“Shéhérazade” e l’abitudine alla cioccolata

Anche per un goloso c’è la nausea. Si può alzare la soglia, aumentare la dipendenza, ma il limite verrà raggiunto.

Mi piace la cioccolata, quella amara, con alto tasso di cacao. La mangio volentieri e quando accade provo la doppia sensazione della trasgressione e della pienezza di gusto. Ad un certo punto mi fermo, perché oltre sarebbe una sofferenza. Non ho soglie alte, mi fermo presto. Qualche anno fa, con un amico, facevo la traversata dell’appennino a piedi, mangiavamo decentemente la sera, di giorno il problema era l’acqua e le calorie necessarie alla camminata. Avevo portato un bel pezzo di cioccolata, dopo due giorni ne abbiamo buttato la metà, le formiche hanno ringraziato. Questo, per me, vale per tutto quello che si ferma al limite della dipendenza e poi esonda, il piacere che diventa compulsivo, bisogno senza futuro. Non c’è nulla di giudizioso nel pensare queste cose, solo una scelta del vivere, tra il consumo immediato che sconfina, al di più, nell’abitudine  ed il piacere centellinato, limitato. La trasgressione è la scorpacciata, il scivolare dall’uno all’altro modo di intendere se stessi, e la scorpacciata non crea dipendenza, al massimo un mal di pancia. 

Mi piace l’idea che esista una modalità alla “Shéhérazade”, che crea un  legame tra piacere e modifica dei destini di chi ne è coinvolto, ma in modo positivo, insomma diviene una storia. Parlo delle papille gustative ma in realtà parlo dei centri del piacere e della soddisfazione, ognuno ha il suo limite fisico, ognuno quello intellettuale, e la differenza è tra chi punta al consumo rispetto a chi lo inserisce in una storia personale. In questo la cartina di tornasole è il parlarne apertamente. Chi si governa non ha timore di esibire la propria vita pur nella contraddizione, che poi questo è il motore che permette di non essere prigionieri di sé attraverso la regola e neppure del piacere come norma, ma deve essere motivato a sé prima che agli altri. Insomma parte della propria chiarezza.

“Shéhérazade” induce all’attesa del dopo, e salva se stessa, ma anche il sultano che era condannato al sempre di più, ad una vita d’inferno che escludeva proprio il piacere del vivere. 

Chissà se, e come, l’ha ringraziata.

12 pensieri su ““Shéhérazade” e l’abitudine alla cioccolata

  1. Penso che la modalità “Shéhérazade” sia un’arte raffinata che intreccia piacere, potere e destino. Per quanto creda che alla voluttà sia difficile imporre una misura- essendo insensata per natura – credo alla sovranità sul desiderio che non deve rendere schiavi, ed è uno stato raggiungibile con la sincerità, proprio come dici. In genere sappiamo in partenza dove potremmo e dove, invece, vogliamo arrivare, e questo destino lo si scrive se lo si tiene presente e lo si comunica. Spesso vale la regola secondo cui si abbandona una passione sostituendola con un’altra, e anche la favola lo conferma con il sultano che vede scemare la brama di sangue invaghendosi della fanciulla, facendola diventare il baricentro della propria vita emotiva. Del resto lei è astuta, seduttiva, infinitamente incantevole e aggraziata, sa come domare la propria paura di morte opponendole il potere della parola, con una disciplina mai orfana dell’istinto di cui ci sarebbe di che andare fieri, visti i risultati. Il potere appare come ribaltato: non il vecchio sultano, ma la giovane e fresca fanciulla che de-cide; una funambola artista dell’equilibrio, tutt’altro che una svenevole odalisca. Indubbiamente è un erotismo diverso che redime il suo secondo fine nell’arte che lo sostiene.
    Comunque mi piace molto il cioccolato, amaro. Apprezzo anche i semi di cacao, godibilissimi con la musica speziata di Rimsky Korsakov.

  2. Potrei dire che non mi piace pensarmi ingorda.
    Senza misura.
    Come mi riesce difficile esibire.
    In bilico tra la ricerca dell’appagamento immediato di un piacere che sento urgente e il pregustare lento e misurato, anch’esso, a suo modo, piacevole.
    Scelgo la libertà, almeno a me stessa, di stare sul sentire della ricerca del piacere così come viene.
    Possibilmente senza giudizio.

  3. C’è un’altra cosa da aggiungere, che forse non c’entra direttamente, ma in qualche modo sento affine e per me è importante. Il desiderio quindi il piacere in qualche modo modella la nostra vita, ma spesso viene relagata ad essere una “pausa” che solleva dal compito di interrogarci su noi stessi. Oltre ad essere probabilmente uno spreco di opportunità, questa modalità produce rancore e quasi mai gratitudine.

  4. Premesso che è da mo’ che ho imparato a controllare ogni mia ingordigia che,forse,anche a livello d’istinto ne ho sempre temuto le conseguenze,come del resto ogni eccesso.Ma c’è un’arte alla quale si è sempre indirizzato il mio esercizio sin dal tempo dell’adolescenza,educandomi da me.L’arte del gustare il piacere prima immaginandolo poi lentamente dirigendolo in ogni fase sino alla sua totale degustazione (famo compimento,che è meglio).Nel prima, sono invece terreno che frana come scosso da vulcano.Metaforicamente un sole “nemico di se stesso.Nel senso che,non pianifico il lavoro,con la calma (apparente) necessaria a un’organizzazione razionale,perchè la febbrilità del “fare” “possiede” me e io non riesco a sfuggirgli.
    Shéhérazade sapeva sicuramente il piacere della cioccolata “amara”.
    Post,questo,da giornata di neve,di cioccolata calda,d’attesa che il freddo siberiano (sti russi! mi scuserà Majakowsji e anche Shostakovic che loro insieme ai cinque e a tutti gli altri del secolo passato son stati miei compagni di lotta e di sventura per l’impegno messo a studiarli sino a sentirmi stesa a terra e senza più fiato se non per chiuder gli occhi lasciando fare il resto a loro) se ne vada via.Olè! Mirka e aggiungiamoce anche il link Bianca 2007

  5. Shéhérazade è fiducia nella propria possibilità di piegare un destino segnato, certezza di poter essere soggetto non oggetto, l’esatto contrario del senso di morte che invade il piacere come ultimo fine. Non è un giudizio di valore, ma un modo di vivere che si colloca a metà tra il godere la vita, seguendo il solo principio del piacere e controllarla, portando il piacere, dentro altri fini ritenuti essenziali. La passione è il filo che cuce tutto questo e anche passare da una passione ad una successiva è congruente con questo modo di vivere. Mi piaceva anche l’esempio del bridge, dove si dichiara ciò che si farà prima di farlo e poi il flusso del gioco è un braccio di forza tra il risultato e chi lo vuol vanificare, ma Shéhérazade mi sembra più vicina al pensiero del governo del desiderio e della sua soddisfazione continuando a vivere una vita esplicita, è un monumento all’intelligenza femminile, al fascino che controlla sé e l’uomo come potere.
    La cioccolata amara è un piacere comune e quella con semi tostati di cacao, ancor più 🙂

  6. Siccome avete già detto tutto voi 🙂
    posso aggiungere solo che adoro la cioccolata ma non quella amara e fondente.
    E sinceramente non mi interessa non essere considerata intenditrice (lo si è solo se apprezzi quella fondente et similia).
    Mi interessa godermi quello che considero un grande piacere e godermelo fino in fondo, attenta nel contempo a non esagerare (altrimenti il piacere sfumerebbe).

    E vi assicuro che si diventa esperti anche nella cioccolata al latte, alle nocciole, alla gianduica, anche riguardo a quella da bere, rispetto alla quale sono esigentissima 😉
    E solo ieri sera mi sono sorbita una tazzona di quella bianca, vellutata e densa.

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