salvaschermo

Poggiato sul pavimento della parte dimenticata dell’ambulatorio, c’è un grande quadro che occupa l’intera parete. Occupa e si nasconde dietro a barelle, lettini, schedari al limite dell’uso. Su un lato della stanza c’è una tenda di plastica verdina che occulta uno scaffale, zeppo di cartelle cliniche, ach’esso. E’ tutto così miserevole, da essere assonante con la condizione di dolore, presente od atteso, che sosta nel corridoio. In questo insieme il quadro perde la sua immagine e diventa esso stesso residuato d’ un momento di salute, forse di un convegno, in cui si è celebrata una qualche gloria di reparto. Poi, nessuno si è presa la responsabilità di lasciarlo al suo destino, così è stato inventariato, il che significa farlo nascere, ed sta attendendo. Attende come i pazienti del corridoio, umanità su sedie blù, che vorrebbe un suo Van Gogh, per cogliere l’aria di solitudine e la richiesta di compagnia che aleggia. Il quadro, è un acrilico, e pur senz’ essere bello, ha una sua presenza incongrua e tranquillizzante. Forse è in forza della prima che esercita la seconda. Raffigura un atollo senza tempo con una visione sul pelo d’acqua e così si vede sopra e sotto. Ci sono enormi pesci pagliaccio, altri pesci colorati e tartarughe e delfini. Sulla mezza distanza, balene soffianti e altre sagome di grandi pesci che nuotano in una laguna immensa. Ai lati palme ed una foresta che sconfina sul limite dell’acqua. Sullo sfondo, dei vulcani attivi, ma con pendici verdissime. C’è una forte sensazione di vita, l’idea di una natura che pullula e si risana e confluisce scambiando tra stati di materia e di vita. L’idea di catastrofe che un fossile porta con sé è assente, come fosse un mondo perenne, senza dolore apparente e senza l’uomo. 

Mi guardo attorno, ci sono diversi stranieri. L’indigenza, la privazione ammala, in questi posti si acuisce tutto, anche l’attesa. Nel mondo colorato di blù che ho davanti sembra non esserci né attesa né estraneità, pur essendo molte le specie. Non c’è memoria di fatica, nel quadro. Ecco qual’è la dissonanza: nel mondo di natura la fatica non ha nome. Mentre la storia dell’uomo trasmette memoria di fatiche, eroismi, imprese, dolori immani. Sembra che la gioia sia un fatto personale, come la felicità, e che l’età dell’oro sia una memoria di assenza più che un ricordo indeterminato, come se l’umanità, in uno sforzo corale immaginasse un destino positivo e comune e lo facesse prima sogno e poi realtà. Il quadro toglie illusioni, lo stato di natura semplicemente è, non assicura felicità, al massimo permette di essere come si è : preda e predatore allo stesso tempo.

Più lo guardo e più mi piace questo pannellone che pare un salvaschermo. Chi l’ha dipinto aveva una visione caramellosa, ma distaccata. Come avesse indicato un’alternativa, senza curarsi troppo d’essere ascoltato. I muri attorno sono scrostati e sporchi, le porte scompagnate dai troppi interventi manutentivi. Gli ambulatori negli ospedali diventano labirinti scuri, man mano si aggiungono competenze e specializzazioni che cercano spazi e sedie in corridoio. Nel quadro invece, c’è luce, è un pomeriggio per la luce calda e per il fervore che accompagna la laguna, quasi una corsa al cibo prima della notte.

Non c’è molto da attendere, non sono neppure il paziente, però è strano che in questi posti il tempo abbia carattere ondulatorio: si scivola tra attesa e frenesia, ma in realtà l’uomo negli ambulatori è un corpo estraneo. Come nel quadro. Forse per questo è qui, perché in questi posti siamo tutti estranei, stranieri e il quadro è in disparte. Se l’artista avesse voluto l’uomo, seppure piccolo e impaurito, l’avrebbe dipinto, ma qui tutto ciò che ha anima, non ha un posto, forse per questo l’aria è pulita, i pesci giocano nell’acqua calda difesa dalla barriera corallina ed un senso di curiosa pace accompagna chi lo osserva. Immagino che fosse alle spalle della presidenza del convegno, dopo il primo sorriso di compiacimento, tutti avranno fatto l’abitudine, magari alla fine qualcuno si sarà lamentato, che c’era un’aria di salute malata, di salute per forza, una debolezza che se qualcuno ci crede, alla fine saremo fottuti. Per questo si terranno le acque inutili e consolatorie, nascoste dietro alle barelle rotte, e agli schedari, come un immenso salvaschermo per ingannare l’attesa, ma con il procedere del tempo, qualche colpo di scopa, oppure il liquido della puli pavimenti comincerà ad intaccarlo, finché verrà rottamato con il suo stato di natura salvifica e l’ambulatorio riprenderà la sua naturale tristezza.   

l’importante e il relativo

Importanti a noi e a pochi,

a volte utili ad altri,

le nostre tracce si chiudono nei cerchi,

del thé mescolato pensosamente,

nei pensieri grati, nelle rabbie, negli amori,

tutto si scioglie a volte in un sorriso, a volte in un pianto,

scrivendo epitaffi che correggiamo di continuo. 

l’altra velocità

Tornavo per poche ore. Dal treno vedevo schizzare le case, i campi, i pioppeti, il cuore si apriva, riconoscendo il paesaggio. Non i luoghi , le pietre, proprio il paesaggio che era la stessa lingua che parlavo e che scriveva i rapporti tra le cose, il modo di lavorare, di recintare, di far fatica. Si può aprire il cuore? E’ solo un’immagine, ma è vera e si sente che allarga, che parte da dentro e alza le spalle e lo sguardo ed io così vedevo -e immaginavo- questo mondo conosciuto, le sue parole, i tempi, le vite. Mi pareva rivivessero presente e passato assieme, ma soprattutto le passioni, i tempi lenti delle passioni collettive, ché quelle individuali hanno fretta, ma quelle dei tanti, sono lente, modificano il vivere e ci pensano prima di diventare passioni.

Eppoi il dolore nei tempi lenti diviene acerrimo, fa più male, e così ha bisogno di consumarsi rapido, così pensavo che il dolore diventasse una spinta alla velocità, al leggero, per cui ogni ferita profonda potesse diventare scalfittura. Ed ancora accelerasse fino a schiantarsi addosso all’impossibilità di mettere assieme tutte le immagini di noi, tutto ciò che non eravamo potuti essere, tutti i nostri star bene, tutte le felicità consumate dentro quel dolore che non se ne andava. C’era bisogno di un’altra velocità. Giocavo con le parole, altra non è alta, veloce non è buono, rapido non è vita, eppure sapevo che il senso non era questo, che ciò che mancava non era il rallentare, ma la gestione del ritmo. Il proprio ritmo, risucchiato dagli altri ritmi esterni, dalla necessità che ingigantiva, diventava dovere, razionalità cartesiana delle vite. In ascisse il tempo, in ordinate la vita o lo spazio, che dir si voglia, e la curva si inerpicava, non c’era senso perché quel puntare in alto non aveva direzione, ad un certo punto esplodeva. Guardavo i pioppeti, le case, i campi e pensavo che bisognava togliere il tempo. Bisognava che il tempo fosse, al più, una variabile dipendente. Bisognava.

Se si potesse vivere in un istante quasi immutabile perché ricompreso negli eoni dell’universo, saremmo accumulo costante di esperienze senza fretta, di curiosità soddisfatte e di meraviglie senza rapidità. Anche il male verrebbe curato per ciò che è, la riabilitazione non esisterebbe, in quanto non ci sarebbe abilitazione, ruolo obbligato, ma voglia di fare e d’essere. Stati che ricomprendono anche le cose storte, non le scordano, ma le collocano in una pianura verso le montagne, tra gioie, fatiche, riposi e nuova voglia. L’altra velocità era il mio ritmo, il ritmo di ciò che si assimila, il passo dell’aborigeno e l’antibiotico, il tablet e la penna, o ancor più il bastone con cui un uomo assorto disegna sulla spiaggia. Perso nei suoi pensieri, si dice, e se fosse perso ciò che è esterno ai suoi pensieri? 

Dicevo tra me: immagino le vite come case, i rapporti come fili, nuvole, flussi. Immagino il tempo come un territorio da percorrere, una relazione in cui si può scegliere il tipo e il modo della velocità e la direzione. Immagino il mondo come modificabile, gli uomini come esseri pensanti, la società come una somma di luoghi comuni superficiali e di forti vincoli sotterranei. Ho riempito la mia casa di libri e di musica, nelle persone ho fatto prevalere il sentire al giudicare, ho difeso i miei territori intangibili, ho rispettato quelli altrui. La mia casa adesso ha mille finestre, le ho aperte per curiosità e ne ho chiuse ben poche. Eppure la sanità che c’insegnavano da bimbi consigliava di chiudere un libro, un giornale, un luogo, una persona. Chiudere e passare ad altro, in velocità. Ed invece vorrei ricordarlo questo passato, per lasciargli essere creativo, vivo nel suo mutare con i nostri anni, ho imparato a lasciarlo parlare, sommessamente, nel bujo della mia testa. Non farlo urlare e prendere posto d’altro. A che serve l’esattezza nel ricordo, se questo non è attuale, la citazione è senza vita se non ci siamo. Il senso, catturare il senso, il ritmo, lasciar aperte le finestre e puntare su un’altra velocità, che esiste. Si sono certo, che esiste. 

Poi arrivavo in stazione, il flusso riprendeva tra orari, tram, luci che corrono. Solo le domande restavano, con le loro parziali risposte, da esporre al dileggio di chi non ha tempo. Già chi non ha tempo è nel reale e gli altri dove sono?

il sorriso della solitudine

Spesso mi fermavo fino a tardi. A volte, mi spingeva l’uggia per le cose e le persone, verso la finestra, spegnevo la luce, e guardavo la città dall’alto, le scie di luce sulla tangenziale, i colli neri sullo sfondo del cielo notturno. D’estate aprivo la finestra, veniva il caldo e il rumore del fare dell’uomo, un ansito sordo di fabbrica, un respiro lungo e denso di fughe, di movimento, di condizionatori ed io, fermo, guardavo lentamente fino alle altre finestre d’ufficio illuminate, con qualche figura che si muoveva. Chissà che facevano, io non c’ero già più, ero stato inghiottito dal bujo, e stavo in silenzio ad attendere. Aspettavo che il silenzio entrasse. Qualche volta accadeva, il tempo dilatava e poi svaniva, sciolto in una sensazione di pace. Ero arrivato alla finestra in cerca di quiete e di concentrazione e il pensiero veniva aspirato dalla solitudine esterna, dovevo cacciare anche quella, non dovevo pensare. Nulla era davvero importante e l’essere solo una condizione, su cui, sin da quando possiamo ragionare, ed anche prima, battiamo furiosamente le braccine per stare a galla. Ma non era quella solitudine da privazione, da scarico dell’universo, che volevo, no, volevo l’altra, quella che attraverso l’assenza di pensiero, non fa sentire, toglie la percezione di essere in un gorgo, ti riempie di calma.

Mi hai chiesto cosa significa essere solo, vuol dire non avere … e già quel non priva l’avere di qualsiasi possibilità di diventare un aiuto all’essere. E ci si gioca tutto lì, su un terreno in cui non scegliamo le armi, solo i modi. Non è l’unica solitudine, di altre ti parlerò, ma questa per me, è quella che conta, sempre in bilico tra pace e tragedia, dove l’essere fa per suo conto, e si salva se trova le mani virtuali in cui mettere dita forti, sente le gambe che lo sostengono, rivede, come qualcosa che passa, ciò che prima attanagliava. Il sorriso della solitudine è questo aver coscienza di sé e non cercare, non elemosinare, non dibattere, perché non serve, non muta, è la nostra condizione. La pace, così transitoria, si nutre di quel momento d’assenza, ritrova energia da immettere nei rapporti successivi. L’ho immaginata poi, come una lingua d’acqua che si spinge nella terra, accarezza, scava e ritira, ma torna partecipe di te ed indifferente del poco che ha così tanto tolto al vivere. 

Sembra ci siano due vite che si intersecano, come una tessitura di fune, l’una fatta di impegni, scaramucce, risate nervose, pianti trattenuti, muoversi fino alla stanchezza inenarrabile della notte e l’altra che discerne, respira, si ferma su ciò che conta davvero e scorre sul resto, non ha fretta di vivere perché c’è talmente tanto che arriva che la fatica è separare ciò che interessa da ciò che è solo rumore. Come uno scorrere tra le dita, dove ciò che scorre è godimento dei polpastrelli, del palmo ed ha la velocità che le mani decidono. Di questo scorrere c’è la sensazione della solitudine senza paura, quella che controlla e permette di riaccendere la luce. E quasi si stupisce, nell’abbagliarsi, che il rumore abbia ripreso sostanza, che gli oggetti, le scale, le luci dei piani siano così vivide, si stupisce e pian piano ritorna verso l’abitudine, sapendo che ne può uscire. Che questa solitudine voluta è un modo per uscirne, è il governo dell’essere tra gli altri senza sfida.

E che poi si farà, si deciderà: c’è tempo.

il parente

Era fuori luogo vantarsi dei figli, o degli altri parenti prossimi, la discrezione e il tener serrato l’orgoglio faceva parte dell’educazione. Era un eccesso, i figli crescevano con l’idea che nulla o quasi fosse sufficiente, che ci fosse sempre un obbiettivo più in alto da raggiungere, che la considerazione delle madri e dei padri fosse surrogata dall’amore, quello magari non mancava, ma i risultati erano altra cosa. Quindi mai fermarsi, mai essere contenti, cercare di eccellere, poi dipendeva dalla riottosità di ciascuno, dall’indole, come si diceva allora. E quella, l’indole, a ceffoni o altre punizioni, si correggeva. Era troppo, ma non guastava quella discrezione che teneva nel circolo delle parentele e degli amici l’evidenziare i meriti, con qualche mezza parola, qualche apprezzamento. L’ostentazione era espressione di volgarità. A questo sfuggiva il parente, da citare come esempio, e a seconda di chi comandava c’era sempre un congiunto, più o meno lontano, da ascrivere alla parte in auge nel comando. I nonni e i padri socialisti, furoreggiavano, anche i liberali, però vecchio stampo si sottolineava, non mancavano. Una curiosa prevalenza di ascendenze che, vista la frequenza, di certo avrebbe dato a queste formazioni politiche la maggioranza del paese, ma visto che non era stato così, forse tutti questi padri pensavano ad altro, Più occulti, c’erano quelli che, nel cuore, erano sempre stati da quella parte, non importava quale, ma da quella parte, quella dell’interlocutore, ed era quella che li aveva sempre guidati. Anche nel segreto dell’urna, certo. Misteriosamente assenti, o espunti, i fascisti. Strano per un paese che nel 1940 aveva 75.000 antifascisti censiti dall’Ovra e il resto? Probabilmente allora, come adesso, l’antipolitica e l’indifferenza erano la vera maggioraanza del Paese. Ma di queste cose si parlava poco, casomai c’era la piazza per manifestare la curiosità e la presenza politica, a volte il bar, l’osteria, le case erano più riservate.

Sui successi familiari prossimi, c’era il riserbo, anche la scuola veniva derubricata nel: va bene, è stato promosso. Le bocciature erano un’onta, non un’occasione per capire di più, quel figlio riottoso. Era importante non mostrarsi troppo e il non vantarsi, era un bel tratto di non chalance, di stile. Forse per questa educazione, anche adesso, mi disturba il parente esibito, l’ostentazione che spesso dietro l’ illustre, riscatta i tentativi maldestri d’essere poco riusciti. In fondo è facile trovare schermi esterni e senza scavare troppo, tutti abbiamo di chi gloriarci gratis, anche se trovare chi ha fatto del bello, oltreché del buono, magari, è più difficile. Basta? Noi, di quali glorie discutiamo con noi stessi, cosa vorremmo davvero esibire? Nell’epoca dell’autostima, delle prestazioni incrementanti, vendersi bene fa parte della considerazione di sé, ed invece l’intraprendere silenzioso è messo in disparte. Sarebbe bello dire pianamente ciò che si è, non richiamare alle armi i parenti che hanno fatto quello che noi volevamo fare, mostrare la fatica, le mani, i sogni sognati e affermare sollevati: ci provo, vivo, a volte m’è piaciuto.

la prigionia del necessario

Il ragionare, la razionalizzazione serve a dar conto della propria prigionia nel necessario. L’obbligo che, per essere trangugiabile, dev’essere ricondotto alla volontà. Farsene una ragione, in fondo è questo il procedere comune, e per quanto raffinato è il ragionamento, nel dialogo tra sé, alla fine ci si convince, perché questo era il fine. Non potrebbe essere altrimenti, perché  si dovrebbe rinunciare alla vita di relazione, agli affetti, alla convenienza. Nell’epoca della libertà virtuale, la convenienza ha un cattivo nome, sembra una parte poco generosa delle persone, la si apparenta al calcolo. La generosità in questo mondo, è apparente per gran parte dei casi, dei momenti, delle persone e quasi sempre soddisfa un bisogno. E’ una virtù domestica, la generosità, da associare all’amore, all’affetto, al bene e quando esce dalle mura domestiche, assume una dimensione sociale, supera l’individuo e la sua sfera, diviene eroica. Abbiamo bisogno d’eroi oppure queste modalità d’essere, queste sovrastrutture, poco ci riguardano, quando la vita di tutti i giorni è la gestione della libertà che ci è stata data ed è difficile da esercitare? E’ l’era delle libertà virtuali, che ci consegna al malessere del compromesso tra la possibilità e la realtà, ed è di questo che ogni giorno bisogna farsene una ragione. Ma andando alla radice del luciferino che conteniamo, anche la libertà è un bisogno di perfezione ed invece, noi viviamo nell’universo del relativo, poggiamo i piedi nella perfezione dei teoremi, delle leggi fisiche e dobbiamo muoverci con la forza del pressapoco. Bisogna farsene una ragione, sentire la limitatezza come possibilità, alterare le regole del gioco e pensare che se il mondo è solido noi fluttiamo su esso, che se la società, i vincoli economici, i modi di vivere sono gabbie possiamo uscirne e rientrarne per convenienza. Esplorare il profondo vuol dire essere adeguati a sé e non al mondo mutato, farsi affascinare dalla profondità del mare che conteniamo, è una cosa irragionevole e difficile, non c’è forse, una parte di noi che ci è stata insegnata con cura che ci dice che è meglio governare la ragione, perché la ragione aiuta a procedere? E se ad una ragione ne segue un’altra, poi un’altra e ancora, in una sequela infinita di ragioni e compromessi, non è poco male se esploriamo meno il mare e riusciamo a gestire desideri, irragionevolezze, pulsioni, stanchezze, gioie e disperazioni?

In questa funzione, il prete della ragione, la società, rassicura ed assolve, mentre lo strascico del difficile equilibrio della convenienza lo segue. 

A noi che come pesci ci immergiamo, saltiamo, ci ri immergiamo, perché la vita, lo sappiamo, è lì nel profondo, non nel guizzare d’acquario, resta l’irrequietezza e la necessità del farsene una ragione.

Quasi sempre, a volte si deroga e si respira.

praticare la sineddoche

Luna velata. Su cielo di nubi lunghe, chiarore spampanato nell’ azzurro grigio delle sere di questa stagione. E’ colore che porta verso nord, assieme al freddo che avvolge senza mordere; per le donne, è sera da scialle, per gli uomini, basta una giacca spavalda, da rinchiudere senza dar vedere. Ci son già primi profumi leggeri, quelli che penso d’aria, scivolati per leggerezza e fiducia verso ciò che arriva. Profumi ben distinti dagli olii estivi onusti di giorni di sole e di sete, essenze, questi, da pelle.  Da passare con un dito, per una scrittura o una carezza. E così s’accarezzano le aromatiche che subito, paurose o grate, alzano un velo che avvolge la mano e basta odorarne il palmo per sentire la terra, e la vita che, loro attraverso, sale.

Saltando dal generale al particolare, perdo ciò che sta a mezzo, me ne rendo conto, mi perdo e perdo. Forse è abitudine, ma gran parte del reale viene automatico e non si nota. Forse. Direbbe un’ amica appassionata della terra che questi sono lussi da perditempo, ma quante cose si perdono nella velocità, mentre dai parabrezza (c’è sempre un riparo per gli occhi quando si corre), si vedono cose ferme, prospettive limitate e se anche, quando si traghetta o naviga (è una metafora), s’ attende più l’approdo che la dimensione enorme del mare.

E così mi perdo il senso del correre, il mondo di medietà con le sue verità e trasgressioni, quasi un obbligo per la colonna vertebrale, ché guardare troppo in su, oppure troppo da vicino, la vista, la schiena e il cervello, ne soffrono. Si può soffrire di particolare nel cercare le assonanze o di sguardo ampio per collocarsi nell’universo? Si, ma ancora una volta è un equilibrio da costruire e mantenere, giorno dopo giorno. Non si può vivere d’eccezione. A dispetto di Ulrich, l’uomo senza qualità, che vorrebbe vivere senza le pause del consueto, e, di converso, neppure come in un film giapponese di molti anni fa, che durava 24 ore. Antesignano della cam da voyeur, e del grande fratello, ma senza copione e novità obbligate, mostrava la vita nella sua nudità, dove anche la passione è pretesto, e si svolge tra ripetizioni: sonno, risveglio, necessità, cibo, relazioni, assenza, noia, presenza. Tutto in rapporto 1:1. Una noia mortale, ma anche un’ alternativa, perché, volendo, assieme al protagonista, si poteva dormire durante il film, pranzare con lui, sovrapporre le vite, e vedendosi dallo schermo rendersi conto di come si è davvero: medi e ripetitivi. Ma la medietà dobbiamo al più accettarla, mica per forza ci deve piacere.

Alternativa è praticare la sineddoche, con le storie che estrapolano particolari, li collocano in un generale condiviso, mai troppo ampio, e dove la stessa eccezione dev’essere tale, non normalità, e la vita raccontata, a sé, prima che ad altri, liason tra particolare e generale. Medietà che ci tiene assieme agli altri, ci fa condividere, argine all’ovvio e, al tempo stesso, porta aperta per la diversità, contro ciò che, visto realmente com’è, diverrebbe orribile noia ed irraccontabile vita. Solo quando alziamo lo sguardo ed abbracciamo il cielo e la luna, solo quando ficchiamo dentro gli occhi, quanto più mare o bosco, o roccia, o strade e case si riescono a vedere, solo quando dei libri vediamo i dorsi, ma ne sentiamo il contenuto premere verso di noi, solo in questi momenti quella meraviglia che ci fa fermare davanti all’inconosciuto diviene noi e perdiamo la medietà e dirlo ci è difficile, per la paura di essere presi per visionari, illusi, folli.

i danni dell’inverno

Ho portato fuori le piante dal riparo invernale, il limone sta fiorendo. Nella terrazzetta il rosmarino non ha retto al vento e al gelo. E’ seccato con i fiori, dell’illusione tiepida di gennaio, ancora appesi.

Difficile non pensare ad altro. Alla caparbietà che ci differenzia oltre, alla necessità di capire ciò che si è, alla resa di fronte all’ineluttabile, all’ingiustizia immane che prima illude e poi consegna al nulla.

Ieri, nel lungo viaggio di ritorno, e nella stanchezza di giornate troppo piene, pensavo al tempo lungo delle piante, all’immoto che si protende verso l’alto, al ricordo delle primavere che diventa sostanza, legno che si stratifica e sorregge. Delle tante parole-scorza che gettiamo, risonanti, su tavoli di contesa, d’amore o d’indifferenza, restano quelle che mordono o leniscono, e si aprono, in un infinito dialogo tra noi, su ciò che siamo e saremmo. E gli occhi che si riempiono di colore tra il grigio, sono racconto, finalmente, lungo di tempo. 

Oltre la primavera, nella primavera.

tutto scorre

Questo asfalto su cui corro, un tapis roulant che penso mi porti da qualche parte, è un andare verso, mai un tornare. Penso. Ed invece nel meriggio scopro la primavera appena sotto le prealpi, il tener fermo della neve sulle cime, il brullo che scende, senz’acqua, a valle, la pianura irta d’uomini e di cose. M’avvito in looping su di me, pezzi inutili di bravura solitaria, mentre mi guardo, ascolto, penso e vedo. Non me, ma ciò che sta attorno e scorre. Indifferente scorre, pago di sé, non della mia attenzione. Così ci si perde, dico, così si è preda di questo tempo nostro che prende e ributta esausti sulla spiaggia. Io, che m’illudo sia possibile estrarre, con la forza dell’introspezione, verità che superino il bisogno d’amore, e la sua ragione di gran parte dei nostri atti.

Ascolta la mia e la tua inquietudine simmetrica, penso, potrei chiedertene educata ragione e nel racconto dei tuoi fantasmi, darti sulla voce od in silenzio, riconoscere i miei. Varrebbe qualcosa, dirti allora, che tutto scorre?  E che è come sento, dalla mia alla tua notte, in un arricciar di flutti e spruzzi ed ancora gocce che sembrano l’eterno e il reale. E dirti che questa è la condizione del diverso, che conosce lo scorrere suo e del mondo, ma che deve lottare con il male che si porta dentro, con il pensiero di guarire e quello dell’affogare, che pure sembra guarigione?

Così si risolve ogni giorno nell’equilibrio, nello stare a mezzo ed oscillare. Ha in mente, il diverso, l’uccello che sbatte contro i vetri per entrare, seguendo un pensiero ch’è luce calda di giallo nella sera, voci modulate, musica, a pezzi, bellissima.  Perché gli accade questo? E non s’annida, fors’ altro nello spingersi oltre i vetri ad entrare, seguendo il senso vago di dolcezza, l’indefinibile profumo di possibilità che solo la nostalgia d’essere stato diverso, con forza incoercibile, evoca?

Appunto. Penso.

Tutto scorre, avvolge, abbraccia e scioglie con potenza d’amore e d’infero. Alternativamente risolve e non si ferma.

p.s. ogni anno milioni d’uccelli si gettano contro finestre illuminate, contro grattacieli che credono permeabili, contro fili che pensano funi sicure per il riposo. Ogni anno miliardi di uccelli seguono flussi d’aria, galleggiano in equilibri eleganti sorretti dalla coscienza di sé, ogni anno così, per il nostro sempre che sembra eterno e ci riguarda.

tilt

Il dottore la prendeva mettendole le mani ai fianchi, lei ferma sulle gambe e lui, sinuoso, muoveva le anche, la assecondava, con le spalle che assumevano un ondeggiare di danza. Non si girava mai, a volte si stendeva su di lei, alla fine soprattutto, e l’impressione era quella di un rapporto intonso, esclusivo. Il dottore, studiava medicina, giocava malamente a poker, fumava e tossiva molto. Il suo amore per il flipper era assoluto, e nel flipper versava gran parte del suo mensile di studente fuori sede. Eravamo in tanti innamorati di quella macchina, ma non con lo stesso trasporto e infatuazione, Il nostro era un amore a singulti, alimentato dal fascino sensuale che partiva dall’immagine, dal cinguettio dei rimandi elettromagnetici, dalla neghittosità che la pervadeva nell’essere violata. A noi piaceva vincere subito, di forza, e si vinceva una o più giocate, per il dottore, invece era un coito che aspirava ad essere perennemente sospeso. La sua passione era condurla sino ad un momento prima del limite che sospendeva la partita, il tilt, come fosse una questione di danza, di movimenti accompagnati. Nel bar c’erano due flipper, lui giocava sempre con lo stesso, quello che aveva una bella ragazza in mostra, vestita da cowgirl, con le luci in posizioni strategiche. Quando si giocava a poker, i flipper disturbavano, spesso li staccavamo, ma se c’era lui, ci si adattava. Credo per rispetto e per imparare. A volte si sospendeva la partita per guardarlo. Chi ha giocato con i flipper elettromagnetici mi capisce, non era solo questione di rimandare una bilia d’acciaio con le palette, ma di controllarla, accompagnarla facendola partire per trajettorie diverse. L’abilità consisteva nel far scorrere la bilia sulle palette sino al punto giusto e poi farla schizzare. E il sogno era che i funghi, si illuminassero a ripetizione suonando, che la bilia restasse imprigionata in un gioco di rimandi, che oltre ai punti, vorticosi di suoni, le trajettorie la tenessero in gioco. In eterno. Il dottore era un asso, nel trovare un accordo con la macchina, nel far volare quella bilia, tra funghi, ostacoli, molle, lampadine, elettromagneti, come fosse sospesa, fermando il tempo, mentre tutto avveniva con una velocità incredibile. Raccontavano di tarature delicate dell’interruttore del tilt, e pareva l’aggeggio, fosse una goccia di mercurio sospesa tra due  contatti, che chiudeva la partita, se agitata troppo, quindi bisognava muovere la goccia, senza vederla o sapere dov’era, sino all’ attimo prima del contatto. E si diceva, che per lui, per il dottore, dovessero tarare ogni volta con più precisione, per impedirgli di vincere troppo spesso. Favole da bar, quel che è vero, è che lui ci parlava davvero con la macchina, a bassa voce, non con le nostre imprecazioni, con gli scossoni e i pugni, lui, aveva la macchina sui polpastrelli, sui palmi, nella testa e la muoveva con forza gentile, suadente. Preso, presa.

Tilt è stata la prima parola inglese di cui ho capito davvero il significato profondo. Mi è tornata in mente, qualche giorno fa, quando ho letto della morte da centenario, di Steve Kordek, uno degli inventori del flipper. Era una parola, allora, molto usata per definire uno stato in cui spesso precipitavamo davanti alle difficoltà, ma non era definitivo, era un momento e poi la partita ricominciava. Anche nella vita, cosa non da poco.

Il dottore si è laureato, un po’ tardi, uno sfigato direbbero adesso, ha fatto il cardiochirurgo, il primario. Mi piace immaginare nella sua casa, un vecchio flipper in soggiorno e che le sue mani abbiano ancora lo stesso amore.