la cultura dell’ombra

Dalle poche cose che conosco di te, posso prevedere le semplici mosse d’apertura. Doppia mossa di pedone, oppure cavallo? Ma noi non giochiamo a scacchi e neppure ci conosciamo. Strano questo ossimoro della conoscenza. Pare, sembra, eppure spesso è. Che significa? Che siamo abbastanza eguali? Che le mie sensibilità incontrano conferme? Vedi, per molto tempo mi sono accontentato del sole, dell’evidenza. C’è una sovra valutazione del sole, spesso se ne fa l’elogio come fosse simbolo di verità e di chiarezza, si vanta il suo potere medicamentoso, eppure mostra la superficie, spesso la appiattisce, le toglie colore e densità, cosicché la malattia del vivere, che s’ annida nel profondo, ne viene travisata e sottovalutata. Dal culto dell’evidenza un po’ mi distacco e così mi perito guardare nella sottigliezza che si nasconde dalla violenza della luce, leggo tra le righe. Oh, certamente mi sbaglio spesso, non troppo spesso, intuisco cose che non vogliono sbocciare, bulbacee che attendono indefinitamente l’occasione d’ uno splendore, ed alla fine sono affascinato dalla potenzialità più che dalla forza. Ma pur penso che ciò che non vuole uscire una ragione di certo ce l’ha, e penso pure che troppa luce c’ha fatto perdere l’attenzione e l’ombra. Pensa che l’ombra, viene al più considerata refrigerio, come fosse un condizionatore alla violenza del reale e non, invece, reale e vera essa stessa, e ricca, talmente ricca di morbidezze e pieghe da essere complementare alla luce. Mi piacciono entrambe e tu, che non mi conosci molto, non sai quanto mi piaccia la luce, l’espormi al sole, assorbirlo, ma al tempo stesso tenermi l’ombra che mi è alternativa. Così l’ho portata fuori dalla paura dell’inconosciuto e senza morbosità la guardo, cerco di capirla, l’apprendo. 

Confesso che m’interessa poco, il dark, come molto del codificato del resto, se qualcuno mi indica cosa devo vedere, non di rado vedo altro e non per dispetto, ma per incapacità di seguire un dito, lo sguardo che non si accompagna di un segno di comunicazione. Quindi ti prevedo, nelle cose semplici che fai, perché conosco la soglia dell’ombra, e so bene quanto ci si riposi, e si senta il calore del sole come gradevole, restandone al limite. E tutto porta nella direzione nelle cose che lasci trasparire: una tenda che ti vela, una porta, o forse una finestra che sbatte ritmicamente in lontananza, e la vista dalla finestra, che tu porti dentro alle perverse triadi di cuore, cervello, amore.

Se devo sforzarmi per capire l’esterno che vedi, questo m’arriva, e passa, attraverso un sentire d’ombra. A tuo onore dovrei dire che mai sento il pantano dell’ombra, le pozze non asciugate in cui si scivola, casomai ne percepisco l’effetto doloroso, il bisogno tuo di togliere questa crosta viscida che si spegne nell’ infinita stanchezza che senti emergere. E non è d’ombra, questa stanchezza, ma luce su ciò che non sei eppure vorresti essere. Anche la tua sicurezza quando perde il fragile involucro di smalto, è un ricettacolo di domande che con sistematica crudeltà uccidi. Formiche di pensieri che sbucano dai recessi dove hai deciso sia meglio non cercarsi. Il suono dell’ombra, è ovatta e basso frinire di steli che s’ accarezzano assieme, e seguono un vento di danza che viene dal profondo. La mia meditazione nel sufficiente silenzio, è questa vista di ciò che esce, del fresco che porta con sé, della reversibilità della condizione: non più in basso, ma più avanti, non nero, ma somma di colori. Un tempo usavo bisturi affilati, ora non più, separo per superfici, prendendole delicatamente tra le dita, via la prima, poi la seconda e ancora avanti, finchè la sinopia appare. C’è molta insolenza in tutto questo, la pretesa di vedere oltre ciò che si mostra, ma a mia discolpa metto il rispetto: cercare di capire un’altro è un regalo reciproco. Può bastare? Non lo so, credo che se l’arroganza di sapere già tutto si mette in disparte, ciò che si intuisce sia delicato, suscettibile di errore e di moderata gioia se si verifica la previsione.

Conoscerti è fonte di sorprese, sono i piccoli gesti che si ripetono, la mossa del pedone o quella del cavallo? Il resto, dipenderà dalla giornata.

binario 3

Forse è marocchino, sta in silenzio. Una felpa blu con scritto italia, in minuscolo. E’ controluce, le orecchie sono trasparenti al sole, ha vicino un donna. Forse libanese o siriana, rossa di capelli, henné sembra, e parla in continuazione. Lo circonda di chiacchere, gesticola, ride, a volte lo tocca per un attimo. Lui continua a stare in silenzio, con le sue orecchie al sole sorride appena. Deglutisce con frequenza. Ha un evidente pomo d’adamo, che si muove in continuazione, Su, giù, come una mezza sfera che accompagna un pensiero, un’emozione. E’ la tiroide dei magri per poco cibo. Penso deglutisca per digerire il torrente di parole che la sua testa sta mangiando. Per arginarla adesso parla un arabo dolce, con consonanti che diventano vocali per la voce che s’appoggia e le trascina cantando, poche frasi e si ferma. Adesso la donna sorride, ha denti belli, bianchi, anche la sua voce è dolce, a tratti bella, e riprende, decisamente torrenziale, ma tiepida. Tra i due non si sente né parentela, né attrazione sessuale, si vede una differenza d’età. Lei è curata, piacevole di viso ed aggraziata di corpo, veste leggera. Magra, ma non esile, giovanile nei gesti, con un vestire curato, il fatto che sia più anziana del ragazzo, emerge per differenza, potrebbe avere una quarantina d’anni, lui neppure venticinque.

Poi improvviso parte il bacio, lungo, sulla bocca. E’ stato il ragazzo, ha superato un tabù importante, non ci si bacia in pubblico nelle culture da cui provengono, ma forse vuole il silenzio, o la bocca, o entrambe le cose. Oppure è il treno che parte.

Forse. 

Lei per un attimo lunghissimo è felice. Ad est il sole cresce nel giorno. Basta questo, no?

noia

Potendo scegliersi la noia opterei per quella inattiva, possibilmente gestita in solitudine. La noia in compagnia, impegna troppo e soprattutto incattivisce. La noia è priva di oggetto, ma spesso si svolge in luoghi dove di oggetti ve ne sono fin troppi. Gli oggetti non sono un antidoto alla noia. La noia dovrebbe sempre essere un fatto personale, anche quando si è in compagnia. Capirla nell’altro, lasciarlo silenzioso a gestirla. E invece quando ci si annoia, si cerca un diversivo che sotterri il problema. Spesso si cerca di respingere la noia con il rumore, con il gruppo. Non mi piace, aggiunge fatica e fastidio, fabbrica sorrisi e convenevoli privi di verità, diventa un esercizio che sposta dalla noia al malessere. Forse è una mia sensazione, ma nei discorsi, in questi luoghi pieni di persone perennemente in procinto di qualcosa, le parole sono bolle, che lente rimbalzano, spesso si ripetono, finché scoppiano senza lasciar traccia. Neanche una traccia d’umido, meno di una bolla di sapone. Si beve per noia, si mangia per noia, si parla (quasi sempre d’altri) per noia. Ci sono persone che riescono a divertirsi, annoiandosi, a me fa l’effetto contrario, dopo un po’ di questa immersione la spinta verso la porta è inarrestabile, qualsiasi cosa sembra un sollievo, uscire, uscire, aria. Ed uscendo si avverte ancora l’eco d’un saluto: peccato ci si stava divertendo. Se fosse vero sarebbe da grandi, uscire lasciando una punta di assenza, invece è la traccia di quei convenevoli che già annoiavano all’interno. La noia collettiva spinge alla falsità, diventa tutto fasullo perché solo il silenzio è l’ antidoto alla noia di un gruppo che non comunica davvero. L’alternativa è dire ciò che si pensa, senza cattiveria, ma sembra sia disdicevole, ed allora non si fa.  Non c’è via d’uscita, bisogna scegliere con oculatezza, e senza scopo lenitivo, le compagnie, perché il problema della noia in compagnia è che oltre ad annoiarsi, si annoia. Su di me questa violenza masochistica ha un effetto di blocco, si inceppa qualcosa ed i meccanismi del relativo, rallentano, ho la sensazione di annoiare, una specie tossica di noia entra in me, si è chiuso il cerchio, sono diventato causa della mia noia: annoio me stesso. Ecco perché me ne devo andare, non mi sopporto, devo tornare ad una noia solitaria, inattiva, compatibile, da meditazione. Magari prendo sonno.

l’attesa

Un’attenzione non richiesta e non voluta, imbarazzante. Si ricorda di me, me lo dice, scava con fatica nei particolari. Si corregge, mi dà ragione se preciso, verifica se mi ricordo di lui. Mi ricordo, sorride e mi stringe ripetutamente la mano. Cerca una condivisione ed evoca trascorsi miei, importanze che non ci sono mai state o che, forse, non ho percepito appieno.

Sto aspettando. Lui lavora lì, bussa, entra e mi raccomanda. Non ho chiesto nulla, arrossisco. Mi devo schermire, difendere. Mi siedo e sorrido alla signora che mi sta fianco.

Non voglio priorità. Dico. Mi piace aspettare, se posso. Sono così pochi i momenti di quiete.

La signora mi guarda e restituisce il sorriso.

Si vede che non ha nessuno che l’aspetta.

Già, è così. Intanto esce, mi saluta e stringe ancora la mano, ammicca.

Alla fine, oltre all’imbarazzo, ho ceduto anche il posto che mi spettava.

Mi merito l’attesa, me la godo e la traccia di rossore che sento, la confino nel sole di questo marzo, che è altro.  Che vuol essere altro, non io.

la linea dello sporco

L’abitudine a non rovesciare i pitali in strada non è eradicata da molto. Anche in Europa e in Italia, a seconda del posto, si tratta dalle due alle cinque generazioni. Le fognature e la relativa depurazione, sono quasi un’opinione in non poche città, e quelle che, con sublime eufemismo, l’ingegneria idraulica chiama acque nere, vengono trattate, non di rado, per diluizione, in citta grandi e medie.. Dosi non proprio omeopatiche di dejezioni umane e animali circolano nei fiumi e mentre si discetta di BOD e carico batterico, queste allegramente sciacquettano le sabbie e gli scogli delle nostre spiagge. Non a caso un luogo, che serviva per purificare le acque di fogna vicino a Milano, erano le marcite (sic), dove l’acqua per filtrazione ed ossidazione all’aria, si depurava e ricaricava la falda. Nulla di straordinario, insomma, e noi, non è una notizia, pur lavandoci frequentemente mani e corpo, pur consumando migliaia di litri di acqua potabile sulla nostra pelle, con lo sporco abbiamo un rapporto che, puliti o meno, rimuoviamo dalla realtà. Presumiamo. Anche perché con diverso sporco si convive, e con molto, che sporco non è, si combatte senza indagare eccessivamente. Essere puliti significa pulire il corpo e ciò che vediamo attorno a noi. La nozione di sporco, pur ben presente da sempre, è mutata con il tempo e le latitudini, e in occidente la sua rimozione è diventata pratica distintiva della classe media. Le pratiche che si insegnano ai bambini, ovvero lavarsi le mani prima dei pasti ed in altre occasioni della vita quotidiana, e il lavarsi con frequenza il corpo, adesso è pratica di massa, un tempo, senza bagni in casa era più difficile per tutti. Del povero, per affrancarlo e testimoniarne la cura, si diceva quand’ero ragazzo, che era pulito, magari con le pezze al culo, ma lindo. Lindo è una bellissima parola ormai desueta, con il suo significato spagnolo di bellezza visibile, ma che nei miei anni di ragazzo ancora si diceva. Mia madre la usava, e notava se frequentavo qualche ragazza dalla frequenza con cui mi lavavo. C’è anche un rapporto eccessivo con la pulizia che è indice di qualche altra carenza, ma in genere ci si lava di più di un tempo. Da mediamente pulito, quasi igienista, ho cominciato a notare la linea dello sporco, viaggiando, e rendendomi conto che nella nostra testa, il pulito coincide con la civiltà europea (e con la civiltà giapponese) e che la linea dello sporco si abbassava nel tempo, ad esempio nella nostra penisola, fino ad uscirne. Seguendola la vedevo abbassarsi nei Balcani, in Medio Oriente, adesso la percepisco frastagliata  in Africa, in Sud America. E’ una linea in movimento e seppure i mal di pancia non si riescano ad evitare, è evidente che il pulito è aggressivo e conquista nuovi territori.  L’industria dei detersivi ha aggredito lo sporco e il pianeta, con eccessi visibili su qualunque spiaggia, troppo in alcuni posti,  ma ciò che m’interessa qui, è il rapporto con lo sporco e con la sua idea. Ogni volta che vado in un paese un po’ precario dal punto di vista dell’acqua, l’ Africa, ad esempio, mi accorgo che abbasso il livello di nozione di sporco.  Non essendoci acqua mi disinfetto con quei gel che la sostituiscono, e chiunque li provi sa che la sensazione di unto resta, le mani appiccicano, ed appiccicoso nella nostra testa equivale a sporco. Ma anche polvere e terra equivalgono a sporco, così il fango, l’acqua di fiume, invece la sabbia viene assolta, l’acqua di mare e la schiuma che produce un sapone, sembrano pulite. Non è vero, e molti concetti di pulito nei paesi privi d’acqua, o quasi, si rovesciano. L’acqua serve per bere, ci si lava con acqua non potabile, il dubbio se lavarci i denti con acqua del rubinetto ci assale ogni volta, cerchiamo angoli d’occidente, oppure abbandoniamo le idee di casa e cerchiamo di capire di cosa si tratta. Un corpo lucido di burro di caritè sta bene al sole, ed anche all’ombra, e non è unto, la polvere non è sporca e si scuote dalle mani e dagli abiti, i vestiti vengono lavati con saponi spesso naturali ed in acque che è meglio non indagare, ma i vestiti non si mangiano. Lo sporco si trasferisce dalla superficie a quello che si manda dentro, si cerca di capire se è buono o cattivo per noi. Ciò che non fa male è buono, ciò che è sulla pelle e non puzza è buono e così via. Nella battaglia per la sopravvivenza, parlo proprio di vita per chi abita in questi paesi, il pulito avanza e retrocede, dipende dai fenomeni atmosferici. Il limite delle enteriti potrebbe essere un buon confine, farle arretrare significa aver confinato lo sporco, quello cattivo non quello delle nostre teste. In un’osteria di Cheren in Eritrea ho mangiato youghurt di cammella, pane cotto sulla pietra arroventata ed era buonissimo, oppure potrei parlare di una visita inopinata in una cucina dove si cucinava alla dancala, il pesce era squisito, ma meglio non indagare sulla confezione del cibo, sulla pulizia dei contenitori e delle mani di chi lo confezionava. E’ andata bene. Due mesi fa mangiare nei villaggi, nel sud del Senegal, direttamente con le mani, non ha fatto male a nessuno, ma poteva accadere, semplicemente si era disinstallato il controllo del pulito e ci si adattava, d’altronde una forchetta chissà con che acqua è lavata visto che non ci sono acquedotti, né fognature. Meglio le mani. Forse. Credo subentri una accettazione passiva, per noi che conosciamo i rischi, si spera, per chi ci vive semplicemente non ci pensa, non è quello che fa venire l’enterite. Ed è quella, invece la parte cattiva del villaggio, quella da cui tenere distanti i bambini. In questi casi subentra la nozione di sporco che avevano i nostri nonni, ben presente negli studi medici quand’ero bambino, lo sporco è quello che fa ammalare, il resto è compatibile ed è fatto di acqua sul corpo, sulle mani. In Senegal c’è un’abitudine molto musulmana, quando si vanno a fare i propri bisogni, anche nella savana, si porta con sé l’acqua per lavarsi le mani e il resto. Nei bagni degli alberghi si trovano delle strane teiere di plastica variopinta piene d’acqua, servono per lavare le parti intime, anche se non c’è traccia di sapone. La funzione purificante dell’acqua è arcaica, non pulisce solo il corpo, ma anche la funzione e non ha bisogno di sapone. Anche prima della preghiera ci si lava, i piedi e le mani. L’idea del pulito è qualcosa che con attenzioni diverse circola ovunque, un buon motivo per ripensare alla superiorità delle culture, e la cultura dell’acqua ci permette di capirci subito e porta a far arretrare quella linea di cui parlavo. Forse per questo i pozzi sono necessari, non solo per bere, ma per consolidare la linea del benessere, contro quella dello sporco della parte cattiva che fa star male. 

Quest’anno spero ci si concentri anche su questo a sud di Kolda, con la onlus, un paio di pozzi, magari con pompe a pannelli fotovoltaici, potrebbero essere un buon contributo per mettere un confine nuovo e far vivere meglio. Ne discuteremo con chi ci abita da quelle parti. Vi dirò.

un pensiero attorno

Non ho perso il vizio di guardarmi attorno. Un tempo, nel mio partito, chi era dirigente, chiedeva con frequenza cosa pensassero gli operai, gli impiegati, nelle fabbriche, nelle famiglie, in bar. Non c’erano sondaggi quotidiani, si capiva così, in presa diretta l’umore e l’opinione. Allora gli statistici erano quelli del pollo a testa, con uno che ne mangiava due e l’altro niente, ed i sociologi trattavano cose grosse come la definizione di classe sociale, la violenza urbana e rurale, la famiglia, e nessuno ti spiegava cosa pensavi. Anche se non faccio più politica come allora, non riesco a non chiedermi cosa sta accadendo. La mia percezione è quella di un fascino anomalo per un capo del governo, non eletto, che porta avanti una politica di rigore e tagli, neo (o vetero) liberista, praticamente senza opposizione. Credo sia un prodotto dell’antipolitica, ovvero della possibilità di operare senza mediazione in un mondo intellettualmente molle. La ragione, il rigore sono connaturati con l’etica e l’intelligenza, le stesse qualità che impediscono di giustiziarci quotidianamente gli uni con gli altri, in forza di regole condivise, rispetto dei patti sottoscritti e compromesso sulla gestione dei conflitti e sul nuovo. Bene, in questi mesi sono stati buttati all’aria i patti sottoscritti tra stato e cittadini su wellfare e pensioni, i conflitti ed il compromesso si scontrano con una logica esterna: i mercati. Il presidente Monti dice che dobbiamo rispondere ai mercati, che dobbiamo convincere i mercati, come se il patto tra cittadini avesse una variabile indipendente ed un’ unica soluzione: la subordinazione alla finanza e alla speculazione. I mercati per l’appunto. Eppure il consenso non diminuisce in modo significativo. Per questo penso che stia prevalendo, non la vena masochistica del Paese, ma la convinzione che si possa fare a meno della mediazione e della politica. Basta che ci sia uno che decida, che rassicura e che mantiene. Ma quali sono i vantaggi sinora promessi? Nessuno in realtà, perché è proprio del liberismo lasciare che sia il mercato a decidere del merito di ciascuno e di ciascun prodotto, quindi interventi reali sulla ripresa e sulla crescita non ce ne sono. Basterebbe intervenire sul costo dell’energia, sul costo della burocrazia, sui tempi consegnati al rispetto di leggi perennemente interpretabili, per avere un sostanziale miglioramento della competivitività del Paese. Ma la competitività ancora non dice quale sarà il modello di sviluppo e le tutele dei cittadini, questo viene comunque lasciato al mercato e tolto dalla politica. La mia impressione è che un silenzio colpevole gravi sul paese, che le colpe degli anni passati premano su tutti, per questo sta emergendo un modello senza mediazioni sul generale, fatto di proposte nette: prendere o lasciare. E chi è messo davanti alla scelta, prende. Dopo il disastro della politica degli ultimi anni, non solo di Berlusconi, ma anche della sinistra, il governo sembra un gabinetto di salute pubblica, fatto perché si debba uscire da un disastro talmente immane che ogni dubbio è fuori luogo. Se ciò fosse, la logica sarebbe il processo a chi ha prodotto il disastro, il castigo del colpevole, l’oggettivazione del danno subito, invece questo è occultato e passato sotto silenzio, come se il malato guarisse a botte e non spurgando le ferite. Questo è il grande malinteso che diventa imbroglio, se non si ripristinano le regole democratiche ovvero la discussione tra i rappresentanti del popolo, ogni cosa sarà dovuta, soggetta ad una teoria che non si sa se verrà verificata. Chi ci dice che le teorie economiche del premier siano quelle giuste ? In ambito tecnico si pensa anche altro, non pochi giudicano vecchia l’impostazione neo liberista. Obama ad esempio, fa ben altro. Ma ciò che sorprende, e non dovrebbe essere così se non ai romantici come il sottoscritto, è la mancanza di dibattito, di confronto sulle condizioni, quasi che un ipse dixit abbia coinvolti i fedeli, non i cittadini. Ritorno sulla questione dei mercati, ben sapendo che non è possibile sottovalutarli, in una democrazia il governo è del popolo e il condizionamento dell’azione di governo dev’essere assunta per variabili dipendenti da questo. Lo sviluppo deve far parte di una visione della crescita, la coesione sociale, il patto solidaristico dev’essere all’interno di regole, sentimenti condivisi. Se così non è l’apologo di Agrippa funziona a rovescio ovvero ognuno è per sé, gli arti si muovono indipendenti dal corpo e dal cervello e questo comporta la perdita della libertà. Pensavo a Tabucchi e al suo Sostiene Pereira, a quante volte si è messa in disparte la percezione di ciò che accade attorno. Mi sembra importante, non l’aver ragione, ma il poter discutere (quindi niente prendere o lasciare) e farlo. La dignità comincia anche da qui.  

il “gruppo”

In uno di quei viaggi lunghissimi in auto, senza pensarci troppo, gli chiesi:

 ma tu pensi di essere generoso?

Stette zitto per un poco. Da un amico si accettano anche domande di questo genere, eppoi s’era abituato a me, alle mie bizzarrie.

Rispose:

No, non credo di essere generoso, anzi non lo sono.

Seguì una spiegazione su cos’ era la generosità, ed in auto, si aprì una discussione dove ciascuno parlava di sé. Non so se fosse generoso sempre, nelle occasioni tra noi, lo era, e ci sono molti modi di esserlo. Quando qualche giorno fa è mancato, ho capito che non c’era più e già mi mancava quello che dava.

Cosa mi manca lo scoprirò.

Quando in chiesa ho detto che era uno di noi, guardavo i visi, gli abiti gessati, le cravatte. Parlavo di un noi disperso in spa o srl (di proprietà o meno), di un noi generato da un angolo fatto di mestieri affini. I professional (si usa questo nome, che lo si sia o anche no), li erano tutti più o meno così e lo avevano conosciuto, magari avuto come maestro, socio, amico Esiste un noi senza identità e solo allora ho pensato alla sua grande solitudine. Qui siamo davvero tutti soli e si aprirebbe un ragionamento ampio su ciò che cerchiamo, perché in certi ambiti non si smette mai di lavorare, perché si continua a stare fuori da qualcosa o qualcuno, pur sapendo che è nostra vita. Non lo farò adesso, ma è vero che tra persone ci si riconosce, anche se si è diversi, anche se non si appartiene al gruppo, anche se si lavora assieme e si mettono le regole. Io mi ritengo diverso, non appartengo, non voglio, eppure in quest’acqua ci devo nuotare. Lo si può fare restando fuori, ma un pezzo dentro c’è sempre. Ed essere chi si è davvero, è difficile, non basta a volte dire all’altro, con il sorriso sulle labbra, che è un figlio di buona donna perché ci sta fregando un lavoro oppure non divide equamente, o non ci paga e l’ha sempre saputo, o per raccontare il fastidio per il retrobottega di un mondo che sarebbe pure affascinante, o … E gli o si sprecano in questi ambienti. Lui, però era un amico, la diversità mia ci poteva stare, accettava e così avevamo lavorato e stavamo lavorando assieme, da società diverse, sapendo che era la vita che contava. Delle vite professionali mi interesso solo sul lavoro, ma in questi giorni mi sono chiesto, che significa appartenere ad un mestiere, fare consulenza, entrare nei processi pensati da altri. Significa appartenere ad un gruppo di sbandati inconsapevoli a successo variabile, con curricula di grande lunghezza, esperienze disparate, clienti un tempo importanti? Oppure essere una somma infinita di alti e bassi, di speranze deluse che si rinnovano ogni volta e che sopravvivono in un mondo piccolo in cui il successo conta e tutti sanno di tutti? Credo significhi anche sapere cosa ci sta dietro al successo, sapere che restare puliti è una fatica per alcuni, una condizione imprescindibile per altri, significa muoversi in terreni in cui si mescolano competenze altissime e fuffa, vendere oro e ghisa tutto allo stesso prezzo, puntando a quello dell’ oro e poi accontentarsi di quello della ghisa. Significa saperlo e magari porsi qualche domanda, ma non accade spesso, il sistema di valori, il raccontarla per proporsi e vendere risultati toglie le domande e, mi pare, isoli molto: in questi luoghi si è soli.

Che significa in questi ambienti essere generosi? Credo sia rispettare un amico, rinunciare a qualcosa che si potrebbe prendere (prendere non è casuale), pensare che il rapporto umano valga qualcosa di più del contratto. Si parla molto di etica, di deontologia, di morale, a volte di responsabilità sociale, da queste parti, quasi fosse una patente di correttezza, ma esiste un modo per vedere questi contenitori di regole, al di qua della linea di limite, attribuendo significati personali. Quando si superano i confini, non è che uno non appartiene più al gruppo, può rientrare, fa parte del gioco e qui sta la difficoltà di dire che si appartiene. Si appartiene perché abbiamo abiti simili, gusti simili, mangiamo e beviamo cose che si assomigliano? Perché partecipiamo agli stessi congressi, mostre, fiere ? Oppure questo è solo il recinto e la differenza emerge da come ci si comporta, quando si parla di noi, delle nostre vite, degli obbiettivi, dei successi, delle abitudini, e delle delusioni? Credo sia così, che la diversità, e qualche volta l’amicizia, emerga non nella stima professionale, ma nel condividere quei pensieri, quei pezzi di noi che non hanno valore economico, che sono i motivi per cui si vive davvero, con tutte le contraddizioni che ci portiamo dietro. Nell’amico si trovano le nostre domande, i tratti di noi, anche quelli che non amiamo e raramente le risposte. Quelle le abbiamo dentro e se escono, è per verificarle in lui.

Del gruppo, e la parola è quantomai deviante perché non si è mai assieme, si potrebbe fare a meno, ma la differenza sarebbe troppa, in fondo il mercato e il lavoro si accontentano di molto meno del tutto, vogliono cose determinate, parametri confrontabili, prezzi concorrenziali, lamentele uguali e sbruffonerie in bella vista. Per questo esiste il gruppo in cui si vedono i propri difetti esposti, se si riflette si trova anche qualche motivazione e differenza. Da esporre agli amici, naturalmente, perché in evidenza sarebbe la debolezza propria, che verrebbe usata contro di noi. Lui era nel gruppo ed era un amico, come mi mancherà ancora non lo so, mancherà a suo modo, e non potrebbe essere altrimenti.

occupazioni per giorni senza vento

Conservo immagini di dita sottili e forti, intente a sciogliere nodi. Non riesco ad associare loro quel tratto che tanto mi disturba, ovvero la presunzione. C’è una pazienza nel dipanare che riguarda noi prima di ciò che si scioglie e che non si combina con la fretta del capire superficiale: ho già capito, ti ho capito, tu sei così. E’ l’esercizio della dolcezza nel conoscere, una sapienza che si radica e non è conoscenza acquisita attraverso lo sforzo mnemonico, ma possesso reale. Non c’è possesso vero senza rispetto, non c’è comunicazione profonda quando si presume, semplicemente c’è solo fretta. E quando è il tempo che diventa il regolatore, allora anche l’annodare, ovvero ciò che allaccia funi altrimenti sciolte, diventa frettoloso, punta al risultato e non si cura della bellezza del nodo, la sua complicazione è un ordine ritenuto inutile, sfugge la complessità per passare ad altro.

Le dita sottili e forti sciolgono nodi e riannodano: il tessere e il costruire. Oltre l’arcaico mito dell’uomo inerme, in balia d’ una volontà altra, tra le tante similitudini delle relazioni questa mi è cara perché è governo e disciplina del privato. Ovvero ciò che siamo e vogliamo essere davvero, senza finzioni nè inutile apparire.

ma davvero è tutto determinato e scontato?

Ma davvero è tutto determinato e scontato, per cui al più è possibile solo mutare qualche piccolo particolare che ci riguarda, mentre tutto il resto è vincolato? Se così fosse, ovvero non vi fossero alternative, e neppure miglioramenti, questo sarebbe il mondo delle libertà presunte e virtuali, delle democrazie senza contenuto, da inguaribile romantico mi permetto di non crederci. Qui può finire la lettura, le considerazioni seguenti riguarderanno il mio modo di vedere quanto sta accadendo in questi giorni in Italia.

Il governo Monti procede secondo le proprie priorità e convinzioni nell’azione di “risanamento” del Paese. In un’analisi certamente né equa, né serena, colgo l’allungamento delle età pensionabili per tutti, per le donne di più, addirittura sette anni, vedo un innalzamento dell’iva, un inasprimento delle tasse sulla casa, liberalizzazioni molto contenute o inesistenti per professioni, taxisti, farmacie, ben rappresentate in parlamento, nessuna vera tassa sui grandi patrimoni, il miserevole recupero dell’1.5% sui capitali scudati (e le banche dicono che è difficile, per motivi di anonimato, anche se è una minima parte di quanto richiesto per lo stesso motivo dagli altri paesi liberali), nessun intervento sulle banche e sulla stretta del credito, un rinvio che non promette bene sulla vergognosa cessione gratuita delle frequenze, e un altrettanto grave rinvio sul problema della governance della Rai. Certamente tralascio qualcosa, non dimentico lo scorporo delle reti gas, e ho presagi non positivi sulle reti acqua e sulle reti Rfi. Ma io sono di parte, chi mi conosce sa che ho una storia di sinistra, che ho avuto l’occasione di vivere dal di dentro la politica e che quindi posso capire, ma non sono obbiettivo. Come sarebbe giusto che ciascuno fosse di parte, almeno la sua, rispettoso delle idee altrui, ma naturalmente portato a contrastare ciò che non ritiene giusto. Bene, per me non è giusto quanto sta avvenendo, si incide sulla carne reale delle persone senza che ci sia un equilibrio nei sacrifici, i deboli pagano moltissimo, i forti nulla. Si è generata l’idea che i colpevoli della crisi del paese siano i lavoratori, le donne, i pensionati, si è sventolata una lettera della BCE, come i comandamenti che permettevano di restare all’interno della chiesa della finanza,  ben sapendo che la stessa BCE è in buona parte impotente rispetto alla speculazione e succube della volontà della Germania. Si è agitata la Grecia come spettro del disastro incombente, vero, ma si è evitato di dire come si genera e si sostiene il debito italiano, quanto realmente pesa l’illegalità e quanto è diversa la situazione italiana rispetto alla Grecia e al Portogallo. Si è considerata la speculazione come un fattore di mercato senza aggettivi negativi e componente ineliminabile dal capitalismo e dai governi democratici. E si è superata la stessa lettera della BCE con la riforma di un articolo dello statuto dei lavoratori che nessuno aveva chiesto, ovvero l’articolo 18.

Si è deviata l’attenzione dalle domande vere della crisi, ovvero come superarla e creare nuova occupazione, come generare nuove professioni e lavori, come sostenere le imprese che siano adeguate ad un protagonismo italiano nel mercato globalizzato. L’attenzione del governo si è incentrata sullo statuto dei lavoratori, cavallo di battaglia dell’ex ministro Sacconi,  e pur riconoscendo che deve essere riformato l’accesso al lavoro dei giovani non è rendendo più facile l’espulsione di quelli più anziani che si risolve il problema. Comunque vorrei sottolineare che non è l’articolo 18 il problema dell’Italia, è un problema marginale, fortemente caricato di valenza ideologica e non riesco a capire perché a fronte della disponibilità del sindacato di voler convergere sul modello tedesco perché si sia scelta la rottura e la divisione. Anzi un motivo mi viene in testa, ovvero che per dare patente di riforma a ciò che alla fine non creerà lavoro aggiuntivo, si sia scelta la prova di forza e se la CGIL non approva allora significa che è davvero una riforma. Come se la sinistra, la CGIL, il Pd fossero la parte reazionaria del paese e invece la modernità risiedesse nelle politiche liberiste. Ecco, questa è un’altra delle mistificazioni che non mi piacciono, tanto da coinvolgere la gestione della flessibilità in uscita tedesca, troppo sociale sembra, per la nuova interpretazione del mercato del lavoro. Meglio il modello americano dove le tutele praticamente non esistono, e non c’è neppure il sistema di wellfare che esiste in Europa.

Non mi piace che nessuno spieghi perché il lavoro dipendente paga l’80% delle tasse a fronte del fatto che possiede il 50% della ricchezza prodotta. Le domande a cui un governo tecnico dovrebbe rispondere sono: che fine fanno i soldi, chi paga chi, perché questo paese non cresce. Senza essere millenaristici è da tempo che il sistema di produzione basato sulla crescita dei consumi porta con sé il proprio declino e tracollo, questo è il problema che dovrebbe essere analizzato e risolto, anche affrontando nuove solidarietà di mercato. Non  sono tra quelli che pensano che si possa uscire dal sistema, che è meglio fallire anziché pagare, solo che capisco che la cura adottata sta ammazzando il cavallo. Lo stanno facendo in Grecia e in Portogallo ed ora anche in Italia, perché nei prossimi mesi, le famiglie verranno ulteriormente impoverite, e magari i lavoratori occupati resisteranno, ma chi non ha lavoro o l’ha perduto, che farà?

Ho l’impressione che in una situazione come quella che vive l’economia italiana ovvero uno stato di recessione con una crisi strutturale in atto che sta cambiando il nostro modo di produrre e creare reddito nel manifatturiero, una minore arroganza e una volontà di trovare soluzioni, non sia consociativismo, ma la necessità di condividere, con chi sta pagando la crisi che non ha, in gran parte, generato, le soluzioni per rilanciare l’economia. Con lo scontro e l’arroganza, è facile non vedere le parti buone della riforma, ma viene anche da pensare che il lavoro irregolare e nero, aumenterà, visti i controlli esigui, che le aziende assumeranno il minimo ed utilizzeranno, finché possono, gli straordinari per le punte di produzione, generando un mercato asfittico basato sulla sopravvivenza anzichè sulla crescita.

Si è detto in questi giorni che bisogna attrarre capitali e nuove imprese, fino ad oggi, in Italia, c’è una flessibilità, che significa precarietà, elevata, un’area di illegalità importante eppure questo non ha attirato capitali e lavorazioni, anzi anche le imprese delle aree dove più si è cresciuto e si cresce, anziché restare sono, o stanno emigrando verso paesi in cui non c’è nessuna tutela. Quindi non è questa la vera ragione della crisi. Il fatto è che questo è un paese economicamente vecchio, dove il costo della burocrazia e dell’illegalità è elevato per chi sta alle regole, è il paese in cui si sono vendute gran parte delle filiere complete di prodotto, la chimica, i treni, gli aerei, fra poco l’auto, si resta sui mercati con nicchie di prodotto, con il made in Italy, contando di non essere raggiunti e superati. Al posto di favorire la nascita di nuove produzioni, viene invece proposta maggiore libertà di impresa, il che significa lavoro meno tutelato e possibilità di espellere gli elementi di disturbo, basterà pagare. Vediamo l’esempio Marchionne, quanti investimenti ha generato? Quanti lavoratori in mobilità sono rientrati in azienda, rispetto a quelli programmati? Dove sono i nuovi modelli di auto? Il problema è proprio questo, non ci sono prodotti e la produttività ristagna da anni per mancanza di tecnologie più che per la capacità di lavoro e di sacrificio degli operai. Se oggi gli stabilimenti Fiat, o quelli delle altre migliaia di fabbriche in cassa integrazione avessero più produttività, avrebbero i magazzini pieni per mancanza di mercato. 

La modernizzazione è una parola contenitore, ognuno ci mette quello che vuole, ma senza pensare a soluzioni impossibili, cambiare si può, magari condividendolo anziché imporlo a chi protesta poco, e comunque agire con meno arroganza. Soprattutto se non si è mai stati eletti da nessuno. Meno emozioni televisive e più cuore per ascoltare il Paese, che poi è quello che la carretta la deve tirare davvero.


diritti d’autore

Di molti libri mi piacciono poche frasi, folgoranti come un pensiero che si dimentica. Più rarmente mi colpisce il titolo, sarà per questo che non li ricordo. Ho un conto corrente aperto in una libreria amica che mi permette molte libertà, anche il ripensamento. Il momento che amo è l’approccio don giovannesco, dove non si capisce bene chi conduca il gioco dell’affascinarsi e prendersi. In piedi, prendo in mano il libro, lo apro con la delicatezza che merita un lavoro, leggo, salto, chiudo, riapro, spesso compro. Un pensiero mi rincorre in questo piacere del piluccare: vorrei costruirne un libro sconclusionato fatto di frasi estrapolate, ricucite con la mia storia, con le storie che ho conosciuto, con il mio tempo. Sarebbe un libro palloso, molto personale, da stampare in tre copie, la prima, mia, da mettere in scaffale, la seconda, mia, per correggerla in continuazione, la terza da lasciare al bar sottocasa. Lasciano spesso libri nel bar da Anna, qualcuno li prende, a volte ne porta altri, è un commercio sotterraneo di idee, senza intenzione, che consuma e ripulisce, come il mare. I libri hanno un senso se li rimastichi a pezzi, se ti riconosci. I pezzi di sola bravura mi piacciono, ma lasciano una traccia labile, diventano intoccabili e servono a stabilire distanze incolmabili. Posso parlare con Dostoevskij, con Borges o con Gadda, non con un marziano. E se un autore mi cambia è perché l’ho divorato, fatto mio in quella piccola, grande parte in cui mi ha scoperto, riconosciuto, stanato. Mi dicevano al giornale, quando mandavo qualche articolo: scrivi per essere capito, non per sintonizzarti con quei quattro balordi che ti assomigliano. Magari lo facevo, ma mi mancava qualcosa, non ero adatto, semplicemente, l’ho capito prima io di loro.

Ho visto in Senegal qualcosa che assomiglia a quello che penso, tavole di legno con sure del Corano. I bambini imparano a compitare l’arabo, poi a leggere la sura, la fanno propria e questa man mano diventa l’interpretazione della loro vita che continua. Senza scomodare similitudini importanti, mi piacerebbe che il patchwork di frasi della mia vita fosse nella disponibilità di parole sentite che si modificano, nel ragionare dell’essenziale che rende sempre più smilzo il libro, più semplice. Tabula rasa, non è l’inizio, è il fine della scrittura, la sua cancellazione fino alla scrittura della nuova storia. Basta aver tempo, basta arrivarci a tempo. Intanto raccolgo frasi, mie e non mie. Quando si espunge una frase dal contesto la si può citare, oppure sottacere, modificare, portarla al senso personale, l’autore difficilmente potrebbe riconoscerla, è stato un catalizzatore, e la frase non è più sua, ha prodotto altro, diventando un tratto di chi l’ha ripensata. Anche il senso, il sentimento che sottende la frase non è più lo stesso, è del lettore che non guarda più, ma beve, si nutre e a sua volta scrive (e m’affascina questo perenne riscrivere). E’ un processo intenso, che esige rispetto, devozione, pudore, attesa, emergerà, infatti, quando sarà totalmente opera di chi ha fatto proprio il senso. Come per la biblioteca di Babele di Borges, o la macchina tipografica infinita di Gamow, un oggetto programmato sulla base delle permutazioni delle lettere e delle parole, potrebbe scrivere tutto ciò che è scrivibile e tutto ciò che si scriverà, ma il tempo di leggerlo sarebbe infinito e  quindi sarebbe una macchina inutile: solo ciò che è nostro è significativo. L’invito alla chiarezza allora si rovescia, se guardo il mondo come Escher, vedo infinite forme brulicanti ed immaterie che s’agitano dentro di me, di queste pesco una combinazione, un carattere che va al cuore: la chiarezza è pescare dallo stagno il significativo, metterlo assieme, costruire il significato. Ne nasce un libro virtuale e reale, che si aggiorna di continuo nei dettagli, che perde più pezzi di quanti ne acquisti: tolgo tre frasi perché una la riassume. Così vorrei arrivare vicino alla tabula rasa con uno smilzo libretto da gettare, per poi prendere lo stilo e tracciare una lettera, che sia la prima o l’ultima non importa, è l’inizio della nuova storia.