il bravo soldatino

il bravo soldatino

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Come un bravo soldatino faccio ciò che devo. Mi attendo una ricompensa, un’attenzione che mi tolga dall’indistinto fare, arriva quando vuole, spesso inattesa e così mi confonde. Quasi fosse immeritata. E mi fa arrossire, anche se riconosco d’essere un ingranaggio: mi muovo perché altri si muovano. Sembra sia questo il significato delle vite: ruotare perché altro ruoti. Ma perché? Mi hanno convinto che fare ciò che si deve è buono, fermarsi o girare in senso contrario, è cattivo. Eppure spesso ho la sensazione che far ciò che si deve bruci il tempo, il mio tempo, e allora mi viene la tentazione di non fare, oppure di fare altro. Qualunque cosa. Basta che sia diverso e nuovo, inatteso. E allora quelli che prima non ti prestavano attenzione, ti si rivolgano, ti chiedano perché, usino blandizie e minacce e tu possa dire di sì oppure no. Una notte ho fatto un sogno. Sogno spesso, ma sognare sembra una continuazione del giorno, solo che nel sogno, faccio fatica, dimentico qualcosa, diventa difficile fare cose semplici, insomma sembra ci sia una resistenza che rende vischioso fare bene ciò che devo fare. Ma questo sogno era diverso: ero in una grande stazione, quelle enormi, altissime e fatte di travi d’acciaio che vanno verso il cielo, e vetro per lasciarlo passare, il cielo, cosicché c’è sempre tanta luce grigia. Anche a mezzogiorno. Chissà perché le stazioni sembrano monumenti a qualcosa che non c’è, sono grandi, molto più grandi di uomini, binari, treni e paiono fatte per qualcosa che non sta lì, che non si ferma che per poco. Mah. Comunque, nel sogno, c’erano persone attorno, voci, musica, annunci e, in questo rumore che avvolgeva, mi sono avvicinato alla biglietteria e ho chiesto un biglietto. Il ferroviere, dietro al vetro, era in divisa, con un cappello dalla visiera nera e lucida, che quando si chinava, rifletteva la luce sui miei occhi, come mi interrogasse anche mentre faceva altro. Metteva a posto i suoi biglietti e pareva avesse tra le mani il mondo, che tutti quei posti fossero suoi e solo lui potesse permetterti di accedervi, di andare davvero lì ed essere accolto. Mi ha chiesto: dove vuole andare?  Ed io lo sapevo cosa dire, lo sapevo da molto: lontano, voglio andare lontano. Mi ha staccato un biglietto di una volta, un rettangolino di cartone spesso e bianco, ho pagato e poi, col biglietto tra le mani, ho preso una valigia. Sì, avevo una valigia, ed era leggera, sembrava vuota, ma ero sicuro che ci fosse il necessario, anche se non ricordavo quando l’avevo fatta. Con la mia valigia sono andato verso la banchina. C’erano molte persone in fila che attendevano e una ragazza vestita di verde, con un cappello a calotta pure verde. Pensavo che era bella. Poi pensavo che la notte sarei sceso in una città che non conoscevo, che avrei cercato su una strada dritta e piena di alberi ai lati, un alberghetto con un banco di legno scuro e un fattorino che attendeva. Poi ho riguardato la ragazza e ho sorriso, e lei, un po’ indecisa, mi ha risposto. Ero felice e imbarazzato e così, per far qualcosa, ho guardato il biglietto, come a mostraglielo. La stazione d’arrivo non si leggeva, ma la data era nitida, era di tanti anni prima, ma ero contento lo stesso, ero sicuro valesse ancora. Così mi sono svegliato. E mi sentivo bene.

Basterebbe esercitare il diritto a un perché e l’immenso castello cadrebbe all’improvviso.

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