dire di no

In quei colloqui tra padre e figlio, dove emergono le paure del primo e le sicurezze del secondo, gli dicevo che quando ci si incasina la vita, nulla è mai definitivo, e che basta dire di no. Quando ci si vuol salvare, basta dire di no. Lo so che il no è una parola difficile, ci insegnano da piccoli ad abbandonarla, e quando si è dentro fino al collo, quel no, quella corda che ci potrebbe tirar fuori è ardua. Ma riconoscere che c’è una alternativa, che c’è speranza di star meglio, è un fermarsi a pensare, il presupposto per prendere un’altra strada.

Questo me lo dico, in questo periodo, dove lo star meglio è difficile, ed è una battaglia personale che corrisponde alla mia visione della vita. In passato, spesso la speranza l’ho usata per dire di sì, anche quando non ero convinto appieno. Il contrario della speranza, la disperazione, l’ho usata per il consumo, per non perdere le occasioni, per compensare ciò che mancava, ma così futuro non ce n’era, l’avevo negato in nuce.

Oppure ho usato il raccontarmela per evitare la rinuncia, e anche in questo caso sapevo cosa faceva bene e cosa perdevo, ma qui soccorreva l’onnipotenza e quella corda ardua del no la lasciavo perdere, dicendomi che tanto era meglio vivere e poi sarebbe visto. 

Finalmente è arrivata l’ora dei no per stare bene alle mie regole e ricostituire le riserve. Anche quelle perché, in fondo, nulla è usurante come i sì.

la brutta foto

Da qualche giorno giro attorno alla brutta foto, è l’insoddisfazione per quanto faccio, risultati di cui non posso menare vanto. Vivere sulla superficie, sul giorno, oggi sembra un modo felice d’essere e lo si maschera con la levità, cosa ben diversa e profonda. Ieri camminavo su un sentiero dei Berici, che passa accanto a villa Valmarana “dei nani” e la Rotonda. Si sentiva la bellezza ovunque, il senso del Tiepolo usciva dalle ville, con la sua gloria del celebrare/operare nella natura, e traboccava nei campi fusi con l’architettura, nel Vitruvio di Palladio. L’idea elitaria dell’equilibrio negli edifici, dell’utilità del bello, cancellava, non la fatica immane degli uomini, mostrata nel fare grandioso, ma la distruzione operata, come vi fosse stato un riconciliarsi tra economia e luoghi, abitare e natura.

Cercavo un’inquadratura per dire ciò che sentivo e alla fine mi son trovato a fotografare le stoppie sul terreno bruno, oppure muschi sulle piante di pesco.

La propria superficialità colpisce come uno schiaffo quando non riesce a percorrere la strada verso l’anima delle cose, che è poi i miei occhi e il mio cervello. Forse volevo leggere l’insieme e il dettaglio, non m’accontentavo del particulare, e volevo dare forma alla sensazione, perdevo il senso. E così pensavo a quanto, altrove, sentivo da qualche giorno, d’una tristezza che cerca le sue ferite, e muta i suoi occhi in grigi. Come un lupo che insieme sani e rivolga i propri denti a sé. Pensavo a bolle che vogliono volare e sopportano poco il peso della polvere sull’iridescenza, ed era il volare che mancava, mentre il freddo gelava le superfici, le dita e non i cuori.

modernismo compulsivo

Queste cose, oggetti, pianificazioni, architetture così stabili e labili assieme, luminescenti ed interconnesse che sembrano avere una vita propria, oltre a contenerne altre, sono la nostra visione del mondo, oppure la visione che subiamo del mondo?

La bellezza del mostrare, incastona funzioni, negozi suadenti, facciate di desideri che assecondano liberazioni da freni inibitori. L’acquisto come centro del vivere e dell’essere diviene l’altra vita rispetto a quella così banale del reale, così fittizia del pensare, così labile del desiderare.  Si saggia il limite di capienza del possibile, ben oltre l’utile, spesso oltre il bello, di rado nel necessario: è il progresso, ragazza, è il compenso del malessere. La pulsione all’acquisto immersa nella frenesia (anche nella penuria si acuiscono i desideri deviati) è simile all’odore del sangue, alla violenza, alla piazza e si muove, ondeggia, punta con decisione sull’obbiettivo dell’atto avendo il solo bisogno della soddisfazione.

Può bastare questo vivere per definire un canone del bello, oppure il mondo vuole liberarsi dal pungolo della bellezza, ne vuole ridurre l’impatto rivoluzionario portando il tutto ad una dimensione che renda quotidiano l’eccezionale, e quindi visibile e percorribile senza fatiche, vicino di casa, acquistabile in riproduzione. Come fosse un poster da appendere in camera che ricorda la meraviglia dal mondo.

l’età dei sogni

Ho vissuto dentro due sogni, li ho sognati con passione ed abbandono, credendoci, poi sono cambiato con loro che cessavano man mano di essere gli stessi sogni, od almeno così mi pareva. Ma i colori, la forza rimanevano. Sono una persona fortunata, mi piace il futuro, non vivo di rendita su ciò che è stato, ma ho potuto sognare e ancora mi succede. Chi ha avuto un amore è ricco, chi ne ha troppi, a volte, è confuso. I miei sogni giovani erano nati poco prima del ’68, così c’ho creduto subito e ho amato quei giorni, mi pareva d’essere all’interno di qualcosa che mutava il mondo. Mi pareva, anche perché vivevo quel sogno, mi modificava la vita ed io accettavo lo facesse. Mi pareva d’essere situazionista e qualche anno dopo, diventai comunista. Non era un sogno d’accatto, di serie b, era la prosecuzione all’interno di una struttura di pensiero ordinata, del sogno di cambiare il mondo. Forse è difficile adesso spiegare cosa siano stati quegli anni prima del terrorismo, ma c’era l’idea che il mondo potesse mutare profondamente, che parole come eguaglianza, pace, solidarietà, libertà potessero essere attuate appieno. Si discuteva molto, di tutto, si muoveva la vita dal personale al sociale e poi questa tornava indietro, in un flusso circolare che non finiva, ma si arricchiva, ingrossava in continuazione di idee. Molte scelte di vita furono fatte in quegli anni, qualcuno dei compagni più radicali nel cambiare la vita, ancora lo vedo, realizzato nel suo essere davvero alternativo.

Il 3 febbraio del 1991, Achille Ochetto, ultimo segretario del PCI, scioglieva il partito. Era tempo, doveva accadere, ma non si scioglievano le idee, si scioglieva la loro attuazione, la struttura, si cambiavano i fini. Un partito è un’organizzazione con scopi e obbiettivi, in un partito ideologico i fini coincidono con obbiettivi molto alti di cambiamento sociale e individuale.  Bisognava chiarire quello che sarebbe rimasto dei sogni, non fu fatto e ciò che è nato dopo è stato un insieme di tentativi che, partendo dal conosciuto, puntavano su qualcosa che non si capiva bene cosa fosse, la cosa fu per molto tempo il vero nome di quello che non poteva più essere un sogno. Parlare di quei giorni non è facile a chi non li ha vissuti, percorrevo il territorio, partecipavo come relatore di mozione ai congressi, ero occhettiano, mi pareva fosse la prosecuzione del pensiero di Berlinguer, un uomo che avevo amato per la coincidenza tra parola e vita, e volevo cambiare per non rinunciare ai sogni. Ma le lacrime, gli interventi appassionati, le rotture di chi non condivideva, non li ho scordati, erano di persone che non ho smesso di apprezzare e difendere, persone che quasi sempre avevano dedicato la vita ad una idea di cambiamento, di giustizia sociale. Adesso è difficile pensare che qualcuno sia disposto a sacrificare molto per un’idea politica, piegare una vita per difendere un principio, una legge di libertà, opporsi in una città in preda alla malavita, difendere una fabbrica e i suoi lavoratori. Allora accadeva, anche se non si era di quella città, di quella fabbrica, anche se la legge non l’avremmo mai applicata su noi stessi. Significa che i sogni finiscono all’alba, che siamo nel giorno e quindi nella realtà, oppure che ci sarà spazio per tornare a sognare? Io punto sulla speranza che l’uomo non finisca di credere che si può mutare il mondo, essere uguali, avere giustizia. Certo non posso pensare che sarà Monti a farmi sognare, non vedo leader che possano, con la forza della convinzione e dell’analisi suscitare passioni grandi. In fondo anche i tecnici sono lo specchio di questo sonno senza sogni. Però magari un po’ per volta, qualcuno comincerà a parlare del grande inganno che si consuma a carico dei giovani e dei deboli, qualche professore si rifiuterà di essere tranquillizzante con gli allievi, qualche docente universitario ascolterà la miseria giovanile e parlerà diversamente. Non rassicurerà sul merito, non spaccerà la cultura come fattore di successo, ma riporterà le cose nella realtà, ovvero dirà: studiate per capire, ma prendete in mano la società, rendetela più giusta, più eguale, più libera. Fatelo voi, dirà ai giovani, noi ci saremo.

Se saranno molti questi disvelatori della realtà, e se li cacceranno, e qualcuno comincerà a difenderli, allora il mondo tornerà ad essere reale.

E il sogno riprenderà, perché della realtà hanno bisogno i sogni. 

sulla facilità di dire amore

<<Sì, vero: sono innamorata del comandante Schettino>>

E così irrompe la parola amore nel naufragio. E’ un dettaglio, bisogna dargli il posto che gli spetta e spero scompaia nel privato. Se non è stato causa di qualche dimostrazione d’incoscienza, questo amore è già mutato nell’abbandono della nave. Consumato. E non occorre immaginare troppo per capire che per Schettino nulla sarà come prima, anche nelle sue vicende personali e familiari. Ma ciò che non riguarda i fatti, si copra, è inutile a tutti.

S’ inciampa continuamente nella parola amore, anche nella cronaca, come fosse un badge che permette di aprire chissà quali porte comuni. Invece è questione tra persone, tra cui è già molto difficile che ci sia coincidenza di significati sulla parola, chissà poi con gli altri di cosa davvero si parla con questa parola.

L’amore dei sedici anni è lo stesso del travagliato rapporto maturo? Domanda pleonastica, naturalmente no, in questa parola contenitore si mettono stili di vita, faticosi compromessi, sfrenate voglie, comportamenti non confessabili, languori inattesi, perdite del reale, fantasie sferraglianti, abbandoni, tutto costruito con il vivere e non insieme di dotazione. E nell’enumerare gli effetti dell’amore, ognuno ha la propria interpretazione della parola, proprio nel momento in cui la pronuncia: è questo di cui parliamo, quando parliamo d’amore? Forse per averne confine bisognerebbe chiedersi quale processo investe la testa dell’amante, quando fa un passo indietro, si ritira dall’amore possibile perché avverte la differenza di sentire con l’altro e quindi l’impossibilità di un progetto. Quindi partire dalla fine per trovare il bandolo che porta all’inizio. Fatica mal spesa, farsi domande senza risposta è un esercizio poco utile, e se parliamo d’amore, parliamo della fotografia di noi, noi siamo quello che sentiamo in amore, anche quando questo non c’è, ed è impossibile osservare/ci senza modificare la percezione e quindi è impossibile definire/ci. E’ un’affermazione lapidaria, ma rispettosa che non scompongo, se non per dire che i nostri comportamenti sono quello che deriva da questa immagine. Nulla è così rivelatore quanto la gestione dei sentimenti, il sentimento principe è l’emblema di tutti, vale a dire che ogni storia è a sé, come il ritratto di ciascuno,e  che l’ igiene mentale a volte, serve per preservare l’integrità della persona, e che la morale nella sua generalità, è una norma semplificatrice, ma poco o nulla ha a che fare con quanto uno sente davvero.

Parliamo d’amore, se l’obbiettivo è la collezione di uomini o di donne? come si fa a parlare d’amore senza soggetto che condivide ? Se la pulsione è tutto, se il sesso è il legame prevalente possiamo meravigliarci della noia, dell’assuefazione ? Ecco torno alle domande, e non va bene, nell’educazione ai sentimenti, il sentire ha una sua persistenza. E’ una asserzione semplice, persistere significa accedere al ricordo, persistere significa avere terreno solido per un qualsiasi progetto, persistere significa essere sullo stesso piano della sensazione, dopo che l’uno o l’altra è prevalso, ha attratto l’attenzione, ha usato il fascino del vedere e del mostrare qualcosa che non è percepibile da altri ed ora comunica tra pari. Per questo collego il sentire all’amore, cioè quanto di più individuale vi possa essere, eppure non ne è condizione sufficiente, ma necessaria lo è di certo.

Ci sono frasi, parole che si possono estrarre da un discorso, perché ci definiscono in maniera netta, è quando l’io sono diventa l’importante di noi. La signorina era innamorata, sentiva, il capitano sentiva, era cosa loro, e tale rimanga se non ha provocato un disastro esterno.

Basta il loro personale come problema.

p.s. se Schettino doveva tornare a casa, il comandante De Falco glielo avrebbe detto: Comandante Schettino torni a casa, cazzo!

un gigante nel vicolo

Nello scuotere improvviso, c’è un singulto di stupore e di paura, poi la comprensione subitanea: terremoto. Dei pensieri successivi, parlerò, ma l’immagine che si forma in testa, e che si ripeterà nella scossa successiva, è quella di un gigante, ben piantato nel vicolo, che con le sue mani enormi ha abbrancato le pareti, e comincia a scuotere la casa. Chissà perché lo fa, c’è stupore, forse vuole misurare la sua forza, forse, oppure vuol far cadere qualcosa per sé, o ancora è per allegria sua. E’ l’una di notte, nel vicolo c’è il solito silenzio notturno e quel frullo che si sente ed accompagna la scossa, è un ansito soffiato del gigante, è il suo alito sulla nostra paura. Nostra? Mia, che sono in piedi a quest’ora e sento il pavimento scorrere, libri cadere e guardo inutilmente il soffitto alla ricerca di lampadari oscillanti che non ci sono. Ho messo faretti dappertutto, e adesso mi mancano i lampadari, come servissero i segnalatori di terremoti, guardo la pendola: si è fermata e l’altra,  ferma, si è messa in moto, ma intanto il gigante si è stancato.

Ci sono troppi libri in questa casa, è il pensiero principale adesso, pensiero aiutato dai tonfi delle cadute dei volumi sul legno. Questo pensiero mi assorbe, distoglie dalla sensazione di vuoto che sentivo sino a poco fa. Intorno non accade nulla, c’è un senso di sospensione calma, e l’inquietudine si rintana, è quella che attende la scossa successiva, quella che non arriva. Sono determinato a stare in casa. Ragiono sui 4 piani di scale da correre, troppi se c’è un disastro, e sull’età della casa: è vecchia quel tanto da aver visto e sentito altri terremoti. Queste sono case tirate su con quello che c’era, in anni di ricostruzioni dove c’erano i bravi e le canaglie, posso solo sperare che chi ha costruito non abbia unicamente recuperato materiali più antichi, ma sapesse cosa faceva. Concludo che non è l’ora, né per lei, né per i miei amici dei piani inferiori: possono continuare a dormire, loro. Non si muove nessuno. Guardo le finestre attorno, è tutto bujo, a parte il solito nottambulo cinefilo che si è affacciato. Solo io e lui siamo svegli, questo mi fa sentire più sicuro sull’entità del terremoto, ma sono anche, inequivocabilmente, solo nella notte. Guardo su internet e già ci sono le prime notizie: l’epicentro è vicino a Verona, la scossa è stata forte, ma senza danni.

Ho troppi libri, e giornali e carta, è la mia bulimia che ha accumulato e che non so come affrontare senza un dolore di perdita. Il terremoto, anzi il gigante, ha rimesso in evidenza questo problema di oggetti e spazi a disposizione. E qui comincia una riflessione sul mio modo di vivere, non riesco a fermarla neppure a letto, è un sonno difficile, con l’ inconscia attesa della prossima scossa. Non so che arriverà il giorno dopo alle 16, sono vigile, potrebbe esserci subito e più forte. Eppure tra “troppi” libri, terremoto incipiente e casa vecchiotta, il sonno arriva, segno che alla fine prevale la fiducia. Tanto che posso fare?

Del senso ironico del tempo della terra che si scuote, capisco il giorno successivo: è il nostro fragile umano tempo cronologico in discussione, la terra si muove di continuo. Le nostre serie storiche, limitate dalle nostre attese di vita, sono cronologie ridicole per il mondo. Sono ben attento a non scivolare nel relativo: ciò che vediamo e sentiamo è il nostro reale, siamo noi che scriviamo le storie che la terra scrive altrimenti. La sensazione della nostra pochezza annichilirebbe le sconsiderate volontà del costruire sul poco e sul breve e proiettare all’infinito, toglierebbe voglia di futuro all’uomo. Non è un gran valore, ci occupa di grandi personali considerazioni il tempo, ma è la nostra incauta misura, com’ è misura il ricordo, le serie storiche dei terremoti in val padana, rari per gli uomini, molto frequenti per la terra. Del resto non conosco forse, fin da bambino quell’abside interrotto di santa Sofia, rimasto incompiuto, dopo che un sisma aveva raso al suolo i resti dell’impero romano nella città. 800 anni sono un batter di ciglia per la terra, uno sbadiglio nei suoi milioni di anni fatti di brividi che noi annotiamo diligenti nelle nostre storie. Come fossimo osservatori di un’altro pianeta, attenti a questa palla color blù e fango, ma anche distaccati conservatori d’altre memorie.

E i miei affetti, i miei libri, le mie cose, mi riportano a me, al contingente che dilata nel tempo, non voglio vivere solo nell’attimo per fuggire il senso di morte che questo porta con sé, voglio il giorno come un mantice di fisarmonica che si dilata e suona, perché questa è la mia musica, la mia vita, di cui fa parte anche il terremoto e il rispetto per il gigante che mi lascia vivere, ma mi ricorda che qualche conto, non con lui, ma con me devo rinegoziarlo.

E magari saldarlo.

“Shéhérazade” e l’abitudine alla cioccolata

Anche per un goloso c’è la nausea. Si può alzare la soglia, aumentare la dipendenza, ma il limite verrà raggiunto.

Mi piace la cioccolata, quella amara, con alto tasso di cacao. La mangio volentieri e quando accade provo la doppia sensazione della trasgressione e della pienezza di gusto. Ad un certo punto mi fermo, perché oltre sarebbe una sofferenza. Non ho soglie alte, mi fermo presto. Qualche anno fa, con un amico, facevo la traversata dell’appennino a piedi, mangiavamo decentemente la sera, di giorno il problema era l’acqua e le calorie necessarie alla camminata. Avevo portato un bel pezzo di cioccolata, dopo due giorni ne abbiamo buttato la metà, le formiche hanno ringraziato. Questo, per me, vale per tutto quello che si ferma al limite della dipendenza e poi esonda, il piacere che diventa compulsivo, bisogno senza futuro. Non c’è nulla di giudizioso nel pensare queste cose, solo una scelta del vivere, tra il consumo immediato che sconfina, al di più, nell’abitudine  ed il piacere centellinato, limitato. La trasgressione è la scorpacciata, il scivolare dall’uno all’altro modo di intendere se stessi, e la scorpacciata non crea dipendenza, al massimo un mal di pancia. 

Mi piace l’idea che esista una modalità alla “Shéhérazade”, che crea un  legame tra piacere e modifica dei destini di chi ne è coinvolto, ma in modo positivo, insomma diviene una storia. Parlo delle papille gustative ma in realtà parlo dei centri del piacere e della soddisfazione, ognuno ha il suo limite fisico, ognuno quello intellettuale, e la differenza è tra chi punta al consumo rispetto a chi lo inserisce in una storia personale. In questo la cartina di tornasole è il parlarne apertamente. Chi si governa non ha timore di esibire la propria vita pur nella contraddizione, che poi questo è il motore che permette di non essere prigionieri di sé attraverso la regola e neppure del piacere come norma, ma deve essere motivato a sé prima che agli altri. Insomma parte della propria chiarezza.

“Shéhérazade” induce all’attesa del dopo, e salva se stessa, ma anche il sultano che era condannato al sempre di più, ad una vita d’inferno che escludeva proprio il piacere del vivere. 

Chissà se, e come, l’ha ringraziata.

‘a frito’a

A fine gennaio, veniva preannunciato con piccoli conciliaboli di donne: se fa doman dopo pranso, bisogna ‘ndare comprare pinoi, uveta, sedrini ( si fa domani dopo pranzo, è necessario comprare…). E mia mamma o mia nonna compravano pinoli, uva passa, cedrini e lievito di birra.  E noi capivamo che si preparava la gioia vera del carnevale. Era l’altro versante delle mascherine di cartone portate sul viso, dei coriandoli sul cappotto, delle stelle filanti multicolori, di tutto quel fingere dei bambini votato all’esterno, alle corse, al fatto di non vedersi davvero, ed invece essere ciò che ci pareva, quell’essere altro che cessava sulla porta e mutava in casa, perché il carnevale continuava con i grandi e i piccoli assieme a tavola davanti alle frittole, o meglio in dialetto: ‘e frito’e.

La ricetta di casa era quella veneziana modificata, conservando quel tripudio di uva passa, cedrini e pinoli che venivano incorporati nell’impasto di farina, zucchero, lievito, un rosso d’uovo e un bicchierino di grappa (e qui interminabili discussioni se aggiungere o meno il latte), lievitati e lasciati riposare la notte nella terrina coperta vicino alla stufa.  In campagna, e anche a Venezia, ‘e frito’e si friggevano nello strutto fresco del maiale macellato a dicembre, spesso mescolato con dell’olio di semi. In città, da noi, solo nell’olio. Era una magia vedere che da un cucchiaio di pastella prendeva forma una palla che si gonfiava, prima bionda e poi bruna, rigirata e tolta prima che scurisse troppo e messa su carta paglia ad asciugare. Spolveravo di zucchero grosso, e mangiavo ancora bollente. La nonna mi allontanava con una frittella per mano, le frittelle dovevano aspettare i grandi. Solo a volte si mangiavano calde, ‘a fritola xe bona calda, e giù che i grandi ridevano, noi non capivamo visto che eravamo gli unici a mangiarle appena cotte e ci chiedevamo perché non le facessero al pomeriggio per gustarle calde. Allora spiegavano che non si poteva, sia per la quantità e le attese, perché era bello offrirle e c’era il problema dell’odore di fritto da non regalare agli ospiti A noi invece lo regalavano l’odore ed eravamo felici portatori de spussa de fritoin,  che ci avrebbe seguito su abiti e cappotti per un paio di giorni. Mica mi dispiaceva, pur zitto, l’odore avrebbe testimoniato al mondo che avevamo mangiato fritole e galani.

I galani, erano un complemento, rispetto alla regina frito’a, (la frittola era il dolce veneziano per eccellenza, diffuso dall’Istria a Milano, aveva seguito la Repubblica e la confraternita dei fritoini, che diventavano tali e potevano smerciare il fritto solo per diritto dinastico, ma questo l’avrei saputo molto dopo ) più rapidi d’impasto, tirati sottili come sfoglia da tagliatella, tagliati a rombi e fritti in poco tempo, subito tolti e messi a cedere anch’essi olio alla carta e spolverati di zucchero.

Due scuole di pensiero si dividevano nel pomeriggio arroventato dalla stufa ben carica e come per le permutazioni, si frangevano in molte varianti che consideravano con convinzione od orrore le alternative. I veneziani non mettevano latte e uova nelle frittelle, vino bianco al posto della grappa, ma noi eravamo di terra, non d’acqua, da noi esistevano, sia pure in campagna  galline e mucche e vigne, per cui, sia pure i quantità modiche, venivano aggiunti tutti questi ingrdienti, quasi a dispetto dei veneziani che avevano tolto la libertà ai padovani 500 anni prima.

Anche i galani (qui la grafia dialettale è inesatta, la tastiera non soccorre perché servirebbe la l tagliata essendo aspirata, e poi ci sono posti dove si aspira di più e altri meno, per cui grande è la confusione sotto il cielo piccolo del Veneto,  ma un veneto non dice galani, ma ga’ani e così fa scoprire da dove proviene), finché si gustavano, suscitavano discussioni non da poco, e c’era chi apparteneva alla scuola della bolla piccola e fitta su pasta sottile e invece altri di parere opposto che sostenevano la bolla grande e friabilissima su pasta leggermente più grossa, infine altri ancora invertivano lo spessore della pasta con le bolle di preferenza. Si diceva, se ciacolava per asserzioni, più che per opinioni.

Su queste discussioni e molto d’altro si perdevano i grandi, io asciugavo l’olio delle dita, sui quaderni e sui libri di scuola e nell’unto da ceffoni perdevo me stesso.

p.s. allego la ricetta di casa:

250 g di farina 00

15 g di lievito di birra

50 g di uva passa ammollata nel latte

50 g di pinoli

una manciata di cedrini (questa cosa della manciata mi piace, facciamo 50 g per capirci)

poco zucchero, 50 g sono sufficienti

un rosso d’uovo

scorza di limone grattuggiata

un bicchierino di grappa

Si scioglie il lievito in acqua tiepida assieme allo zucchero mescolato con il tuorlo d’uovo, si aggiunge la grappa e la farina con poca acqua. Si mescola a lungo finché le bollicine in superficie ci dicono che sta lievitando. Si lascia riposare coperto in un luogo caldo. (a casa mettevano la terrina vicino alla stufa tutta la notte)

Quando è lievitato bene, circa il doppio del volume, si incorpora l’uvetta, i cedrini il limone grattuggiato, i pinoli e il poco latte dell’ammollo, si impasta tenendo la pastella abbastanza fluida. Si frigge in olio bollente lasciando colare a cucchiaiate, si gira e quando è marrone non troppo scuro si toglie e si scola su carta assorbente. L’abilità è il cuocere dentro e fuori senza bruciare.

A casa si spolverava con zucchero grosso, adesso si preferisce lo zucchero a velo, a me piace quello grosso.

sfigato

Sfigato è chi accetta questo mondo e non pensa possa cambiare. Sfigato a se stesso e non ad altri, prigioniero di una decadenza che lo precederà, dell’insoddisfazione nascosta sotto strati di conformismo, tronfio e cieco.

Sfigato è colui che non vede e non si vede, che non si cura di chi ha vicino, che si pensa realizzato perché ha un biglietto da visita e un curriculum.

Sfigato è colui che si convince che i fatti gli diano ragione anche quando sa che non ce l’ha.

Sfigato è chi irride gli sforzi altrui, chi non si sforza di capire che esistono altri modi di vivere e di essere.

Sfigato è chi invidia la felicità, chi si bea della propria, chi capisce solo chi gli da ragione.

Sfigato è chi perde un amico piuttosto che un’occasione, chi non sa stare zitto se non ha nulla da dire, chi parla pensando che il suo sia il parametro del mondo.

Sfigato è chi non ha dubbi, chi possiede e non serve il potere, chi pensa di avere più diritti perché se li è meritati.

Sfigato è chi pensa di sapere, di avere, di essere, perché è finito il tempo della curiosità e adesso c’è solo quello della concretezza.

Sfigato è chi non più i sogni, chi non ha un tempo da condividere con chi gli vuole bene, chi pensa di non avere qualcosa da donare.

Sfigato è chi non capisce la solitudine degli altri, e pensa che è solo questione di volontà per stare bene.

Sfigato è chi si crede invulnerabile, al di sopra d’ogni giudizio, padrone del presente e del futuro.

Sfigato è chi insegna e non apprende, chi non capisce quando è ora di star zitto.

Sfigato è chi non capisce quando è ora di mettersi da parte, e si crede indispensabile.

p.s. aggiungete pure che c’è posto

polvere

La polvere e’ dappertutto, nelle piste, nei campi, fino alla porta delle case. La polvere e’ nei giochi, nei visi, nelle mani, sui corpi dei ragazzi e degli uomini. E’ sui vestiti delle donne, nel gesto bello che porta un velo sulla testa per il sole, e’ sui banchi, su ogni oggetto di lavoro, sulle capanne, sulle imposte di ferro della scuola. Così ti viene finalmente il dubbio che la polvere sia un elemento del mondo, che faccia parte della vita e non sia così sporca come si pensa da noi. Infatti non ha l’odore di marcio che ti segue nei mercati delle città, non odora  di nulla conosciuto se non di sé ed è giallo ocra. Cotta dal sole, ne prende il colore, viene portata dalle tempeste di sabbia, ma ancor più si genera in questa terra arcaica che si sbriciola fino ad essere talco. Qui la terra è davvero antica, una zolla di universo su cui ominidi hanno cominciato a correre, venendo dalla Rift valley, talmente tanto tempo fa, da poter usare solo l’immaginazione per vederli mentre per decine di migliaia di anni tentano la savana e si devono rizzare  in piedi per guardare oltre le erbe alte, cacciare e fuggire. E poi, sconvolti da tanto ardire, tornare nella foresta, in un entrare e uscire che selezionava, trasformava il ricordo in specie. E allora l’esperienza dell’aria, dello spazio,del correre  non li abbandonava e ri uscivano finché si sono retti bene in piedi e correvno su due gambe e le mani stringevano le cose in maniera diversa. Allora è cominciato il cammino mentre altri restavano, e tutti hanno pestato questa polvere, se ne sono ricoperti il corpo, l’hanno lanciata per aria nei riti propiziatori, hanno letto il futuro nell’andare del vento. Oggi ci convivono e la sentono parte del mondo, ovvero non se ne accorgono. Così in questa polvere c’è la storia del mondo, la traccia degli antenati, il rumore delle percosse che i piedi hanno inferto alla terra, lo sbattere dei piedi, ancora così presente nei balli delle donne nei villaggi, quando la schiena si inarca in avanti, le natiche si protendono, la parte sessuale emerge, mentre le braccia si portano verso la terra, verso la polvere.

La polvere è ovunque e noi la sentiamo, come solo i forestieri possono notare, finché non la sentiamo più, ed allora emerge nelle rituali disinfezioni con il gel, sulle mani che attaccano, attaccano ovunque. Ma in realtà, e’ il grasso nostro che trasuda e si combina con la polvere. Gli indigeni hanno le mani secche, a loro basta spolverare, a noi non basta, il grasso che ci difende dal freddo, accumula sporco e alla fine siamo disinfettati nello sporco, incapaci di gestire la polvere. Ecco la differenza, ciò che per noi pesa, per loro fa parte della vita, si toglie prima della preghiera, prima del cibo, ma poi fa entra nel vivere.

Non vivrei nella polvere, la terrei a bada, ma già sapere che non ha connotati negativi di per sé, è una conquista, un modo di vedere il mondo.