. Nella disattenzione si nasconde la storia e raccontare è un mestiere che cuce ciò che vorrebbe essere visto e che ingiustamente viene scosso al vento.

p.s. lo scuotere nella mia lingua madre si dice scorlare e si applica alle case durante un terremoto, come a un dente che ormai non ha radice, a una paura talmente forte che ferma il cuore prima di farlo battere all’impazzata oppure a uno straccio che una mano scuote fuori dalla finestra e poi si ritira. Senza vedere che il sole riluce in ogni granello che è stato affidato al vento, come i pensieri senza oggetto, le parole di troppo, i silenzi fuori tempo.

 

25 aprile 2020

Questa festa della Liberazione ce la ricorderemo. Per il tempo che viviamo, perché tutto è uscito dall’abitudine, per le troppe parole d’odio che circolano, per la libertà minacciata in molti paesi e perché da troppo tempo è meno considerata anche da noi. Ce la ricorderemo questa giornata con le piazze e le strade vuote, con quel pezzo di Parlamento seduto, lega e fratelli d’Italia, mentre si commemorava il 25 aprile.

Ce la ricorderemo con così tanta Bella Ciao che mai si era sentita prima, dai balconi, nelle case, nella rete, dentro le persone, sulle labbra; sussurrata, cantata a piena voce, commossa, stupita e orgogliosa di essere da tempo non più solo italiana ma di tutti quelli che vogliono la libertà. Non se ne andrà Bella ciao perché non è un saluto ma una promessa, che ritma il cuore e il passo, che tiene insieme i pensieri quando non si capisce cosa accada attorno, che fa mettere la mano sulla spalla del vicino e lo fa sentire compagno con un sorriso. 

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, perché non basta sentirla la libertà, bisogna volerla, cercarla nelle azioni che si fanno e in quelle che si subiscono, e bisogna che la libertà sia dentro di noi, amata non solo pretesa.

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, con il Presidente che da solo sale all’altare della Patria. Sembrava solo ma mai era stato così tanto accompagnato dai pensieri di chi ama la libertà e mai ha avuto migliore compagnia.

Ce lo ricorderemo questo 25 aprile, che non somiglia a nessun altro, ne ricorderemo l’intensità e ne avremo bisogno per i tempi che verranno perché non è ancora arrivata la rossa primavera e ci lasciamo confondere da troppe necessità che si dimenticano di chi soffre, ha meno del necessario, non ha più speranza.

Ne avremo bisogno di questa festa della Liberazione per resistere e cambiare questo mondo che ammala, coercisce, toglie, impoverisce, nega la giustizia e l’eguaglianza mentre ruba a tutti vita e libertà. Ne avremo bisogno per essere fieri di chi ci ha preceduto, di chi ha lasciato la vita sui monti e nelle città, di chi è tornato e in silenzio ha fatto e sperato e troppo spesso è stato deluso.

Quella di oggi sarà una festa di Liberazione che non scorderemo, così diversa da non essere una celebrazione, ma una promessa, una consegna per il futuro. Un appello al cuore e all’intelligenza per uomini che amano la libertà, come allora, e adesso per costruire un mondo diverso, solidale e finalmente libero e giusto.

un segno

Con parole altisonanti o sommesse, verticali od orizzontali, capaci di rigare un vetro o una superficie polita d’acciaio sicché poi lo sguardo non possa non curarsene e il dito voler percorrere la rigatura, sentirne il flebile rientro, la sbavatura del limite e il freddo che in esso incespica, così ogni sera ci parlano.

Un segno la riga, lo striscio. Un’attrazione che vede la rottura di un ordine, d’una unità che distrae attraendo. Distrae dall’usuale, dal previsto, sgretola il concreto, la massa del reale che si scompone e in più piccoli pezzi interroga, ma ormai è solo frammento, parte della domanda. Che poi essa è una e come l’assenza riempie, non si espande: è già piena di sé, di significato, di futuro intriso di presente. Una parola a scelta da far scendere o salire, non importa, l’universo , il nostro universo, non ha un alto e un basso, solo un prima che diventa un dopo e spiegazza le vite e il pianeti come lenzuola in cui qualcosa deve avvenire. Oppure qualcos’altro. Non importa. Così la domanda si riduce a una parola. Perché. Quando. Dove. Cosa. Domani. O si frange nel balbettio che precede il silenzio, perché chissà quant’altro s’annida nel noi collettivo e nella risposta conosciuta e difficile. Una risposta fatta a brani dall’archetipo di belva, dal profondo che non vuol cedere.

Basterà? Sarà sufficiente ridurre un poco, rallentare, cambiare qualcosa che non costi troppo all’abitudine, all’idea del prima? Ci sarà un’età dell’oro per chi non l’ha mai vissuta? Basterà ci siano nuove regole, perché i delicati meccanismi che portano a costruire un orologio o una locomotiva, che fanno seminare a un contadino povero dell’Egitto o dell’India del cotone, facendolo crescere, raccogliendolo in balle e consegnandolo a un treno, a una nave che lo porti a filare, a tingere, farne tessuto e poi ancora portandolo altrove a tagliare, cucire, diventare altro prima d’essere infine prezzo, guadagno, uso e ancora straccio e fibra da sfibrare per altro essere. Basterà mutare di poco tutto questo oppure non basterà più?

E la parola che ha rigato vetro e acciaio sarà sufficiente a segnare l’intelligenza e il cuore di un solo segno che faccia capire? Aprirà nuove strade per ricomporre in diverso modo quel perfetto orologio del produrre che dimentichiamo, segna il tempo già passato e dove pagano sempre le altre specie, il pianeta, il povero, il debole. Ci sarà un futuro che ci riguarda dove ciò che è di tutti non viene accaparrato da pochi, usato, rivenduto, ripreso e alla fine sperperato e tramutato in veleno nella catena che non si ferma mai?

È questa la fase due o è solo il prolungarsi dell’eterna prima fase che mai rimette in discussione se stessa e che dei segni non si cura finché non è il segno a diventare prepotente e a pretendere il dovuto? Ecco, questo non so, anche se so che cambierà e il dopo non sarà il prima.

mi piace

Le felicità, personali o collettive, si nutrono di sollievo, di una prospettiva che si riapre dopo che c’era stato uno scemare delle alternative. Siamo animali di scelta, abbiamo bisogno di essere posti di fronte a un piacere che si sdoppia e che in un caso o nell’altro ci mette al centro di un futuro. Se scelgo in un certo modo avrò una possibilità nuova, potrò essere diverso e insieme realizzare un desiderio. Le scelte aprono delle porte, conducono a una vita che sia pure poco sarà differente. Quando non scegliamo più, siamo immoti, decadiamo, ci sfaldiamo nell’abitudine. In questo periodo in cui le scelte si riducono, in cui molto è imposto dall’esterno, lo spazio per riflettere sulla libertà personale e collettiva, sul modellare il tempo in modo che esso risponda in maniera soddisfacente a ciò che possiamo essere per diventare qualcosa di differente, si chiama progetto. Qual’è il nostro progetto di vita? Nessuno può giudicarlo se non noi, ma esso è la condizione del dialogo con noi stessi e per estensione del dialogo con gli altri.

Nella difficoltà cosa posso fare? E come voglio essere dopo di questa?

Una sorta di salmo interiore, potente e umile che implica chiedere un aiuto per capire e al tempo stesso la forza per essere. La concezione del proprio limite come confine in cui permanere per andare oltre. È nel limes che si genera il nuovo e il diverso, ciò che si contamina di realtà e al tempo stesso la supera.

Nell’ordinarietà dei giorni, pensa a te,

pensa a come sei davvero,

pensa che ciò che non hai vissuto è più importante di tutte le scelte che hai già fatto.

Sii folle se la follia rompe la logica del consueto,

se ti permette di vedere ciò che non hai mai visto,

se ti consente di cambiare il rapporto con ciò che consideri prevedibile, usuale, consumato nel significato.

Esplora il significato delle parole che ti attribuisci,

non accontentarti di come ti descrivono, descriviti con onestà, con l’umiltà di non sapere chi sei,

e usa la pazienza e il coraggio per scoprirti,

per andare là dove non sei mai andato.

E non dipendere se non dal tuo dare,

solo così sei vicino a te e ti puoi guardare. 

Adesso è la sera di un giorno qualunque, ma i giorni sono noi e non siamo mai qualunque, c’è sempre qualcosa che avrebbe potuto essere scelto e ancora attende. È questa attesa paziente che ci riguarda come risposta potente alla nostra irrequietezza. Siamo insoddisfatti perché non ci siamo costruiti, non abbiamo scelto un piacere possibile, non ci siamo visti e quindi non siamo stati noi stessi.

In questi giorni viene molto citato De Maistre e il suo viaggio intorno alla mia camera. Non era un romanziere, era un ufficiale, in punizione, che ha scelto di fare qualcosa di inusuale: scrivere e non essere prigioniero. Entrambe le cose per sé. Così può uscire dal consueto, dall’abitudine guardando ciò che non ha mai visto, ossia se stesso e ciò che lo attornia. Le persone con cui vive, la sua collocazione nel mondo e nel tempo. Una pausa che gli permette di vedere ciò che usualmente non ha tempo di guardare. E non è uno scrittore, ma le sue riflessioni messe sulla carta lo riguardano profondamente, come riguardano il mondo. Quel libro verrà pubblicato da suo fratello che lo leggerà dopo molto tempo, nel frattempo la sua vita sarà continuata, le scelte si saranno sommate alle scelte, ma quante di esse avranno avuto radici in quel limes in cui non si era mai trovato e che ha usato nel modo e nel tempo per vedere e vedersi.

Lo scrittore inventa la sua storia e la spezzetta, come uno specchio che gli è caduto dentro, in tante vite, il tramite sono le parole, il loro ordine e il significato che esse hanno per lui. È un giudice severo, solitamente, e tanto meno è scrittore, tanto più ciò che lo attornia diventa parte di lui, di una realtà che quando posa la penna apre un mondo. Per questo a volte è soddisfatto, perché ha capito di più se stesso attraverso il racconto di ciò che gli è sembrato vero, conforme a sé. Vedete, nello scrivere non c’è nulla da insegnare, ma s’impara molto, come in altre attività che implicano una relazione tra ciò che si fa e ciò che si è. Per questo, inconsciamente, a chi scrive può scappare un mi piace. Che non è riferito a lui, ma a ciò che ha fatto, a ciò che ha compreso, a come quel suo chiedere aiuto e poi scegliere si è attuato, aprendo una porta, una finestra. Un varco che mostra altro e che è il luogo in cui il futuro può svolgersi, essere fonte di piacere e di vita.

e così si è consumato il giorno

E così si è consumato il giorno. Color perlaceo come il cielo di questa giornata con una pioggia attesa ma rada. Spruzzo per i vetri, gocce che si rincorrono, il tremolare rapido delle immagini che poi tornano limpide. Neppure un acquazzone, solo acqua dispersa, complice un po’ di vento e così la terra è appena bagnata. Non piove da troppo tempo e sempre più mi rendo conto della situazione. Dovrei dire che il presente senza oggetto in cui viviamo, ora un oggetto ce l’ha ed è pure preciso: è già nella fase due ma non ha una soluzione visibile. Possiamo compiere notturni atti di trasgressione, infrangere regole senza pericolo per altri, ma è solo per il gusto di farlo perché ciò che comunque detta legge è la distanza sociale, che tradotta nell’umore significa malinconia.

E comunque l’avventura è diventata intorno a casa, la scoperta da esteriore si porta verso il trascurato per mancanza di tempo, verso il particolare. Basta una frase, un pensiero che ne rincorre un altro e come una nube, l’acchiappa, si mescola, allora ne nasce un’intuizione che apre una porta. Oltre c’è l’azzurro, i prati, il mare, la sabbia, i pini, ma tutto fuso, indistinto com’è nelle possibilità che hanno come unica realtà una strada malamente tracciata tra l’erba. Ed è facile perdersi, deviare, guardare per aria o nel posto sbagliato. Trovarsi con la sensazione che sia passato qualcosa d’importante, magari non così tanto da cambiare il mondo o solo noi stessi, ma originale, mai pensato prima e che quel sentiero sia finito in un nulla d’erba che ancora rasserena eppure non è la stessa cosa. Non si tengono le parole per la coda quando sono colme di significato, bisogna lasciarsi andare a loro, immergersi in esse, seguirle senza metterci nulla o quasi di pensato e loro ti conducono, ti portano in luoghi che avrebbero bisogno di sviluppo, di tempo senza tempo, di storie per nascere e poi crescere, nostre prima di diventare autonome e d’altri.

Eravamo alla fine di un cammino lungo, fatto di scarpe impolverate, sete e ombra alle spalle. Una grande radura, dei segnali imprecisi che indicavano la direzione e il sentiero che si sdoppiava: puntava in una direzione e poi nell’altra fino a farci trovare al punto di prima. Era la fine o quasi di una traversata e Fiesole il punto d’arrivo, ma non si vedeva. C’erano dei colli e molto verde, alberi, arbusti alti che mascheravano le direzioni. Parlammo dopo molti silenzi che testimoniavano di non sapere e ci sembrò fosse rimasto un sentiero nell’erba. Una direzione già percorsa, ma poi abbandonata. La seguimmo fino a capire che stavamo entrando nella tana di un cinghiale, ne seguì una corsa sconnessa all’indietro, una paura di zanne, di piccoli disturbati, di una madre inferocita, finché tornati nella radura, tornammo a ridere. Di noi, dell’incapacità di vedere l’evidenza e quindi l’errore e ancora di legare i tanti passi fatti con qualcosa che li completasse. Bisognava fermarsi, seguire il pensiero nuovo, lasciare che maturasse e divenisse direzione, così trovammo la strada.

E così sono le parole nuove che si formano e indicano qualcosa che è appena conosciuto, mai pensato prima in quel modo e già diviene fascino e possibilità, ma serve tempo. Non quello di prima ma quello della realtà di adesso, che non è solo minacciosa, ma riporta le cose e noi alla luce, a ciò che conta e contiene tutto il bello e il suo contrario, ciò che dev’essere scoperto e la banalità che ora non ci attira più nel suo lucore privo di contenuto. Ho la sensazione che la scelta e la sua possibilità emerga ora con più forza e torni a noi. Questo tempo che abbiamo a disposizione, regalato, se non ci indica nulla di nuovo, sarà tempo perso.

bouillabaisse di pensieri

Nelle biologie del tempo pensa a te, raccogli quello che non sai. Guardati. Con attenzione guardati il viso, il corpo, ciò che ti sta attorno.

Chissà dove nasconde il suo orologio, il giuggiolo, che per ultimo mette le foglie e fiorisce dopo aver visto la margherita, il mandorlo, il pero riempirsi di gloria mentre ancora lui pensava alla stagione da venire. Forse come noi, nasconde il suo orologio in una radice che guarda nel buio e mette gli occhi per vedersi, solo quando sa che ciò che è nascosto coincide con il visibile. La verità dell’essere e del potersi vedere dopo aver veduto.

Nei giorni in cui s’ammucchiano le ore, vedere con nettezza porta a decidere cosa tenere di sé in noi, ma soprattutto nelle relazioni con gli altri. Esiste una grammatica delle relazioni, in essa si mescolano regole e sentire, certezze, dubbi e verità. Dovremmo pensare che dove c’è il dubbio la verità si forma ma raramente essa coincide con la certezza. Dovremmo togliere per vedere cosa si nasconde in ciò che viene trascinato. In questo tempo del silenzio occupato da troppe parole senza una indicazione di direzione, è necessario che proprio il silenzio sia un buona bussola.

Guardarsi in silenzio è guardare senza aggettivi, cogliere chi c’è e chi fa finta d’esserci. È un buon momento per lasciar perdere ciò che si trascina. L’inutile peso che frena le vite e non ne impedisce la corsa ma il restare fermi, ne distoglie l’attenzione da ciò che davvero conta. Una pulizia interiore che usa quel lasciar perdere. Proviamo a pensarci a cosa significa davvero e l’immagine è quella di qualcosa che si allontana, che riconquista una piena libertà oltre la forma, lo stanco ripetere dei riti, superando l’incapacità di dirci quel che ha significato perché ci tiene in relazione e ci muta assieme. Ridare una libertà è lasciare che la corda si stacchi e vada libera nell’aria, che se ne avrà la forza, ponga domande che si erano smarrite. Non c’è solitudine nel vedere, c’è consapevolezza e senza di essa la bellezza nostra, altrui, del mondo, si offusca sotto la patina del dover sembrare.

Il corpo cessa di essere una costruzione culturale, il prodotto di una moda e ridiventa nostro. Noi possiamo dare un’immagine o una verità a noi stessi o agli altri, la scelta è solo nostra e in essa c’è la sostanza della relazione. A questo può servire il tempo e l’orologio che si nasconde in noi, a rivelarci ciò che non abbiamo voluto vedere per distrazione o rifiuto, per timore di non essere conformi a qualcosa che era fuori di noi. È un tempo che ci riporta al giusto fiorire, al vedere e al mutare. Perché se ciò che vediamo di noi stessi non ci muta non saremo pronti all’altro mutare, quello che l’esterno ci vorrebbe imporre e che perde importanza proprio come quelle relazioni che si reggono senza comunicare. Lasciar andare ed essere liberi secondo il proprio essere profondo. Non c’è una morale in tutto questo ma un lavoro d’artigiano che cuce assieme i bisogni e le proprie verità, le confronta con ciò che ha di veramente proprio e si accorge dove mutare è possibile, legge i segnali del corpo per essere più conforme a sé. Questo è il tempo del silenzio che comunica nel profondo, un’occasione di cambiamento, un tornare a casa.

diteci la verità e anche che non la sapete

Questa abitudine che ha sedotto gli italiani, partita con Berlusconi, trionfante con Renzi e poi esaltata attraverso i governi Conte uno e due, deve avere più fascino della realtà tanto che siamo passati da una narrazione alla successiva senza che la verità o almeno una sua rappresentazione fedele prendesse tutti per “incantamento”.

Non ce l’ho con Conte, starà facendo quel che può, e ognuno ha i suoi limiti, ce l’ho con il sistema che esprime questo Paese che non solo non prevede, ma continua a mascherare inefficienza con impossibilità. Ce l’ho con le piccole guerre quotidiane della politica che durano da troppo tempo e hanno rotto il patto di delega con i cittadini. Non mi importa dell’opposizione, dice una cosa e il suo contrario a seconda del momento e lo spettacolo quotidiano ci dice che avrebbero fatto molto peggio e ci avrebbero raccontato che era il meglio. Proprio come è accaduto in Lombardia con l’ospedale in fiera costato 21 milioni di euro, usato contro il governo (ma perché mai, a che fine?), con convocazione di Bertolaso e fatto in tempi rapidi. Solo che non serve e ospita qualche paziente anziché i 500 previsti iniziali ed è meglio così, dice seraficamente l’assessore regionale, perché significa che non ce n’è bisogno. Magari dimentica che alla fine dovranno essere spesi soldi anche per smantellarlo e buttarlo via perché è nel posto sbagliato, dentro una fiera che serve ad altro e non l’appendice di un ospedale, che magari poteva riutilizzarlo. Allora si usano malamente 21 milioni di donazioni mentre a tutt’oggi mancano i tamponi e mascherine per non ammalarsi.

Se tutto ciò che è di primaria importanza manca in quantità sufficiente significa che c’è un problema enorme che ci ostiniamo a non vedere e che non usciremo facilmente da questo disastro. Se si continuano a fare ordinanze che dovrebbero avere un senso comune correlato alla malattia e invece si contraddicono l’un l’altra a seconda della fantasia del legislatore centrale a cui si aggiungono per non essere da meno le volontà dei singoli presidenti di regione si ottiene che in luogo si va a lavorare ma non si entra in libreria, in un’altro non si può correre da soli ma si può stare in fila dal tabaccaio. Se a questo bailamme di norme si aggiunge che tra la proclamazione dello stato di emergenza e il primo paziente riconosciuto passano 20 giorni, un problema ci sarà stato. E quel problema è peggio del virus, lo sostiene e non è stato risolto. E’ annidato nello Stato, nei veti reciproci tra uffici, ministeri e partiti, trova il suo trionfo nella burocrazia che vuole il potere senza responsabilità, nel circuito parallelo dello spreco che favorisce la parte nera del sistema.

Sono arrabbiato perché la consapevolezza si fa strada e capisco che non solo non finirà presto ma non ne usciremo bene. A tutt’oggi il piano per affrontare ciò che già sappiamo ovvero disoccupazione e povertà saranno crescenti, si concentra sulle riaperture dei luoghi di lavoro e sul distanziamento sociale. E se il virus non si suicida da solo come si andrà avanti, a picchi e avvallamenti per tornare a come eravamo prima, solo diminuiti di numero e più poveri? È questo che ci insegna il virus? È così che ci cambia? ovvero tutto inalterato ma più larghi? Certo non sono i 600 euro a risolvere il problema, ma sono l’indice che vivremo di carità statale per sostenere quei consumi che sono calati del 37%.

Sono sconcertato di sapere che nel nominare un’ ulteriore task force l’enfasi è sul fatto che questi esperti lavoreranno gratis, ma non hanno una indicazione del modello su cui assestarsi e che la prima riunione viene dedicata a capire come proteggersi da eventuali accuse di responsabilità. Lo sconcerto prosegue perché pare che il sovrapporsi di poteri e di esperti sul governo e sui singoli ministri pare non preoccupi nessuno. Non almeno quanto il MES senza condizioni, come fossimo ritornati alla capacità di stampare moneta e non comunque a doverla chiederla a prestito.

Non usciremo da questa pandemia con gli annunci e le commissioni, non ne usciremo neppure con i soli esperti che, come giusto, da scienziati dubitano e discutono tra loro, ma soprattutto non ne usciremo con questa burocrazia e senza prendere esempio da chi sta facendo meglio di noi. Siamo diventati un grande esperimento per il mondo, per la scienza, per gli esperti ma non sappiamo quanti sono davvero i contagiati, chi può infettare altri, per quanto tempo, neppure sappiamo perché qui si muore molto di più che altrove. Non si capisce perché ai sanitari, ai medici non vengano fatti tutti i tamponi necessari e si preferisce chiamarli eroi anziché fornire loro gli strumenti per fare il loro mestiere in sicurezza. Neppure si sa perché l’iva sulle mascherine sia quella di un bene voluttuario e perché costino in modo diverso a seconda del posto in cui ci si trova, ammesso che si trovino e siano quelle giuste e non quelle fabbricate nel sottoscala di qualche laboratorio improvvisato.

Magari una risposta c’è e qualcosa si può cambiare in corso d’opera perché chi fa sbaglia ma non sempre e magari impara da quello che fa. Ad una condizione: che cambi se stesso. Questo mi preoccupa perché è difficile ma se non cambierà questo sistema decisionale non mi si venga a dire che la pandemia cambierà la mia vita, perché lo farà in peggio e questa non è una narrazione è la realtà generata da chi aveva -e ha- gli elementi per prevedere e provvedere e non lo fa. 

Non voglio essere inutilmente rassicurato, diteci la verità e anche che non la sapete.

vorrei parlar d’amore

Vorrei parlar d’amore,
di quello quieto, ma anche dell’altro che ustiona e brucia.
Vorrei dire che un passo, non uno qualsiasi ma quello,
nell’indefinibile infinito, s’è compiuto,
e che l’amore al tempo della paura è più maturo e dolce.
Vorrei dirlo, e tra le mani rigiro il vaso del fragile sentire,
porcellana esile e fine, trasparente quanto le è concesso.
Se piano l’agiti s’odono le parole pronunciate,
quelle trattenute, quelle pensate e poi svanite,
e suonano del tintinnio dolce degli amanti,
sperando come nulla mai potrà
mentre si lamentano d’ogni assenza,
termometri veritieri di noi, del tempo.
Nulla dice che qualcosa sia mutato nell’amore,
ch’esso si sia unito e quel passo sia compiuto,
ma come in ogni giorno di bufera i corpi si stringono,
cercando il definitivo vivere, in un bisogno che non muta.

sabato di vigilia

Nel sabato pomeriggio è già accaduto tutto, una parabola conosciuta è stata consumata e conclusa. Questo riguarda la vita. Ovvero riguarda la parte biologica di ciò che è senziente, che interpreta e interagisce per volontà. Che sceglie e in questo caso ha ripetutamente scelto e non si è sottratto. Altra cosa riguarda ciò che è presente in chi lo ha conosciuto, sentito, amato, condiviso, rifiutato. Chi ha un ricordo. Questo accadere che sembra ineluttabile è davvero così? È naturale sia così? Sembra non ci siano alternative se non quell’elaborazione personale che rifiuta il perdersi e che usa quello strumento potente che riallinea, elabora, rimette in ordine il non compreso. Che elimina ciò che non torna nel conto, compreso il rapporto con le sue infingardaggini, le paure, i nascosti atti di coraggio, i sacrifici silenti a deità distratte. Tutto questo e molto altro è il ricordo e il suo farsi motore accanto alla realtà di un presente che è sempre slancio verso qualcosa. Un motore appaiato che consiglia, accelera, fornisce ciò che sempre manca a una guida: la direzione. Che il presente sia avanti o indietro dipende da noi, ma i suoi consumatori in realtà trasformano il desiderio in polvere e lo aspirano e se ne inebriano scordando di essere parte di qualcosa che muta e insieme resta. Dimenticano come fossero in una eternità che non chiede il conto.

Allora, il sabato pomeriggio, tutto era accaduto e intorno c’erano parole stentate, silenzi, impressioni di un annuncio disatteso, dolore per alcuni. Neppure tanti, oltre i familiari e i discepoli, e chi aveva avuto vincoli di amicizia e amore. Nessuno dei miracolati si era opposto, aveva mostrato alla folla il dono ricevuto. Per timore di essere essi stessi accusati. Le prove che temevano di essere reità. E così tutto si era compiuto in un succedersi di eventi che era un linciaggio con la connivenza di un giudice e con l’esecuzione della forza pubblica.

Se lo inquadriamo nel tempo e nella vastità di quello che accadeva nel mondo conosciuto, era un fatto locale, una delle tante esecuzioni che si susseguivano ovunque. Non poche anche senza avallo dell’autorità, le lapidazioni ad esempio erano prassi comune, ma accettate in forza di consuetudine. Nel caso in specie c’era stato un di più, il procedere della legge che riguardava un perturbatore delle regole locali. Non della legge romana, ma di quelle norme che venivano guardate con sufficienza e tollerate purché amministrate con il riconoscimento dell’autorità. Fare giustizia sulla perturbazione dell’ordine religioso, della credenza comune non su un reato contro la persona era sufficiente. Oppure la convinzione comune quando si scagliava contro l’evidenza dell’assenza di un male verso l’altro, era un reato collettivo? La domanda del Procuratore di Giudea, se mai fu formulata, aveva una risposta molto attuale: la real politik implicava che venisse accettato anche l’abbaglio collettivo, l’abuso, purché questo non mettesse in discussione l’autorità. Meglio Barabba, l’evidenza della colpa, se questa serviva a tacitare la folla.

Non so se quella frase sia mai stata pronunciata: ricada il suo sangue su noi e sui nostri figli. Non credo si sia arrivati a tanto anche perché quanti lo conoscevano per davvero? Sembra un antisemitismo ante litteram, la scissione di un’identità mai perseguita dal Cristo, che era e rimase ebreo sino alla fine, ma essa divenne giustificazione di infinite malvagità seguenti, di uccisioni senza colpa, di pogrom, di stermini. Un delitto originario che investe un popolo. Inaudito per qualsiasi ragione attuale, consuetudine per secoli indipendentemente da credenza e fede. Quindi nell’uomo questo male c’è ed è con questo che bisogna lottare appena esso s’affaccia.

Torniamo a quei giorni, tutto avviene in un regno dappoco, quello di Giudea, vassallo di Roma e utile solo per le tasse e per tenere a bada i riottosi popoli che si mescolavano in esso. Senza Flavio Giuseppe le cronache dell’Impero avrebbero ignorato ogni traccia dell’accaduto. Un fatto come tanti che accadevano quotidianamente nelle Province e che neppure i fatti naturali descritti dai, molto posteriori, vangeli lasciano traccia nel ricordo comune. Il velo del tempio squarciato, il pomeriggio che diventa notte, il cielo percorso da lampi. Cose che non sono così gravi da diventare racconto scritto successivo, e nel momento, da influenzare il sabato che precede il Pesach. Quindi tutto finisce in burocrazia, in ordinarietà perché viene chiesto un permesso, c’è un sepolcro, mai usato prima. Curiosa ed esplicativa questa nota posta ad evidenziare che la morte nuova non si mescola con una precedente, prassi invece usata per molte altre morti. Quasi una nota stonata perché il mescolarsi con l’umanità era ben presente nell’ordinarietà della vita del Cristo: mangiava, dormiva, era ospite, camminava, con e assieme ad altri uomini. Ottenuto il permesso, lasciato spazio al dolore attonito, immediato, subentra il rito, la preparazione del corpo, la deposizione e la chiusura del sepolcro con una pietra che ne impedisca l’accesso. Quindi la parabola della vita si chiude nel sabato, e ora resta chi l’ha conosciuto e il dolore di chi l’ha amato. È tutto così umano, terribile per ciò che è accaduto e per la morte che ha chiuso quella vita, che senza la resurrezione, l’atto di fede successivo e fondativo per chi crede, quel morire si riassume in un grido troppe volte ripetuto nella storia dell’uomo. La storia del Cristo è la storia dell’ingiustizia subita e dell’incapacità di chi non si oppone, di vedere la sofferenza degli altri.

Mi rendo conto che è davvero poco quello che scrivo e inutile per chi crede: non è questo il messaggio che è stato lasciato all’uomo. Il messaggio del Cristo non ha alternative perché distingue ciò che è giusto da ciò che non lo è. Ma mi fermo sulla soglia di quello che segue quel sabato. Mi fermo nel silenzio che circonda il dolore dei pochi che l’hanno amato. Mi fermo e penso che se la resurrezione è la speranza donata ad alcuni, la consapevolezza della necessità di giustizia, di eguaglianza, di amore e di pace, è stata donata a tutti, indipendentemente da ciò che si crede o meno. E capire perché è accaduto e accade in continuazione che quest’ordine di pace e giustizia sia così alterato, esige che ci sia il silenzio, la risposta personale, il rispetto di ciò che è giusto e il suo attuarsi.

E mi accorgo che nulla ho da dire se non che il dolore sparso nel mondo non è tutto determinato da ciò che deve accadere, ma che viene fatto accadere e che non posso pensare che questa sia la natura dell’uomo perché allora quel silenzio non si solleverebbe mai e non ci sarebbe riscatto per questa umanità ma solo la disperazione.