dialogo sulla comunicazione golosa

willy

le parole siamo noi, da come le usiamo mostriamo quanto, chi le riceve, sia importante per noi. E le parole hanno una superficie dura ed un contenuto succoso, pieno di significato, se chi le riceve, le accoglie allora sente che le sensazioni sono molto più intense.

N

Però spesso io faccio fatica a tradurre con parole esatte quello che provo, la mia paura è che arrivi falsato quello che voglio dire…   falsato, cioè non corrispondente alla mia realtà, a quello che provo effettivamente  o che sia interpretato in modo sbagliato.

willy
Se ti fidi della persona con cui parli, lasciati andare, non farti troppi problemi, se non capisce ti chiederà. A volte si vuol dire dire e anche no, si chiede al nostro destinatario di capire oltre le parole. E’ un azzardo, può accadere e non accadere, d’altronde questo sfumare fa parte del fascino del comunicare con i silenzi. Anche per mail, o in tutte le altre diavolerie moderne del comunicare tecnologico.

N

Vero, si comunica anche con i silenzi, ma secondo me, devi averla davanti la persona che sta in silenzio. Solo così puoi capire il senso del silenzio.  Altrimenti non è possibile. Il silenzio a “distanza” può voler dire tante cose: non approvazione, disinteresse, noia, stanchezza, … E  non puoi interpretarlo, a distanza.

willy

Non è solo così, bisogna raggiungere uno stadio più alto, che superi il mezzo. Il bisogna è pleonastico, se si vuole si può fare. E i silenzi, quando si attiva una comunicazione si sentono sempre. Quelli che a volte non si incontrano sono i bisogni reciproci, le vite distanti scorrono, hanno zone enormi di non condivisione, eppure si pretenderebbe la stessa attenzione che si conosce quando si è vicini, ci si può vedere, toccare, sentire a naso ed espressione.  Sai che questo è in realtà il bisogno di avere di più, di essere più sentiti ed è dimostrazione di interesse grande, ma è diverso rispetto al passato dell’uomo, quando aveva meno mezzi a disposizione per comunicare.
Affinare il sentire l’altro è una qualità che tutti abbiamo ma che lasciamo perdere perché è difficile, eppoi crea nuovi bisogni, domande, ecc. Per questo credo, la comunicazione verbale e fisica sembra essere l’unica concreta, la più importante, ma è una, non l’unica.

In realtà vorrei parlare di più sul significato dell’usare le parole, quando si scelgono per restare vicini a quello che si vuol dire, quando non si sparano perché tanto vale la sensazione. Questo esige una sintonia profonda, oppure ci si accontenta. Ed oggi, molto spesso, si dice che è indispensabile puntare al concreto, ma in realtà ci si accontenta di quella che sembra la realtà. Basta sapere che non è possibile comunicare profondamente con tutti, anzi nel mio caso, lo faccio veramente con pochi e se ne ho un riscontro negativo mi ritraggo, mi chiudo. In una comunicazione la maggior fatica e soddisfazione (proprio nel senso di piacere) è quando le porte si aprono, non quando si capisce o si sente meno. Io parlo di una comunicazione golosa, non di una comunicazione bulimica, in questo anche il silenzio ha un suo modo forte di parlare.

N

In fondo siamo tutti esigenti, resta da capire se i tempi e i modi coincidono, altrimenti la golosità è un piacere a senso unico. Condividere, mi pare necessario, anche le modalità e i limiti. Ne parleremo e i silenzi saranno eloquenti :-).

l’esercizio della memoria

Fuorviante. Il titolo può riportare a seiconsiglisei sull’esercizio del ricordare ad uso di studenti, manager, enigmisti, perditempo, ecc., ma oggi nell’era delle memorie a 80 euro il terabyte perché ricordare? Qualcuno uniforma la memoria, la formatta, la infarcisce di fotografie che saranno viste, al più, una volta, inserisce citazioni, testi che non si apriranno mai perché pensati in un’epoca in cui esisteva la memoria umana ed ora distorti nel mezzo che non creerà mai la voglia di consultarli. Solo le parole crociate a schema libero ci salvano, con il loro concludersi in un tempo accettabile e con il test di memoria (?) anti Alzheimer, sotteso, che fornisce una moderata considerazione di sé. Per poco, ma tanto basta, fino al prossimo: dovevo dirti una cosa, aspetta non me la ricordo, ma viene

Non sono un buon fruitore di manuali, di nessun manuale, i manuali non incuriosiscono, fanno il loro onesto mestiere di accumulo di notizie, però, come per tutti, anche per me, l’età dei manuali c’è stata, e in parte c’è ancora. Allora dovevo cercare un manuale che aiutasse a leggere il manuale: tecniche di lettura rapida ad uso dei politici, uomini d’affari, studenti, insegnanti, lettori di frodo. La rapida lettura del manuale, in oggetto, rivelava, allora che il computer non c’era ed era, casomai, un fantasmagorico insieme di lucine, odori, rumori (ebbene sì, ho lavorato per molti anni in informatica, alcuni -pochi per fortuna- addirittura con il sacrale camice bianco), che quello che abitualmente facevo, e ancora faccio, ovvero leggere in piedi in libreria, faceva restare in testa pezzi di libro. E con alcuni pezzi di libro, se ne possedeva il senso, e ciò valeva per un documento, per un romanzo, per un saggio. Per un manuale no, ma questo lo scrivevano a fine libro, ed era una fregatura. Lì era questione di fortuna (o di culo come si diceva allora, quando, oscuramente, l’uso della parte anatomica veniva connesso all’evento positivo e fortuito) e se l’esame o quant’altro, veniva superato era più per il metodo Churchill ( si raccontava che il nostro grande statista, nonché duca di Marlborough, e qui l’affinità fonetica con le sigarette rendeva simpatica una figura, altrimenti molto controversa, avesse studiato un solo capitolo la notte prima dell’esame, ignorando tutto il resto e considerando che la bella vita fatta fino a quel momento, era comunque stata ben spesa, ed il giorno successivo, proprio su quel capitolo si fosse svolta l’interrogazione, promuovendo lui e il caso ad alti destini), che per l’abilità nel leggere a salti. Ma tutto ciò, sublimato nella mistura di brivido e incoscienza  che portava ad affrontare prove (trascinando nel retrobottega pesantissime catene di colpe e propositi a scadenza rapida: non s’era fatto un cazzo per troppo tempo), dalle quali, quando si riusciva ad emergere moderatamente vittoriosi, era la prova provata che quel contenitore, definito sterile, svagato, incostante, fannullone, roccioso, inconcludente e svogliato, dagli insegnanti, per qualche oscura proprietà propria aveva sviluppato una singolare attitudine al ricordo dell’inutile, del superfluo, dello scoordinato. Come vi fosse stata una formattazione dei neuroni che li portasse ad occuparsi di ricordare pezzi di divina commedia, uno dei principi della termodinamica, Carducci e Ungaretti, gli stati oscillatori dell’elettrone, qualche soluzione stechiometrica ai problemi di scambio ionico, un paio di leggi di ottica, molto Bulgakov, Hemingway sparso, Calvino e Montale, i simbolisti russi, ecc. ecc. 

Avevano ragione, gli insegnanti, e quindi volendo riassumere, della scienza e letteratura restava solo l’esercizio della memoria associando l’odor di caffelatte con il ripasso dell’ultima poesia di Carducci, le paure delle notti prima degli esami senza le piacevolezze del film, ma anche quell’informe gomitolo di cose variegate e simpatiche che erano niente e tutto. Niente agli altri e tutto quello che si aveva per sé. Sarà pur valso a qualcosa il leggere vorace e senza sistematicità dalla fantascienza alla scienza, transitando per la letteratura, e se alla fine si   era ottenuto il risultato del ricordare per sé, non per altri che esigevano ordine, sistematicità, senso comune. Ecco, miei cari, di tutto questo procedere per salti, delle dimostrazioni di ricordo-random, cosa resta oggi che posso ordinare sul mio hard disk esterno pezzi di vita formattati? Moltissimo, se rifiuto che quello che è al massimo un mezzo affascinante (molto meno di un mezzo, il notes dello snobbettino, conterrà cose che nessun computer riuscirà mai a riprodurre), ma poco funzionale alla capacità di ricordare per il sé in evoluzione, essendo al più sostitutivo: io ricordo quello che tu ricordi di me, che ti ho detto di ricordare cristallizzando un momento in cui mi pareva che l’universo fosse quell’insieme di ordine e in realtà parlavo di un pomeriggio di felicità o da cani. E’ evidente che attraverso questi ricordi, si tornerebbe all’ipse dixit, ad un momento perenne che esclude uno dei grandi fasti fascinosi della memoria, ovvero la riemersione del ricordo, ed anche quell’esercizio del ricordare che non inficia il presente, ma anzi lo modella e lo porta a muoversi. Quando mai una poesia o un teorema che ci torna in mente ed alla fine rivela la solarità della dimostrazione, hanno mai prodotto cristallizzazione nel percepire, nel movimento, nel vivere? In questo l’esercizio della memoria utile a sé, prescinde dall’offerta scontata del grande magazzino, riporta nella lettura rubata in piedi, alla consuetudine di rileggere per mantenere a mente una folgorante sequenza di parole ed immagini, al guardare con sei sensi a disposizione un luogo, un evento e al fissarlo in mente prima che con la macchina fotografica, a volte addirittura rinunciando al pezzo di bravura, per non confondere l’esperienza con l’immagine. Sconclude in quel rimescolare, accettabile se non viene detto, di pensieri, ricordi, spinte, voglia di fare e d’essere e fornisce quell’unicum che siamo. Non la memoria esterna e i diari, ma l’esercizio della memoria come fatto costruente, personale ed utile solo a sé. Come questo scrivere che altri fini non ha se non seguire il sollecitare d’un pensiero che, volutamente, non sistematizza in quando perderebbe fascino, soavità, fragranza di nuovo. E’ un esercizio inutile come una carezza e rassicurante come una carezza: si è sbagliato tutto, quello che sembrava contare, per fortuna è rimasto l’amore. 

giulivismo

Mi piace l’allegria naturale che sfiocca verso l’alto, spinta dal vento dell’assurdo, e si spegne in un sorriso. Se riprende è per abbrivio e magari riscoppia in una risata, ma non è condizione forzata ed è cortese con la propria intelligenza e sensibilità.

Mi piace l’ottimismo, che rovescia il reale banale, lo prende in mano e lo guarda sotto, sopra, di lato, si meraviglia del nuovo che non era notato, e lo rispetta, ma non teme di porre da canto la polvere e lo scontato. Mi piace perché è una conquista attiva, perché strattona la vita per tenerla sveglia.

Mi piace il sorriso che assomiglia al lampo, che riporta al bianco inatteso, agli occhi senza velo. Mi piace perché quando scompare lascia nell’aria una sensazione priva di sguaiatezza, una vibrazione che accarezza.

Non mi piace il giulivismo che deborda in molte parti del quotidiano, la fiducia acritica sulle progressive sorti senza impegno. Non mi piace vedere l’impressione del sé senza autoironia, sentire la coda cattolica che serpeggia ovunque, dalla politica ai comportamente individuali, perché il pensare positivo cambia il mondo, perché la tracotante fiducia di sé allontana il dubbio e la paura. Che stupidaggine, essere giulivi non è l’esercizio della speranza, è un esorcismo superficiale che banalizza quanto accade davvero, per rifugiare in una considerazione del mondo come propria estensione. A te è stata data la terra, adoperala. 

E neppure il giulivismo catastrofico mi piace, il vivo alla grande perché non dura, altra coda del cattolicesimo d’antan, la reazione al pulvis est, con la reiterata sopravvalutazione del presente come costruzione positiva nel negativo delle storie.

Solo la digestione lunga del sauro supera il giulivismo, ma almeno quest’ultimo dorme finché si pasce di sé. 

portolano

Cercare la bellezza, oltre l’autore, oltre l’abilità. Per me vale ovunque, è impegno, fatica, disciplina e negazione, affermazione, esaltazione, gioia immotivata, distacco, scoperta.

La bellezza è il portolano, non una carta geografica tracciata da altri rilievi, da menti che hanno una rappresentazione codificata, ma un percorso, una sensibilità ricordata, ed ormai indelebile, che trasmette scogli, secche, sentore di prossimo vento, odore di terra. Quella terra nuova che è la propria ricerca, iniziata con lo staccarsi dalla sponda, ed è scrivere il proprio racconto, la storia, in un senso o nell’altro.

Ci si può perdere, ma la bellezza, una rotta la fornisce. E cosa sia bellezza, poi ognuno lo determina per sé ogni giorno. Stanotte prendo con me il profumo di legna, una strada percorsa parlando, una cortesia ritrovata, il particolare d’un quadro, lo scrivere una lettera, la certezza di ciò che davvero resta.

E quasi mai è facile andare, ma a questo serve un portolano, utile a staccarsi da ciò che è terminato, a metter distanza da chi è prigioniero delle proprie rabbie, a liberare da ciò che trattiene.

Ma ancora, quasi mai è facile andare, eppure senza non si procede e il ricordo di noi ci divorebbe.

 

 

 

viandante

Mi stendo. I piedi sono su un tappetino persiano steso di traverso sul sommier.

Potrei addormentarmi, tanta è la stanchezza. Forse sarebbe meglio.

Silenzio. Sento la sua presenza seduta dietro la mia testa. Quasi lo vedo che si accarezza la barba corta e bianca. Potrebbe dormire anche lui. Chissà, forse a volte lo fa, oppure si rifugia in quello stato di coscienza che non è sonno, ma neppure è realtà, è solo presenza vigile e mente altrove.

La realtà. Questo dovrebbe essere il regno della realtà. Od almeno della sua approssimazione. Chi viene per aiutarsi, è perché vuole capire com’è e com’essere nella realtà degli altri. E poi scrivere una storia nuova. Qui c’è il nuovo da scrivere nel proprio presente e futuro. Mi torna in mente Rashomon, e il Mackbet, quando la foresta camminerà ci sarà la resa dei conti. Gli alberi camminano sulle loro radici? Questa è la vera fatica dello scrivere una storia nuova di sé, far camminare le radici. C’è un gran parlare di deimon, di sequela di sé, di fato e mi sembra, nella difficoltà, tutto più facile che far camminare le radici.

Silenzio. Chiudo gli occhi, non so mai dove mettere le mani, le tengo unite a scaldare il chakra manipura dell’addome. E’ un buon posto, significativo.

Silenzio.

Lo so che devo iniziare. Lui non parlerà. Parla sempre con parsimonia e dice le cose sensate e sorprendenti che sospendono il giudizio sulla fine di questo rapporto iniziato da poco. Mi fa tornare e gli do un’altra possibilità. Credo che lo sappiamo entrambi che può finire in ogni momento. Potrei alzarmi e salutarlo, iniziare a scrivere la nuova storia senza questo angolo di riflessione. Non ho vincoli particolari che non dipendano da me, lo sento ed è il bello della diretta conquistata: non faccio per accontentare qualcuno e mi sembra così strano aver iniziato un percorso freudiano, da non averne dipendenza. 

Parlo. Comincio a raccontare delle ultime notti con poco sonno, della stanchezza delle situazioni in cui vivo da troppo tempo. E poi gli servo la ciliegina, i sogni. Ultimamente sogno molto e ricordo i sogni. Parto da un sogno erotico, accenno, poi passo al punto, per me nodale. Non fornisco interpretazioni, lascio a lui la palla. Inizia il suo ragionare, è un po’ scontato, troppi i riferimenti impliciti al suo mestiere, comunque è interessante.

Ascolto, penso, è un confronto tra noi. La realtà dal sogno che si rinnova e scambia. In fondo la sua abilità è nel farmi collegare cose che conosco e che non sono nella sua testa, ma nella mia.

Siamo entrambi svegli. E non è poco.

bambini

I bambini, in Senegal, li vedi ovunque, spesso ti sono attorno, e sono tanti, tantissimi, ma alla fine della visita di un villaggio, diventano un fiume in piena alla ricerca di caramelle. penne, quaderni, fotografie, parole. E tutti ti vogliono stringere la mano, farsi vedere e vederti, e si scavalcano gli uni con gli altri per venirti vicino, ti parlano tutti assieme in due, tre lingue e ridono perché non capisci, e ti sorridono sempre.

Quanto sorridono, parlano ed emanano vita, energia, tenerezza …

Non siamo più abituati ai bambini, alla loro allegria esplosiva, alla mobilità senza freni, al vociare, ma soprattutto non siamo più abituati al numero.

In Senegal, come in molta parte dell’Africa, le famiglie sono numerose. Le gravidanze sono precoci -ho visto ragazze incinte di 11-12 anni- e a vent’anni una donna ha spesso già tre o quattro figli; la poligamia è abitualmente praticata, quindi nelle famiglie il numero di fratelli è elevato. Si incontrano spesso bambine piccole che tengono in braccio o per mano, fratelli ancora più piccoli. La campagna contro l’hiv è sottotono, ma si vedono i cartelli perché il problema esiste, mentre non ci sono campagne esplicite per la contraccezione. Queste ultime sono limitate dalla cultura e dalla tradizione. I villaggi sono molto coesi e una donna non lo farebbe mai da sola, perché il marabutto (il capo villaggio),  disapproverebbe, assieme a gran parte della comunità, sia maschile che femminile, con il conseguente isolamento.  

La povertà di cose e di mezzi, ai nostri occhi, è grande, però la mortalità infantile s’ è abbassata. Anche se resta comunque molto alta per i parametri occidentali ed i bimbi sono spesso malati da malattie da caldo, dissenterie per acqua infetta, raffreddamenti per i grandi sbalzi termici giorno/notte (hanno tutti il naso che cola), malaria, malattie trasmesse da animali, ecc. ecc.. In Senegal si muore per poca distribuzione di medici, medicinali, tecnologia. Piano piano, le cose migliorano, ma sembra che tutto sia lento, che basterebbe… In realtà non basterebbe perché il basterebbe deve diventare abitudine, continuità, modo di vita. 

E’ difficile, per le nostre teste, mettere assieme la loro allegria, con la precarietà del vivere,  ma loro ci riescono benissimo, e così i bambini sono dappertutto, e sono i veri padroni dello spazio fisico. Giocano tra le capanne, a frotte rincorrono un pallone, sollevano nuvole di polvere, accudiscono le capre e i fratelli, vanno a scuola, in talmente tanti per classe che l’autodisciplina dev’essere stata inculcata prima di nascere. Esiste una campagna costante per la scolarizzazione di massa, che è ancora un problema per il paese, dove, se si escludono le scuole coraniche, metà dei bambini non vanno a scuola. Je veux aller a l’ecòle et reussir. E’ una comunità che si forma, ma che gioca ancora tantissimo, e questa è una ricchezza che noi abbiamo perduto assieme all’adattabilità nelle condizioni che mutano con rapidità, mantenendo l’identità.

I bambini nei villaggi, non chiedono l’elemosina. E’ una cosa singolare per chi è abituato ad essere immerso nella ressa bambina, africana od orientale, che ti circonda e chiede di tutto. Eppure sono andato in paesi privi del necessario, che soffrono la fame e si mangiano la semente per sopravvivere, dove non c’è alcun sovrappiù visibile, però la dignità è conservata. Credo dipenda dal fatto che l’educazione famigliare è ancora molto forte, che le famiglie hanno cura dei bambini, che la trasmissione di sapere e dignità è pari, almeno, a quella scolastica. Un modo di tenere assieme gli affetti e la penuria che non è un restringere la condizione bambina, ma un suo allargamento verso la fantasia ed espressione libera.

chi ci salverà dai nostri errori?

Gli errori che più pesano sono nell’incomprensione. Che è fatta di mancato capire biunivoco, io non capisco, tu non capisci, e arena ogni possibile evolvere. Accompagna il tutto l’orgoglio d’essere, almeno in parte, nel giusto, che non è un errore, ma non mitiga la sensazione di un fallimento.

Credo che, tra i non pochi fallimenti che m’ hanno accompagnato, molti si basino sull’incomprensione e nel non aver capito perché, ad un certo punto, la comunicazione è divaricata: pareva, sembrava, ma non era. Bisognava facessi uno sforzo, anche d’umile consapevolezza ed invece la presunzione di realtà si è fatta solida, si è sovrapposta all’altra persona. Con chi stavo parlando, chi mi parlava?

Non ci salverà nessuno, finché ci si perde nel veleno dolce della nostalgia e tantomeno si dimentica.

Vorrei dare dignità all’oblio del nuovo, ancor più insensato se tale non è, ma che ha il pregio di portarci fuori da noi stessi a rivedere il mondo. 

di molti tempi c’è bisogno

“Per ogni agire ci vuole oblio come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità”

Queste sono parole di Paolo Rossi, un grande studioso della memoria, se le riporto non è per dare forza ad una asserzione, ma perché ne sono convinto. Se la memoria è un luogo in cui ci si può perdere, l’orlo dell’abisso di ciò che poteva accadere e non è accaduto, se si cade, di colpo la luce attorno scompare, e lancinante emerge l’assenza di futuro. E’ come se un buco nero assorbisse, con la sua immensa gravità, la luce. Abbiamo bisogno di sbagliare di nuovo credendo che non sbaglieremo. Per questo l’assenza di errore mi fa paura, come mi fa paura la fuga nell’esperienza che assorbe il senso, sento entrambe come il tentativo di dimenticare qualcosa che non vuol essere scordato, che viene seppellito e riemerge. Se invece venisse affrontato riaprirebbe il futuro, ma non accade perché di finzioni siamo maestri, soprattutto con noi stessi. Dei divoratori di presente è fatto il mondo, ma è il mondo della penuria non quello del benessere, un mondo in cui si ha solo paura di perdere, in cui si smarrisce il senso dell’acquisire. Ben essere, è qualcosa che è in equilibrio dinamico con la propria storia, il presente e il futuro.

Torno, in questo girovagare sulla memoria e sull’oblio, nel mio concetto di tempo. Ho la sensazione di un tempo che s’allunga, non ha limiti al progettare, non consuma, ma aggiunge e per questo può essere parco. Un tempo che può dare senza la fretta di consumare e non teme di perdere tempo, quindi un tempo che convive con la memoria, ma non la subisce.

Uscendo dal tempo cronologico si esce dalla necessità, le prospettive si dilatano, subentrano altri tempi, il kairos, il tempo dell’occasione, che non tiranneggia nel fare e riproporrà ciò che apparentemente si lascia, o il tempo del probabilmente, così presente in molta parte del mondo, dove l’uomo si affida alla propria volontà ed a quella del flusso del caso. Li sento presenti questi tempi e se, vivendo assieme ad altri, non sempre posso uscire dall’obbligo, sapere che posso vivere un mio tempo, mi regala una prospettiva diversa nella percezione di presente e di futuro.

Mi si potrebbe dire: illuso, non vedi ciò che perdi, non vedi che ti perdi? Ed io dovrei spiegare che non ho fretta, che progetto la mia vita e ciò che non ho fatto un tempo, non lo rimpiango, perché allora, era solo possibile, ma ora perché dovrebbe chiudermi la possibilità di fare, ed essere, con maggiore coscienza e gusto, senza l’obbligo di accumulare esperienze. L’esperienza adesso è vivere,  non guardare l’orologio per sapere quanto sto vivendo, credo che sia per questo che si dimentica e ciò che si ripete sembra nuovo. E’ come avessimo dentro due orologi da leggere insieme, quello biologico e quello emotivo ed entrambi ci dicessero la stessa cosa, ovvero l’inutilità di rincorrere il tempo.  

opacità

Per un processo misterioso alcune parole assumono, in alcuni momenti, una rilevanza inconsueta e diventano di moda. Opacità è una di queste e mentre prende il centro della scena, annebbia la sostanza delle cose. Se ci sono dubbi sui conti, ci sono opacità, un tempo c’erano sospetti. Se il rapporto tra due persone è diverso da quello che una racconta, ci sono opacità, ma in realtà si nasconde qualcosa. Come se si potesse rubare senza rubare, tradire senza tradire, insomma che siano ladri o corna adesso è l’opacità che avvolge la realtà.  Opacità è ciò che non posso vedere, se non come ombra, o che non voglio vedere perché l’ombra mi tranquillizza. Quindi l’opacità è una scelta consapevole,  perché non si ha voglia di veder chiaro,  sperando che non ci sia nulla oltre l’evidenza e perciò il rifiuto di governare la nuova realtà.

L’opacità riserviamola alle meduse, che se per caso toccano fanno male.

p.s. ho trovato il termine oltre che nella vicenda del Senatore Lusi, anche in un articolo di economia, di Deaglio, su La stampa, e nel discorso, condito di allusioni, tra due coppie al bar. Adesso mi aspetto che non mi si deluda e che per un paio di mesi ci sia il tormentone dell’opacità a piè sospinto.

il nano di pietra

Che differenza c’è tra un nano di pietra e la pietra? Solo la mano che l’ha scolpito. Mi imbatto in continuazione in chi vede il nano e non la mano, in chi è prigioniero del proprio piccolo, insignificante sapere.  Non sono immune dalla tentazione e mi devo difendere dalla parte di me che mi fa guardare il dito e non la luna, perché la mia stupidità è costantemente in agguato, si maschera di precisione e notizie, ma si sofferma sul particolare e non capisce il contesto. Insomma non coglie ciò che il ragionamento vuol dire.

La lotta contro la propria stupidità è quotidiana, non lascia tregue e non dà come premio l’intelligenza, ma solo una moderata apertura di cuore, e di comprensione di ciò che sta attorno. Ossia il vedere la mano oltre la forma e la pietra, nel nano.

Penso che nel nostro essere prigionieri, con la porta della cella aperta, troppo spesso scegliamo il miglio del padrone, la conoscenza “facile”, quella assertiva che non mette in discussione i fondamentali.

Invece quando si battaglia, la scelta dell’avversario sarebbe sintomo d’intelligenza, ma se uno sceglie sé e la propria stupidità come contendente, l’esito non è scontato. Se va bene si fa patta.