il sorriso della solitudine

Spesso mi fermavo fino a tardi. A volte, mi spingeva l’uggia per le cose e le persone, verso la finestra, spegnevo la luce, e guardavo la città dall’alto, le scie di luce sulla tangenziale, i colli neri sullo sfondo del cielo notturno. D’estate aprivo la finestra, veniva il caldo e il rumore del fare dell’uomo, un ansito sordo di fabbrica, un respiro lungo e denso di fughe, di movimento, di condizionatori ed io, fermo, guardavo lentamente fino alle altre finestre d’ufficio illuminate, con qualche figura che si muoveva. Chissà che facevano, io non c’ero già più, ero stato inghiottito dal bujo, e stavo in silenzio ad attendere. Aspettavo che il silenzio entrasse. Qualche volta accadeva, il tempo dilatava e poi svaniva, sciolto in una sensazione di pace. Ero arrivato alla finestra in cerca di quiete e di concentrazione e il pensiero veniva aspirato dalla solitudine esterna, dovevo cacciare anche quella, non dovevo pensare. Nulla era davvero importante e l’essere solo una condizione, su cui, sin da quando possiamo ragionare, ed anche prima, battiamo furiosamente le braccine per stare a galla. Ma non era quella solitudine da privazione, da scarico dell’universo, che volevo, no, volevo l’altra, quella che attraverso l’assenza di pensiero, non fa sentire, toglie la percezione di essere in un gorgo, ti riempie di calma.

Mi hai chiesto cosa significa essere solo, vuol dire non avere … e già quel non priva l’avere di qualsiasi possibilità di diventare un aiuto all’essere. E ci si gioca tutto lì, su un terreno in cui non scegliamo le armi, solo i modi. Non è l’unica solitudine, di altre ti parlerò, ma questa per me, è quella che conta, sempre in bilico tra pace e tragedia, dove l’essere fa per suo conto, e si salva se trova le mani virtuali in cui mettere dita forti, sente le gambe che lo sostengono, rivede, come qualcosa che passa, ciò che prima attanagliava. Il sorriso della solitudine è questo aver coscienza di sé e non cercare, non elemosinare, non dibattere, perché non serve, non muta, è la nostra condizione. La pace, così transitoria, si nutre di quel momento d’assenza, ritrova energia da immettere nei rapporti successivi. L’ho immaginata poi, come una lingua d’acqua che si spinge nella terra, accarezza, scava e ritira, ma torna partecipe di te ed indifferente del poco che ha così tanto tolto al vivere. 

Sembra ci siano due vite che si intersecano, come una tessitura di fune, l’una fatta di impegni, scaramucce, risate nervose, pianti trattenuti, muoversi fino alla stanchezza inenarrabile della notte e l’altra che discerne, respira, si ferma su ciò che conta davvero e scorre sul resto, non ha fretta di vivere perché c’è talmente tanto che arriva che la fatica è separare ciò che interessa da ciò che è solo rumore. Come uno scorrere tra le dita, dove ciò che scorre è godimento dei polpastrelli, del palmo ed ha la velocità che le mani decidono. Di questo scorrere c’è la sensazione della solitudine senza paura, quella che controlla e permette di riaccendere la luce. E quasi si stupisce, nell’abbagliarsi, che il rumore abbia ripreso sostanza, che gli oggetti, le scale, le luci dei piani siano così vivide, si stupisce e pian piano ritorna verso l’abitudine, sapendo che ne può uscire. Che questa solitudine voluta è un modo per uscirne, è il governo dell’essere tra gli altri senza sfida.

E che poi si farà, si deciderà: c’è tempo.

9 pensieri su “il sorriso della solitudine

  1. Anche a me piace pensare che ci sarà tempo. Un tempo per ciò che veramente conta per noi. Non il tempo finito di questa dimensione, ma un tempo trasversale fatto di attimi infiniti.

    Con un aiuto amico e la luce di un nuovo giorno credo mi sia arrivato il senso della solitudine di cui racconti. Quando al mattino m’inginocchio e siedo sui piedi, chiudo gli occhi e il respiro mi porta all’interno, può succedere che la consapevolezza di essere sola arrivi con una sensazione così piena che quasi trabocca.
    Grazie Willy, di tutto.

  2. Mi riconosco parecchio nella persona alla finestra, che inghiotte la solitudine e sente la propria, mentre aspetta la quiete che fa il vuoto, o quel che è. L’assenza di attività dell’io non penso esista, davvero stento a credere che sia possibile interrompere l’enorme via-vai del pensiero immersi come siamo in una realtà esterna circondata da oggetti, suoni, rumori, e in una interna che è ancora più estesa e “trafficata”. Mi sembra inverosimile percepire le cose senza pensarle in parole, ecco. Una volta mi è stato proposto il training autogeno – sono fuori tema, lo so- ma l’ho immediatamente scartato, non so interessarmi a ciò che altera il flusso spontaneo del pensiero, lo vivo come una forzatura e credo che questo sentire avrebbe vanificato tutto il senso.
    Quello che, per me, si avvicina allo stato che “riempie di calma” è il riposo della coscienza, quel breve lasso di tempo in cui il corpo allenta le tensioni e smetto di autoosservarmi nei pensieri e nell’affievolirsi dell’attenzione e del peso che do alle cose e agli eventi. Uno di questi momenti avviene nella stanza da bagno oppure quando camminavo (di più) specialmente nel bosco. E’ solitudine ma è una solitudine-comunione, senza alcun senso, senza utilità, solo il piacere di trovare pace, per quel che dura. Quella è anche la misura del silenzio, non assenza, ma un tacere di fronte a un movimento che si sente autoinnescato, autogestito per conto proprio. Lasciare andare. Questo è “il sorriso della solitudine”. Forse è una faccia da ebete, ma chi se ne frega quando si è soli e si sta bene. Chiunque, a quell’ora, sarebbe un ospite indesiderato.
    La solitudine voluta è un modo per uscirne? E’ un modo che non si sa, ma si vede che dev’esserci. Forse ci dirà, forse è tempo guadagnato.

  3. il pensiero si interrompe solo con la meditazione e chiunque la pratichi sa quanto difficile sia raggiungerla. Ma questa ha poco a che fare con la solitudine. La solitudine che non morde è una meditazione con pensieri che si bastano, che poggiano lentamente e allungano i tempi propri. Difficile da comunicare, anche il senso di pace che genera sembra essere difficile da trasmettere con le parole, ma c’è. Credo che la parola giusta sia sintonia, essere in sintonia con se stessi e con quanto abbiamo attorno: distinto eppure uno.

  4. Svuotare la mente dai pensieri sarebbe come pensare di svuotare l’oceano con un ditale. Lascio che sia, senza giudizio, senza abbarbicarmi. Il respiro mi porta dentro. Provo a stare con quello che c’è. A volte è molto scomodo aprire gli occhi su ciò che sento, può succedere che il senso di solitudine generi sgomento, ma se rimango ancorata al respiro sento che qualcosa può sciogliersi, sento una possibilità.
    Difficile trasmettere con le parole.
    Vero.

  5. Appunto. La meditazione. A quella mi riferivo quando dicevo “non ci credo”. Non ho l’attitudine a credere che una “cosa” come la mente comandi a se stessa di non pensare in parole. Se anche si potesse chiudere gli occhi e fare il buio sulle cose esterne, resterebbe la vastità dei fatti interiori, molto radicati. Poi, forse, per chi vuole crederci, magari è possibile chiamare “meditazione” quello che tu chiami sintonia. E qui ci siamo in toto.

  6. facciamo quello che sappiamo fare e che ci fa stare bene. Sintonia è quello che cerco da sempre, qualche volta accade e quando la raggiungo non lesina le soddisfazioni. Che sia un buon pomeriggio

  7. Non sono nella mia forma migliore che i bronchi fanno capriole e stizzosi te l’annunciano senza troppo a cortesia,ma l’argomento è troppo affascinante e provocatorio per lasciare libero il bianco dal mio piccolo segno di presenza.E allora in sintesi,ecco quanto io penso.
    Si,forse ci sono due vite con molti tempi a mezzo.Giusto così.Ma nella seconda (ugualmente importantissima),guardi con più attenzione lo sbocciare delle gemme e piangi ( più facilmente) perchè vedi e pensi,e t’incanti sul filo d’erba che crescere senti e…ce la fai pure a non morire che tutto è così bella in ciò che ritorna e,la solitudine non ti fa paura ,non ti pesa con tutto quel ben di Dio regalato a dovizia e che ora vedi e,immenso sarebbe il tuo piacere se,tra le gemme e l’erba non vedessi baluginar anche la clessidra “indifferente” a spezzare ogni profondo silenzio così pieno di tutto,nel mentre dici “si,tutto è a posto” sai che non è così,oppure a te non interessa più.
    Chi tempo ha tempo aspetta tempo perde,caro signor Willy della casa che saluto augurando il meglio per questa sera,almeno.Mirka

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