fotografare non stanca

maccina fotografica

E’ mutato il significato della fotografia: da eccezione a normalità. La quantità e la diffusione delle immagini è sempre stata presente, la Kodak, a partire dai primi del ‘900, ha costruito un impero su questa possibilità di renderne universale l’uso della fotografia, ma oggi la possibilità di fermare immagini prescinde dai nomi dei produttori, diventa, come per la riproduzione del suono, qualcosa di cui ci si accontenta dal punto di vista tecnico per far emergere un significato dell’immagine. Quale significato? Quello della dimostrazione dell’attimo vissuto. E così il tempo viene rubato a se stesso, l’immagine sostituisce il messaggio, che anziché essere scritto, appare. E mai come oggi la fotografia è stata insieme narrazione di frammento e apparenza priva di contesto. Frammento perché cerca di racchiudere la parola che descrive in un mostrare e quindi lascia al libero arbitrio interpretativo. Apparenza perché la stessa descrizione del contesto dev’essere semplificata dal punto di vista cognitivo, si deve condividere per non equivocare e quindi la cosa dev’essere semplice. Andrebbe tutto bene se la semplicità non divenisse banalità, ripetizione, serialità da eccesso, per cui non lascia traccia anche se pretende di mantenere in sé l’attimo, cioè l’eternità.  Mai come adesso si è socializzata la fotografia e ogni giorno vengono immesse quantità inimmaginabili di immagini visibili a chiunque, per cui ci si può chiedere se non sia questo numero a rendere totalmente differente il significato del fotografare. E’ così. Gran parte delle immagini non hanno un significato comune e semplicemente, entrando in rete, vengono buttate in una discarica che non si saturerà perché ciò che si fotografa comunque perderà la funzione di traccia del sé, per la volatilità del digitale, e non solo la sua enorme quantità. I supporti magnetici non tengono più di un certo tempo e se una stampa o una pellicola durano più di 100 anni, una registrazione digitale può esserci o non esserci, dopo 20 anni. E’ un problema per gli artisti, per i fotografi veri? Certamente no. E per chi vuole tenere l’eccezione è un problema? Neppure. Solo che una cosa, la fotografia al pari del testo solo digitale, è qualcosa di diverso da ciò che era, non è immortale, non racconterà di noi, non mostrerà il mondo come noi l’abbiamo veduto, neppure quando si potrà leggere o vedere, perché parlando tutti assieme non si sente nulla di ciò che viene detto. Una sorta di Alzheimer tecnologico divora e divorerà la memoria questi scatti, assieme ai documenti che scriviamo e tutto il resto. Ecco che il mezzo assume oggi un altro significato, la transitorietà, e forse questa è l’immagine più fedele che la fotografia ci restituisce. Sic transeat gloria mundi. La nostra gloria non dura, ed è la cosa più crudele, dopo la perdita della giovinezza, che ci potessero dire. 

il bravo soldatino

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Come un bravo soldatino faccio ciò che devo. Mi attendo una ricompensa, un’attenzione che mi tolga dall’indistinto fare, arriva quando vuole, spesso inattesa e così mi confonde. Quasi fosse immeritata. E mi fa arrossire, anche se riconosco d’essere un ingranaggio: mi muovo perché altri si muovano. Sembra sia questo il significato delle vite: ruotare perché altro ruoti. Ma perché? Mi hanno convinto che fare ciò che si deve è buono, fermarsi o girare in senso contrario, è cattivo. Eppure spesso ho la sensazione che far ciò che si deve bruci il tempo, il mio tempo, e allora mi viene la tentazione di non fare, oppure di fare altro. Qualunque cosa. Basta che sia diverso e nuovo, inatteso. E allora quelli che prima non ti prestavano attenzione, ti si rivolgano, ti chiedano perché, usino blandizie e minacce e tu possa dire di sì oppure no. Una notte ho fatto un sogno. Sogno spesso, ma sognare sembra una continuazione del giorno, solo che nel sogno, faccio fatica, dimentico qualcosa, diventa difficile fare cose semplici, insomma sembra ci sia una resistenza che rende vischioso fare bene ciò che devo fare. Ma questo sogno era diverso: ero in una grande stazione, quelle enormi, altissime e fatte di travi d’acciaio che vanno verso il cielo, e vetro per lasciarlo passare, il cielo, cosicché c’è sempre tanta luce grigia. Anche a mezzogiorno. Chissà perché le stazioni sembrano monumenti a qualcosa che non c’è, sono grandi, molto più grandi di uomini, binari, treni e paiono fatte per qualcosa che non sta lì, che non si ferma che per poco. Mah. Comunque, nel sogno, c’erano persone attorno, voci, musica, annunci e, in questo rumore che avvolgeva, mi sono avvicinato alla biglietteria e ho chiesto un biglietto. Il ferroviere, dietro al vetro, era in divisa, con un cappello dalla visiera nera e lucida, che quando si chinava, rifletteva la luce sui miei occhi, come mi interrogasse anche mentre faceva altro. Metteva a posto i suoi biglietti e pareva avesse tra le mani il mondo, che tutti quei posti fossero suoi e solo lui potesse permetterti di accedervi, di andare davvero lì ed essere accolto. Mi ha chiesto: dove vuole andare?  Ed io lo sapevo cosa dire, lo sapevo da molto: lontano, voglio andare lontano. Mi ha staccato un biglietto di una volta, un rettangolino di cartone spesso e bianco, ho pagato e poi, col biglietto tra le mani, ho preso una valigia. Sì, avevo una valigia, ed era leggera, sembrava vuota, ma ero sicuro che ci fosse il necessario, anche se non ricordavo quando l’avevo fatta. Con la mia valigia sono andato verso la banchina. C’erano molte persone in fila che attendevano e una ragazza vestita di verde, con un cappello a calotta pure verde. Pensavo che era bella. Poi pensavo che la notte sarei sceso in una città che non conoscevo, che avrei cercato su una strada dritta e piena di alberi ai lati, un alberghetto con un banco di legno scuro e un fattorino che attendeva. Poi ho riguardato la ragazza e ho sorriso, e lei, un po’ indecisa, mi ha risposto. Ero felice e imbarazzato e così, per far qualcosa, ho guardato il biglietto, come a mostraglielo. La stazione d’arrivo non si leggeva, ma la data era nitida, era di tanti anni prima, ma ero contento lo stesso, ero sicuro valesse ancora. Così mi sono svegliato. E mi sentivo bene.

Basterebbe esercitare il diritto a un perché e l’immenso castello cadrebbe all’improvviso.

ciao, sono la sveglia

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Ciao, sono la sveglia. Ogni mattina sopporto le tue angherie, eppure sei tu a farmi suonare quando vuoi, se fosse per me me ne starei quieta a dormicchiare, mica ci tengo a svegliarmi prima di te. E invece di ringraziarmi perché ti ricordo ciò che mi hai detto di fare, ogni mattina mi maltratti: sempre pacche sulla testa. Poi dopo due o tre manate, mai una carezza, te ne vai e io resto col mal di testa tutto il giorno. Ci fosse un sorriso ogni tanto, uno scherzo, una vacanzina in cui mi lasci fare quello che voglio, no, perché anche in vacanza devi essere pieno di cose da fare. Faccio bene il mio lavoro e mi ringrazi a ceffoni.

Un tempo pensavo ti prendessi cura di me, quando ero meccanica mi caricavi ogni sera, mi piaceva quel tuo prendermi alle spalle, anche se era solo una molla, questo girarla con cura era un gesto carino, mi faceva intendere che mi volevi bene, però il gesto stizzito del mattino toglieva tutta l’intimità tra noi. Per piacerti sono diventata prima elettrica e silenziosa e poi radio sveglia. Un lifting che aggiungeva brio alla nostra vita in comune, tenerezza al giorno che s’apriva, ma dopo le prime sorprese e sorrisi, tutto è tornato come prima: pacche più leggere, ma sempre pacche. Non è che non mi sia data da fare, ho continuato a cambiare per te, esigente e mutevole, adesso ti do la musica, il tempo che fa (anche se basta affacciarsi alla finestra per vederlo) e associandomi con la caffettiera riesco persino a scodellarti il caffè caldo all’ora che desideri, ma neppure questo basta. Pensavo che volessi il tempo precisissimo e ora, grazie a un osservatorio tedesco che mi strattona se ritardo o avanzo troppo in fretta, sono precisa al milionesimo di secondo, ma neppure questo l’hai un po’ considerato. Proietto l’ora sul soffitto e non guardi, vibro per te anziché trillare e ti giri dall’altra parte, suono ogni sette minuti perché non ti alzi e ogni volta è una sberla, insomma non so più che fare. Ho sempre pensato che tu avessi un’altra e non stessi bene con me e da quando hai quello svergognato di telefono ho capito che è così. Neppure più mi ascolti, parli sempre con lui, gli scrivi, lo guardi in continuazione, gli sorridi se ti chiama, persino di notte ti alzi a vedere se ti ha risposto, ma io cosa ti ho fatto per essere trattata così? E allora, caro mio, se eri omotelefonico, bastava dirlo prima, mi sarei scelta un altro e adesso non avrei il mal di testa, ma ti lascio con quello svergognato, oh sì che ti lascio e la prima mattina che resta senza batteria voglio vedere come farai. Voglio vedere, proprio. Oh, beh!

libri e fiori

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Più libri e meno mimose. Così consigliano i librai per l’otto marzo. Donando libri (e non solo l’otto marzo) mettiamoci anche un fiore, meglio se in vaso.  Il piacere del leggere, il conoscere, non sono mai in contrapposizione alla gentilezza, anzi la generano, la esaltano. E’ la conoscenza arrogante, che non fa fare un passo avanti al noi e neppure all’io.

Le donne conoscono bene il valore del sapere e praticano la gentilezza, quindi meglio associare i simboli e non scinderli. Le donne mi hanno insegnato il valore del sapere e della gentilezza. Quelle con cui sono cresciuto mi hanno anche raccontato che non sempre avrebbero pagato, che non erano di per sé fonte di ricchezza o di potere, ma erano un piacere, avevano una loro felicità e generavano benessere. E soprattutto mi avrebbero permesso di parlare con me e con gli altri. E su una cultura hanno insistito in particolare: quella del rispetto a partire dai sentimenti altrui. Se cerchiamo questa cultura nei libri, solo i grandi scrittori ne parlano adeguatamente e ciò che sorprende è che le storie non siano mai scontate anche quando si sa come andranno a finire, perché è la persona che non è mai eguale. Ed è una “letteratura” dinamica e fondata su principi profondi quella che tratta del rispetto, in grado di separare il melenso da ciò che è carne e sangue e quindi verità.

Tutto questo le donne lo sanno e lo insegnano, basta ascoltarle. E donare loro un libro e un fiore significa dire che ammiriamo l’intelligenza e siamo conquistati dalla gentilezza. 

Che ogni giorno sia otto marzo, nella mente e nel cuore.

stamattina, come in Africa

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Come certe mattinate d’Africa, dopo il primo canto del muezzin, quando non dormi perché sotto la zanzariera è caldo e senti che appena fuori spira una brezza sottile. E allora ti alzi, e vedi una luce ancora sospesa, le finestre aperte, senti i rumori della fatica di chi già lavora attorno. Ed è tutto sommesso, anche il tetto che nella notte è stato pieno di zampette e fruscii, tace, ma non la foresta, non gli alberi pieni d’uccelli, di grida, di colori che volano, di ombre marroni che si muovono veloci. Sopra, il suono, a mezzo, la quiete della luce già incipriata di pulviscolo, e sotto gli uomini. E ti sembra che da quella luce sottile, da quella brezza leggera, venga un’energia che scende nel profondo. Poi ci sarà il caldo, il suono diventerà rumore, verrà la fatica, ma in quella luce sospesa c’è l’universo che ogni giorno rinasce.

E’ per questo che viene il bisogno di andare.

i treni passano, è la voglia di viaggiare che conta

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Ci si chiederà come nascono queste riflessioni che sembrano non avere un contesto e che, molto spesso, sono pensieri conosciuti, cose che ognuno di noi pensa. Nascono dall’osservare, conversare, dai racconti di altre vite che mi inducono a ripensare alla mia e così diventano un esame delle mie scelte e contraddizioni. Dirlo in modo assertivo può dare una patente saputella che non c’è, non ci sono verità assolute, solo il riesame di ciò che davvero significa il tempo, ciò che è agire e ciò che invece essere agito. E quanta felicità questo mi genera o mi sottrae. In fondo la triade: tempo, possibilità, felicità la si trova ovunque nella vita e come al solito bisognerebbe chiedersi cos’è che apre e cos’è che chiude, per capire se la felicità può entrare o meno.
C’è una notizia buona e una meno buona. Quella meno buona ci dice che le occasioni (e quindi le scelte) per quel futuro, proprio quello, ci sono solo una volta. Quella buona ci dice che si presentano in continuazione. Non sono le stesse, magari si assomigliano, ma saranno altre, comunque nuove. Chi preferisce aspettare indefinitamente è un indeciso o un perfezionista, entrambi condannati all’insoddisfazione. Chi prende tutto quello che passa è un bulimico che non gusta più nulla e non discerne. Chi a volte prende e a volte se lascia scappare l’occasione, è normale. Ma tutti siamo sollecitati da questo miracolo dell’essere sorpresi. La scelta è tra un essere presi da qualcosa che è un futuro concreto (sia esso immediato, prossimo o lontano) e comunque possibile, oppure rifiutarlo. La scelta è sempre binaria, le scelte a mezzo sono piccoli rifiuti. Poi le cose non vanno come si pensa, deviano perché altre scelte vengono fatte, perché le sorprese non necessariamente saturano il desiderio, al più rispondono al bisogno, ma ciò che accade è qualcosa, anche quando è stato favorito, che è in sostanza inaspettato. Chi non è meravigliato dalla possibilità ha già scelto, e di fatto non ha creato nulla di nuovo per sé. E questa è un’altra parte della scelta, ovvero la novità, ciò che ci può cambiare. Si dice che i treni non passano due volte, se così fosse gli orari ferroviari sarebbero inutili, ci sarebbe qualche scontro inevitabile, anche se sarebbe interessante andare in stazione e prendere il primo treno che incontra il nostro favore o desiderio. E il desiderio d’essere altri e il bisogno di nuovo, di viaggio dentro e fuori di sé, in misura diversa sarebbero soddisfatti. Se guardiamo bene, nessuno davvero è in grado di vietarci questa esperienza che confiniamo nel sogno. Pensateci e scartate una per una le impossibilità trovando soluzioni, vedrete che non è impossibile. Ma questo ci riporta al fatto che se quel treno, quell’occasione, non passeranno più epperò altri ne passano, cosicché la vita può essere intesa come rimpianto di ciò che poteva accadere e non è successo oppure come possibilità che succeda qualcosa che ci muta perché corrisponde alla nostra scelta e quindi a noi. Se vado in un centro commerciale, le scelte mi stancano, sono sollecitazioni multiple a desideri poco strutturati, sollecito il desiderio che non avevo, attraverso un essere attraverso le cose o l’apparenza. Se parto da casa e acquisto ciò che già desidero, una soddisfazione intrinseca mi prende. Non sono stanco, sono contento perché ho già un possibile mio futuro in mano. Uscendo dalla banalità dell’esempio, ciò che penso è che in realtà è l’uso del mio tempo che in fondo è in gioco e quanto di questo tempo corrisponde a ciò che faccio e scelgo. La scelta, il prendere quel treno è un uso forte del mio tempo che diventa vissuto, non un tempo che mi è fatto vivere da altro che non sento mio. Poi anche il nuovo diventerà abitudine, comunque non è più tale se non ha la capacità di rinnovarsi, di ricrearsi, di essere vivo, insomma. Però se considero che io uso il mio tempo attraverso le mie scelte e lo determino e da esso mi lascio determinare perché si conforma a me, anche attraverso il contrasto a ciò che non mi piace, che non mi si confà, comunque lo vivo. E’ allora che mi accorgo che il tempo cronologico conta poco, che il mio tempo è ciò che scelgo, che le occasioni continueranno a presentarsi e che io potrò vederle e scegliere se esserci o meno. Ecco questo mi pare che sia davvero una meraviglia e che che nella sua gratuità, ci chieda unicamente di vivere approssimandoci a quello che davvero siamo, a coincidere e a godere di noi, del molto che abbiamo e riceviamo in continuazione.

meditare sulla primavera

 

017

perché non lotti con la luce nuova, 

bisogna tener lontano il cuore, quanto basta,

e lasciare ch’essa entri,

rumorosa d’arcobaleni e vibrazione.

Solo allora il pensiero, il palpitare,

il battito d’un desiderio spento,

distratti dal colore,

si scioglieranno da quel grumo che chiamiamo amore. 

                                                                      Steso dentro al cielo, vorrei non volere per un poco,

né più pensare,

annegando nel profumo d’erba,

nel verde azzurro,

nelle nubi bianche,

nella forza che fa sbocciare il legno.

E con la linfa, che scorre tra le dita,

appiccicare allora i desideri al tempo mio.

Hallelujah

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Anche chi non crede ha bisogno d’un dio. D’un dio piccolo, appena più grande di lui. Che faccia pochi prodigi sensazionali, ma che gli stia a fianco. Che veda la solitudine e aiuti a trovarne un senso, che indichi una via d’uscita, capisca e parli, perché di silenzio dentro a volte, ce n’è pure troppo e l’annuire non basta.

C’è bisogno d’un dio in cui riconoscersi, anche a chi non crede. Un dio che senza avere i nostri difetti non ci giudichi. Che abbia le nostre stesse paure, ma un po’ meno e con molta speranza in più. Ce n’è bisogno ogni giorno, di questo dio, e anche d’essere sicuri che non mancherà. Che saluterà ogni giorno comunque siamo, che ci riconosca, e faccia sentire che, almeno per lui, contiamo per ciò che siamo, non per come vorrebbero fossimo.

C’è bisogno di un dio mortale per chi non può credere, che finisca con noi. Anzi no, basta viva un po’ di più e s’ingegni a fare in modo che quel poco di buono che abbiamo generato, continui a vivere altrove. 

vecchie foto

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E’ una delle ultime feste delle matricole, il ’68 renderà improvvisamente anacronistica questa festa, che riprenderà alla fine degli anni ’70, quando tutto sarà normalizzato. La fotografia è del 1967, scattata probabilmente, su fp4 Ilford, sviluppata e stampata in casa. In quell’anno l’università elitaria diventa università di massa, ma soprattutto comincia a mettere in discussione i meccanismi di trasmissione del sapere e la loro incidenza sulla società. Si capisce che il sapere serve per mantenere potere, soggezione e diseguaglianze se non mette in discussione il suo fine. La conoscenza fino a quel momento ha liberato poco se non è stata accompagnata dalla critica e dalla richiesta di cambiamento. Cioè non basta leggere la società, bisogna trarne le conseguenze. E’ una consapevolezza che cresce, che diventa collettiva, ma quello che viene poi, dal 1972 è una sequela infinita di errori, di radicalismi, di alienazioni differenti, e altrettanto gravi: la lotta armata, le uccisioni di magistrati e giornalisti, l’attacco al cuore dello stato, i servizi deviati, gli attentati neri, i golpe falliti. Tutto porta alla restaurazione e il lento scivolamento nell’anomia, nell’esasperazione dell’io perché il noi è insoddisfacente. Il sapere torna nell’alveo della trasmissione delle competenze, non discute più rapporti e fini, si tecnologizza e parcellizza ulteriormente. Si capisce che il sapere di per sé non salva, al più pone domande radicali, anche se aiuta a trovare risposte nell’analisi della realtà, bisogna decidere se ascoltarlo o meno. Nel frattempo la macchina del sapere si organizza, crea competenze alte ed esclusive, ma in campi ristretti, dequalifica come inutili economicamente le conoscenze umanistiche, punta sulla parcellizzazione che allontana le risposte complessive e fa trionfare la tecnologia: ogni problema singolo ha una risposta tecnologica, ogni malattia del corpo e dell’ambiente riceverà una guarigione. Poiché non può economicamente attendere la coscienza del problema che crea, spesso la tecnologia anticipa la domanda, la crea.

Il bivio tra un sapere che colloca l’individuo nella società e quindi la sottopone al suo vaglio e il sapere funzionale nasce ben prima del ’67, però diventa coscienza collettiva in quegli anni. I risultati di una meditazione caotica, non per questo priva di acutezza, di fortissimo discernimento, sfociano, anziché nella sabbia che è sotto l’asfalto, come si scriveva sui muri di Parigi, in un grigiore di cemento. Se prima del ’68 l’attacco al territorio e all’uomo, la speculazione, erano un fatto enorme e censurabile, questa pratica divoratrice diventa poi una presunta corsa all’arricchimento di massa. Cresce la scolarizzazione e il sapere e aumenta la malversazione, il malaffare grigio, la corruzione, la pratica criminale intelligente. Non c’è correlazione tra sapere e comportamento delinquenziale, ma certamente cresce l’infingardaggine, il girarsi altrove, il non vedere per interesse. Quindi il sapere abiura alla sua funzione critica e pur essendo di massa non migliora complessivamente la coscienza sociale. Dov’è l’errore? Forse nel dare al sapere una responsabilità che in realtà è dell’uomo, forse nella malintesa concezione che il sapere serva a fare e non ad essere.

Quel giorno, era l’otto febbraio, ero molto giovane e pieno di pensieri e speranze, giravo per la città con la mia macchina fotografica. Cercavo i volti, come sempre, le situazioni accennate. In questa situazione, dietro l’angolo del Pedrocchi si prepara una sorpresa, sono giovani che vogliono ridere con altri giovani. Una giovinezza esplode nello scherzo e nell’ilarità conseguente. E’ un attimo poi qualcosa di diverso attirerà l’attenzione per ulteriore ilarità. In questa sospensione prima che qualcosa accada, è vissuta una generazione e la successiva. Non malamente, si è riso molto. I due della foto si stanno preparando alla vita, non so cosa sia accaduto loro poi, come le vite si siano svolte. Se penso a ciò che conosco, immagino che le difficoltà e i grovigli non siano mancati, che la crescita abbia avuto luci e amarezze, che l’indole si sia piegata, indurita, che abbiano appreso molto dalla realtà (che è sempre una dura maestra). Sono miei coetanei, e poi hanno avuto occasioni per usare il sapere che questa alma mater gli ha dato. Chissà, e se, le hanno usate. Comunque i loro anni saranno stati pieni e di certo le soddisfazioni avranno equilibrato le amarezze. Sono anche certo che c’è stata molta speranza, ma che questa si sarà via via esaurita se non l’hanno alimentata di utopia e di sogni. Hanno vissuto, ma non sappiamo come abbiano impiegato ciò che gli è stato dato, se l’abbiano elaborato e siano diventati eretici. Stanno per avere una grande occasione e così li lasciamo, nel 1967, in attesa di una vita che ci sarà.

nell’orizzonte si staglia un bianco cavallo

pesce che vola

pesce che vola

 

 

Premessa: quanto segue è fastidioso, troppo lungo e comunque non dice nulla che non sia un’opinione. Al più è una traccia di discussione. E qui può finire la lettura. 

Tema: ma il nuovo è davvero nuovo e il vecchio quanto è vecchio?

Svolgimento:

Qualche anno fa, nel 2009, di Renzi non si sapeva quasi nulla oltre la cerchia dei sodali di Firenze.  Dopo le dimissioni di Veltroni per la sconfitta in Sardegna, del PD era segretario Franceschini, che per tenere un po’ assieme, un’elezione senza congresso e decisioni politiche poco comprensibili, convocò il 21 marzo, un’assemblea dei Circoli a Roma. In quell’occasione, e in un’ora disattenta, con un intervento appassionato, si fece molto notare una quasi quarantenne avvocata di Udine, Debora Serracchiani. Strigliò il segretario, chiese ragione e ascolto per gli iscritti che sentivano lontane le decisione della politica del partito dalla vita reale. Con determinazione dettò delle linee di cambiamento. Fu molto applaudita. Cito alcuni passi del suo discorso:

Noi non possiamo riconoscerci in un Paese che non investe nella scuola nell’università e nella ricerca. 

Noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che pensa di superare la crisi economica solo prendendola più allegramente.

Noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che pensa che i propri lavoratori siano dei fannulloni e che i medici debbano denunciare i propri assistiti.

E noi non ci possiamo riconoscere in un Paese che non si preoccupa di quei bambini che rischiano di essere bambini non esistenti, bambini che non potranno essere registrati. Io quel paese non lo voglio.

Noi non ci dobbiamo riconoscere in questi.

E noi, dico segretario, non ci possiamo riconoscere in un Paese che non tassa i più ricchi solo perché pensa che siano troppo pochi!

E dico, segretario, che non ci riconosceremo in un partito che non capisca quanto sia importante tornare a parlare agli italiani con una voce sola.

Questo noi lo pretendiamo!!!

Poi Debora Serracchiani fu candidata alle europee, e fu eletta a furor di popolo, prendendo più voti di Berlusconi nel Triveneto, poi è stata eletta segretaria del PD del Friuli Venezia Giulia, poi Presidente della Regione, e ora anche vice Segretaria del PD nazionale. Poi si vedrà. Quindi un cursus honorum rapido, con dichiarazioni e prese di posizione nette. Magari non sempre conseguenti a quel primo appassionato intervento, ultimamente spesso parla, mentre il segretario nazionale tace, cioè fa dire ai vice per non metterci la faccia, ma le situazioni cambiano e anche le opinioni possono mutare. Ho parlato di una persona che stimo per l’impegno, anche quando non condivido ciò che pensa e dice, perché la sua storia, come quella di tutta questa nuova generazione di politici, è breve, molto tranchant nei modi e legata a tempi rapidi.

Sembra che uno dei caratteri dell’economia contemporanea, ovvero la velocità e il cambio di prodotto, sia il segno in cui si misura l’efficacia dell’azione e il cambiamento. Il nuovo, insomma. La stessa interpretazione della modernità è concentrata sul fare, sullo sperimentare, sul conformarsi ad una velocità esterna più che a determinarla. Quindi tutto il lessico che ha orientato le idee di cambiamento e di sinistra è diventato improvvisamente obsoleto perché quelle idee volevano cambiare profondamente la società e i rapporti che erano in essa (ricordate il veniamo da lontano e andiamo lontano? Il percorso di lunga lena, ecc. ), mentre ora si punta sull’accelerazione che di necessità si sovrappone a ciò che esiste e quindi all’accettazione dell’economia così com’è, della politica estera come viene (Mogherini, chi era costei?), nella rappresentazione dell’uomo come serve al momento. Quindi un seguire il flusso che mai come ora determina governi e loro azione in forza della crescita e dell’arricchimento di pochi a scapito di molti. La diseguaglianza è un drammatico problema che investe tutte le democrazie occidentali.

Da un paio d’anni viene detto che tutto ciò che è stato fatto finora in politica in Italia, è stato incapace di modificare la realtà, che esso si è perduto in interminabili discussioni utili solo a conservare privilegi e diritti di pochi. Quindi il vecchio è stato, ed è, incapace di cogliere la realtà, è cieco, non vede gli elementi di reale adeguatezza ai bisogni delle persone, i loro nuovi diritti. La cittadinanza si esprime mediamente per interessi, ovvero ciò che non interessa mediamente non esiste, e quindi non è un caso che sia scomparso il dibattito sulla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, il diritto a un fine vita decoroso, il conflitto di interessi, la lotta all’evasione, la proprietà dell’acqua pubblica, i beni comuni, ecc.ecc.. C’è una nuova declinazione dell’eguaglianza basata sulla meritocrazia, una sorta di arrichessez vous interpretata come opportunità dei singoli non come offerta di sistema di diritti. Quindi siamo dinanzi ad una nuova interpretazione della realtà che scardina le ammuffite parole delle ideologie e dell’illuminismo. Una interpretazione più che positivista, basata sulla fortuna dell’individuo anziché sull’insieme, sull’io, anziché sul noi.

Questo però non è granché nuovo, basta leggere un qualsiasi classico del liberalismo, quindi la novità è più su una nuova gestione del potere. La mia tesi è che in realtà sia transitato solo il potere tra generazioni e che i poteri veri, quelli neanche tanto occulti siano intatti, anzi che ci sia in corso una deriva che consciamente o inconsciamente ne aumenta l’influenza e la presa economica. Se così è la generazione di Renzi, Serracchiani, Guerini, Taddei, Madia, Boschi, ecc. ecc. ha preso in mano non solo il PD, ma la rappresentazione e la gestione della realtà politica e dell’agire dell’intero Paese. E quello che io penso è che si consumata una lotta di potere, più che di idee, e una parte ha perso perché chiaramente inadeguata a capire cosa stava accadendo, ma che entrambe le gestioni del potere, quella precedente e l’attuale, siano presuntuose e arroganti e non dissimili, quindi il nuovo non è più democratico o attento alla diversa interpretazione delle cose che porta la critica, ma determinato a ridurre la propria realtà ad unica, sia pure a colpi di maggioranza, anche contro l’evidenza, tanto poi se si sbaglia si potrà riparare: siamo giovani, abbiamo tempo.

Mancando una visione chiara di dove si finirà, un modello esplicito a cui conformarsi o meno, le idee nuove sono labili e mutevoli quanto quelle precedenti erano vecchie e irrigidite, però a fronte della lentezza del processo che compone ragioni opposte, che mette assieme gli obbiettivi e li compone negli effetti reciproci, oggi si preferisce la velocità. Gli esempi sono ripetuti, si colloca Rai Way in borsa, si parla di legge sulla Rai e subito parte una offerta di Mediaset che chiede l’acquisto della società di trasmissione che di fatto la farebbe diventare monopolista delle antenne. Ora si mette una barriera al 51% , ma se passerà la legge elettorale che consente a un partito con il 25% degli aventi diritto al voto di portare a casa la maggioranza sull’unica camera che legifera, di determinare capo dello stato e presidente della repubblica chi potrà impedire che una determinazione ministeriale non venga immediatamente modificata? E questo vale per qualsiasi altra privatizzazione senza una legge sui monopoli, senza che neppure si sia riusciti in 20 anni a chiudere una reti di Mediaset, rete quattro, dichiarata non conforme alla legge con sentenza. Banche popolari, Enel, Finmeccanica, non si capisce quale sia il progetto semplicemente perché il progetto non c’è, prima c’era un eccesso di ideologia e di progettazione ora c’è la totale assenza di un piano su cui si possa esprimere un gradimento, un parere, un voto. E la stessa gestione della crisi, nel risolverne problemi, non porta verso una maggiore trasparenza, ma verso la costituzione di nuovi aggregati privati, insomma emerge un modo per privatizzare ciò che è pubblico o già privato, favorendo però la concentrazione in grandi gruppi che poi deterranno l’intera, o quasi, offerta dei beni e servizi.

Quindi il nuovo, è esercizio di potere conforme a una visione giovanilista della realtà, dove la discussione è un impedimento, una perdita di tempo, ma che nel fare poco si cura delle implicazioni. Anche la discussione diventa un atto formale perché altrove si è già deciso, l’ultimo esempio è la convocazione per domani da parte del presidente del Consiglio, dei gruppi parlamentari per esaminare, un’ora ciascuno, i provvedimenti su scuola, Rai, ambiente e fisco. Cosa si può davvero discutere in un’ora e sopratutto quando mai in una repubblica parlamentare il presidente dell’esecutivo convoca i gruppi parlamentari del partito di cui è segretario, forse per dire cosa questi dovranno votare in leggi non fatte da loro? Dove finisce l’indipendenza dei poteri, la libertà del parlamentare e del parlamento? Quindi il nuovo è un potere che non si cura di nascondersi e si esercita visto che adesione e convenienze, non si oppongono. Però questo passaggio di potere generazionale e sua modalità di gestione, non ha sconfitto solo la parte del “vecchi” della politica, ma anche tutta quella parte giovane che non si è adeguata con prontezza alla nuova gestione del potere. Il modello oggi è molto più verticistico, poco democratico perché basato ancor più sulla cooptazione e selettivo in senso di fedeltà al capo, tende ad escludere una reale contendibilità del potere e pensa di essere in tal modo duraturo. Questo è un modello che sta contagiando l’intero sistema politico. Del resto si legge nelle priorità e nella politica sinora portate innanzi, e orientate alle modifiche costituzionali in senso maggioritario, nell’ emettere continui provvedimenti che affrontano i temi più diversi, nel dire e nel contraddire secondo convenienza, nel non toccare nessuno dei potentati reali che assicurano la tenuta del potere oltre la stretta cerchia della politica. E’ significativo che emerga la convinzione di giocare una sfida già vinta per il controllo del potere politico in Italia e il favore del potere economico, che accompagna quello politico, è emblematico di una direzione e di un sostegno conforme agli interessi del primo. Ma per un partito riformista gli interessi del potere economico sono i suoi stessi interessi? Visto dall’esterno il cambiamento è sì nuovo, ma in senso di restaurazione di potentati più che nella distribuzione di nuove eguaglianze e diritti.

Conclusioni:

vista così la situazione non resterebbe che attendere che qualcosa accada di positivo oppure che passi, perché tutto passa. Però non c’è una pazienza sufficiente nei vecchi e negli scontenti, per cui chi non si adegua o è destinato a patire, a diventare gioiosamente gufo, oppure immagina una via di uscita più conforme a ciò che pensa.

Allora la prima domanda che ci si può porre è: va bene esercizio del potere, ma per chi? a favore di cosa? Quindi la prima necessità è favorire la nascita di una risposta aggregante, di un possibile riconoscersi non solo nella protesta, ma nella proposta.

Lo spazio e le teste esistono, possono mettere a disposizione alternative serie, che magari verranno bocciate, ma come si diceva un tempo, bisogna durare un minuto in più dell’avversario perché il giusto alla fine riemerge. Poi servono uomini, punti di riferimento, e qui c’è il secondo problema, se la politica oltre le banalità e la gestione del potere è davvero servizio, servono persone che abbiano la tranquillità di non dipendere da qualcosa o qualcuno, che possano fare riferimento a un gruppo che condivide non il potere, ma il fine per cui lo si chiede. Ci sono questi uomini e donne? Io ritengo di sì, e sono al di fuori della contesa generazionale, si guardano come persone e portatori di contenuti, e capiscono che nelle organizzazioni in cui lavorano, c’è necessità di cambiare fortemente, anche e sopratutto se sanno che non hanno intera la verità.

La sinistra politica da sola è incapace di riformare se stessa e di mettersi assieme, c’è troppo vissuto e troppa rendita di posizione, però abbiamo un esempio, nel ’69 il sociale fu gestito molto più dal sindacato che dalla politica e cambiò la politica stessa. Quindi sia pure con caratteristiche molto differenti, la nascita di un blocco sociale, alternativo, di sinistra riformista potrebbe essere perseguito, ma non a partire dai partiti bensì dall’analisi della realtà di quel 50% del Paese che è sostanzialmente immerso a vita nella crisi e a cui è stato tolta l’unica possibilità di mutamento che aveva ovvero la mobilità sociale. Non è strano che il Papa riesca a vedere e indicare i problemi con una precisione che la sinistra non evidenzia, ed è pure ascoltato. Quindi consapevolezza, tempo giusto per costruire, ed elaborazione di alternative. Se Landini scendesse in politica fondando un partito, sbaglierebbe, ma se la C.G.I.L. si chiedesse fortemente come deve essa cambiare per rappresentare gli interessi di chi lavora e vive in questo Paese, allora le cose cambierebbero. Un sociologo renziano ha detto che è stata seppellita la rappresentanza degli interessi come attore che interferisce con la politica, invece io credo che la rappresentanza degli interessi sia il sale della democrazia e della mediazione che porta al cambiamento di tutti. Se si elimina la rappresentanza non si elimina il privilegio, ma la dimensione dei diritti, ha diritto chi ha il potere, gli altri sono muti, e questo riguarda i partiti, i sindacati, ma sopratutto i cittadini: senza rappresentanza non c’è voce, senza voce non c’è limite all’abuso.

Tesi finale:

c’è stata solo una presa di potere di una parte dei giovani in un partito di vecchi che non si ritenevano tali. Doveva accadere sopratutto per la poca capacità dei vecchi di capire cosa accadeva. Però il nuovo non  nuovo anche se il vecchio è stato sconfitto comunque. Se quest’ultimo ora avesse un po’ di intelligenza la eserciterebbe, sia prendendosi la responsabilità di essere conseguente a ciò che dice e sia favorendo che un nuovo davvero tale, nasca. E siccome sono un inguaribile romantico ed ottimista, penso che ogni malattia genera i suoi antidoti e che all’orizzonte davvero appaia un bianco cavallo, adesso resta da capire chi lo conduce.